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17 maggio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 17 maggio 2020
VI Domenica di Pasqua Anno A


Prima Lettura         At 8,5-8.14-17


Oggi la Parola ci dice che quando annunciamo il nome di Gesù, quando parliamo nel nome di Gesù, quando crediamo fino in fondo alla potenza del nome di Gesù, ovunque andremo Egli compirà insieme a noi segni, prodigi e miracoli. Ci deve essere questa fede, quella fede che aveva avuto il diacono Filippo, sceso nella città di Samaria ad annunciare con potenza Gesù. Oggi si parla, ma mancano i segni perché quello che diciamo non nasce da una forte fede e da un forte amore, ma da un semplice informazione.
All’annuncio di Filippo seguono due fatti, che san Luca sottolinea: molti spiriti impuri uscivano da molti indemoniati. La prima autorità della Parola è scovare e liberare quello che si nasconde dentro di noi e ci rovina la vita, cioè l’avversario, che è l’antiparola, nemico della nostra libertà, della nostra gioia e della nostra vita. Molte volte, quando facciamo fatica a costruire una relazione o ad avere dei frutti nel nostro lavoro o a toccare il cuore delle persone, potrebbe dipendere dal fatto che in molti cuori c’è la presenza diretta o indiretta del nemico. Molte volte il nemico è dentro di noi in maniera sottile e ci tenta in maniera gentile, ad esempio ci convince a non andare a messa perché siamo stanchi e durante la settimana abbiamo dato tutto, persuadendoci che il Signore lo sa quanto abbiamo fatto, così facendo, in poco tempo ci stacca dalla fonte della vita che è l’Eucaristia. Oppure insinua in noi il pensiero che andare a Messa non serve, perché tanto quelli che ci vanno sono peggio di noi, o il pensiero che non serve andare a confessarsi, perché basta il fai da te con Dio. La cosa più raffinata per staccarci completamente è farci credere che tutto il bene che facciamo e che siamo sia sufficiente per salvarci e per essere cari a Dio. Al nemico interessa staccarci dalla preghiera, dalla Parola, dall’Eucaristia, dalla Confessione e dalla Madonna, fatto questo, ci ha in mano e poi ci illude che la nostra bontà basti. Allora non partecipiamo più al sacrificio di Cristo, che è il dono più grande che Dio ci ha dato, e lo sostituiamo con le cose buone che facciamo.
Il secondo frutto della predicazione di Filippo è che molti paralitici venivano guariti: l’annuncio di Gesù ci fa riprendere il cammino della vita. Nessuno di noi sa quanta vita ci rimane né dove andremo, ma una cosa è certa: Gesù è il nostro aiuto, la nostra forza, la nostra guarigione, la nostra salvezza, la nostra pace. Prima di tutto dobbiamo riprendere la vita, camminare nella via di Gesù ed imboccare la vera strada della salvezza.
“Quando Pietro e Giovanni avevano saputo che la Samaria aveva accolto la Parola di Dio, scesero in Samaria e lì effusero sui nuovi credenti lo Spirito santo”, il compimento di una evangelizzazione, di un annuncio, è ricevere su di noi, mediante la preghiera, l’effusione dello Spirito santo, perché lo Spirito santo è la memoria divina delle parole di Gesù, è l’interprete divino delle parole di Gesù, lo Spirito è il Maestro interiore delle parole di Gesù. Se non abbiamo lo Spirito non siamo credenti, non siamo discepoli, non siamo innamorati, non siamo sedotti da Dio. Senza lo Spirito santo, potremmo essere al massimo persone buone.         


Seconda Lettura          1 Pt 3,15-18

San Pietro ci dona un atteggiamento spirituale bellissimo: “Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori”. La nostra interiorità è abitata da Gesù e Lui vuole da noi un’adorazione intima, forte ardente. Noi sappiamo che il trionfo del cuore immacolato di Maria non sarà altro che il trionfo del cuore di Dio. Il nostro Dio è un Dio del cuore, il cuore del Padre, il cuore del Figlio, il cuore dello Spirito. Quando nel nostro cuore adoriamo Gesù, il suo cuore batte nel nostro cuore, il suo cuore abita il nostro cuore, il suo cuore consacra il nostro cuore. Se adoriamo Gesù nel nostro cuore, potremo rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che abbiamo dentro di noi. Prima c’è l’adorare, il sentire, l’amare Cristo, poi c’è la risposta. Che cos’è la speranza? Non è ottimismo, ma la certezza che la vittoria sul mondo, sulla vita, sugli uomini ce l’ha solo Dio. In un mondo senza speranza dobbiamo rendere conto della speranza che abbiamo in noi: la nostra speranza è una persona: Gesù, egli è la nostra speranza perché innanzitutto lo e lo riconosciamo Cristo della nostra vita. Quando saremo così, dobbiamo sapere che tanti parleranno male di noi, è il prezzo da pagare. Perché le persone malignano su chi è di Cristo? Dove c’è in vero discepolo, un vero innamorato di Gesù, la sua presenza disturba perché toglie la maggioranza assoluta agli empi di un paese. Quando apparteniamo a Dio e viviamo con fedeltà la nostra appartenenza, poniamo un grande problema a chi non vuole nessun tipo di provocazione. La diversità si pagherà cara, ma saremo approvati ed amati da Dio. Chi malignerà sarà svergognato da Dio, perché chi è di Cristo, appartiene a Lui ed Egli lo difenderà sempre.        


Vangelo     Gv 14,15-21

Gesù è molto chiaro e ripete due volte questo concetto: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Che cosa vuol dire osservare i comandamenti? Vuol dire fare delle parole di Dio e della sua Parola la nostra vita, la nostra gioia e la nostra verità. Osservare vuol dire essere perfetti o infallibili? No, osservare vuol dire dare valore ai comandamenti cercando di viverli nella nostra vita, giorno dopo giorno, con fedeltà ed umiltà. I suoi comandamenti devono rimanere il tesoro, il bene assoluto della nostra vita. Se mettiamo mano ai suoi comandamenti e li facciamo i nostri, Gesù con noi non avrà più nessun tipo di rapporto, perché ci permettiamo di cambiare ciò che Lui ha detto: somma ed eterna verità per il bene della vita. I comandamenti sono la tutela divina del nostro bene, della nostra pace e della nostra libertà. Noi non siamo orfani in questa impresa, ma abbiamo lo Spirito di verità che rimarrà sempre su di noi, ha detto Gesù, mentre il mondo non lo può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Quando una persona si chiude allo Spirito santo, si rinchiude in se stessa e diventerà orfana di Dio, della verità e della vita. Se non abbiamo lo Spirito santo, non possiamo capire la bellezza dei comandamenti, che sono stati dati da Dio per tutelare la nostra vita, darle spessore e qualità. I comandamenti non sono pesi, ma prove di vera vita.  
“Vi manderò lo Spirito santo, non vi lascerò orfani”chi non ha lo Spirito santo è veramente orfano nella sua vita e nel suo cuore.


Prima Lettura         At 8,5-8.14-17

Quando un uomo è pieno dello spirito, come Filippo, non ha paura delle piazze difficili. Filippo arriva in una città della Samaria, una regione di eretici, di scismatici, di maledetti, di scomunicati per l’ebraismo ufficiale, predica loro il Cristo e le folle unanimi prestano attenzione alle sue parole. Lo Spirito, quando precede i suoi annunciatori, non li fa temere per le piazze difficili, anzi proprio nelle piazze difficili compie segni e prodigi e quando la Parola è annunciata nella forza dello Spirito, nell’ardore dello Spirito, nell’audacia dello Spirito manifesta tutta la sua bellezza. Innanzitutto la Parola annunciata nello Spirito è una Parola unica nella verbalizzazione annunciante e singola nella ricaduta dei cuori, perché ognuno sente il passaggio per lui, perché lo Spirito nell’unità della fede diventa particolarità irripetibile e unica per ogni cuore. Quando la Parola si manifesta in tutta la sua potenza, libera anche gli indemoniati, che non sono quelli che fanno reazioni rumorose o folcloriche, ma sono coloro nel cui cuore non c’è spazio per la Parola. Quando la Parola raggiunge i cuori che non gli appartengono, la sua potenza fa uscire gli spiriti impuri, cioè gli spiriti nemici della santità della Parola. Gli spiriti sono impuri perché non vivono della purità che viene dalla Parola, ma vivono della loro aggressività, della loro arroganza e del loro odio. La Parola libera perché, essendo verità divina rivelata, mette allo scoperto ciò che è falsità ed apparenza. Gli spiriti, uscendo, emettono alte grida, il linguaggio dell’odio, del non amore, dell’aggressività, della lotta, della guerra.
“In quell’occasione molti paralitici e storpi furono guariti”, quando la Parola raggiunge la nostra vita raddrizza il nostro cammino sbagliato (storpietà spirituale, paralisi spirituale) perché senza la Parola il diavolo ferma il nostro cammino e noi camminiamo nella vita storpi o non camminiamo affatto perché il veleno del nemico paralizza la nostra creatività, la nostra audacia, il nostro desiderio, il nostro amore.
Il brano ci dice che dove arriva la Parola c’è grande gioia, perché la Parola ci ridà la gioia della grazia, la gioia della misericordia, la gioia della tenerezza, ma bisogna essere afferrati dallo Spirito santo. Quando gli apostoli da Gerusalemme vengono a sapere che la Samaria ha accolto la Parola, ed è una conquista importante, mandano Pietro e Giovanni, che pregano su di loro perché ricevano lo Spirito santo. Un cristiano senza lo Spirito santo è già degradato a persona buona, un cristiano senza lo Spirito santo vive di volontariato e di politicamente corretto, un cristiano senza lo Spirito santo riduce il vangelo di Gesù a una filosofia buona, un cristiano senza lo Spirito santo fa della sua preghiera un fiume di parole senza amore. Lo Spirito santo è il maestro spirituale, ma deve essere ricevuto ed è la chiesa che ce lo dona, proprio con l’imposizione delle mani. Questo gesto di stendere le mani su una persona è un gesto di consacrazione, di appartenenza e di avvolgimento al misterioso agire dello Spirito.
Quando lo spirito entra nel cuore di ciascuno di noi, opera le sue meraviglie perché è specialista nello scardinare la metodicità rassicurante della mente. L’azione dello Spirito apre l’anima a panorami nuovi, a esperienze nuove, lo Spirito consacra, tutela e mantiene un rapporto con Dio sempre ad un altissimo livello di seduzione ardente, fuori di questo non c’è esperienza di Dio, ma c’è solo un parlare su di Lui.
Pietro e Giovanni impongono le mani sui samaritani perché queste persone ricevessero anche lo Spirito, in quanto il battesimo nel nome di Gesù non basta: è lo spirito che rende la Parola di Dio viva, ardente, efficace, destabilizzante dell’abitudine che fa morire l’amore.     


Seconda Lettura          1 Pt 3,15-18

La Parola è chiara: “Carissimi, adorate il Signore nel vostro cuore”. San Giovanni della Croce dice che il tempio più bello di Dio è il nostro cuore. Noi siamo il tabernacolo più prezioso, dentro di noi c’è il Signore, il Cristo, ecco perché Maria serbava tutte queste cose custodendole nel suo cuore. Quando scopriamo che abbiamo Gesù dentro di noi, subito Egli ci fa un grande dono: ci rende persone che, nel nostro silenzio, facciamo porre domande alla massa maggioritaria senza l’amore di Dio, che ci domanderà ragione della speranza che è in noi. Dopo averci chiesto ragione,  cominceranno anche a malignare su di noi, perché Gesù ci tira fuori dalla massa senza amore e ci rende minoranza profetica, alle volte ci rende anche unicità diversa. Quando siamo diversi ed abbiamo il coraggio di non approvare la massa del nostro paese, quando ci tiriamo fuori dalla stoltezza della maggioranza, cominceranno a malignare sul nostro conto perché ci vedranno come una stranezza che non riescono a capire, ad accettare, in quanto il nostro essere unicità d’amore diversa disturba il loro cuore disabitato. Quando Santa Gemma Galgani usciva per Lucca veniva ricoperta d’insulti, le tiravano sassi e polvere.
Il fallimento di una comunità cristiana e di un cristiano è non suscitare più domande, ma dare solo informazioni di attività. Un vero credente suscita domande perché ha una speranza. Allora il vero discepolo è colui che viene malignato, ma la Parola ci dice che nel momento stesso in cui si parla male di noi “rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo”. Pietro ci dà uno stile: “Tutto questo sia fatto con dolcezza, con rispetto e con retta coscienza”: non diventiamo militanti ed oppositori, rimaniamo propositivi nell’umiltà, nella serenità, non rivestiamo di fanatismo ciò che è spirituale, ma raccontiamo umilmente ciò che Gesù fa dentro di noi.
Tutto comincia dall’adorazione del Signore Gesù nel nostro cuore, lì inizia l’avventura della nostra diversità e la nostra unicità diventa profezia di Cristo nella nostra città.
   

Vangelo     Gv 14,15-21

Giovanni, l’aquila che vola alle altezze dell’amore, ci descrive un Gesù innamorato di noi che mette come condizione d’amore l’osservare i suoi comandamenti. Il comandamento nuovo per Giovanni è unico: “Amatevi come io ho amato voi”. L’osservanza dei comandamenti non è qualcosa di passivo che dobbiamo realizzare di fronte ad un codice etico, i comandamenti per Giovanni non sono più nel codice di Mosè di pietra, ma la tavola di carne dei comandamenti è la persona viva di Gesù che noi possiamo amare. Se lo amiamo osserveremo il suo comandamento che è l’amore. I comandamenti senza amore diventano pesi intollerabili, i comandamenti senza Gesù diventano norme etiche, diventano un codice, ma non si può amare un codice. Quando amiamo Gesù, amiamo e osserviamo tutti i comandamenti perché in Gesù troviamo la purezza, la fedeltà, la sincerità, l’amore per la vita l’onestà, l’amore per Dio; in Gesù troviamo tutti i comandamenti vissuti da Lui nella sua vita di Messia. Quando amiamo Gesù, viviamo i comandamenti, ma li viviamo nel fuoco dello Spirito, non da orfani, e lo Spirito ci trasferisce dal Sinai di pietra al monte dell’amore, che è il cuore adorabile di Gesù. Lo spirito, che Gesù ci dona come Paraclito, non si effonde sul mondo (per Giovanni il mondo è tutta la realtà che si oppone a Cristo) perché il mondo non lo vuole e non lo può nemmeno conoscere, ma si effonde su coloro che lo amano. I comandamenti di Gesù non sono limitanti il cuore, sono quelle parole salvifiche che portano il nostro cuore ad una pienezza dell’intensità d’amore. Quando amiamo Gesù siamo amati anche dal Padre e, quando amiamo Gesù dentro il nostro cuore, abbiamo questo fiume d’amore che lo Spirito santo fa sgorgare, un fiume di fuoco, un fiume di ardore, un fiume di luce. Gesù è il vero comandamento del Padre e l’amore è la dinamica di salita al monte nuovo della misericordia.       


Prima Lettura         At 8,5-8.14-17

La prima lettura ci presenta la figura del diacono Filippo. È una figura abbastanza presente nel libro degli Atti perché sarà il diacono che battezzerà l’eunuco della regina Candace. Filippo è una figura molto carismatica ed audace perché, come Giona, parte dalla certezza che deve andare lui verso la città degli uomini e non la città a lui, perciò egli scende in questa città della Samaria, in questa piazza così difficile di una regione considerata dall’ebraismo scismatica ed impura.
Scende in questa città a predicare il Cristo. È una persona sola contro una città intera, ma se il Signore è per noi chi sarà contro di noi, dirà Paolo, e Filippo con questa certezza ardente nel cuore, sospinto dallo Spirito, da solo, senza potenza umana, senza organizzazione, ma con il dono della Parola porta in quella città quattro doni di Dio: la Parola, la liberazione, la guarigione, la gioia. Quando un discepolo, un cristiano, un battezzato è audace nel Signore, Egli lo precede e lo conferma con i suoi segni. È molto particolare nel diacono Filippo la sua audacia solitaria: egli non ha il mandato o la missino canonica della chiesa di Gerusalemme, lui va, si sente sospinto dallo Spirito ad andare in questa città e lì comincia con la forza della Parola ad operare la verità perché il primo frutto della Parola è lo stanare e lo smascherare il nemico che si nasconde nel cuore dell’uomo, perché la parola ha questo potere liberatorio. Ecco perché da molti indemoniati, dice il testo, uscivano spiriti impuri emettendo grida altissime, perché lo spirito impuro che ha sfiduciato la Parola nel suo inizio dicendo ai progenitori che Dio era menzognero, non è capace di reggere la forza, l’armonia e la potenza della Parola. Ecco perché lo spirito impuro non è capace di relazione, di dialogo, di ascolto, ma il grido è la sua sola sonorità relazionale. La Parola lo stana e lo sconfigge con la potenza della sua grazia e della sua luminosità.
Il secondo dono è la guarigione. In questo brano si dice che vengono guariti paralitici e storpi, in senso letterale la Parola si riferisce a paralisi e a malattie degli arti, ma in una lettura spirituale la Parola ci invita a vedere come quando essa giunge nel cuore di una persona le insegna a camminare nella sua vita senza appoggiarsi a nessuno. La Parola ci dona la grazia di camminare nella libertà, di camminare da discepolo, di recuperare la capacità di seguire il cammino di salvezza che la Parola stessa ci offre. In quella città, allora, vi fu grande gioia perché gli uomini e le donne si sentirono compresi, capiti, amati, rivestiti da una potenza superiore: la Parola.
L’eco di questa impresa apostolica di Filippo giunge alla chiesa di Gerusalemme, da Pietro e da Giovanni che scendono per vedere l’opera di Dio, per vedere ciò che questo diacono aveva portato in quella comunità, stupiti che la Samaria avesse accolto la Parola. “Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito santo, quindi imponendo loro le mani donarono lo Spirito santo” perché lo Spirito santo, essendo altissimi donum dei, è donato dalla Chiesa a chi si apre alla sua potenza. Una comunità viene e confermata nella sequela di Cristo e viene radicata nella signoria della Parola attraverso il dono dello Spirito. Lo Spirito santo è la persona trinitaria sovversiva, perché sovverte leggi, costumi, norme, paure perché dona l’esperienza dell’amore di Dio che non è legato a nessuna Torah e a nessuna religione, ma è legato alla dinamica dell’amore di Dio che cambia, che libera, che converte i cuori.
   

Seconda Lettura          1 Pt 3,15-18

Questa Parola ci ricorda che la punizione più tremenda per un cristiano è non suscitare nessuna domanda, ma lasciare tutto com’è. La tristezza più grande per un cristiano è non essere segno di divisione, segno di contraddizione e non suscitare divisioni per Cristo. Quando un cristiano non suscita più questo vuol dire che è un cristiano addomesticato o conformato al secolo presente. Dice Pietro: “Dovete adorare Cristo nei vostri cuori”, per cui un discepolo deve essere innanzitutto una persona che ha una vita interiore, spirituale, una vita di intimità con Gesù il Signore. Se un cristiano è estraneo a Gesù, è solamente un faccendiere di parole e di attività, ma se un cristiano ha Gesù nel cuore e lo adora, ha il fascino del testimone e del fuoco vivo acceso dallo Spirito in lui. Un cristiano deve essere pronto a rispondere a chiunque gli domandi la ragione della sua speranza. Un vero cristiano, un vero discepolo, un vero testimone deve essere cristiforme, deve essere affascinato, afferrato dalla signoria di Cristo. Quando un cristiano è così, egli paga pegno perché su di lui verrà fatto un processo, si malignerà. Pietro dice che quando si è autentici discepoli e testimoni di Gesù si dovrà subire la malignità, la calunnia e l’offesa perché si deve essere conformi a Cristo e anche Gesù Cristo venne malignato, perseguitato, mormorato, calunniato, disprezzato, rifiutato. La Parola di Dio contesta i cristiani che vogliono piacere a tutti i costi a tutti e a tutto, questi cristiani che vivono una dualità da prostitute, vogliono piacere al mondo e nel contempo a Dio, adulteri di Dio, servi del mondo, adoratori dell’opinione della maggioranza sotto il manto e sotto l’apparenza ipocrita del dialogo, del rispetto e dell’apertura sapiente a chi non è Cristo. Il vero testimone è sempre una spada, un segno, una divisione, una domanda, una profezia, perché dove arriva un cristiano che ha Gesù nel cuore la pace apparente del mondo, del compromesso, del calcolo, della connivenza con l’opinione, estraniandosi dalla verità, è finita. Ecco perché Gesù non ci fa una proposta di poco valore. Gesù ci domanda tutto, ci domanda di essere prolungamento suo, pagando il prezzo dell’autenticità, ben sapendo che solo i profeti autentici cambiano la storia perché la demoliscono nelle sue certezze fragili della cultura, dell’opinione e della moda perché la roccia, Cristo, regni e vinca.


Vangelo     Gv 14,15-21

Il vangelo è un dialogo tra Gesù e i discepoli. Egli parlando con loro afferma: se mi amate osserverete i miei comandamenti. Quali sono i comandamenti di Gesù? In Giovanni è uno solo: amatevi come io vi ho amato. È la torah giovannea, è il comandamento nuovo di Gesù che non rinnega la torah del Sinai, ma la sublima e la rilegge nell’amore. Gesù non propone una legge, propone un’esperienza d’amore, per cui per amare se stessi e gli altri dobbiamo essere segnati e preceduti da un’esperienza d’amore viva di Gesù. Questa esperienza d’amore è la torah di Gesù, la legge dell’amore. Ecco perché dall’esperienza d’amore con Gesù noi riceviamo in dono la preghiera di Gesù per noi: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito”, il secondo consolatore dopo Gesù, lo Spirito, perché la nostra vita ha bisogno di consolazione, di difesa, di intercessione, di amore. Ma lo Spirito santo non è un dono automatico e di diritto perché Gesù dice chiaramente: “il mondo non può ricevere lo Spirito”, non lo può ricevere perché non lo vede e non lo conosce, e per mondo Giovanni intende tutte le persone, le strutture, gli atteggiamenti che si oppongono alla signoria di Gesù. In poche parole chi non può ricevere lo Spirito? chi si accontenta di essere uomo psichico, somatico, animale, cioè chi non si apre ad un soffio superiore, ad una presenza potente che rimotiva, rilegge, rifonda il nostro essere uomo. Senza lo Spirito santo siamo uomini a metà, persone dimezzate, persone puramente umane, ma l’umano non salva l’umano. Gesù attraverso lo Spirito non ci lascerà orfani della presenza d’amore di Dio.
Giovanni dice che lo spirito donato da Gesù rimane presso di noi e sarà in noi, lo Spirito è la persona divina misteriosa, affascinante, sovvertitrice, che ci libera dalla religione della torah, che ci libera dalla ossessività rituale come guarigione di paure psichiche e ci introduce in una profonda esperienza d’amore, dove al posto della religione ci viene donata una presenza, un’esperienza e una grazia. Ecco perché in questo brano tutto si snoda attraverso l’amore. Accogliendo i comandamenti di Gesù e osservando la torah spirituale di Gesù avremo in dono l’amore del Padre, l’inabitazione del Padre e la rivelazione del Padre.
Il cristianesimo è esperienza d’amore, ma quando si ha smarrito l’amato, diventa solamente esperienza di beneficenza e di bontà, perché lo Sposo non c’è più.
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