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15 marzo 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di domenica 15 marzo 2020
III Domenica di Quaresima. Anno A


Prima lettura   Es 17,3-7


Questo episodio dell’Esodo viene ricordato anche nel salmo 94, che si prega come Invitatorio nella Liturgia delle Ore. Oggi la Parola ci mostra la figura del grande Mosè che prende paura di un popolo ribelle. Il popolo d’Israele, infatti, non era un popolo facile da governare e da accompagnare, è come il popolo del nostro tempo; cambiano i secoli, ma la gente rimane sempre popolo e vuole tutto e subito. Oggi la gente ama molto l’umano, l’immediato, il concreto, il piacevole, il facile, non accetta lo sforzo, l’attesa, il sacrificio. Anche oggi servire il Signore in questa gente non è semplice. Che cosa vuol dire servire le anime? Anche noi serviamo le anime nella nostra famiglia, nelle persone che conosciamo, nelle persone che chiedono una preghiera, cioè siamo chiamati ad accompagnare un popolo alla libertà dei figli di Dio. La gente di oggi non è cattiva, ma ha una sete inconsapevole di profondità che confonde de con quella immediata della superficialità. Anche tra i nostri amici, tra i nostri familiari, ci sono persone che stanno perdendo la speranza, la profondità, l’eternità perché sono schiacciate da questo vorticoso modo di procedere nella storia in cui le notizie si rincorrono e dove tante volte ci sentiamo impotenti, spaesati e non sappiamo cosa dire o cosa fare. Dobbiamo aiutare queste persone, con tanta grazia di Dio e con tanta preghiera, a scoprire che dietro la sete dell’immediato c’è un’altra sete, ben più profonda.  Come parlare oggi alla gente che non frequenta più regolarmente per coinvolgerla nell’annuncio? Intanto occorre pregare tanto, perché è tutta grazia di Dio, però oggi c’è una sete che accomuna tutti, credenti e non credenti, è la sete di felicità. La gente è inquieta, triste, incattivita, domanda la felicità con diritto, perché la felicità è uno dei componenti del dna dell’uomo, ma per arrivare a placare la sete di queste persone, prima di tutto dovremmo fare loro non un discorso rivelato di fede, ma partire dal loro cuore e da che cosa c’è in esso. I veri credenti grazie alla Parola di Dio e allo Spirito Santo possono sentire che cosa c’è nel cuore dell’uomo e partire da qui. La struttura chiesa è rifiutata dalla maggioranza, la messa festiva ha sempre meno utenza perché la gente va altrove, ma resta il fatto che la gente ha sete di felicità. È la dinamica misteriosa dello Spirito Santo che mette in moto questa sete; Egli, che è presente in ogni anima, anche in chi non crede, mette in moto questo meccanismo della felicità, perché dietro questo bisogno c’è un altro bisogno profondo, che è quello dell’identità. Oggi molti crollano e se ne vanno perché non ce la fanno più, diventano una centrale di servizi, ma non hanno scoperto e compreso chi sono per Dio. Quando non sappiamo chi siamo, quando non siamo felici, partoriamo una relazione killer con gli altri. Quando non siamo dissetati dentro, non possiamo essere felici.
Dio dà un ordine a Mosè: “Passa avanti” cioè lo invita a non diventare schiavo delle ideologie del popolo. Il primo servizio che possiamo fare per la sete di questa gente e per salvare il popolo è passare davanti a loro, distanziarci, qualificarci, identificarci come uomini di Dio. se facciamo parte della loro schiera, non siamo diversi e non salviamo nessuno. Passa davanti e prendi in mano il bastone, segno della pastoralità, della potenza e della sicurezza per arrivare alla roccia che è la Parola di Dio, la presenza di Dio. Allora il popolo potrà essere dissetato perché la gente di oggi, analfabeta della vita, della fede, delle relazioni, dei sentimenti, dell’amore, della fedeltà ha bisogno di persone diverse che passino davanti, su ordine di Dio, per diventare condottieri, testimoni e, molte volte, solitari, per far capire che c’è un’altra soluzione che non nasce dalla votazione maggioritaria dell’ideologia del pensiero unico, ma del pensiero di Dio.


Seconda Lettura          Rm 5,1-2.5-8

Questa Parola dovrebbe farci vibrare perché è l’icona della follia di Dio per noi. Paolo è ironico e dice che forse si può trovare qualcuno che muoia per una persona buona e dabbene, ma Gesù è morto mentre noi eravamo ancora delle “carogne”. L’amore di Dio viene spesso banalizzato con il buonismo tollerante secondo cui si può fare tutto, tanto Dio è sempre d’accordo, mentre questo brano ci ricorda che Gesù è morto per noi mentre eravamo ancora peccatori. La parola parla di speranza: “La speranza poi non delude”. La speranza non è l’ottimismo, la speranza è rappresentata da un’ancora perché, se noi ci leghiamo a Gesù Cristo, Egli ci dice una cosa che fa tremare i polsi: “Ricordati che il problema della tua vita non è il tuo peccato, il problema principale della tua vita è che non credi fino in fondo che io muoio per te, sebbene fai peccati, non per approvarli, ma perché non voglio che il peccato che fai diventi l’aria inquinata della tua vita”. Il peccato non è semplicemente una trasgressione ad una legge di Dio, ma è il disfacimento della nostra vita, della nostra persona, del nostro essere. Il peccato porta come prima conseguenza la solitudine e l’inferno sarà una solitudine eterna, in cui l’essere umano, chiamato alla relazione, dovrà vivere sempre solo. Il peccato scioglie in noi la relazione profonda con il nostro Dio. Quando crediamo che Gesù è morto per i nostri peccati, Egli ci rimette ostinatamente in relazione con il nostro Dio, che per noi è morto, anche se siamo peccatori.
Il serpente nell’Eden ha ingannato i progenitori quando ha calunniato Dio e loro ci hanno creduto, quando hanno mangiato il cibo avvelenato, allora sono venuti la vergogna, il nascondimento, la fuga; quando poi è arrivato Dio, si è resa visibile la relazione ammalata: “La donna, che tu mi hai posta accanto, mi ha detto e io ho mangiato… il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. Questo è il peccato.
Oggi il sacramento più profetico da riscoprire è la confessione, qui veniamo rieducati alla relazione con Dio e a capire che Lui muore per noi, sebbene siamo peccatori, perché Lui non vuole da noi la sua aspettativa, ma il nostro cuore e la gioia di alfabetizzare ancora il linguaggio della nostra vita.   


Vangelo  Gv 4,5-41

I pozzi erano i punti di aggregazione del tempo. La samaritana rappresenta la nostra anima di fronte a Gesù. Molte volte essa pensa di non essere interessante per nessuno, molte volte vive il grigiore dei giorni e la ripetitività, non si sente né cercata né aspettata né amata. Invece la samaritana quel giorno nella sua quotidianità trova Gesù che l’aspetta. La nostra anima è aspettata da Gesù presso il pozzo del nostro cuore. Che bello sapere che Gesù è arrivato prima ed ha aspettato la donna! Gesù arriva sempre prima e aspetta la nostra anima.
Quest’anima era ferita dalle stesse nostre ferite. La nostra anima è ferita dalle pre comprensioni mentali, dalle prevenzioni. “Dammi da bere” “Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono samaritana? “, molte volte l’anima non comincia un dialogo d’amore, ma tira fuori le solite storie: non sono bravo, sono peccatore… quante prevenzioni, anche nelle nostre relazioni…    
La seconda ferita della nostra anima: “Ma tu dove hai il recipiente per attingere l’acqua, sei forse più grande del padre Abramo?” Molte volte noi ci fermiamo e siamo arenati alla funzionalità della nostra vita: dov’è il recipiente? Dov’è il frutto? Dov’è la buona opera? Dov’è la tua visibilità virtuosa? Non c’è e allora come si fa ad attingere l’acqua? Gesù non ha bisogno di un recipiente, perché la nostra anima non può essere contenuta in una unità di misura fatta dall’uomo.
La terza ferita è rappresentata dalle ferite affettive: “Vai a chiamare tuo marito? Non ho marito…” L’amore o viene da Dio o è un’incursione e una guerra mossa dagli uomini. Chi non ti ama viene per dominarti, per guerreggiare, per farti fare quello che vuole.
Altra ferita dell’anima è quella dell’accostamento religioso. “Dove bisogna adorare il Signore, su questo monte o a Gerusalemme?” “I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Sii libera, vai nel luogo dove vuoi, ma incontra il tuo Dio, non fare della tua logistica e della tua tempistica la modalità perché ogni anima è mistero, sigillo e profondità nella propria esperienza con Dio, e nessuno può toccare le modalità della nostra anima e dirci che sbaglia a fare un certo cammino o a vivere una certa esperienza: nessuno può permettersi di penetrare la nostra anima.
La donna ha avuto l’incontro con Gesù ed è rimasta sconvolta perché si è sentita letta dentro e le è stato detto quanto di segreto teneva in sé, anche la nostra anima è ferita da tanti segreti che forse non confesseremo mai per la vergogna, per l’imbarazzo per non perdere la faccia… mentre a Dio basto uno spiraglio per amarci.
Quindi arrivano i discepoli, dopo essere andati a fare la spesa, e si meravigliano che Gesù parlasse da solo con una donna. È una comunità, figura della chiesa, che si meraviglia se il Signore arriva alle anime e le cattura con metodi non ortodossi, non chiedendo il permesso a nessuno.
La donna se ne va a portare la chiacchiera in paese, non era ancora convertita, si era fermata alla consulenza magica di Gesù e va a raccontare che ha trovato uno che le ha detto tutto riguardo alla sua vita. Per Gesù anche questo rapporto esoterico con le anime è l’inizio di una maturazione successiva.
Intanto arrivano i discepoli e portano da mangiare al maestro, ma Gesù non mangia, i discepoli danno una risposta scontata e pensano che qualcuno gli abbia portato qualcosa, è la risposta della nostra chiesa di oggi che si ferma all’interpretazione scontata delle cose e non ha più discepoli.
Poi Gesù dice loro di non pensare di essere i primi della classe, nemmeno gli indispensabili, e nemmeno i più bravi perché essi sono subentrati a chi prima di loro aveva seminato, sofferto, pianto, lottato.
Quindi arrivano i Samaritani che credono non più per le parole della donna, ma perché essi stessi hanno udito. Ecco il parto di questa parola: “Ora sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”.  


Prima lettura   Es 17,3-7

La Parola di Dio, che questa domenica ci racconta l’esodo del popolo d’Israele verso la terra promessa, è una Parola vera perché racconta ciò che tutti noi siamo: insofferenti di ogni più piccola pena; non riusciamo a sopportare niente e non appena ci manca qualcosa, c’è subito la mormorazione e la ribellione.
Quella raccontata dalla Parola fu una mormorazione talmente forte da far dire a Mosè: “Fra poco mi lapideranno”. Mosè ha dovuto portare alla libertà un popolo essenzialmente rissoso, tribale, che soffriva per la sete e lo rimproverava per averlo fatto uscire dall’Egitto. Oggi abbiamo a che fare con questa gente, abbiamo come referenti della gente che non sopporta più niente, che non ha più pazienza per nulla, che non sa dare un significato alla prova, all’attesa e all’imprevisto. Questa è la gente di oggi e anche noi siamo parte di questa gente, perché quando ci vengono rubati il cuore, la libertà del cuore ed il sogno che Dio ha messo nel nostro cuore, nulla ha più senso, tutto diventa pesante, tutto diventa un ostacolo, perché il cammino della libertà è un cammino difficile in quanto la libertà è un dono che viene dato solamente a coloro che perseverano nel cammino.
Mosè, pieno di paura, dice a Dio: “Che cosa farò io per questo popolo?” e in questo la Parola ci mostra che nessuno ha le soluzioni, neanche Mosè aveva la soluzione, per cui pretendere di essere creatori di risoluzioni è veramente sfasare il nostro ruolo. Le nostre soluzioni sono sempre precarie e a metà strada, le soluzioni non sono in mano nostra.
Quando Mosè grida al Signore, Egli gli ordina di passare davanti al popolo, di prendere gli anziani e di correre avanti; noi non avremo mai le soluzioni se ci faremo mangiare dalla logica di un popolo. Il popolo, per essere aiutato, ha bisogno di persone diverse, di persone che parlino un’altra lingua. Il nostro popolo sta morendo perché tutti parlano la stessa lingua e non c’è più profetismo. Per essere profeti bisogna correre avanti.
Noi pensiamo di aver reso un servizio alla nostra gente diventando come lei, ci siamo adagiati, pensando che l’adagiarsi, l’essere come gli altri e il parlare come loro avrebbe salvato un popolo. Invece Mosè deve fare un gesto che non fa il popolo, perché Dio, quando vuol salvare un popolo, lo salva attraverso pochi. Quando Dio vuol salvare un popolo, non si serve di consultazioni, non attende approvazioni, non vuole testimoni rassicuranti e non aspetta l’applauso. Uno stile pastorale che non piace oggi, un tempo in cui c’è tanta demagogia sulla comunione e sulla compartecipazione. È difficile essere uomini di Dio con il popolo e Mosè diventa uomo di Dio perché ascolta il Signore, non diventa schiavo di sondaggi, non ascolta la base, ascolta Dio per la base. A questo popolo assetato Dio dà una soluzione: con il bastone con cui ha percosso il Mar Rosso, Mosè deve arrivare alla roccia, che san Paolo poi rileggerà caricandola di una simbologia cristiana (roccia che, secondo i rabbini, seguiva il popolo) e percuoterla perché da lì uscirà dell’acqua che disseterà il popolo. Per noi oggi questo gesto indica che la soluzione che il Signore dà per il popolo è quella di battere con fiducia il cuore della Parola. In quella roccia è simboleggiata la fortezza della Parola, e l’acqua della Parola è nascosta dentro l’involucro roccioso, mentre il bastone che batte la roccia simboleggia l’attenzione profetica dei cristiani che, raccogliendo l’urgenza e l’emergenza di una disidratazione delle anime, battono la roccia e la roccia fa sgorgare l’acqua che disseta tutto un popolo.
Oggi la gente ha sete dell’acqua della Parola perché sta disidratandosi con le opinioni. Oggi la gente ci sta chiedendo la profondità interiore della Parola, perché è stanca di sondaggi; oggi la gente sta morendo di sete perché non c’è nessuno che, facendo scaturire l’acqua della Parola, aiuti le persone a reinterpretare nella profondità di Dio ciò che è stato banalizzato dall’arroganza della mente.
I profeti corrono avanti, Mosè con gli anziani è corso avanti e non ha chiesto al popolo se poteva farlo, non ha aspettato l’approvazione del popolo, ma ha fatto ciò che Dio gli ha detto e l’acqua è uscita e ha dissetato quella gente ridandole il significato profondo della libertà e della profondità della vita.
Oggi tanta gente sta disidratandosi perché non battiamo più la roccia della Parola e non le diamo l’acqua che sta al suo interno, cioè il fascino interiore della Parola.
 

Seconda Lettura          Rm 5,1-2.5-8

San Paolo ha raccontato ai Romani l’amore di Dio, ed è proprio l’evento dell’amore di Dio che ci dà speranza. Gesù è morto perché noi avessimo la vita. Perché Gesù è morto? Perché non voleva che noi morissimo nei rimorsi dei nostri peccati, anzi è morto perché noi eravamo ancora deboli e non ha preteso una prova previa per morire, ma è morto senza nessuna speranza certa di una nostra risposta, perché l’amore di Dio è così. Perché noi, quando è morto, eravamo ancora deboli? La nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra povertà è stata generata da una mancanza di esperienze tangibili profonde ed ardenti di amore. Ci hanno parlato tanto di amore, ma l’amore non è un argomento, è un atteggiamento che si sente, si vede, si tocca. Il vero amore, il grande amore non aspetta il nostro cambiamento, prima accetta di morire. Questa è la logica della croce, questa è la speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito. L’amore di Dio non è stato centellinato, Dio non ci ha distribuito l’amore a gocce, ma Lui lo ha riversato nei nostri cuori come un fiume con lo Spirito santo, perché solamente così avremmo potuto sentire quanto Dio ci ama.
Noi, che siamo stati salvati in questo modo, non abbiamo appreso la lezione e molte volte diventiamo inciampo all’amore di Dio. Non possiamo essere collaboratori di questa storia d’amore cristica, se abbiamo deciso che l’amore si dà a chi se lo merita, a chi ha dimostrato che se lo merita e a chi sta facendo sforzi per meritarselo. Intanto, però, la gente resta senza l’amore di Dio. Invece la Parola ci dice che Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
La debolezza della gente di oggi sta nel fatto che non ha mai sentito l’amore. Se non si sente  l’amore nello stile di Gesù, si entra nella logica del meritarselo, del guadagnarselo, del dimostrarlo, ma allora si dà amore a gocce, perché troppe fanno male, e il fiume di Dio non verrà dato, perché saremo argini di cemento che impediremo questo straripamento e i cuori rimarranno senza questo amore.
    

Vangelo  Gv 4,5-41

C’è un’ora nella nostra vita che verrà o è già venuta, un’ora che non abbiamo determinato noi,un’ora che non abbiamo deciso noi, un’ora nella quale Gesù ha deciso di aspettarci per incontrarci. Chi ci ama sa molto attendere e chi ci ama non ci vuole incontrare nella frettolosità di un momento convenzionale o insieme a persone che condizionerebbero la nostra libertà. Gesù ci aspetta come ha aspettato quella donna sola, in un’ora inconsueta, mentre nel sole della Palestina, nella calura, avanzava con la brocca e Lui, seduto sul pozzo di Giacobbe, l’aspettava, perché l’ora dell’incontro è determinata solo da Lui, così la modalità dell’incontro, perché non possiamo dire che l’incontro lo abbiamo preparato noi, perché la grazia non permette sconfitte nella generosità e nella tempestività dell’amore.
Gesù era affaticato perché solamente chi è affaticato può capire la nostra fatica. Quella donna che arriva al pozzo riceve da Gesù una domanda, così Gesù ci insegna che per costruire un dialogo profondo con gli altri non si diventa siluri di domande imbarazzanti, ma ci si apre la strada con una richiesta umile, attraverso cui si rivela all’altro un proprio bisogno: “Dammi da bere”. Gesù non è un magistrato, Gesù è l’amore e chiede da bere alla donna. La donna, figlia di Giacobbe, figlia di una cultura, di una mentalità, di una formazione subìta, mette davanti a Gesù una difficoltà, una divisione: “Io sono samaritana, tu giudeo, non posso avere rapporti con te”. Quando non abbiamo conosciuto l’amore di Dio, ragioniamo solamente con gli steccati delle pre comprensioni e delle prevenzioni, perché quando nella nostra vita hanno sacralizzato cose relative e transitorie ci hanno tabuizzato nella libertà e nell’amore. Il sedersi di Gesù sul pozzo di Giacobbe è segno della sua vittoria sul pozzo della religione, della legge, della storia, della tribalità di Israele. La samaritana ci dà un messaggio: occorre non sbagliare pozzo; c’è il pozzo di Giacobbe e c’è il pozzo di Gesù. Il pozzo di Giacobbe è profondo perché la sacralità religiosa imposta ha creato nel nostro profondo lacerazioni e traumi, e necessita di un secchio, perché quando non facciamo esperienza di libertà ci viene tutto misurato nella misura che ci viene data. Il pozzo di Giacobbe è un pozzo materiale che comporta lavoro, fatica.
Nel dialogo avviene un fraintendimento: Gesù parla in senso spirituale, la donna capisce in senso materiale; Lui parla di un’acqua viva, la sua Parola, lei dell’acqua elemento.
Improvvisamente Giovanni cambia argomento: Gesù chiede alla donna di andare a chiamare suo marito e di ritornare. Gesù, quando ci incontrerà, nell’ora che stabilirà Lui, nella modalità che provvederà Lui, quando ci guarderà, scoprirà in noi una vedovanza, anche se siamo felicemente sposati, un trauma d’amore e un massacro nella ricerca d’amore, infatti quella donna ha tentato cinque volte di essere amata, ci ha provato anche una sesta, sperando che nella molteplicità dei tentativi le venisse dato l’amore. Alla richiesta di Gesù, la donna risponde: “Non ho marito” perché quando incontreremo il Signore ci accorgeremo che siamo veramente soli, anche se siamo apparentemente sposati, se siamo genitori o figli, anche se abbiamo parenti ed amici. Solamente  l’amore del Creatore può dare un senso pieno alla voglia di sponsalità e di appartenenza della nostra anima. Se alla base non c’è il Creatore, tutti i mariti che possiamo avere avuto, tutte le esperienze che possiamo avere avuto e che facciamo sono massacri belli e buoni.
Oggi la gente è massacrata nell’amore e non trova qualcuno che gli dice che Gesù la sta aspettando.
Oggi il trauma più grande è scoprire che molte volte siamo soli e non siamo amati.
Poi la donna domanda a Gesù un’informazione religiosa e la modalità giusta per adorare Dio, una modalità legata ai luoghi. E Gesù dice che Dio non viene adorato logisticamente in luoghi prescelti, ma Dio è dentro di noi, è nel nostro cuore, nella nostra vita, Dio è in quel nostro silenzio che abbiamo fatto su noi stessi perché non sapevamo e non sappiamo a chi raccontare le dimensioni imbarazzanti della nostra vita, perché abbiamo paura di trovare orecchi superficiali che ci massacrino ancora. Dio è dentro di noi: “Io sono il tuo Messia, il tuo Signore”, dice Gesù alla donna ed ella lascia la sua anfora, perché quando si incontra Gesù, si lascia la misura precostituita dagli altri. Nel momento in cui la donna, sentendosi letta nel silenzio del suo cuore, corre in paese, arrivano i discepoli che sono l’icona della chiesa e si meravigliano che Gesù parlasse con una donna, perché molte volte anche la chiesa è avvelenata e intossicata dalle pre comprensioni e dalle modalità erette a dogmi e a verità irreformabili. Fa sempre meraviglia una persona libera e anche gli apostoli si sono meravigliati di Gesù, ma non hanno posto domande: quante volte, anche nelle nostre comunità, si parla alle spalle delle persone e non c’è il coraggio del confronto maturo e sereno. Intanto la donna porta a Gesù un sacco di gente perché Gesù si fa raccontare anche dalle persone instabili, emotive, magiche, esoteriche, circensi: purché Egli venga annunciato, il mezzo è relativo. E quella donna, così chiacchierata, smuove un paese, perché forse Gesù molte volte si serve di mediazioni a cui facciamo fatica a credere, perché i gusti di Dio sono in netto dissenso con i nostri.
I samaritani vanno da Gesù e gli chiedono di fermarsi. Quante volte vorremmo imprigionare quello che ci porta luce e quello che ci ha colpito, ma Gesù si ferma da loro solo due giorni perché è libero e non ha assolutizzato nessuna esperienza, nessun popolo, nessuna razza; Gesù non si è fatto imprigionare in una stabilità rassicurante. Questo è lo stile della libertà di Dio. Saremo liberi quando avremo il respiro e il modo per dire anche: vado oltre. Se ci faremo imprigionare, se ci faremo rendere stanziali, perderemo quell’unico comando di Dio: “Cammina, sii libero, sii di tutti, ma non farti usare da nessuno, va oltre”.   


Vangelo  Gv 4,5-41

Gesù si trovava in Giudea dove stava evangelizzando quando sorge una disputa tra i suoi discepoli e quelli di Giovanni, allora Gesù se ne va. In questo possiamo contemplare la libertà itinerante di Gesù, che è un grande maestro di libertà, non cerca discussioni o polemiche, appena può va, non si lega a nessun posto, non si lega a nessuno per conservare la sua libertà, per non farsi strumentalizzare. Giovanni ci dice che per arrivare in Galilea doveva attraversare la Samaria, avrebbe potuto costeggiare il mare per evitare questa regione, che era considerata un territorio impuro, ma il dovere che lo spingeva era di tipo spirituale, era un dovere d’amore. Gesù arriva in una località chiamata Sicar, è solo perché aveva mandato gli apostoli a fare le spese. La prima luce di questa Parola è che non siamo noi che cerchiamo Gesù, ma è Lui che ci cerca e sa aspettarci. Gesù non è una decisione etica ma, come diceva papa Benedetto, è un incontro; è Lui che organizza questo incontro, che crea tutte le condizioni per un incontro, perché sa che tutti siamo ammalati, traumatizzati e mancanti di relazioni spirituali profonde che riempiono il cuore.
Gesù si ferma presso questo pozzo perché sa che deve arrivare una persona. Ai tempi di Gesù i pozzi erano luoghi di incontro e a Sicar c’era il pozzo fatto risalire a Giacobbe. Lì arriva una donna sola. Questa donna, di cui Giovanni non ci dice molto, è sicuramente strana, perché va ad attingere acqua a mezzogiorno, quando è già caldo, non al mattino presto, di buon’ora, ma forse perché vuole evitare l’incontro con le altre donne, forse era una donna chiacchierata del luogo. Lì trova Gesù che la sta aspettando: questo è l’amore di Gesù, è il racconto di grazia che Egli compie e lo fa anche oggi, con noi, però dobbiamo lasciarci incontrare da Lui.
Giovanni annota che Gesù era stanco del viaggio; la sua stanchezza è la nostra stanchezza ed è una stanchezza sottile, quando il nemico ci mette in testa che non serve a nulla quello che facciamo, che non serve  a nulla pregare, credere.
Gesù, per cominciare un dialogo, chiede alla donna una cosa ovvia, scontata: “Dammi da bere” e la donna non risponde con l’acqua, ma con tutte le sue riserve mentali: quando abbiamo la testa che non è nel cuore di Dio, essa produce solo riserve, paure: “Ma perché tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono samaritana?”. Al tempo di Gesù prendere dell’acqua da un recipiente samaritano era contrarre impurità. La donna è figlia della sua cultura, del suo popolo, del pensiero dominante, non è figlia della libertà di Dio. Gesù va cuore a cuore con una persona nemica, perché Egli cerca le anime.
Se vogliamo bere l’acqua viva di Gesù, che è il segno dello Spirito, prima di tutto dobbiamo permettergli di destrutturarci dalle nostre riserve cerebrali che ci portiamo dentro. Quante volte i rapporti con alcune persone non decollano per le nostre prevenzioni e le nostre paure! Questa donna era anche una povera conoscitrice perché Gesù le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice dammi da bere, tu stessa glielo avresti chiesto”. Che cosa non capisce la donna? Non capisce il linguaggio di Gesù perché è figlia di un linguaggio dell’ovvio, del visibile, dell’utile e del misurato, perciò non può capire il linguaggio dello Spirito, infatti dice: “Tu non hai un secchio, il pozzo è profondo, dove prendi dunque quest’acqua?”. Quando non entriamo nella dinamica dello Spirito, usiamo un linguaggio orizzontale e pensiamo che con questo linguaggio si possa placare la sete di infinito che ha l’uomo. La samaritana è una donna che va al sodo, ma non entra nel linguaggio dello Spirito. A volte un male della chiesa è che l’aspetto docente della Parola non scalfisce più quasi nessuno perché la Parola non viene liberata in tutta la sua carica di grazia e di profondità, viene collocata in un contenitore, in una superficialità.
Il pozzo profondo dove c’è l’acqua viva è il cuore spirituale di ciascuno di noi e il contenitore è la misericordia di Gesù.
Il pozzo profondo è dentro di noi e in fondo c’è l’acqua viva che ci libera da tutta la problematica della testa senza il cuore di Dio che distrugge la nostra pace, la nostra apertura e la nostra libertà. La samaritana è una donna rassegnata, rinsecchita dentro un ambiente che la stava soffocando.
Gesù, dopo aver parlato dell’acqua viva, arriva al punto centrale della vita della donna: il suo cuore devastato. Gesù non vuole che la donna chiami il marito per farle una predica sulla monogamia, ma le dice di andare a chiamare il marito per farle capire quanto sola fosse: non era di nessuno, aveva cercato molto, avendo avuto cinque mariti e un convivente, ma, in fondo, non apparteneva a nessuno. Quando non incontriamo Gesù che cambia il nostro cuore, il nostro cuore sopravvive domandando l’elemosina dell’amore a chi non la può dare perché l’uomo, se non viene da Dio, non ci può dare amore. Gesù legge il cuore di quella donna e questo aspetto determina un innalzamento della relazione tra lei e Gesù, infatti innanzitutto la samaritana l’aveva riconosciuto come giudeo, ora lo chiama profeta. È profeta perché ha letto nel suo cuore tutto ciò che lei aveva censurato, secretato, coperto e silenziato. Dio ci legge dove non leggiamo, Dio capisce dove noi non comprendiamo, e comincia a guarirci quando ci toglie dagli armadi tutti gli scheletri che vi abbiamo messo dentro. Gesù passa, ma non come ispettore della sicurezza, Gesù accoglie, racconta quello che noi non abbiamo il coraggio di raccontare, perché Gesù è misericordia, pace, libertà, grazia. Gesù sa che, quando Egli legge il nostro cuore, comincia a guarirci perché ci fa sentire un amore che cercavamo e non avevamo mai trovato. Il moltiplicare e il frantumare il cuore non dà la felicità. Quella donna aveva una sete d’amore infinita: aveva bussato a sei porte, ma solo Gesù poteva darle l’amore purissimo.
Chi ci ama? Colui che non ha impazienza con noi, ma ha un amore di misericordia e di pazienza e racconta quello che noi non abbiamo il coraggio di dire perché ci sentiamo sporchi e peccatori.
Gesù legge il nostro cuore anche oggi, basta che ci mettiamo davanti al Santissimo e facciamo silenzio.
Quella donna cambia argomento e chiede a Gesù dove è il luogo giusto per adorare. Egli dichiara superato il tempio di Garizim e di Gerusalemme, perché adorare non è un’attività cultuale e religiosa, adorare è avere trovato Dio attraverso lo Spirito santo e nella verità di Gesù. Nell’adorazione ci sentiamo niente davanti alla maestà di Dio, lì facciamo esperienza di Dio. È lo Spirito che muove gli adoratori che il Padre cerca. Se nelle nostre comunità avessimo l’adorazione perpetua vedremmo in pochi mesi un trionfo della fede. Non c’è un luogo giusto dove adorare, c’è un atteggiamento giusto, perché il vero tempio  è Gesù.
La donna afferma: “So che deve venire il Messia chiamato Cristo” per i samaritani il Messia era Mosè che tornava, perché gli unici libri sacri e rivelati che riconoscevano erano il Pentateuco. Gesù dice che il Messia è Lui. La relazione tra Gesù e la donna si innalza ancora, infatti la donna gli riconosce il titolo di Messia: con Gesù camminiamo, maturiamo, avanziamo e il pozzo è il segno della chiesa che dovrebbe favorire l’incontro vivo con Gesù.
“Intanto arrivarono i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna”, in quanto i rabbì ebrei non parlavano mai con le donne e non le volevano a seguito perché significava rendere scadente la loro attività rabbinica. Gesù è rivoluzionario in questo senso. Il passo dimostra che anche i discepoli di Gesù sono figli delle riserve, dei tabù, della cultura. A volte è molto difficile capire lo Spirito, la libertà di Dio e anche i santi che lo Spirito suscita. Se non abbiamo lo Spirito, ragioniamo per categorie e ci meravigliamo per qualcosa di diverso, infatti anche gli apostoli cadono nel fraintendimento dei discorsi.
Ai tre titoli di Gesù: giudeo, profeta, Messia, si aggiunge quello attribuitogli dai discepoli: rabbì. Nel frattempo la donna si allontana e si reca al paese, però Giovanni annota che lascia lì la sua anfora, non è un particolare insignificante: la donna è stata guarita dalla misura (l’anfora), ma anche da tutta quella ritualità di abluzione che veniva fatta allora con l’acqua. La donna è già dentro una conversione, lascia l’usuale, lascia la misura e va in paese a dire che ha trovato uno che le ha detto tutto. È un annuncio molto basso dell’opera di Gesù, però l’azione dello Spirito gioca anche dove noi non giocheremmo mai. L’azione dello Spirito non è legata ad un piano pastorale, lo Spirito è libero, non si sa come opera.
La donna muove un paese perché ha incontrato qualcuno che le ha detto i suoi segreti: la curiosità e lo straordinario muovono tutti, ma a Gesù interessava principalmente che andassero da Lui. Dove c’è l’azione dello Spirito, i mezzi per muovere le anime non vanno distinti tra giusti e ingiusti. Dentro di noi c’è la sete di Dio, ma anche la sete dello straordinario di Dio, del soprannaturale.
Intanto Gesù parla con gli apostoli che non capiscono nulla: quando non si è in sintonia con Gesù, non si capisce niente, quando non si è in sintonia con il cuore di Gesù, annunciamo noi stessi, parliamo di noi stessi, siamo protagonisti di noi stessi, vorremmo gli applausi, ma non abbiamo la platea.
Intanto Gesù dice agli apostoli che stanno raccogliendo quello che altri, i profeti dell’Antico Testamento, hanno seminato, perché nella chiesa c’è chi semina e chi miete, sia chi semina sia chi miete ha lo stesso grande dono di grazia. Dove pensiamo di non raccogliere, raccogliamo perché anni prima un uomo santo o una donna santa hanno seminato.
Molti samaritani credettero in Gesù per la testimonianza della donna. La lettura del cuore di una donna ha mosso un paese, Gesù ha mandato una donna chiacchierata a testimoniarlo. I samaritani arrivano e chiedono a Gesù di restare, ma Gesù rimane solo due giorni, numero imperfetto, rimane poco e non si fa strumentalizzare. Molti samaritani dicono alla donna che essi non credeono per le parole della donna ma perché essi stessi hanno udito e sanno che egli è il Salvatore del mondo. Nel corso del brano Giovanni ci porta attraverso le varie tappe: Gesù è giudeo, profeta, Messia, Rabbì, Salvatore del mondo.
Una goccia di luce...
Chi ti ama in Dio è una persona che prima di tutto ti riveste di una gioia e di una pace che è propria della persona sapiente, la quale, venendo da Dio, non pesa e non misura, ma ama soltanto...
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