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16 giugno 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 16 giugno 2019
SANTISSIMA TRINITA’ Anno C


Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera


Prima Lettura     Pv 8,22-31

In questo brano lo scrittore personifica la sapienza di Dio e la pone al suo fianco nell’opera creatrice. La sapienza fa parte della natura stessa di Dio, Egli è il solo sapiente; è anche il primo dono dello Spirito santo e, manifestata nella sua pienezza, è diventata una persona, un volto, un cuore, una storia: Gesù.
La sapienza che Dio dona alle sue creature non è un’attitudine mentale, non è una conoscenza professionale, non è un savoir faire della mente, ma la sapienza è innanzitutto un contagio diretto di Dio, con Dio e per Dio. Il veicolo della sapienza è la preghiera del cuore, quando nella nostra preghiera possiamo “giocare” davanti a Lui. Che cos’è questo gioco che l’anima e Dio fanno insieme? È un po’ strano immaginare Dio che gioca eppure Dio ha creato l’uomo e la donna per una vita ludica, una vita serena. Il gioco di Dio con noi è il gioco a nascondino: Egli ama molto farsi cercare. Si fa vedere, poi scompare, infatti la vita dell’anima è contrassegnata da stagioni di visione e stagioni di assenza, da giorni pieni di luce e da notti oscure, da amori ardenti e da aridità spirituali infinite. Perché questo? San Giovanni della Croce direbbe che queste sono le purificazioni passive con le quali Dio vuol fare crescere l’anima. Perché Dio gioca con noi a farsi vedere e poi a nascondersi? Perché non vuole mai che noi facciamo diventare la relazione con Lui un’abitudine, qualcosa di dovuto e di scontato, perché questi tre atteggiamenti danneggerebbero l’amore. Quando l’amore diventa dovuto, scontato e abitudinario si riduce subito ad una prestazione, e Dio non vuole questo. Allora Dio vuole che giochiamo con Lui a questo gioco del farsi vedere e del nascondersi perché vuole darci la vera sapienza che consiste in questo: prima viene Lui, poi veniamo noi in Lui, quindi le cose. Questa è la sapienza. Invece, di solito, noi mettiamo per prime le cose, poi noi stessi ed eventualmente Dio, ma questa è la sapienza mondana che fa della nostra vita una prova ed un gioco a premi sulle cose e noi ci intristiamo. La sapienza di Dio, invece, viene generata ancora prima che ci fosse la terra, i campi, le prime zolle del mondo, quando ancora non c’erano gli abissi.
Che cos’è un’anima sapiente? Un’anima sapiente in Dio è un’anima che non ha tutte le risposte, perché Dio non ci ha creati come enciclopedie, ma come sue creature. Non avere tutte le risposte non è farci sorprendere impreparati, ma è permettere a Dio di avere tutte le risposte e l’ultima risposta. La vera sapienza che Dio ci dona è il non sentirci all’altezza, il non sentirci esperti di nulla, perché la nostra esperienza non è la sua esperienza e la nostra esperienza, che è fatta di una ripetitività nelle cose, non è la vera sapienza. Ecco perché Dio ci insegna la follia della sua sapienza, perché ciò che è stolto davanti agli uomini è ricco davanti a Dio. Dio ha scelto ciò che è stolto per confondere i potenti e i sapienti (“Ti benedico, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti”). Oggi la sapienza del mondo, che viene da satana, è una sapienza enciclopedica, autosufficiente, una sapienza che ha tutte le risposte, una sapienza che nega ogni verità ed ogni certezza, eccettuato il punto di vista di ciascuno.
Il dono della sapienza, allora, non è il dono della competenza, ma è il dono di un sapore, infatti il termine sapienza deriva da sapere latino, cioè quando io sono in Dio sono fragrante del suo sapore, quando sono sapiente di Dio, sono profumato della sua sapienza. Qual è la sapienza di Dio? È l’umiltà con la quale ci mettiamo al servizio della creazione e delle anime, non con l’arroganza di chi sa, ma con l’umiltà di chi ascolta. La vera sapienza con i non credenti, non è dar loro prova dell’esistenza di Dio, non è esortarli piamente ai sacramenti, ma la vera sapienza con la quale Dio ci fa conquistare le anime è la qualità del suo amore nel nostro amore, che cattura le anime insipienti facendo loro comprendere che Dio non mette in riga, Dio fa giocare.
La vera esperienza spirituale dell’anima in Dio è un gioco d’amore. La piccola Teresa del Bambin Gesù scriveva di voler essere la pallina di Gesù. Vorremmo essere anche noi il partner del suo gioco, “giocavo davanti a lui in ogni istante” perché ogni istante della vita è un gioco unico ed irripetibile e la nostra vita non è una somma di anni, ma è l’istante presente che viviamo nella fragranza della sua grazia.


Seconda lettura      Rm 5,1-5

San Paolo, ispirato dallo Spirito, dice che noi siamo giustificati, resi giusti, per la fede, cioè quando noi crediamo a Gesù il Signore crediamo alla sua presenza, alla sua grazia, stiamo attuando la fede e, giustificati per la fede, per mezzo di Gesù noi siamo in pace con Dio. Che cosa vuol dire essere in pace con Dio? Significa che lasciamo a Dio fare Dio e rimaniamo le sue creature, cioè quando ognuno è nel suo ruolo, che rispetta e che gli è dovuto. Quando noi ci lasciamo fare da Dio, quando lasciamo che Dio operi in noi, allora siamo in pace, perché Dio non è un merito, non è una conquista, non è un premio, non è la bravura di un’anima virtuosa, ma Dio è Dio perché Lui ci ha amati per primo. Ci ha amati per primo per farci capire che la sua grazia non è qualcosa di meritato, ma di donato e di gratuito. Essere in pace con Dio non è più esaminare i nostri meriti, ma essere ricchi dei suoi meriti, anzi arrivare a dire che le piaghe di Gesù sono i nostri meriti davanti al Padre. Non veniamo misurati per i meriti, non veniamo apprezzati per le virtù, altrimenti anche per Dio l’amore sarebbe una elargizione e un premio di fine produzione. Noi siamo in pace con Dio quando ci lasciamo amare e dove è più difficile farsi amare? Nelle tribolazioni, nella pazienza, nella virtù provata, cioè lasciarsi amare da Dio nella nostra precarietà, che è quello che non sappiamo spiegare di noi. Noi non sappiamo apprezzare, valutare, spiegare molti aspetti di noi stessi, non li vorremmo, invece la nostra precarietà è la nostra speranza, nella nostra precarietà noi speriamo, perché noi siamo destinatari di una grazia e la speranza di Dio non delude.
Molte volte nella nostra vita il Signore non ha potuto fare molto perché siamo stati impresari organizzati di un cantiere fatto da noi, mandato avanti a forza delle nostre braccia. Noi vogliamo costruirci, vogliamo farci, vogliamo essere a posto davanti a Dio, solo per amor nostro, perché ci sta stretto l’essere precari, mendicanti ed irrisolti. Noi speriamo nella sua speranza, non nella nostra, che è solo ottimismo, un farsi da soli ed un fallimento. Come Abramo ebbe speranza contro ogni speranza, così il discepolo è contrassegnato dalle tre virtù teologali: dalla fede, che lo mette in pace con Dio, dalla speranza, che viene riversata in lui gratuitamente, dall’amore di Dio attraverso lo Spirito.
La nostra dinamica di essere in pace con Dio si sintetizza in questo lasciarsi fare, che non è né quietismo né passività, ma è la collaborazione discreta con Dio al suo gioco di grazia.
Quando noi smetteremo di essere preoccupati di noi stessi e del da farsi, che è una sottile idolatria, ma ci lasceremo fare nell’intelligente collaborazione con la grazia di Dio, allora finalmente lasceremo Dio fare Dio, altrimenti diventiamo pietra d’inciampo per la sua azione.
Ricordiamoci l’esempio del vasaio e del vaso: il vasaio prende l’argilla, plasma il vaso, poi non gli va, lo butta e chi può dire al vasaio: perché fai questo?
Non siamo il risultato di un marketing e nemmeno il frutto di un’imprenditoria umana, ma siamo un lavoro in corso di Dio. La precarietà è solo apparente: è Dio che sta costruendo la strada.  
     

Vangelo       Gv 16, 12-15

La frase di Gesù: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” è misteriosa; Gesù rimanda queste cose allo Spirito.
Egli ci dice questo perché prima dello Spirito eravamo ancora schiavi della nostra misura, del nostro modo di vedere e di pensare. Lo Spirito santo è l’incursore di Dio, non arriva con un preannuncio telefonico, perché è inaspettato, sorprendente, tuonante, ventoso, è fuoco. Lo Spirito santo si effonde su un’anima che non lo contrista, perché noi abbiamo anche la possibilità di spegnare lo Spirito. Quando lo spegniamo, ricadiamo nella lettera e Paolo dice che la lettera uccide,  lo Spirito dà la vita perché la lettera misura, norma, regolarizza, lo spirito, invece, è la libertà da queste cose. Finché lo Spirito non verrà in noi, noi saremo killer della Parola di Dio, nel senso che senza lo spirito la Parola resterà libro, carta, morale, racconto, incomprensibilità, logorroismo predicatorio che non lascerà nulla, perché la Parola senza lo Spirito muore, mentre la Parola con lo Spirito dà la vita. Le cose che Gesù ci doveva dire, ma essendo ancora privi dello Spirito e legati alla nostra misura, non potevamo cogliere, ce le dice lo Spirito santo poiché egli impedisce che la Parola diventi archeologia, morale e legge, cose che non interessano agli uomini del nostro tempo. Lo Spirito santo fa sì che la Parola diventi incursione d’amore, sfida d’amore e trasgressività d’amore. La Parola con lo Spirito santo obbliga coloro che la accolgono a mettersi in discussione e a passare dalla lettera, che li ha uccisi, allo Spirito, che dà la vita. Senza lo Spirito santo tutto ciò che annunciamo della Parola è una perdita di tempo, perché senza lo Spirito la Parola di Dio è asmatica. Senza lo Spirito santo non possiamo nemmeno ricevere l’annuncio delle cose future, perché senza lo Spirito santo non abbiamo l’ermeneutica, l’interpretazione corretta della nostra storia e di chi ci circonda. Senza lo Spirito santo siamo uomini animali e psichici, con lo Spirito santo siamo uomini spirituali. La Parola fa una promessa: l’uomo spirituale è l’uomo che conosce i segreti di Dio, mentre per l’uomo animale e psichico le cose di Dio sono follia.


Prima Lettura     Pv 8,22-31

Il libro, che è una raccolta di proverbi ed insegnamenti di genere molto vario, si può dividere in tre parti. La prima (capp. 1-9) è come una lunga introduzione nella quale si spiega il valore e l’importanza della sapienza. Più volte essa è personificata in una figura femminile e, nel poemetto che ci dà la chiave di lettura di tutta la raccolta (8, 12-31), è presentata come un modo di essere di Dio stesso. La seconda parte (capp. 10-29) comprende lunghe serie di proverbi: i proverbi di Salomone e di altri sapienti. La terza parte (capp. 30-31) è composta di quattro pezzi indipendenti, due dei quali sono frutto dell’attività di sapienti non israeliti. Secondo alcuni studiosi molte parti di questo libro sono antichissime, altre potrebbero essere state composte in epoche più recenti, perciò nel libro è condensato il risultato di secoli di riflessione dei sapienti d’Israele che, a loro volta, hanno fatto tesoro degli insegnamenti di saggi non israeliti dell’Antico Oriente.
Il proverbio era un modo per trasmettere di generazione in generazione la saggezza acquistata con l’esperienza, ma in questo libro non si tratta solo di sapienza umana, perché la conoscenza delle leggi della vita non è separata dalla fede in Dio. Infatti, nei proverbi di origine più antica, il rispetto dell’autorità di Dio viene considerato il punto di partenza di ogni sapienza; in quelli più recenti la sapienza è vista come la strada che conduce a Dio.   
Il brano di questa Domenica è un inno di straordinaria solennità e bellezza intonato dalla sapienza divina. Essa è Dio stesso presentato come Creatore, ma il poeta biblico la immagina come personificata e posta di fronte al Signore, raffigurata nell’opera gioiosa, simile ad una danza, della creazione.  Dio e la sapienza intessono un dialogo dal quale prendono figura tutte le meraviglie cosmiche. Questo inno del libro dei Proverbi ha una grande eco nel Nuovo Testamento e precisamente nel prologo di Giovanni (Gv 1,2-4) quando l’evangelista afferma: “Il verbo era in principio presso Dio e tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste”. La Parola descrive la creazione e Dio creatore con frasi altamente liriche: “Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo; quando fissava i cieli, io ero là”. È bello specchiarsi in questa Parola che parla del mistero della creazione, ma è importante non ridurla solamente ad una contemplazione ecologica delle opere naturalistiche di Dio: cieli, terra, mari, monti, alberi.
Il Signore, nel mistero della Trinità, è il creatore di ciascuno di noi, ma noi spesso dimentichiamo che siamo stati plasmati dalla sua potenza e dalla sua sapienza, soprattutto dimentichiamo il carattere dinamico della creazione, pensando di essere stati creati una volta per sempre, mentre noi, essendo creati dalla potenza di Dio, siamo i soggetti, i destinatari, di una creazione continua di Dio. Perciò credere all’opera creatrice di Dio in ciascuno di noi significa dare libertà in noi all’uomo e alla donna spirituali, cioè avere un rapporto con il mistero della nostra esistenza proiettato nella profondità e nel brivido della creazione di Dio. Credere a questa verità biblica, che la nostra vita è stata creata e viene creata in continuazione da Dio, è credere veramente che le nostre sensazioni umane non esauriscono il nostro mistero, significa essere stupiti, giorno dopo giorno, di quello che il Signore sta creando e ricreando in noi. Credere a questa verità significa soprattutto non far prevalere in noi l’uomo animale o l’uomo psicologico e la tirannia dei puri sensori umani, ma fare della nostra vita un grande respiro e una grande contemplazione, per diventare quel paradiso terrestre in cui Dio passeggia tutti i giorni per ricreare la nostra vita. In fondo, credere al mistero della creazione è liberarci da un determinismo psicologico volontaristico che molte volte tende a collocarci in risposte già date dal temperamento e dalla caratterialità. Credere in questo Dio creatore della nostra storia è credere allo stupore e alla sorpresa della sua opera nella nostra vita, è credere veramente alla meraviglia del domani, a quel dinamismo misterioso, efficace, silenzioso che molte volte opera in noi, è credere con tutto il cuore e con tutta l’anima che non siamo uguali a ieri e che domani saremo ancora diversi. Molte volte diamo una lettura riduttiva di noi stessi, perché pensiamo che, in fondo, nulla cambia dentro di noi, che siamo capaci solamente di trascinarci in un già visto e in un già detto, non credendo che le mani di Dio creatore possono veramente toccare e mutare il nostro profondo. Questa Parola tutela il nostro mistero, perché la Parola di Dio non è mai esaustiva su di noi, ma lascia sempre spazio al sigillo e al segreto di Dio.


Seconda lettura      Rm 5,1-5

Paolo ci parla del dono della giustificazione in Cristo e per Cristo. Essere giustificati significa essere giusti davanti agli occhi di Dio non per i nostri meriti, ma per la sua grazia. La Parola ci dice che nella grazia, nella quale ci troviamo, dobbiamo anche vantarci nella speranza della gloria di Dio. Il dono della grazia è veramente il tocco di Dio, la sua compromissione con le nostre tribolazioni, con il nostro travaglio, con le nostre oscurità. Paolo dice: “Ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude”. Questa Parola vorrebbe darci la certezza che la vittoria della grazia, la signoria della grazia, è più potente in noi di qualunque prova e di qualunque travaglio. La nostra vita è soggetta a travagli, a passaggi, a crescite, ad oscurità, e molte volte essa intristisce sotto il peso delle prove, perché magari non abbiamo ancora la virtù provata e non vediamo la speranza, ma la speranza, come dice la Parola, non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato, perché la logica della grazia è solamente l’amore e l’amore di Dio viene dato per mezzo dello Spirito. Questo amore riversato, consegnato, che risana la nostra vita si chiama grazia. La Parola ci vorrebbe veramente aiutare per comprenderci persone di grazia, per vivere il mistero di una grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo. Essere in questa logica di grazia significa veramente essere in una logica dove noi spegniamo l’ansia di un risultato o l’ansia di un compimento, capaci di vivere l’attesa nel mistero e dell’agire di Dio, perché l’agire di Dio, che è la sua speranza, non delude. Ecco perché un uomo e una donna di Dio sono uomini e donne di grazia e sanno veramente dare grazia e vita alle persone del loro tempo, consegnandole a questa emozione di sentirsi raggiunte dalla forza di Dio e dalla sua fedeltà in mezzo al chiaroscuro della vita.


Vangelo       Gv 16, 12-15


Gesù afferma: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso, ma quando verrà lo Spirito egli vi guiderà alla verità tutta intera e vi annunzierà le cose future”. Gesù è un maestro di gradualità, un maestro di umanità, Egli crede che la nostra vita è fatta di passaggi e che non è possibile portare tutto in un solo momento, perché le cose di Dio hanno un peso, un dolce peso, il peso di una luce e di una pace; le realtà di Dio sono un cammino guidato dallo Spirito, i segreti di Dio illuminano il nostro futuro, dando grazia al nostro presente, per cui il vero discepolo è colui che non pretende di capire e di portare tutto, ma è colui che alla scuola dello Spirito si lascia condurre a scoprire i frammenti della verità e della Parola nel quotidiano, ma soprattutto è colui che si sa stupire tutti i giorni della signoria dello Spirito che lo guida alla verità e gli fa scoprire il palpito contemporaneo della Parola. Lo Spirito ha questo compito nella nostra vita: donarci la Parola e la verità quotidianamente, perché il nostro quotidiano è sempre un’avventura diversa, dove la Parola diventa sempre nuova, irripetibile per ogni giorno che Dio ci dona. Perciò il nostro quotidiano necessita di una Parola graduale, fedele e presente: un giorno la Parola ci darà consolazione, un altro giorno lo Spirito ci concederà luce, un altro giorno lo Spirito ci darà forza, perché il nostro quotidiano sia accompagnato dalla dinamica vitale di Dio e dalla forza vitale della Parola che sposa la nostra vita nel contesto di ogni giorno, che sposa la nostra vita nella sorpresa del futuro di Dio.
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