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15 settembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 15 Settembre 2019
XXIV Domenica Tempo Ordinario Anno C

Prima lettura         Es 32, 711.13-14


La Chiesa oggi ci offre la parola del libro dell’Esodo in cui è descritta la missione di Mosè che, mandato da Dio, va a liberare il popolo che si era dimenticato della liberazione avvenuta in Egitto e si era rassegnato ancora alla schiavitù degli idoli; un popolo di dura cervice che sente sempre il fascino della schiavitù rassicurante. Nella figura di Mosè è rappresentato ciascuno di noi. Oggi si parla molto di andare in missione, si parla della missione della Chiesa, ma molte volte la missione ad gentes si è ridotta ad un volontariato benefico per costruire strutture utili per l’uomo, come scuole ed ospedali, mentre la dimensione evangelizzante è passata in secondo piano.
Quando siamo innamorati di Dio e siamo attratti dal suo fascino lo vogliamo trasmettere. Madre Teresa di Calcutta diceva che andare ai poveri e portare loro solo assistenzialismo e non la Parola liberante del Vangelo e di Gesù farà sì che quelle persone rimarranno doppiamente povere.
C’è un popolo, la nostra gente, la gente del nostro tempo che si è dimenticata che la libertà è Dio, che Dio è il liberatore, c’è la gente del nostro tempo che si è costruita questo vitello di metallo fuso, gente che confida nelle proprie forze, nella propria mente, nelle proprie argomentazioni per rassicurare se stessa e dare forza alla propria vita eppure senza Dio la vita dell’uomo svanisce, senza la luce di Dio, senza la presenza di Dio, senza la potenza di Dio la storia di un popolo evapora. Nella nostra Europa è in atto una congiura massonica per scristianizzare il continente, ormai sono ben poche le nazioni europee in cui si trova ancora una certa pratica di fede cattolica: l’Italia, Malta, il Portogallo, l’Irlanda; quando la storia di un popolo rifiuta Dio e quando nella storia di un popolo non è presente Mosè quel popolo sta evaporando nella inutilità e nella risibilità delle soluzioni umane che non placano il cuore dell’uomo. Anche oggi Dio sta mandando ciascuno di noi in missione. La Parola ci dice che Dio non manda un gruppo, manda un uomo solo, Mosè, un uomo che, sceso dal monte dopo l’esperienza forte con Dio, va a riportare il primato di Dio, la presenza di Dio, l’azione di Dio in mezzo ad un popolo che, accontentandosi degli idoli, sta rinnegando se stesso, la sua storia, il suo futuro e la sua pace.
Oggi la missione tocca ciascuno di noi, al posto di quello di Mosè c’è il nostro nome.
Quanta tristezza oggi quando vediamo tanta gente buona che pratica la vita sacramentale che non è incendiata dalla missione! Quanta tristezza nelle nostre comunità parrocchiali che in questo periodo stanno organizzando e stanno progettando le solite cose per quei pochi e non sentono dentro le loro vene e il loro cuore la necessità, il fuoco e l’ardore di gettare la rete più al largo, quanta tristezza quando oggi, in nome del rispetto della libertà, manchiamo di rispetto al primato della missione! Che tristezza quando, in nome del dialogo, divinizzato e assolutizzato anche da molte frange cattoliche, si è rinunciatari a conquistare a Dio e a Cristo il mondo e l’umanità, quanta tristezza quando nelle nostre comunità e nella nostra storia sono presenti uomini e donne impegnati in metodologie, in discorsi umanamente sapienti, in strategie pastorali del nulla che non hanno dentro di loro il fuoco, il cuore, la passione di Mosè!
Mosè è l’icona di un uomo innamorato di Dio che non conosce le mezze misure, che non è un agente di commercio di un’offerta di poco valore, Mosè rappresenta l’uomo che, affascinato dalla presenza e dal volto di Dio, vuole salvare l’umanità chiedendo tutto, perché Dio chiede tutto. Dio non chiede compromessi, chiede tutto.
Chiediamo alla potenza dello Spirito di suscitare nel nostro tempo e nella nostra Chiesa questi Mosè che incendino di amore la storia; questi Mosè che, come san Benedetto, sceso dal monte, portò la salvezza all’Europa del suo tempo, alla storia del suo tempo.
Oggi più che mai c’è bisogno di fuoco, di fuoco che arda e che bruci le eccessive strutture che hanno fatto di Dio un piccolo argomento di compromesso.        


Seconda lettura        1 Tm 1,12-17

Paolo, rivolgendosi a Timoteo, suo collaboratore e vescovo, rende grazie a Gesù perché Cristo l’ha conquistato, lui che prima era un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Paolo canta la lode di Dio, Paolo loda la grazia di Dio che ha cambiato la sua vita.
È Dio che cambia la tua vita, non i tuoi convincimenti, è Dio che cambia la tua vita, non le strutture psicologiche, è Dio che cambia la tua vita, non la filosofia o le idee politiche. Quando Paolo si è lasciato investire dalla potenza di Dio in Gesù è diventato un uomo senza misura e dal fanatismo ebraico è passato all’innamoramento di Gesù. L’innamorato non è mai fanatico, l’innamorato è ardente, l’innamorato contagia tutti con il suo amore. Paolo parla a Timoteo non di una corrente teologica, non di un’argomentazione dottrinale, ma lui parla di Gesù e ne parla con l’intimità e l’entusiasmo di chi lo ama. Paolo parla della missione di Gesù che è venuto per salvare i peccatori, e si mette in prima fila in questo elenco dei salvati. Paolo parla a Timoteo di tutta la bontà di Gesù, Paolo trasmette a Timoteo l’esperienza del suo amore. Solo l’esperienza d’amore è l’autentica pastorale vocazionale. Le nostre diocesi, che fanno equipe di pastorale vocazionale, se non sono mosse dall’amore produrranno aria fritta di argomentazioni inutili. I giovani d’oggi non si faranno presbiteri o consacrati per contribuire ad una antropologia o ad una beneficenza per l’umanità, perché le proposte su questo campo sono molte, ma oggi le vocazioni autentiche come Timoteo saranno generate da uomini affascinati da Cristo, innamorati di Cristo, inguaribilmente innamorati di Cristo. Le equipe vocazionali di funzionari del sacro sopravvivranno, un prete solo innamorato, come Giovanni Maria Vianney, riempirebbe i seminari, perché solo l’innamorato ha l’argomento, la potenza e la grazia della fecondità.    


Vangelo        Lc 15,1-32

Luca ci parla di Gesù che accoglie i peccatori provocando gli scribi e i farisei che mormoravano contro di lui. Nel capitolo 15 di Luca leggiamo le tre parabole della misericordia: la parabola delle 99 pecore e di una smarrita, quella delle 10 monete e una smarrita e quella dell’uomo con due figli di cui uno si era smarrito.
Quando si parla della misericordia di Dio, quando si parla della tenerezza di Gesù potremmo scadere subito in un argomento di bassa lega riducendo la misericordia di Dio ad un argomento dolciastro, pio, secondo cui questo Dio alla fine salverebbe tutti, indipendentemente dalle loro scelte.  Questo è il concetto erroneo della misericordia e della tenerezza di Dio che oggi molti spacciano: che in fondo Dio salverà tutti, che l’inferno non esiste e se esiste potrebbe essere vuoto. Invece la misericordia è proprio la caratteristica più misteriosa e più esigente di Dio, perché la misericordia non gioca con i compromessi, non gioca con i se e con i ma, ma la misericordia è il grande dono e la grande danza dell’amore di Dio per noi.
Gesù ce l’ha detto più volte nel vangelo, possiamo escluderci da questa danza d’amore, possiamo sottrarci da questa ricerca d’amore, possiamo rifiutare questo amore perché abbiamo scelto il nostro amore, la nostra danza, la nostra mente, e poi suggestionati dal nemico, pensiamo che in fondo ci salveremo, facendo della salvezza un argomento banale secondo cui un Dio indifferente alla libertà dell’uomo e al bene alla fine salverà tutti. Questa è proprio l’argomentazione più sbagliata sulla misericordia, che è l’argomento più esigente, più “intollerante” di Dio, perché solo se entri nel gioco dell’amore, se ti lasci cercare dall’amore, se ti lasci bruciare dall’amore, allora potrai essere certo che, quando l’amore ti avrà raggiunto, la sua misericordia stempererà e interpreterà anche nella tenerezza i tuoi limiti, le tue oscurità, le tue doppiezze, le tue paure.
Dio cerca instancabilmente te, la tua persona, la tua vita, molte volte costruita da te nella furbizia di un libertinaggio apparente dal quale ti aspetti la totale libertà e la totale felicità come il figlio minore del padre. Eppure Dio non si stanca di cercarti, è instancabile nel cercati, perché non può tollerare che i suoi figli vivano la falsità di una misericordia che non viene da lui. L’amore è un argomento esigente, o ami o non ami, o ti lasci amare o non ti lasci amare o ti lasci cercare o non ti lasci cercare o ti lasci salvare o non ti lasci salvare. La misericordia non è quella zona grigia dove ciascuno potrà fare di se stesso ciò che vuole, convinto poi di essere salvato dall’amore. Dio non abbassa il tono dell’amore, Dio non abbassa il livello dell’amore. L’amore di Dio è altamente esigente.
Padre Pio, quando si confessava, anche per delle piccole venialità piangeva al punto tale che il suo confessore lo richiamò dicendogli che era un atteggiamento esagerato, ma lui rispondeva che il peccato non è violazione di una legge, ma oltraggio all’amore. A santa Faustina Kowalska Gesù ha detto: “Finché l’umanità non si rivolgerà alla mia misericordia non avrà la pace”.
Oggi ci hanno ubriacato di buonismo, di possibilismo, di anarchia dell’amore, oggi ci hanno fatto credere che ciascuno sarà felice quando farà ciò che vuole; Dio, invece, contestando questa corrente da basso impero e da bassa stagione, ci ripete che saremo felici solamente quando ci lasceremo raggiungere dalla ricerca d’amore, perché l’amore che ti cerca è l’unico amore che vale, fuori di questo amore tutti noi ci svendiamo e siamo dei venduti alle chimere della falsità.       
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