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16 dicembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 16 dicembre 2018
III Domenica di Avvento. Anno C


Prima lettura        Sof 3,14-18

Sofonia svolge la sua missione di profeta nel regno di Giuda verso la fine del secolo VII, probabilmente prima di Abacuc e prima della riforma religiosa del re Giosia. Il regno di Giuda non era estraneo agli intrighi politici che coinvolgevano i piccoli stati nei confronti delle due potenze tra loro nemiche: L’Egitto e l’Assiria, la quale dopo poco avrebbe lasciato il posto all’impero neo-babilonese. All’interno del regno di Giuda era forte l’influsso delle pratiche religiose straniere e chi aveva responsabilità verso il popolo pensava solo al proprio interesse.
Il libro si apre con l’annuncio che Dio ha deciso di punire Gerusalemme e il regno di Giuda, perché hanno peccato contro di Lui, vivendo nell’idolatria e nella violenza (1,1-13). Questo giudizio si compirà nel giorno della collera del Signore e vi sarà una grande distruzione (1,14-18), ma quelli che ubbidiscono al Signore si salveranno (2,1-3). Il giudizio e la distruzione coinvolgeranno non solo il regno di Giuda, ma anche le nazioni vicine (2,4-15). Gerusalemme e le persone più importanti hanno ignorato il Signore, per questo la città sarà colpita (3,1-8), ma dalla morte risorgerà la vita: il Signore trasformerà le nazioni, ed esse gli daranno il culto che gli spetta; formerà con i sopravvissuti un nuovo popolo che lo onorerà. Allora Gerusalemme e i suoi abitanti esulteranno di gioia, perché il Signore avrà manifestato il suo amore (3,9-20).
Ai suoi contemporanei, che si domandano se Dio s’interessa degli uomini e se guida veramente la storia, Sofonia annuncia l’intervento di Dio, che trasformerà completamente le cose e rivelerà il suo amore e la sua bontà verso i piccoli e gli umili (2,3;3,12).
Secondo alcuni esegeti, l’inno che leggiamo in questa Domenica fu inserito nel libro di Sofonia successivamente, forse nel VI secolo a.C.
La Parola comincia con tre verbi di gioia: gioisci, rallegrati, esulta, riferiti a tre soggetti solo apparentemente diversi: figlia di Sion, Israele, figlia di Gerusalemme, infatti significano la nazione di Israele. Il profeta invita Israele a gioire, ad esultare e a rallegrasi perché il profeta sa che Dio, creandoci, ha messo dentro di noi il desiderio infinito della gioia e della felicità. Ciascuno di noi cerca la felicità con tutto il cuore, con tutta l’anima e molte volte non la trova. Tanta gente oggi vorrebbe la gioia, paga per avere la felicità, investe per cercare questa gioia, ma non ce l’ha. Anche noi molte volte non siamo nella letizia e nella serenità, perché la Parola ci dice che la gioia non è una conquista umana, non è un equilibrio, non è una politica di rasserenamento del soggetto, ma la gioia è innanzitutto un dono, un segno, un passaggio di Dio. Molte volte non siamo nella gioia perché pretendiamo di trovarla dentro di noi, ma siccome noi siamo dalla nascita aggrediti, traumatizzati, condizionati dalla nostra storia, dentro di noi troviamo due cose: la condanna e il nemico. Siamo noi che molte volte ci condanniamo quando verso di noi abbiamo una relazione unicamente analitica, valoriale, psicologica, razionale, siamo noi i nemici di noi stessi perché pretendiamo di salvarci, di risponderci e di vincere nella nostra vita. Il Signore ci ricorda che la gioia è un suo dono, un suo passaggio, un suo segno.
Molte volte anche nel rapporto con Dio partiamo sempre da noi stessi, perciò quando iniziamo questo rapporto non cerchiamo prima di tutto l’alterità con la quale vogliamo rapportarci, ma poiché dell’alterità divina, di Dio, abbiamo un’idea nebulosa e religiosa, quando ci rapportiamo con Lui siamo preoccupati prima di tutto di essere nelle condizioni ideali per iniziare questo rapporto e, leggendoci da soli, ci troviamo incoerenti, peccatori, mancanti, traditori, opachi, stanchi e infedeli. Cose anche vere della nostra vita, ma ce le diciamo noi. Se invece vogliamo iniziare un rapporto con Dio, dobbiamo innanzitutto stupirci, fermarci, contemplare, guardare, accogliere il mistero di Dio nella sua azione, nella sua potenza. Il profeta Sofonia in questa Parola si è messo dalla parte di Dio, ha guardato il tutto dalla parte di Dio e ha scoperto che Dio invece gioisce per noi. Siamo gioia di Dio, Dio trova gioia in ciascuno di noi, anzi il profeta è esagerato quando scrive e fa gridare Dio dalla gioia. Questo perché il profeta ha contemplato, ha scoperto, ha trovato veramente il mistero di Dio. Non siamo gioia di Dio per noi stessi, noi non abbiamo la purità rituale o la purità sacrale o le carte a posto per essere sua gioia, ma noi siamo gioia per lui perché, quando egli guarda noi, la nostra vita, la nostra storia è capace di vedere in noi oltre queste dimensioni, cioè di vedere in noi intatto il suo sogno di Creatore. Noi molte volte proviamo desolazioni spirituali, disistima di noi stessi, non ci amiamo, perché ci amiamo unicamente attraverso la via umana, dimenticando che non siamo un agglomerato di organi, ma siamo creature con un palpito divino. Perciò Dio per amarmi, non mi ama nella fattualità, non mi ama in quello che vedo io o in quello che produco, perché non ha nessun interesse di amare questo di me, ma quando Dio ci ama innanzitutto ama lui in me perché noi veniamo da lui, perciò non può non amarci perché se non ci amasse rinnegherebbe se stesso, e il libro della sapienza dice: come potrebbe sussistere una cosa se tu non la vuoi?” perciò Dio quando ci ama certamente distingue in noi ciò che non è suo: peccato, infedeltà, ma non viene meno il suo amore, perché amandoci nella sua intelligenza e nella sapienza divina, ama se stesso in noi perché vede in noi intatto il suo sogno.
Allora l’amore divino non ci viene riversato per meritocrazia, Dio non ci ama per i nostri meriti, sarebbe un’operazione commerciale, ma Dio ama se stesso in noi. I meriti non sono un problema per l’amore di Dio, essi sono un tesoro nostro che offriremo all’amore di Dio e che lui userà per la sua gloria. Quando Gesù ha rivelato Dio e l’ha raccontato al mondo giudeo, che attribuiva le malattie o le sfortune personali alle proprie colpe o a quelle dei genitori, Gesù rispondeva che era venuto a chiamare i peccatori, a cercare ciò che era perduto. Oggi questa Parola ci dice un’altra grande novità: quei verbi di gioia vanno attribuiti a noi stessi, la Parola è viva ed efficace e si rivolge a noi, oggi. L’invito della Parola è per noi.
La Parola ci dice due cose: non temere e non lasciarti cadere le braccia. Il profeta ci dice di non lasciarci cadere le braccia, ce le lasciamo cadere quando usiamo le braccia come misura di tutto, dimenticando che dopo la falange del nostro dito inizia un altro braccio: “La destra del Signore si è alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie, non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore. Il Signore ha disteso la potenza del suo braccio”.
“Non lasciarti cadere le braccia perché il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” è l’annuncio di un Dio incarnato, questo Dio ci dice che ci rinnoverà con il suo amore. Vorremmo cambiare nella nostra vita, ma magari non ce la facciamo, perché non ci lasciamo stupire, rinnovare, fare dal suo amore. Noi pensiamo che per educare, per formare una persona necessitino  una mano forte, dei punti fermi, delle regole, delle sanzioni, delle punizioni, dei richiami. Invece Dio non usa questi sistemi, Dio è in disaccordo con il nostro modo di plasmare, di educare e di salvare le persone. Il metodo più vicino a questa Parola di Sofonia è stato plasmato da san Giovanni Bosco, il metodo preventivo non coercitivo. I santi hanno sempre preso le distanze da una coercizione. La Parola ci dice che Dio ci rinnoverà, ci cambierà dentro attraverso una via che noi consideriamo debole, fragile, infruttuosa. Una persona cambia quando si sente amata, se non si ente amata non cambierà. Il non amore produce patologie, schizofrenie, depressioni, deviazioni sessuali, introversioni. Chi ama diventa alleato di Dio, chi sa amare con il cuore di Dio e l’intelligenza di Dio, vedrà grandi meraviglie nella sua vita e nella sua persona.
Se non entriamo in questa ottica della Parola, saremo sempre persone tristi, aggressive, perché aggredite, bugiarde perché giudicate, nervose perché sempre inseguite. L’anima ha bisogno dell’amore, per questo Dio segue solo la via dell’amore. Dio non castiga, siamo noi che ci castighiamo, Dio non usa la via dell’ira, del giudizio e della condanna.
La potenza di Dio in noi si manifesta non in quello che vediamo o misuriamo noi, ma in quello che vede lui e che opera lui. Oggi la Parola oggi ha questo potere di guarigione, ci aiuta a non lasciarci cadere le braccia. Quando ci lasciamo cadere le braccia, in qualunque situazione della nostra vita, siamo certi di una cosa che vogliamo essere il dio di noi stessi, il nostro salvatore.


Seconda Lettura          Fil 4,4-7

La Parola di Paolo ci invita a vivere la spiritualità del sorpasso perché la Parola oggi proclama con forza: “E la pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri”. La pace di Dio non è un’idea o un vago sentimento, la pace di Dio è Gesù. Essa deve sorpassare l’intelligenza, perché se l’intelligenza, che è dono di Dio e facoltà dell’uomo, non è sorpassata da Dio, diventa il più grande problema della persona. L’intelligenza senza la grazia di Dio, senza la forza della Parola di Dio, diventa un generatore di inquietudini, di ansie, di prove, di oscurità, di malessere. L’intelligenza che non è custodita da Dio diventa la nostra condanna e la nostra malattia, perché per la Parola di Dio la persona è fatta di due aspetti: il cuore e i pensieri, Paolo mette il cuore per primo, perciò la Parola vorrebbe guarire in noi quella patologia, quella sindrome, che è quella dell’uomo tutto mente, tutta ragione, tutta intelligenza, tutta logica. Oggi la gente è così perché ha fatto diventare il centro della vita la sua ragione, la sua intelligenza, i suoi pensieri. La Parola invece dice che la persona, prima di tutto, è cuore. Quando questa dimensione viene schiacciata dall’intelligenza, dominata dall’intelligenza, l’uomo esaspera se stesso, distrugge se stesso, dimentica se stesso e i suoi diritti di persona e quando l’intelligenza, la ragione, la logica ci hanno completamente intossicato, si riscopre il cuore, ma non come dimensione complementare della persona, ma come una zattera di salvataggio che ci porta a vivere una deresponsabilizzazione adolescenziale fuori stagione. Quando non se ne può più di una vita ragionata si va a finire in una vita dissennata perché il cuore senza la Parola di Dio diventa una bomba atomica, una mina vagante, e la mente senza la Parola di Dio diventa una condanna. Perciò la Parola vuole fare della persona un’unità duale, di cuore e di pensiero; la Parola vuole che noi possiamo veramente farci sorpassare dalla pace di Dio, altrimenti la nostra vita sarà una continua angustia.
San Paolo, quando si rivolge ai Filippesi, dà un ordine come apostolo: “non angustiatevi per nulla”, quando ci angustiamo per qualcosa è segno che dentro di noi non c’è la libertà di Dio e non c’è il sorpasso di Dio, ma siamo unicamente una centrale di dati e di conquiste razionali.            
“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio”, Paolo ritorna al sogno primordiale di Dio, quando eravamo suoi partner diretti, quando Dio era il nostro confronto. Esponete a Dio le vostre richieste con tre tipi di preghiere: di lode, di supplica e con preghiera di ringraziamento.


Vangelo     Lc 3,10-18

La settimana scorsa Luca elencava sette nomi e aggiungeva: la Parola di Dio scese su Giovanni, è la Parola di Dio che battezzò Giovanni, non aveva battezzato cinque funzionari civili e due religiosi. Giovanni, battezzato dalla Parola, si mette di fronte all’istituzione non per combatterla, perché sarà l’istituzione che lo combatterà e lo farà morire. Ma, quando viene investito dalla Parola di Dio, esce dalla struttura e si mette di fronte alla struttura, va nel Giordano che non era struttura, ma era un fiume. Questo profeta di Dio, libero dalle strutture e senza la potenza di un’organizzazione, senza i mezzi di un’istituzione, è l’uomo che saprà mettere in discussione il suo tempo.
Noi cristiani non suscitiamo mai domande profonde. Giovanni Battista senza istituzione muove tre categorie del suo tempo: le folle, i pubblicani e i soldati. Sono tre categorie impensabili, indecenti, immorali. Queste persone vengono attirate da Giovanni e vanno a lui per chiedergli che cosa dovevano fare perché Giovanni aveva toccato il loro essere. Quando hanno scoperto chi sono hanno chiesto che cosa dovevano fare e il profeta ha risposto alle domande della gente.
Luca ci racconta che queste persone non sono andate a chiedere a quei sette del brano della settimana scorsa, la struttura non era più referente delle domande della gente, sembra proprio quello che capita oggi. Oggi le nostre istituzioni ecclesiali fanno i loro servizi, ma la gente va a cercare altrove risposte e motivi di vita, perché l’acqua del Giordano non bagna più la porta della struttura. Quando una struttura soffoca i profeti o li perseguita o non ne tiene conto, la struttura stessa muore perché le manca il cuore, perché è ammalata di organizzazione e di strutturalismo, ma l’organizzazione e lo strutturalismo non hanno mai convinto e salvato nessuno.
Giovanni, essendo profeta, non è una prima donna, ma il profeta è sempre una persona ad tempus, una persona sul punto di andarsene, secondaria e facoltativa. Giovanni chiarisce subito che non è lui quello che aspettavano perché capisce subito che la folla si stava facendo idee strane su di lui. Quello che sarebbe venuto non avrebbe battezzato con l’acqua del Giordano, ma con lo Spirito santo e, battezzando con lo Spirito, avrebbe raccolto le persone e, raccogliendole perché le ama, avrebbe separato, perché l’amore fa verità e la verità separa chi l’accoglie da chi non l’accoglie: grano e pula. Ecco il Cristo che ha annunciato Giovanni che attraversa la storia e la divide perché ama e Dio non può imporre il suo amore a nessuno: o sei grano della Parola che è Cristo o sei pula del vento. Questo è quello che ha annunciato Giovanni. Senza forza, senza organizzazione, ha mosso la gente del suo tempo, obbligandola a porsi domande profonde.   
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