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16 febbraio 2020

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Commento spirituale della Parola di Domenica 16 Febbraio 2020
VI Domenica del Tempo ordinario. Anno A



Prima lettura         Sir 15,15-20


Il Siracide è uno dei libri sapienziali ed è stato composto nel 190 a.C. Questo libro ha illuminato la vita e le scelte dei suoi contemporanei perché i libri sapienziali hanno come caratteristica quella di leggere la vita e le cose della vita secondo lo Spirito di Dio.
Questa lettura ci rassicura di una cosa: noi abbiamo la libertà. Infatti questa Parola ci consacra nella libertà, ci garantisce che siamo liberi perché la libertà e la vita sono i due doni che Dio mette dentro di noi quando ci rende sue creature. È una libertà completa ed è affidata a noi. Dio ci ha fatto il dono della libertà nel giardino dell’Eden, in quel contesto di sogno, di origine, di inizio in cui Egli sognava per l’uomo una vita fatta di un gioco d’amore e di una unione perfetta con Lui.
Allora la libertà non è una conquista della Rivoluzione Francese e dell’Illuminismo o del Comunismo, la libertà non è una demagogia sindacale, non è un atteggiamento liberistico, ma è questo grande dono che Dio non si stanca di dare all’uomo. Noi sappiamo che questo dono diventa incomprensibile ed ingestibile se non viene coltivato, collocato, fatto crescere nella dimora di Dio, nello stare con Dio, nell’essere dentro questo suo amore che custodisce questo grande dono. La libertà non è fare quello che si vuole, non è essere liberi da ogni restrizione, ma è innanzitutto essere per tutta la vita umili discepoli della scuola di Dio e la scuola di Dio ha obbligo di frequenza. Se io non frequento un’intimità, un’ interiorità con Dio, non posso far sviluppare in me quel dono grande che è la libertà, perché quando stacco la mia libertà dallo stare con Dio do il nome di libertà alla mia misura, ma la mia misura di creatura non è la misura della libertà è una misura che mi rinchiude e mi circonda di una asfissia che non permette di andare più in là.
Se voglio veramente essere libero nel mio cuore, nella mia vita, nel mio cammino devo per forza essere immerso in Lui. Gli uomini liberi sono uomini dentro il cuore di Dio, gli uomini libertini sono schiavi di se stessi, della loro misura e della loro nullità.
Perciò la libertà non è un dono che Dio ci dà una volta per sempre, ma è un dono che ci accompagna tutta la vita sotto la tutela di Dio perché la libertà perfetta è innanzitutto quella di Dio, solo Dio è assolutamente libero. Il papa dice che Dio è libero anche da se stesso, infatti per amarci molte volte egli va contro se stesso perché noi possiamo avere la vita.
La libertà che Dio garantisce per noi per una crescita armonica prevede anche l’incidente di percorso e anche il peccato. Certamente Dio non ha comandato a nessuno di peccare ma l’ha previsto e la nostra libertà vive uno spessore, un’intensità e un momento infinito di amore nel sacramento della confessione. La confessione è la complicità intelligente di Dio con la sua creatura; infatti la confessione, che non è un dire in maniera stanca e alle volte anche poco convinta le solite cose, è quella manifestazione della libertà di Dio e della nostra libertà, perché nella confessione la sua complicità d’amore è talmente libera e talmente forte che, pur prevedendo che quello che accusiamo e di cui ci pentiamo lo ripeteremo, non blocca la sua azione libera di perdonarci e di amarci. La confessione è quella epifania della illogicità d’amore di Dio che ha fatto di un sacramento un’icona della sua follia.
Dio è instancabile nel perdonarci perché Dio sa che il perdono instancabile è l’unica scuola perché noi possiamo maturare la nostra libertà. La vera libertà è quella delle persone ferite, delle persone invalide. Dio non si stanca di perdonarci quando andiamo fuori strada, quando abbiamo degli incidenti di percorso, quando commettiamo dei peccati contro il suo amore perché in questa complicità intelligente d’amore sa che molti incidenti lungo la strada della vita, molti peccati, sono generati da qualcosa di autentico e di confuso in noi; cioè Egli sa che ogni volta che ci feriamo, ogni volta che subiamo un trauma, esso è mosso da un’autentica ricerca e da un autentico desiderio di felicità, di amore e di verità. Molte volte strutturiamo questa ricerca in una modalità sbagliata, ma siccome la complicità libera di Dio verso di noi è onnisciente e Lui vede il motivo previo che fa produrre questi sbagli, questi incidenti, queste ferite, solo Lui può tutelare la nostra libertà.
Nella confessione celebriamo la sua sovrana libertà e la nostra libertà viene rimotivata, rianimata, rimandata nel cammino. Quando riduciamo la nostra libertà alla nostra misura, i nostri sbagli, i nostri fallimenti cadono sotto una cappa pesante di senso di colpa, di  rimorso inguaribile, di stasi della vita.
Molta gente si illude di vivere una libertà, ma sta vivendo un’immaturità, perché nella misura che si è scelta di libertà non ha il potere di grazia di avere risposte d’amore. Quando la tua libertà è la tua misura, avrai risposte solo di misura, ma la libertà viene rianimata e rigenerata solamente da quella strategia libera e misteriosa di Dio che è la sua grazia. La sua grazia non ha finalità logiche, imprenditoriali, ma la sua grazia ha una sola finalità: farci rivivere, farci rianimare, farci camminare nella nostra libertà imperfetta, che solamente nell’eternità diventerà perfetta, quando saremo faccia a faccia e lo vedremo così come egli è. Dio, che è il tutor, il maestro di questa scuola di libertà, è sempre al nostro fianco perché la libertà che possediamo non ce la siamo fatta noi, ma è un dono della sua sovrana libertà. Se ci facessimo da noi la libertà, essa scadrebbe subito ad una protesta di piazza e ad un sussulto ideologico; è l’illusione che oggi il mondo ha di essere libero e invece non lo è perché continua a rinchiudersi nella sua misura.
Dio rispetta anche quello che scegliamo, sebbene instancabilmente ci guarisce, ci affianca, ci salva, celebrando la sua sovrana libertà nel mistero di una grazia  instancabile.
             


Seconda lettura  1Cor. 2,6-10

Per un’autentica esperienza di Dio c’è una sola strada: l’amore. Lo Spirito santo fa subito un discrimine tra coloro che lo amano e coloro che non lo conoscono. Sant’Agostino, in un commento, dice che coloro che hanno crocifisso Gesù erano dei poveri conoscitori, ecco perché Gesù li scusa presso il Padre, perché essi non conoscevano, non erano entrati nell’amore crocifisso.
Paolo, rivolgendosi ai Corinzi, che erano appassionati di filosofia e di dibattiti infiniti, distingue tra coloro che sono perfetti e coloro che sono imperfetti. Dio non potrà mai essere aggredito, conquistato, imprigionato dalla nostra conoscenza. Se vogliamo fare un’autentica esperienza di Dio, dobbiamo farla attraverso la guida e la docenza dello Spirito santo, che è il vero teologo di Dio. È lo Spirito santo che permette di entrare in questo mistero, perché forma il popolo di coloro che lo amano. Fuori dello Spirito santo abbiamo teologie arroganti, ideologie supponenti, discussioni superbe, da cui Dio non si fa catturare. Solo coloro che lo amano nello Spirito hanno tre doni: il dono di un udito nuovo, di una vista nuova e di un cuore nuovo: “Le cose che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo Dio le ha preparate per coloro che lo amano”. L’autentica esperienza di Dio è il perdersi nell’ubriacatura del mistero. Lo Spirito santo è quell’ebbrezza d’amore che fa entrare in questa ubriacatura del mistero dove, attraverso la guida dello Spirito santo, si viene toccati da quell’indicibile, imprevedibile, infinito amore di Dio. Quando Dio si compiace di un’anima e vi dimora, quell’anima è veramente in un’ebbrezza ingestibile del suo amore. Solamente le anime ubriache dell’amore di Dio sono le anime che lo raccontano nella seduzione di un silenzio.
I non perfetti usano la conoscenza, la sapienza, e potranno parlare e scrivere di Lui, ma non arriveranno al suo cuore, perché Dio non è una discussione o una conoscenza da sapienti arroganti che danno la spalla ai dominatori di questo mondo. Dio non è una argomento di ragione o di studio, sebbene la teologia serva per avvicinarci al mistero; Dio fa solamente alleanza con chi lo ama. La vera teologia è quella dello Spirito santo, perché lo Spirito santo conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio, per cui lo Spirito non può rendere scientifico, cioè nello statuto di scienza teologica, ciò che appartiene solo all’amore. Lo Spirito santo non può tradire Dio nella profondità del suo mistero, ma lo Spirito santo, che è il maestro interiore dell’anima fedele, tutela e vuole che il nostro incontro con Lui sia solo nell’amore. E ciò non sarà di tutti, perché la Parola dice: “Dio queste cose le ha preparate per coloro che lo amano”, per cui viene privilegiata una teologia d’amore, una teologia umile, una teologia in ginocchio, stupita della sua bellezza, discreta, silenziosa, perché i veri testimoni del fascino di Dio non sono coloro che hanno un’imprenditoria potente umana, ai sapienti di questo mondo Dio si sottrae perché essi vogliono calpestare l’amore con l’arroganza di una conoscenza unicamente razionale. C’è allora una differenziazione che lo Spirito opera tra coloro che lo amano e coloro che vogliono conoscere qualcosa di Lui, ma che non vogliono coinvolgersi con l’amore. Costoro non avranno mai la gioia di percepire, di vedere e di custodire nel cuore quelle cose indescrivibili e intrasmissibili, perché l’unione mistica d’amore con Dio non si può ridurre ad una testimonianza scritta.
Dio sceglie costoro per ridurre al nulla i dominatori di questo mondo, che sono presenti anche nella chiesa e che pensano di fare un servizio a Dio con la potenza della loro organizzazione e della loro sapienza. A queste persone Dio si sottrae e di Lui racconteranno solamente le cose esteriori e secondarie, perché non avranno la grazia dello Spirito di arrivare al cuore di Dio.
Al cuore di Dio arriveranno solo coloro che lo amano e l’amore, perché è tale ed è sposato con la libertà, non può rendere massa ciò che deve essere una risposta libera d’amore.               



Vangelo     Mt 5,17-37

C’è una supremazia della parola di Gesù: “Ma io vi dico” che si rincorre in questo brano e Gesù ha detto chiaramente che non è venuto ad abolire la legge e i profeti, ma è venuto a dare compimento. Che cosa vuol dire questo compimento che Gesù è venuto a dare alla legge e ai profeti? È il compimento dell’amore. I comandamenti non sono un codice, Dio non è un legislatore, è un appassionato della vita e i suoi comandamenti non sono cappi, gabbie, sono semplicemente quelle sentinelle d’amore che ci dicono che, se andiamo oltre, butteremo via la vita.
Gesù ci dice che se saremo come gli scribi e i farisei, che avevano fatto della Torah dio, non entreremo nel regno dei cieli, perché la legge non è dio e non salva, anzi san Paolo dice nella lettera ai Romani che per la legge siamo tutti peccatori. Che cosa ci salverà? Ci salverà la costruzione della nostra vita su quella parola chiara di supremazia di Gesù: “Ma io vi dico”: la parola del compimento dell’esperienza di Dio.
Quando entriamo in questa signoria della parola di Gesù, la stessa relazione con gli altri diventa una relazione diversa, una relazione d’amore e non legislativa. Quanti legislatori, quanti giustizialisti anche tra i cattolici! Invece oggi il Signore ci porta a una libertà completa, ad una relazione che non è giudizio, ma servizio di una verità che fa crescere.
In Gesù l’andare ad offrire davanti all’altare, cioè il culto, non è più uno spazio per persone represse nelle loro rabbie e per persone morte per i traumi che hanno subito nella vita, perché la religione di Gesù non è il diversivo di una scarogna. Gesù ci dice: “Quando vai ad offrire il tuo dono al Signore e ti viene in mente che qualcuno ha qualcosa contro di te, va’ prima a riconciliarti con lui”, cioè ci invita ad andare a dire a questa persona la nostra assoluta libertà anche nel trauma subito o che inferto, perché se non ci riconciliamo in un’assoluta libertà e in un’assoluta verità, faremo della fede e dell’offerta al Signore un alibi della nostra vita. Invece quando andiamo a riconciliarci con l’altro, dicendogli la nostra verità e la nostra completa e assoluta libertà anche nel trauma ricevuto o subito, potremo tornare al Signore liberi. Se l’altro non risponderà alla nostra offerta di libertà e di verità, non è affare nostro; il Signore non ci domanderà conto se l’altro non ha raccolto l’offerta della riconciliazione. Ma noi dobbiamo essere liberi dentro di noi, perché nella scuola e nella parola di Gesù abbiamo deciso che questo evento non ci massacrerà la vita, ma l’abbiamo liberato nella verità di un amore.
L’adulterio, il ripudio, il giuramento devono essere visti nella logica dell’amore, nella logica superiore dell’io vi dico, perché quando si ripudia la moglie o il marito e lo si fa per un capriccio del nostro non amore, veramente non ci si potrà giustificare, perché si è ripudiato colui o colei che si voleva amare.
Il discepolo di Gesù dovrebbe essere caratterizzato da una radicalità di tagliare il piede e la mano, cioè di saper tagliare tutto ciò che non porta verità, libertà e serenità nella sua vita. Molte volte per essere liberi bisogna essere radicalmente capaci di tagliare. Le porte semiaperte sbattono solo. Il discepolo del Signore è una persona essenziale: sì,sì, no, no, perché tutto il di più viene dal maligno cioè è tutto un infarcire la libertà con costruzioni mentali diaboliche nelle quali il maligno vuole infagottare e bloccare quella trasparenza e quella essenzialità che è propria di chi segue il Maestro della vita.     

Una goccia di luce
I santi sono coloro che non ascoltano più se stessi, che non piangono più su se stessi, ma che sono eternamente ubriachi di Dio...
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