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16 maggio 2021

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Commento spirituale Parola di Domenica 16 Maggio 2021

Ascensione del Signore

Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo.


Prima Lettura    At 1,1-11


Luca ci racconta l’episodio dell’Ascensione che avviene sul monte degli ulivi, a Gerusalemme. Questo brano ci mostra la profonda libertà di Gesù. Quando incontriamo Gesù, veniamo contagiati dalla sua libertà. Quand’è che una persona è libera? Quando non rende assoluto nulla, se non Dio. Gesù avrebbe potuto assolutizzare gli apostoli, la sua missione, le sue guarigioni, l’urgenza che avevano che stesse con loro, invece Lui, pieno della libertà di Dio e icona di libertà, sa staccarsi da tutto ed andarsene. La vera libertà che dobbiamo avere è vivere solamente l’assoluto di Dio. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori in una sua preghiera tratta dal suo libro “Visite al Santissimo Sacramento” scrive: “Signore, quando verrà il giorno in cui non sarò più mio, ma sarò solo tuo?” qui inizia la nostra libertà e qui ci poniamo nella libertà e nel respiro del cielo propri di Gesù.
Se pensiamo alla nostra vita, possiamo vedere quanti ceppi e quante catene abbiamo, anche buone, razionali, logiche, dovute, che ci impediscono però la libertà interiore. Quando un uomo non è libero dentro, non ha incontrato la libertà di Gesù.
La Parola ci mostra che l’unico assoluto di Gesù è stato il Padre. Egli, dopo la sua passione, stette con gli apostoli quaranta giorni, un numero simbolico, ma in questo tempo andava e veniva perché in Lui c’era forte questa grande nostalgia dell’assoluto di Dio, ecco perché Gesù celebra, mostra, visibilizza la libertà di cui ciascuno di noi ha un estremo bisogno.
Libertà non è fare dio le cose di Dio, non è fare dio le scadenze fatte in suo nome, perché tutto ciò che è operatività per Dio è un’operatività, ma Lui è l’assoluto. Se non siamo ammalati di questa nostalgia cocente per Dio, se prima di tutto non mettiamo Lui come assoluto della nostra vita, in brevissimo tempo saremo servi della gleba di adempimenti fatti in suo nome, ma senza Dio. Ecco la libertà dell’Ascensione, ecco Gesù che, senza paura, lascia; Egli non è preoccupato di organizzare i particolari, lascia undici uomini, nemmeno consapevoli di quello che avrebbero dovuto fare, perché niente era diventato assoluto per Gesù: né la missione, né gli apostoli, né la chiesa. Egli voleva solo ricongiungersi perennemente al Padre, il suo grande amore.
Questa è la nostalgia di Gesù, la ferita aperta di Gesù, il suo fuoco ardente. Quando incontriamo questo Gesù, non incontriamo un Gesù che ci dà da fare qualcosa, ma incontriamo un Gesù che vuole darci la sua libertà. E qui cambia tutto.
“Perché guardate il cielo, uomini di Galilea?”Gesù non sarebbe più tornato perché Egli non è un rimpianto  e non vuole rimpianti, Gesù è la libertà. Ecco perché nella nostra vita le cose, anche le più sante che facciamo per Lui, ci verranno tolte e quando le cose fatte in suo nome diventano ossessività e angoscia di prestazione non sono più sue, ma nostre. Quando le comunità diventano solamente fabbriche di cose fatte in suo nome, che portano angoscia e divisione, non sono più sue, ma sono autocelebrazione di noi stessi. Lì Lui non c’è più, perché Gesù vuole che siamo assolutamente di Dio.
Santa Teresa d’Avila diceva: “Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo Dio basta”. Ecco perché la cura per le nostre angosce, per le nostre paure e per le nostre ossessività è Dio. Hai mille cose da fare, sei angosciato? Non fare nulla, immergiti in Dio. Poi farai tutto il resto, perché Lui sarà tornato ad essere l’assoluto del tuo cuore.
Se lui non è il nostro assoluto, diventiamo il relativo di tutti, e tutto quello che facciamo è suono di cembalo e di voce. Quando non abbiamo Lui nel cuore e non siamo bruciati dalla nostalgia per Lui e dalla vita intima con Lui, tutto quello che facciamo in suo nome sono solo opere buone legate alla nostra buona volontà, ma dove l’assenza di Dio si sente perché non incendiamo nessuno. Quando non abbiamo Lui nel cuore e non siamo bruciati dalla nostalgia per Lui, non accontenteremo  nessuno, perché quando Lui non c’è diventeremo l’obiettivo di tutte le cattiverie e le rimostranze degli altri.
Quando siamo suoi, più nulla ci toccherà, perché saremo entrati in una maturità e in una libertà in cui nulla più ci toccherà.
Gesù è questa grande icona di libertà, ha compiuto ciò che doveva fare, ma non ha voluto rimanere in mezzo agli apostoli, perché Dio non vuol fare l’indispensabile, Dio vuole essere amato e solo amato. Quando al mattino faccio un atto puro di amore a Dio, ho riempito la giornata di una forza, di una grazia, di un’energia, di una luce che al confronto tutte le opere buone che farò saranno solo polvere.
Noi non dobbiamo dimostrare niente a Dio, altrimenti entriamo in una sindrome di prestazione e diventiamo vittime del carnefice, cioè degli altri che devono darci il voto e approvarci. Quando siamo di Dio, non dobbiamo dimostrare nulla a nessuno, ma ubriacarci della sua libertà.
Quando una persona sa lasciare tutto, è veramente un uomo di Dio, perché solo Dio basta!


Seconda lettura       Ef 4,1-13

È commovente questo brano in cui Paolo si definisce “prigioniero a motivo del Signore”. Paolo porta le catene per il Signore. La parola prigioniero si ripete a metà brano quando si dice che Gesù ha portato con sé prigionieri, alludendo a coloro che Egli ha liberato dagli inferi, e ha distribuito doni agli uomini nella Pentecoste. Paolo è prigioniero a motivo del Signore, noi vorremmo diventare prigionieri del Signore quando viviamo questa santa prigionia del suo amore, delle sue braccia, del suo cuore, della sua presenza. La vita spirituale è proprio essere imprigionati dal suo amore in questa prigionia che ci dà una libertà e un respiro che non abbiamo mai avuto.
I doni che Paolo elenca e che vengono distribuiti (ha dato ad alcuno di essere apostoli, profeti) li vediamo come doni funzionali per fare un servizio, ma il primo dono che Dio distribuisce in noi è noi stessi amati. Il dono fondamentale che noi distribuiremo in un ministero particolare è sentirci amati. Quando siamo prigionieri del suo amore, non siamo più problemi irrisolti, ma diventiamo una sua preda d’amore. Quand’è che siamo suoi prigionieri e ci lasciamo imprigionare da Lui? Quando stacchiamo definitivamente il nostro essere interlocutori mentali suoi per diventare preda della sua gloria. Allora siamo veramente prigionieri suoi, quando non sosteniamo un rapporto con Lui con le nostra ragioni e la nostra razionalità, con le nostre visioni e il nostro modo di essere, ma quando ci sentiamo imprigionati da questo amore che ci fa sentire essenzialmente amati.
Quando non ci sentiamo amati, i doni che Lui ci dà diventano prestazioni da funzionario, quando invece siamo amati e non siamo un problema, non facciamo problema e non siamo una caratterialità, quando siamo suoi prigionieri, siamo amati da Lui e siamo preda del suo amore, non siamo più misurati dalle nostre misure, ma siamo amati dal suo amore. Quando siamo amati, il dono che elargiamo nel ministero che ci è assegnato, non è altro che il riflesso dell’amore. Anche i doni di Dio gestiti dai non amati fanno svilire il dono stesso. Un dono di Dio non è una prestazione d’opera, non è un incarico funzionale per fare qualcosa, ma diventa un colore d’amore in una creatura di Dio che è prigioniera del suo amore.
Se io voglio essere prigioniero del suo amore devo permettere che Dio mi metta le braccia al collo come il padre al figliol prodigo e mi blocchi l’atto di dolore mosso dai sensi di colpa della mia razionalità. Quando permetterò questo, sarò prigioniero del suo amore. Allora potrò liberare i prigionieri che incontro lungo la strada. E i prigionieri che incontriamo sono persone fondamentalmente non amate che sono state plasmate come problematizzate, che sono state dichiarate problema irrisolto e inguaribile. Il dono fondamentale di Dio è contagiare con il suo amore, che poi diventa ministero particolare, tutti i prigionieri di oggi che sono i prigionieri di se stessi. Quando si è prigionieri di se stessi, si è peggio di un detenuto di Auschwitz, perché il tuo stesso è ancora più crudele dei nazisti, in quanto il tuo te stesso senza Dio uccide in te l’amore. Senza l’amore non possiamo essere profeti, evangelisti, pastori né maestri, non possiamo edificare il corpo di Cristo, non possiamo fare nulla. I doni di Dio non funzionano perché ne abbiamo l’autorità (un altro discorso va fatto per l’Eucaristia e per i sacramenti che funzionano per se stessi), ma i doni di Dio funzionano se questa autorità che Dio ci ha dato è entrata in un cuore ardente d’amore, prigioniero di Dio. Se non siamo prigionieri di Dio, falsamente pensiamo di essere liberi, siamo invece prigionieri di noi stessi.
Il più grande ministero che Gesù ci affida in questi tempi è essere portatori di un’amnistia generale che l’amore di Dio dà a tutti i suoi figli.       


Vangelo      Mc 16,15-20

Leggiamo la conclusione canonica del vangelo di Marco in cui l’evangelista ci presenta Gesù che appare agli Undici e dà loro il mandato missionario, che non è indottrinare e intruppare la gente. Innanzitutto il mandato è di andare in tutto il mondo, non ci sono limiti al mandato del vangelo; oggi, forse in nome di un rispetto culturale, alle volte si zittisce il vangelo per far parlare la potenza umana. Il vangelo è per tutto il mondo perché ogni creatura ne ha bisogno. Il vangelo è essenzialmente una buona notizia, non è un libro morale o esortativo, è una buona notizia. Questa buona notizia è per coloro che hanno i demoni, per quelli che non sono capaci di capire il mistero della vita, per quelli che sono tormentati da serpenti e da veleni, per quelli che sono malati.
Gesù ha dato un mandato chiaro ed ha specificato le categorie a cui è rivolto l’annuncio: indemoniati e malati. Tra questi compare il parlare lingue nuove, che significa parlare con il linguaggio di Dio per interpretare il confuso linguaggio di ciascuno. Il nostro linguaggio interiore, spirituale, personale non è comprensibile perché quando abbiamo dentro il serpente velenoso del non amore, del dolore e del trauma irrisolto, il nostro linguaggio non è comprensibile, anzi infagottiamo il nostro linguaggio e siamo addirittura incapaci di usare il linguaggio per raccontare il nostro cuore. Gli uomini e le donne che nascono dal vangelo parlano le lingue nuove incomprensibili delle persone che non sono ancore raggiunte dall’amore. Parlare lingue nuove significa saper cogliere e saper parlare la lingua misteriosa dell’altro. Il linguaggio non è quello verbale perché il linguaggio vero è quello che non si compone di sillabe, ma che si manifesta in atteggiamenti incomprensibili o disarmonici o illogici che nascondono solo il grande bisogno di essere amati. Il mandato di Gesù non è un mandato religioso, è un mandato umano, per riportare l’uomo avvelenato, ammalato, posseduto dal demonio, nel mondo di Dio.
Osserviamo i verbi del mandato: andare verso l’altro, non aspettarlo, proclamare la Parola del Signore, battezzare, cioè rendere le persone appartenenti al Signore, allora i segni accompagneranno il mandato: scacciare i demoni, parlare lingue nuove, prendere in mano i serpenti, cioè le situazioni difficili, bere anche i veleni della vita, perché anche le cose più velenose e fastidiose non potranno fare del male, perché contro il veleno c’è l’antidoto dell’amore. E poi imporre le mani sui malati.
Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono perché Marco dice una cosa bellissima: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro” questa è la nostra forza: quando io cerco l’amore e porto l’amore, ho il Signore e questo mi deve bastare, perché i risultati sono sempre di Dio e mai dell’uomo.          


Prima Lettura    At 1,1-11

Nella festa dell’Ascensione leggiamo i primi 11 versetti degli Atti degli Apostoli. Luca si rivolge ad un certo Teofilo che, a detta di alcuni, è un personaggio fittizio, un interlocutore ideale, secondo altri, invece, è un personaggio realmente esistito. L’evangelista allude a ciò che ha trattato nel suo primo libro, cioè il vangelo, in cui ha raccontato la prima presenza di Gesù, quella storica, fattuale, visibile, del Gesù nato, cresciuto, che inizia la vita pubblica, che sceglie gli apostoli nello Spirito santo. Luca ci racconta che da questa prima presenza, a cui era molto affezionato Tommaso, si passa ad una seconda: “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio”, è la presenza post pasquale, una presenza che si diversifica da quella storica ed è visibile, gloriosa, spirituale, cosmica, cioè Gesù appare, scompare, entra a porte chiuse, parla con gli apostoli.
Secondo molti esegeti Pasqua, Ascensione e Pentecoste sono un tutt’uno della Pasqua del Signore, cioè avvennero insieme, poi la Chiesa le ha distinte come tappe, e i quaranta giorni sono un numero puramente simbolico della permanenza di Gesù con i suoi apostoli.
In questa presenza gloriosa Gesù deve rispondere ad una domanda degli apostoli che è un po’ la nostra domanda: “È questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”, la domanda, che è posta dopo la risurrezione, dopo il mistero pasquale, dimostra che gli apostoli non avevano ancora capito il mistero del regno di Dio ed erano convinti che il regno di Israele fosse una pura entità politico-storico-geografica e si stavano preparando ad essere chiamati quali ministri di questo regno. Gesù risponde loro: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti”. Una delle nostre malattie e deformazioni spirituali è l’esasperazione e l’angoscia della scadenza: Quand’è, Signore, che ricostituirai in me la santità, la perfezione, la pace, la virtù, l’eroismo? Quand’è che nel mio cuore vedrò ricostituito il regno? Quando avverrà questo?, è la domanda del tempo, della scadenza, della modalità e Gesù risponde: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta”. Non spetta a noi determinare l’azione di Dio. Dio non è legato ad una scadenza, è legato ad una promessa, ad una fedeltà. La cosa importante, anche per noi oggi, è quanto Gesù dice in seguito: “Avrete forza dallo Spirito santo che scenderà sui di voi e mi sarete testimoni”, non era ancora avvenuto per loro il battesimo dello Spirito. Gesù ordinò di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa, questo sottolinea seconda nostra deformazione spirituale: la nostra fretta di essere protagonisti, organizzatori, interventisti, realizzatori, ma Gesù ci dice: “Dove vai senza lo Spirito santo? Che cosa vuoi fare o che cosa pensi di costruire senza la forza dello Spirito? Senza lo Spirito non siamo né testimoni né discepoli né evangelizzatori né salvati. Quante volte vorremmo essere gli strateghi supplenti di Dio! Quante volte vorremmo sistemare le nostre cose con la nostra forza, quante volte siamo incapaci di una pazienza attiva e intelligente del passaggio di Dio! Dio è senza tempo, è fuori del tempo e quando realizza qualcosa nella nostra vita la temporalizza per noi, non per sé, perché noi possiamo vederla attuata. Siamo sempre preoccupati di un riscontro e di una fatturazione aziendale della nostra vita cristiana, vorremmo sapere, vorremmo determinare e soprattutto vorremmo precedere lo Spirito. Il peccato di san Pietro fu proprio questo quando disse a Gesù che parlava della sua futura passione: “Non ti accadrà mai”, e Gesù rispose: ”Vade retro, satana”, nel senso di: “Pietro, mettiti dietro di me, non voler fare tu la guida, il messia, il capofila”. Anche nella nostra vita spirituale noi trattiamo e investighiamo la nostra anima indipendentemente da Dio ed entriamo nel mistero della nostra anima e nel mistero dell’anima degli altri unicamente con una strategia di effettuazione. Molte volte giudichiamo gli altri con una strategia puramente di adempimento e non vogliamo invece entrare con rispetto in una dimensione di una persona, dove instancabilmente sta lavorando lo Spirito santo.
Poi la Parola ci parla della terza presenza di Gesù, quella che viviamo oggi: “Detto questo, fu elevato in alto”. Il termine in alto è una modalità narrativa per dire che ad un certo punto Gesù è scomparso dalla vita terrena degli apostoli ed è ritornato definitivamente nel mistero di Dio. In questo ha inizio la terza presenza, la presenza della nube, (una nube lo sottrasse al loro sguardo), il Gesù velato, il Gesù mediato, il Gesù sacramentalizzato. È la presenza di oggi: Gesù presente nei Sacramenti, nella Parola, nella Chiesa e in noi stessi, è un Gesù presente, non visibile, perché oggi l’importante non è vederlo, ma sapere che c’è, sebbene vorremmo vederlo, perché siamo tutti intolleranti della nube. Dal giorno in cui Egli è tornato al Padre fino al giorno in cui tornerà a giudicare i vivi e i morti e a concludere la storia la sua presenza è velata dalla nube, dalla nube nostra interiore e dalla nube dei Sacramenti.
Noi non siamo capaci di amare questa presenza, così come gli apostoli non staccavano gli occhi dal cielo perché volevano bloccare, assolutizzare, determinare, definire, la presenza seconda di Gesù, quella visibile, gloriosa. All’atteggiamento degli apostoli rispondono i due angeli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” quasi a dire che questa modalità di Gesù è finita, “Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno”, ma ci sarà una quarta presenza, quella della fine della storia e della pienezza, quando vedremo Dio faccia a faccia, come egli è.
Noi non siamo capaci di essere così dinamici con il mistero della presenza di Gesù e questo ci comporta anche una sclerosi e una immobilità nel cogliere anche le diverse presenza degli altri. Quando ci facciamo il giudizio di una persona, difficilmente lo cambiamo, perché l’abbiamo assolutizzato e storicizzato in quel momento in cui lei si è manifestata a noi e non pensiamo alla dinamica misteriosa di grazia che questa persona ha dentro, una dinamica stupenda per la quale la persona può mutare. Anche Gesù non si è assolutizzato in un’unica presenza.
Quando Gesù ha finito la sua missione, è ritornato definitivamente al mistero del Padre, affidando il suo tesoro, cioè il regno, alla Chiesa, a mani fragili, a mani molte a volte inadempienti, ad un pressappochismo che siamo noi, però l’ha affidato. Egli non ha assolutizzato la sua presenza, ma l’ha relativizzata perché non ha assolutizzato la sua missione, ma l’ha vissuta come dono, questo ci insegna una grande arte spirituale: l’arte di sapersene andare, di capire che un’esperienza può avere la parola fine. Noi vorremmo vivere di eterna nostalgia di un passato o di un’esperienza bella e transitoria che vorremmo assolutizzare. Il Signore Gesù permette molte volte che tante presenze nella nostra vita scompaiano o mutino perché non siamo cristallizzati, ma in cammino. Tommaso avrebbe voluto fermare l’esperienza di Gesù, perché voleva il Gesù storico, non il Gesù post pasquale; anche noi vorremmo sempre un Gesù immediato, gratificante, perché vorremmo essere rassicurati da una presenza stabile, assoluta, immutabile, che ci dia coraggio, dimenticando che la prima fluidità storica siamo noi. Gesù ci dice che l’assoluto è Dio, Lui solo è il sciolto (ab solutus) da ogni ristrettezza.
Allora la Parola di questa Domenica ci insegna l’arte dell’indifferenza spirituale, l’arte di saper mettere fine anche ad esperienze sante, belle, stupende, perché se vogliamo prolungare senza fine un’esperienza, è l’esperienza stessa che è diventata il nostro dio, un dio gratificante che ci riempie.
       
  
Seconda lettura       Ef 4,1-13

Si tratta di un brano difficile, molto denso, che Paolo scrive alle comunità ecclesiali dell’Asia Minore, esortandole a comportarsi in maniera degna della vocazione che hanno ricevuto. La vocazione di cui parla l’apostolo è quella battesimale, che è la vocazione fondamentale e paritaria di tutti i cristiani. Con il Battesimo nella Chiesa siamo tutti uguali, ma con compiti e ruoli diversi. Le comunità dell’Asia Minore erano parrocchie litigiose e contrapposte, tanto che Paolo le esorta a vivere la spiritualità battesimale con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza sopportandosi a vicenda con amore. Umiltà, mansuetudine e pazienza non sono semplicemente virtù morali, ma Paolo vorrebbe che queste comunità vivessero il Cristo umile, il Cristo mansueto, il Cristo paziente, il Cristo benevolo, cercando di conservare l’unità-diversità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace (il termine deriva dal latino vinculum che significa catena).
Questo è lo stile di una comunità: vivere gli atteggiamenti del Cristo nello Spirito, legati dalla pace di Cristo (“Vi lascio la pace, vi do la mia pace”). Perché una comunità cristiana è un solo corpo e un solo spirito e segue una sola speranza, quella della vostra vocazione battesimale, cioè la santità. Un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo.
Poi Paolo dice che nella comunità si esperimenta anche la paternità di Dio, che è Padre di tutti, al di sopra di tutti, quando invece nelle comunità molte volte c’è il tentativo di farci un nostro Dio.  Dio è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti, è il mistero della divina paternità che agisce nella misteriosa azione della grazia. Questa è un’immagine della Chiesa.
Poi Paolo prosegue dicendo a ciascun membro della Chiesa, cioè a tutti noi, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo, cioè Cristo ci ha meritato dallo Spirito una grazia, una charis, ossia i carismi. Per sostenere la sua tesi, Paolo cita un versetto del Salmo 67, leggendolo in chiave cristiana: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha portato doni agli uomini”. I prigionieri di cui parla l’apostolo sono la generazione precristiana che Cristo ha liberato discendendo agli Inferi nel mistero del Sabato santo; Lo Spirito, poi, nel mistero dell’ascensione di Cristo, che completa il mistero pasquale e ci merita il secondo consolatore, ha ottenuto la pioggia ininterrotta dell’effusione dei doni e carismi. Allora la Chiesa è carismatica, pneumologica, mossa dalla dynamis dello Spirito che agisce attraverso i cristiani, che purtroppo nella maggior parte dei casi sono inconsapevoli di questa presenza-azione dello Spirito.
Paolo esemplifica, ma non esaurisce la lista dei carismi di cui parla anche nelle lettere ai Corinzi e ai Romani: “Ha stabilito alcuni come apostoli (vescovi, sacerdoti) altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero”. Il ministero è al fine di edificare il corpo di Cristo, cioè la Chiesa.
Noi siamo parte di un corpo, di cui Cristo è il capo. Pensiamo a quante cose lo Spirito vorrebbe fare attraverso di noi!  


Vangelo      Mc 16,15-20

Questo vangelo fa parte della seconda conclusione del vangelo di Marco, detta conclusione canonica perché è stata un’aggiunta tardiva accettata dalla Chiesa.
Marco dice che Gesù apparve agli Undici (non viene ancora nominato Mattia, perciò è una Chiesa che vive ancora lo scandalo di Giuda), e diede loro il mandato missionario: Andate, predicate e battezzate. Marco, a differenza di Matteo, associa al mandato missionario quello dei segni, cioè i segni accompagneranno quelli che credono, non solo vescovi, preti, diaconi e suore, ma quelli che credono, per cui Marco privilegia l’evangelizzatore credente. Marco elenca questi segni: “Nel mio nome scacceranno i demoni”, per cui ogni cristiano è esorcista per natura. Per esercitare l’esorcismo pubblico ci vuole il mandato della Chiesa, secondo una modalità canonica, ma nella nostra natura di cristiani noi siamo esorcisti. Perciò non è possibile parlare di evangelizzazione senza mettere in conto la lotta che fa satana al vangelo, perché egli vuole distruggere la Parola e il ministero dell’annuncio. Il secondo segno che accompagnerà i credenti: “Parleranno lingue nuove”, cioè nello Spirito saranno capaci di un annuncio autorevole, rigenerante, profetico della Parola di Dio, essi parleranno la lingua nuova dello Spirito. Il terzo segno: “Prenderanno in mano i serpenti”, cioè affronteranno direttamente le situazioni pericolose, di male, non le sorvoleranno, ma le affronteranno nel nome del Signore. Quarto segno: “Se berranno qualche veleno, non recherà loro danno”, cioè non potranno essere avvelenati dalla logica del mondo e delle sue strutture. Quinto segno: “Imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Sono i segni dell’azione di Gesù: egli ha cacciato i demoni, ha parlato la lingua nuova del regno, ha affrontato le situazioni del male, è stato immunizzato dal veleno dell’antiregno e ha guarito i malati. Perciò il credente continua e perpetua l’azione e l’opera di Gesù. Allora, per Marco, l’evangelizzazione non può disgiungersi dai segni.
Il mandato missionario nasce dopo che il Signore Gesù ebbe parlato con loro, quindi fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio (anche questa è una modalità narrativa per dire che Gesù è uguale al Padre). “Dopo questa Parola essi partirono e predicarono dappertutto”.
Il male di oggi è che nessuno è incendiato dalla Parola di Gesù, perché se qualcuno parte, il Signore opera insieme con lui e conferma la parola con i prodigi.
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