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15 maggio 2022

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 15 maggio 2022
V Domenica di Pasqua    Anno C


Prima lettura        At 14,21-27


Gli Atti degli Apostoli raccontano gli episodi della chiesa primitiva che da Gerusalemme si espande: è una chiesa che si dilata e che fa nascere delle comunità. Paolo e Barnaba sono due personaggi strani ed oppositivi: Paolo l’infuocato, l’emotivo, il radicale, l’intollerante, Barnaba l’uomo silenzioso, profondo, scrutatore, capace di vedere la grazia di Dio, due anime diverse che annunciano e portano la stessa Parola. Molte volte pensiamo che il nostro temperamento, il nostro carattere, gli aspetti irrisolti della nostra vita e della nostra persona, siano ostacolo alla Parola, anzi pensiamo che la diversità del carattere, del cuore e della personalità rendano impossibile una convivenza ed una compresenza con altre caratterialità. Invece la Parola ci sta smentendo, perché Paolo e Barnaba, anche se così diversi, insieme annunciano la stessa Parola, hanno lo stesso obiettivo, ma hanno la modalità di attuazione e di presenza diversa, perché la Parola viene portata dal mistero di ogni cuore, di ogni vita e di ogni persona. Dio non livella le diversità, non è preoccupato di fare un assemblaggio di cuori, di metterli tutti in fila e renderli tutti uguali, anzi ciascuno di noi è utile a Dio ed è indispensabile alla cooperazione dello Spirito, proprio nella sua personalità diversa, complessa, molte volte incomprensibile, nella quale agisce misteriosamente la sua grazia.
Noi pensiamo che l’efficacia della Parola o della pastorale sia legata al nostro savoir faire, alla nostra capacità di gestire, di manovrare e di portare un pacchetto di offerta e un annuncio, invece non è così: la Parola si affida a persone che non sono perfette, non sono forti, molte volte sono conflittuali e anche lacerate, perché appaia più chiaramente che la Parola non dipende dalle nostre disposizioni, ma unicamente da se stessa e in se stessa ha una grazia particolare efficace che opera anche indipendentemente da coloro che la accompagnano. La Parola è la vera liberazione, la vera terapia da tutto quel senso di inadeguatezza che ciascuno sente dentro nei confronti di Dio e di se stesso.
Paolo e Barnaba portano la Parola e ritornano a Listra, Iconio ed Antiochia per confermare e per esortare alla saldezza della fede. Chi ti ama, ama ritornare nel tuo cuore, coloro che accompagnano la Parola non sono meteore che passano e scompaiono, coloro che amano e accompagnano la Parola, che hanno la grazia di accompagnarla, sono fondamentalmente seminatori umili, che donano quel seme che non è loro e poi ritornano per vedere se il seme cresce e porta frutto.
C’è un’altra riflessione da fare: per accompagnare la Parola e per non essere detentori e despoti autoritativi della Parola è necessario essere aperti alla diversità di ciascuna situazione, di ciascuna evenienza. Paolo e Barnaba non hanno certo trovato una situazione uguale in tutte le città che hanno visitato, perciò per essere capaci di accompagnare la Parola, lasciando alla Parola un frutto che è suo, è necessaria la duttilità alla diversità e al cambiamento. Non possiamo usare una metodica di apostolato uguale per realtà diverse, indipendentemente da dove ci si trova, perché in ogni realtà che io vivo c’è un’originalità, una storia, una diversità. Accompagnare la Parola di Dio in un appiattimento di dono non porta frutto alla Parola, perché essa percorre, ama, arriva nella diversità, non solo geografica, di Listra, Iconio ed Antiochia, ma anche nella diversità e nella identità di ciascun cuore. La Parola ha una ricaduta diversa in ciascuno di noi, perché essa sposa, si radica ed abita ciò che trova: la nostra diversità. Se essa non partisse dall’accoglienza di ciò che siamo, non potrebbe portare il frutto che essa contiene, ma diventerebbe un editto e una sentenza che non ha appello. Invece la Parola, quando tocca il cuore di una persona, comincia una danza unica con lei. La Parola non viene per istruire la nostra vita, viene per abbracciarla, per abbracciare il nostro cuore perché vuole essere quel cuscino morbido che attenua i colpi della vita, perché noi non veniamo distrutti e massacrati. La Parola è il filtro più profondo di Dio per la nostra unica, misteriosa, diversità.
In questa nostra società che è stata definita liquida, perché non c’è più nulla di stabile, in cui non abbiamo più né appartenenze né continuità né stabilità né giuramenti, la Parola di Dio, che ha avuto origine nell’elemento liquido (“le acque coprivano la terra e sulle acque aleggiava lo spirito di Dio”) proprio qui ha il diritto di prelazione sulle anime, perché solamente la Parola può guarire, portare pace, interpretare la nostra anima che molte volte, non avendo una solidità, si difende diventando parte della società liquida. La Parola oggi percorre Listra, Iconio ed Antiochia e coloro che la accompagnano devono essere persone dinamiche, Paolo e Barnaba erano uomini nella dinamica di Dio, uomini che veramente avevano sposato, accompagnando la Parola, la diversità di ciascuno.
Quando arrivarono ad Antiochia, essi riunirono la chiesa e “riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro”: erano accompagnatori della potenza di Dio, non detentori.
Dio aveva aperto ai pagani la porta della fede. Dio apre porte insperate.


Seconda Lettura         Ap 21,1-5


Questa è la terza visione che leggiamo: “Vidi un cielo nuovo e una terra nuova”. Dio è novità perché fa nuove tutte le cose. Ogni novità ci fa paura. Che cos’è l’abitudine? Essa, sia nella vita concreta che nelle cose di Dio, è lo spegnimento dell’amore, perché l’amore è come un cavallo di razza che non ama né l’abitudine della sella né la misura stretta della stalla.
Questo mondo passerà (il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes, dice che anche la Chiesa stessa come figura di questo mondo passerà) perché la realtà che vedo oggi attorno a me non è la realtà profonda delle cose né della vita. Tutto ciò che c’è ora passerà perché il mio cuore, la mia anima, il mio desiderio non possono essere contenuti, dissetati, palcati da queste misure, che noi amiamo tanto. Perché amiamo le abitudini e abbiamo paura delle novità? Perché esse ci liberano e ci sedano dal dover pensare e riorganizzarci nel nostro cuore.
L’abitudine è rassicurante, ma è un gas nervino che paralizza il cuore. Gli uomini e le donne di Dio, che hanno lo stile di Gesù, non hanno nemmeno dove posare il capo (Gesù dice: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, ma il figlio dell’uomo non ha nemmeno dove posare il capo”). Questa è libertà profonda. Quando faccio della mia vita, del mio cielo e della mia terra un’abitudine e una assolutizzazione della mia vita, io sono già morto, non sono più nell’onda di Dio, ma mi sono adattato, mi sono seduto in una abitudine perché voglio risparmiarmi la fatica del vivere e del vivere in Dio, invece Lui è novità. Come Dio ci fa nuovi? Dio ci fa nuovi quando infrange e distrugge tutte le abitudini rassicuranti che c’eravamo costruiti e di cui rimpiangiamo l’assenza (come gli Ebrei che rimpiangevano l’Egitto). Siamo nostalgici di un passato rassicurante e di un’abitudine che ci rimpiccolisce il cuore senza che ce ne accorgiamo. Invece la vita spirituale, la vita con Dio è tutta una novità.
Nella novità Dio prepara la nostra eternità, la nostra libertà e la nostra felicità.
Che bello questo Dio che ha i fazzoletti in mano per asciugare ogni lacrima. Perché asciugherà ogni lacrima? Perché le lacrime sono il prodotto di un mondo che è passato e che si riteneva unico, primo, ultimo, invece la nostra vita è continuamente nuova, questa è la vita con Dio e di Dio. Quando ami Gesù e ce l’hai nel cuore, nuovi panorami si aprono davanti a te, nuovi mondi.
Quando possiamo dire di essere liberi nel Signore?
Quando viviamo nel respiro e nella libertà della sua Parola e nel discernimento relativistico delle parole degli uomini.
Dio è esperienza di libertà. Guardare indietro è morire, chi è schiavo del passato non vive più, ecco perché Gesù ha detto che una delle condizioni per servirlo è non volgersi indietro (“chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro”)perché  chi si volge indietro ha fatto la scelta del museo delle cere.


Vangelo         Gv 13,31-33.34-35

Gesù è appena stato tradito e quando Giuda se ne va dice: “Ora sono stato glorificato e Dio viene glorificato in me”.
Che cos’è l’amore? Giovanni è molto chiaro perché dice: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Quando parliamo di amarci gli uni gli altri che cosa capiamo? Che cosa vuol dire amare gli altri nella sua misura? Ti ama chi nei tuoi riguardi non ha nessuna attesa e non ti dà nessuna scadenza, questa è la misura di Dio. Gesù si è scoraggiato perché Giuda l’ha tradito? Ha sofferto certo, ma non ha bloccato il tradimento di Giuda. Perché tanti amori sono finiti? Innanzitutto perché non hanno la misura di Cristo, ma hanno la misura della propria immaturità che consiste nel trasformare l’altro nel proprio giocattolino da adoperare quando si vuole per un po’ di piacere. Invece l’amore che nasce da Lui è portare felicità a coloro che amiamo senza pretendere nulla. Anzi sappiamo benissimo che più amiamo, più prendiamo bastonate, più amiamo, più facciamo collezione di delusioni, ma questo non è il blocco dell’amore.
Che cosa ci ha imposto Gesù? Nulla. Che cosa ci sta imponendo? Nulla. Che cosa esige da noi? Niente! Regime di piena libertà perché il timore scaccia l’amore. Dove c’è timore non c’è amore. Gesù ci ama nella sua misura perché vuole che prima di tutto impariamo ad amare noi stessi e a non usare più l’alibi di amare gli altri per non amare noi stessi. Perché io non mi amo? Perché non sono per me stesso quel risultato che mi promettevo di essere, ma mi scopro tutti i giorni con delle fastidiose fragilità, incoerenze ed inspiegabilità che non mi vanno. Quando non amiamo noi stessi, troviamo un sacco di alibi per non entrare in questo impegno, allora ci sono gli hobby, i viaggi, gli impegni di lavoro o in parrocchia, perché dobbiamo dimostrare ciò che vogliamo e non ciò che siamo.
Perché siamo così? Perché siamo imbarazzati di ciò che siamo; mostriamo ciò che non siamo e nel frattempo la vita passa e restiamo sempre di plastica, vantandoci di essere ciò che non siamo.
La misura del suo amore è l’unica, vera, liberante misura. Gesù ci ama e ci amerà sempre senza chiederci mai niente in contraccambio: “Se voi amate coloro che vi amano, che merito ne avrete? Non fanno così anche i pagani?”.
     

Prima lettura        At 14,21-27

Veramente Dio fa grandi cose anche oggi per mezzo nostro, noi siamo i mezzi dell’opera di Dio. La Parola ci presenta Paolo e Barnaba, una coppia di evangelizzatori, due persone diversissime, opposte, Paolo era impetuoso, iroso, alle volte poco duttile e poco capace di tessere, invece Barnaba era prudente, umile, profondo, silenzioso, eppure il Signore li mette assieme e li completa perché veramente ciascuno di noi è strumento dell’opera di Dio. Allora tutto il nostro involucro psicologico, emotivo, sentimentale, relazionale, storico, visibile non sono aggeggi di una mistura di emotività o di caratterialità, ma tutto ciò che è in noi diventa mezzo attraverso cui Dio compie le sue opere e le sue meraviglie. Oggi con questa Parola il Signore ci fa vedere che l’evangelizzazione non è un’attività, ma che essa inizia quando uomini e donne si lasciano afferrare dallo Spirito, si lasciano placare nello Spirito e accolgono con fede se stessi. Se non accogliamo con fede chi siamo e quello che siamo, non saremo mai degli evangelizzatori, ma saremo sempre un’inquietudine ammantata di religiosità, disturberemo e, alle volte, impediremo il cammino della Parola.
Un vero evangelizzatore, un vero uomo di Dio, una vera donna di Dio sono un uomo e una donna che nello Spirito hanno accolto se stessi e questo si può fare per grazia, non attraverso strategie psicologiche che, se si affiancano alla grazia, possono diventare strumenti preziosi, ma è la grazia che prima di tutto deve farci accogliere noi stessi. Se noi siamo fuori da noi stessi, se evangelizziamo per compensare una nostra abituale disabitazione da noi stessi, quell’evangelizzazione sarà forse una compensazione psicologica ad una nostra mancanza, ma non arriveremo a toccare i cuori, perché saremo solo degli addetti che si sono compensati a fare qualcosa per gli altri per non restare con se stessi. Se invece il Signore ci tocca e ci dà la dinamica per evangelizzare, diventiamo strumenti di Dio.
Lo Spirito prende ciascuno di noi, lo incendia del suo amore e da patologia psicologica squilibrata ci trasforma in lode della sua gloria. Perciò il vero uomo di Dio, il vero evangelizzatore, il vero collaboratore dello Spirito è un uomo che incontra diverse città: Listra, Iconio, Antiochia... queste città sono tutte quelle situazioni nuove che incontriamo nella nostra vita e che devono vedere la nostra duttilità spirituale, perché lo Spirito santo ci fa capire che l’evangelizzazione non è una metodica o uno schema per tutti, ma è una fatica per ciascuno che incontriamo, perché operiamo la prima evangelizzazione quando, nel cuore della persona diversa da noi, Dio, per mezzo nostro, le fa sentire l’amore che ha per lei. Questa è la prima evangelizzazione, la prima guarigione, la prima mistica. Si tratta di un’evangelizzazione dinamica dove ogni diversità viene accolta, toccata e raggiunta dallo Spirito, ecco perché uno che evangelizza sa anche ritornare nei cuori che il Signore ha visitato, perché ritornare senza essere ossessivi è accompagnare con tanta tenerezza i primi germogli di un cuore. Il destinatario dell’evangelizzazione è il cuore della gente che oggi è massacrata, sola, senza speranza e senza capacità interpretativa di se stessa.
Da questi due uomini, incendiati d’amore, sono nate le comunità, cioè le comunità cristiane sono nate da un sogno dello Spirito. Quando lo Spirito ha rapito dei cuori in un territorio, lì è arrivata una comunità di credenti, ma quando quella comunità non è più nel fuoco dello Spirito, ed è diventata pura entità geografica, pura strutturazione di abitudini, quando una comunità si siede, si sta accontentando di sopravvivere, non è più in sintonia con il sogno dello Spirito. Allora quello che era partito come un sogno dello Spirito, è diventato un furto in diretta dell’umano che ha svuotato il sogno di Dio e l’ha fatto conquista umana di presenza e di potenza gratificante della mente.
Una comunità dovrebbe avere al centro il cuore eucaristico di Gesù e da questo cuore pulsante dovrebbero partire non le attività, ma le attenzioni profetiche di una comunità perché il Signore ci manda a fasciare i cuori spezzati. Allora può capitare che le nostre comunità, nate dallo Spirito, siano diventate agenzie di solite cose e si accontentino di fare quelle cosucce che testimoniano che non sono ancora morte, ma non si preoccupino di avere quel dinamismo spirituale per andare a rianimare e a cercare quelle persone che si sono allontanate, forse anche per loro scelta, ma forse anche perché non sentivano più il respiro dello Spirito.
Il Signore  può usare ciascuno di noi come strumento per l’evangelizzazione e, quando ci si lascia usare come strumento, il Signore apre anche ai pagani la porta della fede. Noi abbiamo un’idea sbagliata di evangelizzazione, crediamo che evangelizzare sia convincere la gente, intrupparle in qualche gruppo e portarla in una comunità, ma questo non è il disegno dello Spirito, noi non siamo chiamati a reclutare le leve. L’evangelizzazione è quando noi, scelti dallo Spirito, diventiamo strumento di Dio che lo Spirito usa per toccare il misterioso pianeta del cuore di qualche persona e per portarla dove intende condurla.
Molta gente, che non ha un’appartenenza esterna alla comunità, non è detto che sia necessariamente lontana, potrebbe, invece, essere gente che sta facendo dei cammini invisibili, personali, paralleli, mossi dallo Spirito in modi diversi.
Occorre ricordare che diventiamo strumento dello Spirito quando, prima di tutto, ci lasciamo guarire da quella patologia storico, visibile, sintomatica di noi stessi che ci fa reputare persone tra le tante che non possono dare niente. Invece lo Spirito cerca persone diverse, apparentemente inadatte, perché la sua creatività è infinita. Il primo evangelizzatore è colui che, nello Spirito, ha accolto prima di tutto se stesso. Accogliendo se stesso, lo Spirito gli fa riprendere in mano il gusto della vita e lo fa diventare evangelizzatore quando porta ad un cuore il gusto di vivere e di sentirsi amato fuori di ogni istituzionalizzazione, perché l’amore è veramente qualcosa che non si può gestire. Come Paolo e Barnaba avevano raggiunto le diverse città, così siamo noi che dobbiamo andare da chi è diverso da noi, non usando le armi spuntate del moralismo o delle esortazioni stupide, perché la vera evangelizzazione è quando lo Spirito ci fa avvicinare ad una persona perché si senta amata, non giudicata e raggiunta. Il resto è tutto grazia.    
   

Seconda Lettura         Ap 21,1-5


In queste poche righe dell’Apocalisse il veggente vede veramente cieli nuovi e terra nuova, vede la Gerusalemme nuova scendere da Dio pronta come una sposa adorna per il suo sposo, per cui la sposa è l’ultima immagine simbolica nella Bibbia. Il nostro destino, allora, è la sponsalità, è un coronare un sogno d’amore. La fine, anzi, l’inizio della nostra storia sarà essere sposi dell’eterno perché, non appena congiungeremo la nostra storia con l’eterno, finalmente saremo guariti e saremo noi stessi. Soffriamo in questa storia perché di mezzo c’è il mare e la terra e il cielo di prima. Le sofferenze della nostra vita sono state tutte originate dall’esasperazione tirannica del transitorio. Quante volte soffriamo anche ora perché c’è un disguido, una prova dura, un attimo di sbandamento! Ciò avviene perché, quando siamo provati, tendiamo ad assolutizzare il transitorio dimenticando l’eterno, tendiamo a fare delle nostre giornate il cibo per il transitorio famelico e non il sogno per il cielo sposo.
Questa Parola ha un forte potere di guarigione perché ci vuole dire di riprenderci in mano la vita, di riacciuffarci quella vita che Dio ci ha dato, vita che è una preparazione alla sponsalità eterna. Questa vita terrena potrebbe essere paragonata ai preparativi che occorrono per confezionare  l’abito da sposa che indosseremo quell’ultimo giorno. Per questo dobbiamo andare continuamente nella vita interiore, nella preghiera, nelle radici della nostra origine, cioè alla sartoria, perché lì facciamo le prove del nostro abito da sposa. La preghiera non è altro che la vita interiore, la santa indifferenza spirituale e la libertà interiore di non farci inghiottire dal mare e dalla terra di prima. Oggi tanta gente è esaurita perché è mangiata dalle cose, diventa il pasto quotidiano del famelico transitorio e del famelico tecnicismo. Oggi la vita diventa invivibile perché abbiamo dimenticato che stiamo facendo le prove generali di un matrimonio che ci aspetta, di una libertà che ci aspetta, di una bellezza che ci aspetta, di un amore che ci aspetta, e sarà un amore che asciugherà le lacrime, che farà sparire i lamenti, gli affanni e le cose di prima.
Dobbiamo vivere il transitorio nell’eterno. Essere immersi nel vestito di Dio, che è l’eternità, ed è l’abito dello sposo. E quando nella nostra giornata ci sentiamo strangolati dalle cose o arriviamo a sera sfiniti, dovremmo sostare nella preghiera contemplativa, che è guarigione e attraverso cui Dio ci riveste e ci fa vedere ciò che ci aspetta, cioè la sponsalità con l’eterno. La preghiera e la contemplazione sono quell’oasi quotidiana per non perdere la bussola che ci indica la direzione, sono l’antidoto a quel veleno quotidiano che vorrebbe metterci dentro un ingranaggio di lamento, di morte, di pianto e farci spogliare dell’abito di sposa per farci indossare la tuta di operaio che deve presentare a sera il suo fatturato di lavoro.
Allora la preghiera, la contemplazione, la vita interiore, la nostalgia, il desiderio di Dio consistono nel provare continuamente l’abito da sposa, che lo Spirito sta confezionando per noi; poiché lo Spirito è creatività, questo abito è continuamente soggetto a migliorie, perché Egli ci sta preparando per il grande evento.     


Vangelo         Gv 13,31-33.34-35

Quando si comincia ad amare secondo Gesù, il Signore ci dona tre cose: si diventa vulnerabili, si diventa vincitori e si diventa segni. Vulnerabili perché, quando si ama si può venire traditi, e Giovanni contestualizza questo aspetto nel tradimento di Giuda.
Gesù non ci ha lasciato nulla di giuridico, nulla di disciplinare, nulla di operativo, ci ha lasciato un solo comando: amatevi. Però in Giovanni c’è un superamento non solo dell’Antico Testamento, ma di Gesù stesso, perché in altri passi Gesù invita i suoi discepoli ad amare il loro prossimo come se stessi. Ora, invece, la posta diventa più alta: “Amatevi come io vi ho amato”. Misura dell’amore è Cristo Signore.
La gente si chiede che cos’è l’amore, ma la domanda è sbagliata ed è mal posta, perché l’amore non è qualcosa che si deve organizzare, non è una struttura che si deve far funzionare, l’amore non è beneficenza, ma l’amore è Qualcuno, l’amore per noi ha un solo volto: Gesù.
Egli ha amato diventando la misura di ciascuno, non facendo della sua misura una misura univoca, ma la sua misura si è misurata con la misura di ciascuno e questo è l’amore.
Quando misuriamo la nostra misura dell’amore con la misura della persona che dobbiamo amare, abbiamo già realizzato l’amore perché, usando la nostra misura nella sua misura, abbiamo già dato all’amore il volto del perdono. Quando amiamo una persona senza pretendere di cambiarla e di misurarla con il nostro metro, l’abbiamo già perdonata, l’abbiamo già amata e accolta come essere esistente diverso da noi. L’amore è proprio lasciare ciascuno nella sua misura, toccandolo con la nostra misura, che è la sua, perché una persona cambierà e aumenterà la sua misura solamente se si sentirà avvolta da questa folata d’amore.
L’amore è vulnerabile, ma è vincitore e segno. L’amore è anche guarigione, è gioia della vita, è balsamo fragrante che Dio dà a ciascuno di noi. Dio non è preoccupato che noi cambiamo, ma che  riceviamo il suo amore. Finché faremo un amore protagonista di operatività umana, l’amato sarà ridotto ad assistito, ma non sarà amato, l’amato sarà ridotto a sopportato, ma non sarà amato, l’amato sarà ridotto a un centro di bisogni immediati, ma non si sentirà amato.
Tutti i nostri squilibri sono nati perché non siamo stati amati con la misura di Gesù e, quando non si è amati con la sua misura, i cuori dei suoi figli vengono devastati, ecco perché potremmo dire che tanti casi difficili sono frutto di una devastazione d’amore. E la devastazione non la si guarisce puntando i piedi, violentando e imponendo una metodica, cioè mettendo il giogo al collo e dominando la persona con la mano forte, perché si genera solo del terrorismo, delle paure e si crea un popolo silenziato. Invece l’amore di Gesù crea persone capaci di fiorire in questo fiume d’amore e di fruttificare quello che sono da sempre in Dio. Tutte le persone che hanno problemi sociali, relazionali, personali sono persone che non sono state toccate dalla misura dell’amore di Cristo. Invece, appena una persona si sente amata nella sua misura, è già stata guarita nell’amore.     
Quando fioriscono atteggiamenti arroganti che ci scandalizzano, di solito stiamo assistendo in diretta alla visibilizzazione del non amore. Spesso i cattolici sono guardati con sospetto perché sono moralisti, giudici, orgogliosi, supponenti, puntano il dito perché sono cresciuti, a loro volta, con il dito puntato e hanno una rabbia interiore tale che vorrebbe distruggere la gioia di qualcuno.
Ricordiamo, però, che Gesù ha detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”.
Amare con la misura di Gesù è grazia.
Quando amiamo con la misura di Cristo diventiamo veramente segno di Gesù, perché la creatura di Dio vuole solamente amore. Per essere amore bisogna essere illuminati e avere un’intelligenza spirituale, perché amare è anche saper attendere con tanta fede e tanta speranza l’inverno apparentemente arido. Quando amiamo una persona con la misura di Cristo, in lei entra un trauma che la cambierà, anche se non sta a noi programmare i tempi di questo cambiamento.    


Prima lettura        At 14,21-27


La Parola di Dio è una Parola itinerante, pellegrina, una Parola che va verso realtà diverse, mondi diversi, per cui non siamo noi che portiamo la Parola, ma umilmente la accompagniamo, perché la Parola ha un’autorità di grazia e di potenza divina in se stessa che fa sì che essa ci preceda sempre. Quando la si accompagna, si può vedere con gioia che la Parola ci ha preceduto.
Paolo nomina molte città: Listra, Iconio, Antiochia, Attalia, Pisidia, Panfilia, Perge, città diverse, mondi diversi, per cui la Parola è sempre in missione verso ciascuna diversità e oggi, al posto dei nomi delle città, ci sono i nostri nomi, perché ciascuno di noi è una città diversa, è una realtà diversa che attende la Parola, in quanto senza la Parola c’è la morte.
La Parola riesce a combinare anche due persone come Paolo, l’infuocato, e Barnaba, il mite,  e le coppie che nascono per la Parola non scoppiano. Essa non ha accoppiato Paolo e Pietro, altrimenti sarebbero state scintille, ha accoppiato, invece, Paolo il carismatico e Barnaba il virtuoso. Essi partirono e andarono verso i discepoli del Signore rianimandoli ed esortandoli a restare saldi nella fede. La Parola è rianimazione, è ridare un’anima alla nostra vita, al nostro cuore, ai nostri pensieri, alle nostre sofferenze, ai nostri scoraggiamenti, alle nostre solitudini. Senza la Parola moriamo, ecco perché essa deve essere portata e deve essere rianimazione del cuore, dell’anima, attraverso il soffio dello Spirito.
Paolo e Barnaba non si lasciano catturare da nessuna città, sono itineranti e camminano con la Parola, ma sentono il bisogno di una stabilità in una città e per questo costituiscono in ogni comunità alcuni anziani che non sono ancora dei presbiteri veri e propri, sono dei cristiani maturi che in una comunità tengono viva la nostalgia per la Parola, sono persone che vivono di Parola, sono testimoni della Parola, sono fiaccole ardenti della Parola e ad essa si sono consegnati. Allora in ogni comunità non possono mancare questi anziani che possono essere i presbiteri, ma anche cristiani affascinati, trapassati, incatenati e sedotti dalla Parola. La Parola non è una conquista cerebrale, non è un ragionamento biblico, non è un adeguarsi ad un messaggio, è un incontro che ti spacca il cuore, che seduce la tua vita, che riporta la tua vita nella rianimazione dello Spirito. Perciò Paolo e Barnaba lasciano in ogni comunità questi uomini che tengano viva la memoria della Parola, però non si fermano, infatti l’azione dei due discepoli è contrassegnata da verbi di movimento (attraversata, raggiunsero, scesero, fecero vela…) la Parola non può star ferma, precede sempre, vuole raggiungere ogni cuore, ma soprattutto apre ai pagani la porta della fede e la porta è Gesù (vangelo di Giovanni: “io sono la porta per essa entreranno le mie pecore”).
I pagani sono tutti color, anche noi, che sono digiuni ed esiliati dalla Parola, il pagano è colui che si sente insufficientemente rappresentato e disperato perché non sente la sazietà di una Parola diversa e viva. Il pagano è alla ricerca di un incontro, di un evento di una Parola che libera e la Parola di Dio crea l’unità percorrendo la diversità di ciascuno, perciò è la Parola che interpreta la nostra diversità, non noi che interpretiamo la nostra diversità, ma noi siamo interpretati  da una Parola più grande, più potente che ha un carisma particolare: la grazia. Perciò tutte le interpretazioni fatte da me su di me o degli altri su di me che sono state suscitate dalla carne e dal sangue non sono la Parola.  Io non sono soggetto ad una lettura della carne e del sangue, ma sono soggetto ad una lettura della Parola, perciò oggi la rianimazione deve essere energica perché in troppi cuori, in troppe anime c’è l’asfissia di una lettura umana di se stessi. La Parola è questa porta, questo respiro, questa rianimazione, questa scarica dello Spirito che fa ripartire il nostro cuore. Allora la Parola rianima la nostra diversità, non condanna la nostra diversità, non condanna la nostra complicanza, il nostro aggrovigliato mondo interiore che vorremmo sempre spiegabile, capibile, accessibile, immediato, educato, logico e razionale. Noi non siamo così perché Dio ci ha creati pieni di complicazioni divine perché noi non siamo un prodotto della biologia, ma siamo un sogno  di Dio, ed essendo un sogno di Dio, tutto ci va stretto. La Parola sa distinguere ciò che si nasconde in ogni complicanza umana e in ogni non interpretabilità razionale dentro di noi, Dio si nasconde proprio lì. Se amiamo la Parola, se ci mettiamo sotto il dominio della Parola, dobbiamo smetterla di farci ingabbiare dalla razionalità che vuole diventare l’unico dio della nostra vita.
La Parola non ha spiegato tutto e non ha raccontato tutto di Gesù, così la Parola non può e non deve raccontare tutto di noi, ma in noi la maggior parte della nostra personalità è un mistero di Dio. L’inquietudine che c’è dentro di noi ha origine divina perché lo Spirito non permette che nessun dominio umano possa dirci: io ti ho saziato, io ti ho salvato, io ti ho riempito, perché solamente Dio può saziarci, salvarci e riempirci. Allora nessun amore umano può riempire la nostra vita. È Dio che riempie il nostro bisogno d’amore, amando, tutelando, difendendo la nostra diversità.  
La Parola porta come frutto la pace tra noi e noi, tra i due lembi del nostro esistere: l’io della carne e l’io dello spirito. Dio apre la porta ai pagani perché meno siamo strutturati più siamo di Dio. Le persone più difficili da convertire sono quelle che si ritengono più familiari di Dio e più di casa con Lui, che ritengono di non aver bisogno di nulla perché conoscono tutto della casa e del padrone.
Perciò non dobbiamo prendere paura di quello che non capiamo di noi e non dobbiamo scandalizzarci per quello che ci scandalizza di noi perché è ancora un atto di superbia e di razionalità. I santi, quando Dio li adoperava per delle cose grandi, riconoscevano sempre di essere dei grandi peccatori, ma Dio li sceglie perché in loro non ci sia nessun protagonismo. Quando ci si lascia cambiare dalla grazia di Dio, si fa glorificare il cielo e la terra.
Certi aspetti del nostro carattere rimarranno sempre perché ci possiamo ricordarci che veramente Dio ci ama senza nessuna gratificazione umana e amabile, Dio non ci ama perché siamo amabili, siamo degli istrici, ma è proprio qui che Dio ci ama e dimostra che è Dio. Dio ci ama in questa via di mezzo.


Seconda Lettura         Ap 21,1-5

Abbiamo dentro di noi una grande nostalgia di vedere cieli nuovi e terra nuova, di essere anche noi creature nuove, però, finché viviamo la questa esperienza umana, tra noi e Dio c’è il mare che, come simbolo biblico apocalittico, indica il male, l’instabilità, la tenebra, l’oscurità, il peccato.                 
Giovanni ci propone la visione finale in cui scorge la Chiesa sposa del suo Signore che scende adorna per Lui, questo avverrà nella pienezza alla fine, ma può già iniziare qui, perciò l’identità che ci dà la Parola oggi è che noi siamo sposa, sposo. La nostra identità più profonda è che siamo sposati con Dio e, quindi, se sposati, abbiamo fame dell’amplesso sponsale, e quando non sentiamo, non ci saziamo di questa sponsalità divina, tocchiamo con mano tutti i limiti della storia prodotta dal mare: lacrime, lutto, morte, lamento, affanno, che sono tutti prodotti del mare della storia quando la storia prende possesso totalmente di noi e ci fa dimenticare l’identità primogenita e originaria. Perciò il paradiso non è una cosa, non è un destino, non è un luogo, non è qualcosa di bello, ma è sposarsi, è passare dal sacramento alla visione di Dio. La nostra anima ha sete di questa sponsalità, allora il Dio della legge, il Dio della morale, il Dio della struttura non ci saranno più: “Le cose di prima sono passate”. Perciò dobbiamo vivere in questo prima puntando al dopo, dobbiamo avere l’occhio di un veggente, come Giovanni.
Oggi la Parola ci chiede come va la nostra vita, se sappiamo cogliere il profondo dell’immagine o vediamo sole le figure, se il nostro occhio si sta saziando di figure, arrivando a far diventare figura anche Dio. Allora la liturgia è contemplare l’immagine oltre i segni sensibili, esteriori e visibili. Siamo chiamati a sposare questo mistero di Dio, invece i nostri occhi molte volte sono stanchi di cieli vecchi e di terra vecchia dove non c’è nulla di Dio, dove si parla molto di lui, con un linguaggio povero e umano. Le lacrime, l’affanno, il lamento, la morte, il lutto sono tutte dimensioni di un’esistenza del prima che urla e desidera la pienezza del dopo. Il traghettamento tra il prima e il dopo avviene quando io mi sposo definitivamente nel mistero dello Spirito lasciando cadere la figura, l’immagine, il segno (come sostiene Giovanni della Croce). Dio è dentro di noi, ma non ci sta domandando che cosa stiamo facendo, non vuole che ci domandiamo che cosa dobbiamo fare per mettere in pratica la sua Parola, perché la Parola non va messa in pratica, altrimenti saremmo ancora i facchini ebrei che facevano le piramidi al faraone, ma va sposata; è tutto diverso. È la Parola che sposa noi e  non occorre che portiamo la dote, perché non abbiamo dote, abbiamo solamente la nostra vita e la nostra persona di cui Dio è follemente innamorato, sebbene noi spesso non ci crediamo. Talvolta ci è stato detto che Dio è incavolato con noi perché non siamo a posto con le regole del gioco, mettendo la legge e la Torah al posto della presenza sponsale e dell’amore.
Più ci si avvicina a Dio, più si diventa indifferenti alla morale e ai comandamenti, che non significa non prestare attenzione alla morale e ai comandamenti, ma vuol dire che non si cerca di soddisfare ad una legge, ma si cerca di  innamorarsi di Dio. Non dobbiamo amare Dio per il premio, non dobbiamo amare Dio perché temiamo il castigo, ma dobbiamo amare Dio per Dio. Se amiamo veramente Dio per Dio saremo indifferenti anche a noi stessi, anzi, amando Dio per Dio e unicamente per Dio, sapremo relativizzare anche le proprie voci coscienziali psicologiche interne che, mosse molte volte dalla carne e dal sangue, ci possono rovinare l’esperienza d’amore di Dio per ridurlo ad una divinità che deve essere gratificata con gli ossequi di una legge, di una morale e di una religione.
Gesù ci ha dato una rivelazione rivoluzionaria, ci ha detto che Dio non è un Dio religioso, ma è un Dio sposo, perciò se Dio ci ha sposato, come lo è per il battesimo, dobbiamo sapere che lui è fedele alla sua sponsalità e non ci ama perché siamo bravi, buoni, belli, perché siamo amabili, perché saremmo ancora in un vantaggio contrattuale umano, ma lui ci ama perché ci siamo. Il resto di noi che ci fa tanto problema è frutto del mare, ma il mare è frutto della storia e l’Agnello ha vinto la storia, perciò ha vinto anche queste cose. Ecco perché di fronte all’amore di Dio tutto è relativo. Paolo, consapevole di questo, dice: “Chi potrà mai separaci dall’amore di Cristo? La tribolazione, la nudità, l’angoscia, il pericolo, la spada?”. Possiamo dubitare di tutto, ma non possiamo dubitare che Dio ci ama e quando non lo dubitiamo, siamo salvi, perché continuamente lasciamo la risposta totalmente a lui.
Dobbiamo amare Dio per Dio, allora il cielo nuovo e la terra nuova inizieranno da qui.       


Vangelo         Gv 13,31-33.34-35

Il vangelo non ci propone di amarci secondo lo stile boy scout o lo stile Croce rossa, ma Giovanni ci dà una rivelazione fortissima, infatti ci dice che quando Giuda uscì dal cenacolo ed era notte Gesù dice : “Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato”, Gesù non ha spettegolato con gli altri undici di Giuda, non si è scandalizzato. Giuda è uscito, ha portato a compimento il tradimento e Gesù dice: “Ora è venuta la gloria mia e del Padre ed egli mi glorificherà subito con la croce”: l’amore di Gesù glorificato con un tradimento. Anzi il tradimento ha fatto gloria a questo amore di Gesù perché Gesù ama non per vantaggio, ma per amore. Ecco perché Giuda uscendo, ed era notte, uscirà da questa logica dell’amore e farà prevalere la ragione che lo porterà alla disperazione e all’impiccagione. Quando pensi che Dio non può perdonarti, sappi che veramente l’altro ha completato in te l’opera sua e ti trasforma in un dio di te stesso e ti dice che il Dio vero non può perdonarti perché è troppo grande il tuo peccato. Invece Gesù svela una cosa veramente profetica: la sua comunità è la comunità di coloro che si amano come Gesù ci ha amati. Gesù ci ha amati e ci ama con uno strumento inquietante: il suo silenzio. Non ci corregge, ci ama; è morto sulla croce per noi, si lascia tradire, si lascia abbandonare per noi. Papa Benedetto sottolinea come questo Dio che sembra continuamente vacillare e scomparire è invece sempre vincitore.
Come dobbiamo amare noi che siamo di Gesù? Dobbiamo amare con l’intelligenza di Gesù, con il silenzio di Gesù, con il cuore di Gesù, con la pazienza di Gesù, sapendo che Gesù conosce bene i nostri tempi intermedi per arrivare ad un obiettivo e conosce molto bene anche le nostre oscurità che nascondono una nostalgia infinita d’amore. Amare come Gesù significa chiudere gli occhi sulla figura, spegnere la mente sulla razionalità perché queste due vie ci impediranno sempre d’amare, infatti quando ami e pretendi di correggere stai amando come una suocera. Quando ami e pretendi di correggere l’altro con argomenti logico-razionali non ci sono successi. Quand’è che si ama? Quando, pur vedendo, non vedi, quando, pur potendo parlare, fai un silenzio intelligente, perché richiamare, correggere con la forza della vista, degli sguardi e della ragione fa entrare in una strada fallimentare, che allarga il fossato. San Gregorio magno diceva che un vescovo deve: “vedere tutto e non vedere niente, sapere tutto, intervenire poco, amare sempre”. Questa strada che ha percorso Gesù è l’unica strada per poter insegnare l’amore a chi magari non lo ha ancora conosciuto perché disperatamente chiuso nella ragione, nello sguardo, nella vista umana.
Per amare gli altri così dobbiamo amare noi stessi così, invece i cristiani molte volte vengono caricati di sensi di colpa, di rimorsi.
Gesù ha parlato solo alla fine con l’adultera, ma non ha risposto agli accusatori né a Pilato, non ha fatto la predica alla samaritana, né l’ha fatta il padre del figliol prodigo al figlio minore, egli ha amato accogliendo quello che c’era davanti, spegnendo l’occhio, spegnendo la mente, aprendo il cuore, alzando le mani a Dio. Ma questa è la via che vincerà.
È importante anche amare le persone nel segmento dei lavori in corso della propria vita. E nei momenti di crisi, nei momenti difficili e bui, proprio lì sentirai l’amore di Gesù che ti ama lo stesso.        Ecco perché il vangelo è uno scandalo che molti hanno ridotto ad una tisana o all’olio di ricino.
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