15 novembre 2020 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

15 novembre 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 15 Novembre 2020

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


Proprio quando dirà la gente c’è pace e sicurezza allora d’improvviso la rovina li colpirà come le doglie una donna incinta e non potranno sfuggire

Prima lettura
          Pr 31,10-13.19-20.30-31


Il brano elogia una donna, un’ ottima madre di famiglia, perché sa condurre bene la vita. La Parola, senza fermarci ad identità sessuali specifiche, sta evidenziando che, se la nostra vita è in Dio, sarà una vita di grande qualità perché, quando essa si incontra con la Sua grazia, diventa una lode ed un’armonia d’amore.
Dio vuole dare a qualunque anima, a qualunque persona che si immerge in Lui, una qualità di vita e la Parola ce lo ricorda affermando che supereremo le perle nel loro valore perché diventeremo tesoro di Dio e varremo più dell’arte dell’oreficeria umana. Quando siamo in Dio, abbiamo un valore inestimabile perché il nostro tesoro è Dio e facciamo parte del Suo tesoro. Quando siamo in Dio e apparteniamo a Lui, nelle relazioni con i nostri cari (qui si cita il marito, ma potremmo estendere a figli ed amici), diventiamo grandi maestri e grande luce. Le relazioni con gli altri non sono semplicemente scambi di parole, ma la relazione è emanazione di una relazione interiore che c’è in noi con Dio, il quale è causa, benedizione, forza di ogni relazione umana. Invece, quando non siamo in Dio, le nostre relazioni sono incomplete, superficiali, scorrette, utilitaristiche.
La gente ha fame di avere relazioni “consacrate” perché oggi è sempre più sola, sa esprimere il bisogno e la necessità immediata, ma è analfabeta nell’esprimere le necessità del profondo. Per analizzare questo mondo interiore può intervenire una scienza che, però, non può toccare e arrivare nel mondo della nostra anima. La relazione che nasce da una persona che è piena di Dio è una relazione di confidenza, perché sa aprire pieghe ed abissi del cuore, inoltre porta felicità e non dispiacere perché, quando si è in Dio e si instaura una relazione con le anime, Dio interviene perché quell’anima scopra nella miniera profonda del suo cuore quei tesori che non cerca più. Quando si è in Dio, nella relazione si parte sempre dai doni e dai tesori belli che ognuno ha e dei quali non si parla mai per dare gloria a Dio.
L’anima in Dio è un’anima laboriosa che riscalda perché copre, infatti fuso, conocchia, lana, parlano di una donna che tesse vestiti per la sua famiglia; un’anima che ha Dio dentro riveste le anime che incontra con il calore, la tenerezza e la maternità di Dio. La lana serve per scaldare, il lino perché l’anima possa respirare; la relazione in Dio è calore e respiro.
Un’anima che ha Dio e che è costruita da Dio è da lodare perché le sue mani diventano dono per i poveri, per i veri poveri, che sono coloro che sono estranei alla loro anima. Ecco l’icona della persona forte e perfetta. Saremo così anche noi se ricominciamo da Dio, sempre.       

Seconda Lettura             1Ts 5,1-6
I Tessalonicesi vivevano l’attesa esasperata del ritorno del Signore, attesa che caratterizzava tutte le comunità primitive, le quali dicevano che il Signore era alle porte, era imminente. E Paolo fa una catechesi a questa ansietà del ritorno di Gesù e della parusia. Innanzitutto dice che quel giorno e quell’ora verranno come un ladro di notte, pertanto è inutile fare previsioni. La fine del mondo sarà quando noi moriremo, allora finirà il nostro mondo e la nostra storia e ci presenteremo davanti a Dio. L’apostolo dice che quel giorno verrà come un ladro di notte e raccomanda ai Tessalonicesi che non si facciano sorprendere da quel giorno perché, quando il Signore verrà a prenderci, visto che la sua nostalgia per noi non sarà più contenibile e il nostro volto gli manca nel suo paradiso, ci troverà come siamo. Perché quel giorno ci potrebbe sorprendere? Perché quando saremo chiamati dal Signore, andremo come siamo in quel momento e, mentre un tempo si era molto preoccupati di vivere in grazia di Dio, ora non è più una priorità perché si parla della morte in modo burlesco ed orizzontale. San paolo dice che, quando la gente dice pace e sicurezza, arriverà la rovina: la più grande disgrazia che potrebbe capitarci nell’incontrare il Signore è essere in stato di impenitenza finale. Quando saremo trovati così il Signore non potrà prenderci con Lui, perché non avremo la veste nuziale di cui il vangelo parlava qualche settimana fa. Quand’è che siamo in grazia di Dio? Vivere in grazia di Dio non significa essere perfetti, ma non avere in noi nessun atteggiamento e nessun peccato che gli impedisca di abitare in noi: Dio ama il peccatore, ma odia il peccato e non vuole avere con esso nessun tipo di rapporto. Quando siamo peccatori impenitenti, amiamo il peccato e ci illudiamo di due cose: la prima di non morire mai e la seconda che Dio perdona sempre e tutto, ma non è così. Oggi non si pensa più a queste cose escatologiche e chi ne parla è definito terrorista spirituale, invece quando ne parliamo è una prova tangibile che amiamo le anime, vogliamo talmente bene alle anime che invitiamo gli altri a verificare se la loro anima è a posto. Pensiamo a quante persone oggi muoiono senza un prete, senza un accompagnamento spirituale, senza una preghiera, senza l’ultimo atto di pietà, quelle anime sono sole davanti a Dio; certamente Dio dà ancora a quelle anime un motivo di salvezza perché l’anima prima di lasciare questo mondo avrà ancora la consapevolezza della scelta in quanto Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità. Ma oggi c’è una visione distorta della sua misericordia che non corrisponde alla fede e al dato rivelato, perché Dio non può fare società a delinquere con il male, non perdona sempre e tutto, perdona se ci pentiamo. Abbiamo banalizzato la salvezza eterna e l’anima, pensando che Dio approvi tutto quello che facciamo nella vita, ma non è Dio che deve adattarsi a noi, piuttosto noi a Lui.
La salvezza dell’anima è una cosa molto seria. Gesù Cristo è morto per la salvezza delle anime, ha lavato le nostre anime con il suo sangue. Perché diamo da intendere alla gente che tutti ci salveremo? Speriamo e preghiamo perché tutti si salvino, ma ci vuole la nostra libertà, la nostra consapevolezza e soprattutto dobbiamo essere figli della luce e figli del giorno, cioè dobbiamo essere già collocati nella fila dei figli della luce.
Finché il mondo non recupererà la serietà della morte, la vita sarà dannata.    


Vangelo
           Mt 25,14-30

Il primo peccato di tanti è credere che il padrone della parabola abbia preso il biglietto di sola andata e non torni più indietro. Il vangelo vuole evidenziare che ogni anima è unica e riceve da Dio quello che gli è necessario e la diversità non è disuguaglianza, ma la diversità dei doni ricevuti è l’armonia dell’unicità irripetibile di ogni anima. Dio ha pensato ogni anima unica, irripetibile, bellissima. Il padrone ha iniziato il viaggio nel giorno dell’Ascensione, quando si è staccato da loro ed è tornato al Padre. Tra l’Ascensione e il ritorno c’è il tempo della Chiesa.
L’evangelista ci dice che, dopo lungo tempo, il padrone torna a verificare due cose: se abbiamo amministrato bene quello che ci ha dato o se, invece, ci siamo sentiti padroni di qualcosa che non era nostro. Di nostro abbiamo solo il peccato, il resto è tutto dono di Dio.
Questa laboriosità dei talenti è la nostra vita che tende alla santità, a portare a frutto quello che Lui ci ha dato in seme, ma la produzione del raccolto dipende anche dalla nostra laboriosità ed operosità spirituale. Perché il servo che non ha fruttificato viene condannato? Innanzitutto perché il servo aveva una visione del padrone che non corrispondeva a ciò che era (“So che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso, ho avuto paura”). Il servo pigro è l’icona delle anime, delle creature di Dio che hanno paura di investire nella vita quello che hanno ricevuto, vivono di quel poco, di quella misura, di quella sterilità che non fa fruttificare in loro i doni di Dio. Queste persone che hanno deciso di non portare frutto, verranno escluse; la Parola è terribile a questo riguardo: “Toglietegli dunque il talento (…) e il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre”. Dio ci giudicherà alla fine della vita sulla nostra operosità dei suoi doni che non è alle volte indenne da sbagli, ma Lui guarda la nostra operosità, cioè se abbiamo fatto fruttificare quello che Lui ci ha dato come seme, perché abbiamo usato i suoi doni per la sua gloria e li abbiamo fatti fruttificare, sapendo che il padrone ha preso un biglietto di andata e ritorno.  



Prima lettura           Pr 31,10-13.19-20.30-31

Il libro dei Proverbi elogia la donna ideale, la donna forte, la donna santa. Questa Parola comincia con un interrogativo: “La donna forte chi potrà trovarla?” Dio l’ha trovata, è stata Maria che ha risposto liberamente a questa ricerca di Dio. Chi è una donna forte? La Parola non vuole che ci fermiamo solamente al genere femminile, certamente questa donna forte viene elogiata nei criteri del tempo perché la Parola è incarnata è legata ad un tempo; oggi alcune cose corruttibili di questa Parola sono superate, come il filare e il tessere, per questo dobbiamo leggere la Parola in profondità.
Chi è, allora, questa donna forte che Dio sta cercando? È l’anima di ciascuno di noi se si apre alla sua sponsalità. Dio sta cercando queste donne forti, queste anime sue perché Dio sposo vuole confidare, vuole consegnare il suo cuore alla sposa fedele. La nostra anima è la realtà più profonda e più bella della nostra esistenza e quando un’anima è di Dio e ne ha carpito e sentito l’amore sponsale, quell’anima diventa forte, non di una sua fortezza caratteriale o procurata dalle prove della vita, ma diventa forte di una fortezza gratuita, misteriosa che discende dal cielo. In questo nostro tempo così decadente e inespressivo, Dio sta operando una rivoluzione silenziosa. È la rivoluzione delle anime spose del suo amore, nessuno le vede perché Dio non fa rumore, nessuno le conta, perché a Dio non interessano i sondaggi, nessuno le struttura perché Dio le difende con la libertà. Queste anime di Dio quando incontrano le altre anime, magari morte o sofferenti, portano un duplice dono: la lana e il lino, la lana per scaldare e il lino per far respirare e far passare il vento innovativo e creativo dello Spirito. Queste anime di Dio, queste donne forti di Dio, producono la  lana e il lino stendendo la mano alla conocchia e tenendo con il dito il fuso, cioè esse fabbricano la lana del calore e della tenerezza e il lino della freschezza con una conocchia ed un fuso spirituali che sono l’icona della preghiera dell’amore. Quando nella nostra preghiera stendiamo la mano alla conocchia e le nostre dita tengono il fuso, quando cioè la nostra preghiera è preghiera d’amore, doniamo a coloro che sono freddi e senza calore, il calore di Dio e la freschezza dello Spirito. Un’anima di Dio è un’anima che con le sue mani costruisce ponti e canali attraverso i quali fa passare lo sposo, non se stessa; è un’anima che tende la mano al povero, apre le sue palme al misero, cioè le anime forti, le anime che hanno Dio come amore, costruiscono relazioni nella tattilità misericordiosa  verso i miseri e i poveri, che sono coloro che sono senza lana e senza lino: freddi nel cuore, raffreddati nella speranza, paralizzati nell’amore.
Questa anima di Dio contesta ciò che è illusorio e ciò che è fugace: il fascino e la bellezza prodotti dalle creme e dalle lampade artificiali che aumentano la mascherata e rendono la bellezza costruita un insulto all’armonia e alla sobrietà. Quanta gente sformata nella bellezza, quanta gente senza fascino, mentre le mani delle anime di Dio sono mani che contengono la forza, l’energia e la bellezza di Dio. Queste anime forti, queste spose di Dio, hanno la capacità con le loro mani di mostrare quella bellezza interiore mistica, intima, che Dio ha già dato a tutte le anime e che è stata deturpata dall’arroganza delle storie senza lana e senza lino.
Fuso e conocchia sono le armi di questa donna forte perché quando si adoperano il fuso e la conocchia non si producono solo lana e lino, ma si acquisisce un’arte spirituale che è di Dio: si sa tessere relazioni profonde con chi si incontra perché si va oltre lo scontato e si entra nel labirinto del cuore, che forse è lacerato dagli ultimatum di relazioni che uccidono. L’anima di Dio sa tessere, l’anima che non è di Dio lacera. Per lacerare occorre un attimo, per tessere ci vuole pazienza e leggerezza perché non si veda il rammendo.
Tutto questo nasce dalla conocchia e dal fuso, cioè dalla preghiera dell’amore, la preghiera del silenzio, il fascino di Dio. È Dio che nella preghiera profonda insegna a tessere e a riparare le ferite urlanti dei cuori. Nel brano non c’è nulla che alluda alle belle parole che sa dire questa donna, perché quando si è di Dio, e si è di Dio quando si è liberi dentro, non occorre parlare labilmente, perché Dio concede a queste anime una bellezza e un fascino che è quello della diversità.


Seconda Lettura             1Ts 5,1-6

Quante volte vorremmo programmare Dio come un evento, vorremmo pensare a tutti gli adempimenti, organizzare i ruoli, ma Dio non è un evento e non si possono programmare gli eventi di Dio, perché Dio non è in mano al nostro calendario, al nostro orologio, al nostro modo di essere e di fare. Dio non si lascia imprigionare dagli schemi di nessuno.
Paolo usa un’espressione molto forte: Dio è un ladro, ed è un ladro perché non si preannuncia, perché detesta la formalità di un’accoglienza programmata.
Quanta modalità, quanta dimenticanza di Dio nelle nostre comunità, dove si organizza per tutto e per tutti, meno che dare respiro e spazio a Lui. Ma quel giorno arriverà come un ladro. Dio non si preannuncia, Dio arriverà e quando arriverà cominceranno i nostri dolori di parto, perché quando Egli arriverà dovremo partorire quello che abbiamo ingravidato nella nostra vita. Partoriremo vento e vuoto, come dice Isaia? Oppure, quando il Signore arriverà, finalmente partoriremo noi stessi e la nostra verità. L’arrivo del Signore indurrà un parto e quando Egli arriverà nella sua verità, che non è possibile né attenuare né organizzare, farà partorire la nostra verità. Il Signore non ci dà un preavviso quando arriverà, perché vuole sorprenderci con il suo amore e perché detesta l’accoglienza modale e perbenistica che noi gli faremmo se conoscessimo il momento. L’incontro con il Signore sarà un incontro traumatico d’amore, egli verrà come un ladro e arriverà nella nostra vita proprio là dove pensavamo di essere tutelati, assicurati, forti. Quando tutti diranno c’è pace e sicurezza, cioè quando noi ci fideremo delle letture umane del momento, allora d’improvviso, la rovina ci colpirà come le doglie una donna incinta.
Dio non si farà preparare l’incontro, non decidiamo noi né l’ora né il giorno né modalità, Egli arriverà e noi partoriremo quello che siamo. Non dormiamo allora come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.
Che cosa manca oggi nella chiesa? Manca il senso della venuta di Gesù. Tutti pensiamo che arriverà, ma la riteniamo un’ipotesi lontanissima e ci manca l’umiltà di ritenerci voce penultima e operatori facoltativi. Ci sentiamo voce ultima e operatori indispensabili della sua gloria e ci preoccupiamo di organizzare gli eventi di Dio che, invece, sono eventi di una semplicità disarmante. Perdiamo tempo, senno ed energie per rendere il mobilio perfetto, ma l’evento non è il mobilio, l’evento è Lui. Se continueremo a vivere le nostre eucaristie come autocelebrazioni delle voci penultime, che diventano voci ultime, la Voce ultima continuerà a fare silenzio. E facendo silenzio, il deserto avanza. Sapessimo noi, invece, fare silenzio!      



Vangelo
           Mt 25,14-30

Dio ci ama nella disuguaglianza, invece noi, forti di un risentimento della rivoluzione francese, vogliamo l’uguaglianza a tutti i costi. Dio fa uguaglianza quando fa disuguaglianza, perché il Signore ci dona i suoi doni proprio in base alla nostra diversità e alla nostra unica originalità. Questa è l’uguaglianza di Dio. Il vero talento non è qualcosa di esterno a noi, ma il talento siamo noi e, appunto perché il Signore conosce tutta la nostra storia, il primo dono che ci fa dandoci questi talenti è la conferma della sua compiacenza della nostra originalità che crea disuguaglianza.
Il Signore non vuole cambiare chi siamo, siamo noi che ci imprigioniamo da una vita nei nostri schemi e perciò siamo prigionieri di noi stessi, che ci facciamo male, ci facciamo sanguinare il cuore perché vorremmo essere quello che non possiamo essere e vorremmo essere il clone di qualcuno che ci ha convinto che noi non siamo niente. Il Signore quando dona con lo scandalo della disuguaglianza matematica.
Quando il Signore dona, poi se ne va, perché ci lascia un dono nel dono, un talento nel talento, che è la sua creatività trasgressiva ed originale che lo Spirito santo dona ad ogni anima perché moltiplichi i talenti di Dio. Noi siamo imbarazzati da questa dinamica, da questo essere noi stessi, perché ci fa sentire fuori posto ed è molto meglio restare nella fila e sotterrare tutto perché pensiamo che Dio sia cattivo, esigente e severo. Quando noi non accogliamo noi stessi nell’amore di Dio, proiettiamo verso Dio ciò che siamo noi. Dio, invece, quando ci fa questo dono, lo affida allo Spirito santo. Lo Spirito viene molte volte contristato nel suo lavoro perché viene scambiato per un guastafeste e non per il soffio di Dio perché il talento fruttifica e si moltiplica quando veramente noi crediamo a ciò che siamo e a quanto ci ama Dio. Finché non crediamo a ciò che siamo, non a ciò che vorremmo essere, noi siamo tristi e rendiamo tristi le nostre comunità. Ci è stato insegnato a seppellire tutto e ci è stato detto che per fare comunità bisogna essere uguali. Ma in questa maniera il gioco non funziona e le comunità diventano pianto e stridore di denti, perché non favoriscono il grande destabilizzatore di Dio, che è lo Spirito santo. Lo Spirito, infatti, perché possiamo portare frutto ci destabilizza dai nostri schemi ugualitari. Una comunità di uguali produce costruzioni geometriche perfette nelle quali Dio non si compiace.
Quando abbiamo seppellito il talento per la paura di essere diversi nello Spirito, perché siamo tutti terrorizzati e paralizzati dal giudizio degli altri, non possiamo fare esperienza di Lui perché possiamo solo dire: “Ho paura, sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra perché sei un uomo duro e che mieti dove non hai seminato”.
Il frutto del talento non è l’operatività, il talento è fiorire per quello che siamo agli occhi di Dio.
La chiesa dovrebbe essere la grande comunità dei diseguali.
 


Prima lettura           Pr 31,10-13.19-20.30-31


La prima lettura è tratta dall’ultimo capitolo del libro dei Proverbi ed è un poema alfabetico perché ad ogni strofa corrisponde una lettera dell’alfabeto ebraico. Il libro dei Proverbi fa parte dei libri sapienziali e con quello del Siracide personifica la sapienza con la figura di una donna. Mentre, infatti, a una prima scorsa questo testo sembra l’elogio di una perfetta padrona di casa, di cui esalta la bravura e il valore secondo i canoni culturali del tempo, ad una lettura più attenta e in chiave sapienziale offre degli spunti spirituali molto più profondi. La Parola ci dice che avere per compagna la sapienza di Dio è veramente avere un valore superiore alle perle. La sapienza di Dio non è tanto la scienza, ma l’interiorità di ogni anima, quell’atteggiamento umile dei poveri di Dio che sanno vedere, gustare, toccare le cose di Dio. Allora ci auguriamo che la sapienza sia veramente compagna della nostra vita perché, se ci diventerà familiare, darà spessore alla nostra vita e a quella degli altri. Infatti nel brano dei Proverbi la donna viene esaltata perché con degli atteggiamenti concreti dà qualità anche alla vita degli altri. Allora un vero credente, un vero discepolo della Parola, dovrebbe essere una persona che sa dare spessore, gioia e significato profondo alla vita sua e a quella degli altri attraverso questa sapienza che viene da Dio e che viene custodita nella sua Parola.
“In lei confida il cuore del marito” la Parola ci dice che, se abbiamo la sapienza, potremo vivere delle vere relazioni, infatti un uomo e una donna pregni della sapienza divina sono doni del cuore, dell’interiorità della persona e quando una persona è veramente impregnata della sapienza di Dio arriva a relazioni talmente forti che si colorano di confidenza. È bello sapere di poter avere qualcuno a cui confidare tutto, sapendo che è uno scrigno, mentre il più delle volte confidiamo ai “colini” che non sanno mantenere nulla. È un dono grande della sapienza avere persone che sanno ascoltare con discrezione, con intelligenza e con il cuore di Dio. Questa donna, simbolo della sapienza, sa veramente raccogliere le confidenze, cioè le parole profonde di ciascuno di noi che sono dentro al cuore e molte volte sono incapaci di farsi trasmissione di una preoccupazione o di una tensione o di una passione.
Una persona piena della sapienza di Dio è capace di avere la concretezza della vita (il profitto), ma è anche una persona che è mossa da un motore interiore che è la sapienza divina. Si può riconoscerla quando ci porta un dono: la felicità, non tanto quella stupida del mondo, ma la felicità interiore di un’anima che si radica in Dio. Ciò non significa che la felicità che ci viene donata sia essente da prove e da croci, ma è tanto più grande in quanto nasce proprio in mezzo alle prove. Se siamo veramente intimi della sapienza celeste, siamo capaci di portare felicità perché aiutiamo le persone a leggere la vita con il significato di Dio e non di quello del giornale e della cronaca. La gente oggi legge il significato immediato di se stessa e non il profondo perché la maggioranza è fuori di sé, fuori dalla sua interiorità, in cui non trova significato del suo esistere.
Quest’anima piena della sapienza di Dio è un’anima che si procura lana e lino, la lana del calore e il lino della frescura. È una persona che sa scaldare con l’amore di Dio e che sa far passare il soffio dello Spirito perché non si venga soffocati dalle cose e dagli avvenimenti.
Essa lavora questi materiali e li dà lavorati, fila la lana e il lino con la conocchia, cioè l’anima che è piena della sapienza di Dio sa filare e tessere fili apparentemente scombinati. Un’anima che è di Dio sa trovare il bandolo del cuore di ciascuno di noi, è un’anima che sa toccare il filo apparentemente fragile  della lana e del lino e sa tessere instancabilmente con l’amore di Dio perché i cuori feriti e frantumati, le relazioni malate, trovino ancora un senso di vita.
Queste anime sono quelle dei santi, cioè ciascuno di noi quando ci sforziamo di penetrare la Parola.
“La sua mano è stesa alla conocchia e le sue dita tengono il fuso”, quando si è pieni della sapienza di Dio si tiene veramente il fuso della comprensione, perché esso viene dalla sapienza celeste di Dio. “Le sue palme sono aperte al misero e stende la sua mano al povero”, quando si è pieni della sapienza si sanno avvicinare e si sa essere dono per i miseri e i poveri che sono gli insipienti del nostro tempo, cioè coloro che, privi di un’iniziazione alla sapienza divina, hanno perduto il fuso, l’armonia dei fili della vita, il significato globale della loro storia.
Il libro dei Proverbi ci invita a lodare una donna così perché è una donna che teme Dio, cioè una donna che vive con gioia il suo ruolo diverso da Dio, di creatura di fronte al suo Creatore, è una donna piena di questo suo essere creatura. Solamente una persona piena di Dio diventa bussola e faro della storia di coloro che a lei si rivolgono. Ecco perché il brano si conclude con l’affermazione: “Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città”. Quando una persona è piena della sapienza di Dio porta il bene, porta la luce alla città degli uomini.
Al giorno d’oggi, in cui tutti soffriamo per relazioni alla plastica, molte volte necessarie per sopravvivenza, incontrare una persona di questo tipo è davvero un grande dono. Senza la sapienza, senza l’interiorità, non possiamo avere questi doni.
Allora uno dei più grandi doni da chiedere allo Spirito è il dono di persone significative che sono quelle generate dalla Parola, esse, ripiene della sapienza di Dio, sono persone capaci anche di creare opinioni, non importa se vincenti, ma opinioni diverse dalla maggioranza buia, dando il dono ad un mondo come oggi di un’alternativa che molte volte non c’è per la dittatura del relativismo.
Mancano persone generate dalla sapienza della Parola, persone che hanno la pazienza di tessere, di avere in mano la conocchia e il fuso, persone della lana e del lino, del calore e del passaggio del soffio dello Spirito.


Seconda Lettura             1Ts 5,1-6

La lettera ai Tessalonicesi è lo scritto più antico di Paolo. A questa comunità che, come tutta la prima cristianità, era in spasmodica attesa della fine del mondo, poiché si pensava che la parusia fosse imminente, Paolo risponde che “riguardo ai tempi e ai momenti non avete bisogno che ve ne scriva” perché è uno dei segreti di Dio.
Spesso l’uomo è talmente preoccupato della fine del mondo che non si accorge, invece, che c’è una sapienza di Dio che ci fa continuamente dono nella nostra vita della fine di tanti mondi per arrivare alla morte, che è la fine del mondo di ciascuno. Dio ci sta educando facendo finire tante nostre esperienze: un amicizia, un’esperienza spirituale, una speranza, un progetto, un lavoro, anche la compagnia di una persona cara. Perché il Signore permette la fine di questi piccoli mondi? Perché ci sta educando alla libertà. Egli, nella sua sapienza, fa finire degli eventi della nostra vita perché essi avevano coniato due parole per noi: pace e sicurezza, erano diventati il nostro Dio e “proprio quando dirà la gente c’è pace e sicurezza allora d’improvviso la rovina li colpirà come le doglie una donna incinta e non potranno sfuggire”. Dio ha una strategia, non crudele, una strategia d’amore, perché ci ama nella nostra libertà. Dio ci ama perché ci sottopone alla brevità e alla fine di tante esperienze e attraverso questo ci purifica. Tutte le persone che Dio ama sono sottoposte periodicamente a delle fini per amore e per libertà perché le cose non diventino pace e sicurezza, perché noi non siamo nelle tenebre della pace e della sicurezza, ma noi siamo figli della luce e, se non siamo allenati alle fini intermedie, quel giorno ci sorprenderà come un ladro perché abbiamo fatto dio ciò che era transitorio e creaturale.
Quando diciamo pace e sicurezza non attendiamo più lo sposo e non attendiamo più l’esigente libertà di Dio per noi. San Giovanni della Croce ci dice che Dio ci prova attraverso due tipi di purificazioni: quelle attive, che sono quelle che ci danno gli uomini: ingratitudini, critiche, dispiaceri che Dio permette perché possiamo essere sempre più suoi e discernere chi frequentiamo, e le purificazioni passive, quelle che ci dà Lui, perché non vuole che ci attacchiamo ai nostri gusti spirituali o che la nostra fede diventi sensibilità gratificante dei sensi esteriori e non di quelli interiori. Allora siano benedette tante cose che hanno avuto fine in noi.
Dobbiamo attaccarci a Dio. Dio ci vuole bene e quando ci toglie qualcosa o qualcuno lo fa per darci ancora di più Lui. È una scuola difficile, ma occorre credere che lo fa perché stiamo soffocando. L’imitazione di Cristo dice che noi non saremo perfettamente liberi quando non accetteremo che la grazia di Dio viene e va e invece vorremmo avere sempre quella pace interiore e quella virtù che gratifica ancora una volta il nostro io.
Molte volte, quando commettiamo qualche peccato, ci dispiace di aver offeso Dio, ma sotto sotto quello che ci procura dolore è che abbiamo anche graffiato il nostro io, perché vorremmo avere un rapporto con Dio gratificante fatto di virtuosità e di meriti. Invece la vera povertà dell’anima è il più grande culto, perché siamo finalmente liberi proprio quando non abbiamo niente da offrirgli, quando non abbiamo né meriti, né santità, né bravura, quando siamo nulla, quando non abbiamo niente da dargli in contraccambio. Se non siamo niente, è Lui il tutto della nostra vita, allora si è veramente liberi e si ama Dio per Dio. Finché lo amiamo per le sue grazie e le sue consolazioni, l’amore è ancora imperfetto.             
Può essere anche che quando si è in una forte tensione spirituale il Signore ci umili con delle prove intime e permetta anche che cadiamo, ma lo farà sempre perché possiamo diventare ancora più liberi e meno attaccati alla nostra virtù.
Più ci si apre a Dio, più si è suoi, più Egli ci libererà. L’amore di Dio è esigente.



Vangelo            Mt 25,14-30


Questa Domenica leggiamo il brano notissimo dei talenti. Non è il vangelo delle attitudini di ciascuno, ma il talento per Matteo è il regno di Dio. Nella chiesa di Matteo si era preoccupati di far fruttificare il regno, questa novità di Dio, e Gesù racconta questa parabola e ci dice che Dio per amore fa differenze complementari, cioè Dio con ciascuno di noi ha misure diverse, ha doni diversi, non per umiliare, ma per completare il dono. Ecco perché l’omologazione, la clonazione non esistono nel cuore di Dio. Ciascuno riceve da lui un’unicità diversa che nell’insieme diventa completamento della sua opera. La misura numerica di Matteo significa che Dio non fa un’uguaglianza collettivista, ma Dio fa un’uguaglianza nella differenza e queste differenze non sono oppositive ma complementari, non sono differenze di numero, ma sono differenze intime in cui Dio dà a ciascuno quel talento del regno nella sua capacità spirituale.
Perché Dio condanna il servo infruttuoso? Perché egli aveva un rapporto sbagliato con il suo padrone (“Ho avuto paura di te”). Il servo dell’unico talento erano i farisei che non avevano fatto fruttificare il talento del regno perché vivevano il Dio della paura, del Sinai, delle falde fumanti, del fuoco vivo. Si ha paura di Dio e si rifiuta perché non se ne è fatta l’esperienza viva d’amore, ed è il male di oggi, ma se ne fa una descrizione sanguinaria (“Signore, so che sei un uomo che mieti dove non hai seminato”). Allora Gesù ci vorrebbe guarire dalle immagini false di Dio, infatti ce ne sono due: la prima, quella di un Dio duro, e la seconda, quella di un Dio indifferente al bene e al male, cioè di un Dio ingenuamente misericordioso. Dio non è l’immagine che crea la nostra mente, non è la nostra proiezione mentale, ma semmai è quella vibrazione interiore del cuore che ci racconta qualcosa di Lui, sebbene il dire Lui sia impossibile.
I due servi hanno trafficato il dono di Dio, questo regno, hanno corso il rischio di trafficare, di poter dare qualcosa in cambio e hanno portato frutto. Hanno cioè donato una passione, un entusiasmo, un cuore, un amore a Dio. Dio vede in loro questo amore che diventa una seduzione e li invita a prendere parte alla sua gioia, mentre il servo malvagio, i farisei, si era fermato alla mediazione della Torah e non aveva trovato Dio. La più grande disgrazia per un’anima è vivere una vita dentro un’esperienza spirituale e non incontrare mai Dio.
Quando Dio non diventa un’esperienza viva non si può amarlo, san Tommaso d’Aquino dice, infatti, che non si può amare ciò che non si conosce. Tanta gente è fuori da questa esperienza di Dio perché non è mai stata aiutata ad entrare in essa.      
stampa






 
Torna ai contenuti | Torna al menu