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17 novembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 17 Novembre 2019
XXXIII Domenica Tempo Ordinario Anno C


Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime

Prima Lettura     Ml 3,19-20

Sbaglieremmo a leggere questa Parola rivestendola di paura e di terrore. Malachia, nel linguaggio profetico, paragona il giorno del Signore, l’ultimo giorno, ad un giorno rovente come un forno, perciò subito potremmo pensare all’immagine apocalittica del fuoco che viene e che brucerà. Questo giorno rovente come un forno è la festa, la manifestazione e la vittoria dell’amore di Dio che viene a chiudere la storia umana e ad aprire completamente lo sguardo e la finestra verso la non storia, cioè l’eternità. Il Signore non può odiare, non può punire o castigare, non è un terrorista che arriva, ma il Signore è puro amore e, quando Lui tornerà e libererà il suo amore ardente, proprio l’amore farà il discernimento e concluderà la storia, proprio questo amore rovente, incandescente, ardente, passando, farà vivere e brucerà, farà vivere chi nella sua vita ha continuamente cercato, inseguito, amato, desiderato questo amore, invece brucerà coloro che non avevano né radice né germoglio veri, ma solo apparenti. Questo fuoco d’amore metterà alla prova ciò che noi abbiamo chiamato amore.
Tutti abbiamo una sete infinita d’amore e al giorno d’oggi, nel quale i fallimenti d’amore sembrano all’ordine del giorno, saremmo tentati di dire che Dio è utopista e ci ha dato da realizzare qualcosa che non possiamo realizzare. Tutti siamo affamati d’amore, molti giocano con l’amore da immaturi, trasformandolo in ciò che non è e vogliono rimanere in questa immaturità di approccio.  Lo possiamo fare perché qui sulla terra siamo in un regime di libertà, però la risposta ci verrà subito perché, quando contrabbandiamo e falsifichiamo l’amore, facendolo a nostra misura, cominciamo a vivere un’apparenza, perché non abbiamo né radice né germoglio. E quando Dio passerà con il suo amore ardente, brucerà ciò che è apparente, allora rimarrà in vita solo colui che ha creduto a questo amore e quel fuoco diventerà un sole con raggi benefici.
Perché c’è questa immaturità d’amore? Perché abbiamo trasformato l’amore in qualcosa di funzionale a noi e soprattutto in qualcosa che non impegni la nostra vita, la nostra fedeltà e la nostra continuità. È il male di oggi. La gente che vive questo dramma non ha né radici né germogli, è tutto apparenza, l’effimero del momento. Allora non è tanto questione di piangersi addosso, ma si tratta di creare modelli alternativi d’amore. Quando lo facciamo? Quando Dio ci dà la vera radice che produce il germoglio, quando diventiamo persone visibili che vivono l’amore vero. L’amore vero non è per gli eroi, ma è per coloro che nella familiarità con il Dio amore hanno la luce e il germoglio, hanno la profondità di contatto, di unione, di familiarità con Dio. Se non abbiamo Dio dentro, basta un attimo per trovare alibi per non amare, scuse per stancarsi, basta un attimo per dire che non ce la facciamo più e mollare tutto. Se non abbiamo Dio dentro, la continuità non possiamo averla né pretenderla. I drammi di oggi di coloro che sono stati feriti nell’amore è proprio dovuta a persone che non hanno Dio dentro.
Il danno più grande di oggi è che  molta gente non incontra Dio, non cerca Dio. Ma quando non abbiamo Dio dentro, abbiamo un altro dentro di noi e la sua  presenza ti fa diventare polemico, aggressivo, accusatore, arrogante, solitario, disperato.
Il giorno finale di Dio sarà il giorno del vero amore, di un amore che non crea alibi, di un amore che smaschera ciò che non è amore, perciò di fronte all’incontro con l’amore, se non si è dentro questo amore, si verrà bruciati. Ecco l’inferno: non essere capaci di reggere l’amore, il vero amore e accorgersi quanto abbiamo giocato con l’amore.
Quando abbiamo l’amore di Dio,  diventiamo specialisti d’amore, perché Dio non ci ama con la legge, ma ci ama con quella vibrazione interiore che è amore purissimo, totalizzante, umanissimo, intelligente e profetico.
Quando ti ama una persona che ama Dio, cambia tutto, quando invece dice di amarti chi non ha Dio nel cuore, entri in un commercio.


Seconda lettura         Ts 3,7-12

Paolo ci dà uno spaccato della comunità di Tessalonica dove era circolata la voce che Gesù stesse per tornare; si facevano i calcoli e non si faceva nulla, perciò Paolo li richiama perché vivano  lavorando nella pace. Quanto bisogno abbiamo, in questo tempo in cui c’è una disperazione latente e la gente non ce la fa più, di persone equilibrate nel Signore! Quanto bisogno abbiamo oggi di persone che sono equilibrate nel Signore e sappiano mettere nel cuore la nostalgia per il Signore con il loro equilibrio. Quanto bisogno abbiamo di persone profetiche che portano una profezia di pace. A Tessalonica un piccolo gruppo aveva messo agitazione a tutta una comunità con questo escatologismo, oggi Paolo ci invita ad essere persone che vivono nella pace del cuore portando a tutti questa nostalgia del volto e del desiderio di Dio senza catastrofismo e senza paura. Come essere persone di pace che sanno vivere del loro lavoro? Ciò è possibile quando abbiamo quotidianamente dentro il nostro cuore la presenza di Gesù. Quando abbiamo Gesù dentro, siamo persone non perfette, ma in pace, con un equilibrio non mentale, ma del cuore, con un fascino non demagogico, ma spirituale e, quindi, potremmo portare a tanta gente, che pensa che siano arrivati gli ultimi giorni della loro vita e della loro speranza, la pace e la pregnanza di ogni giorno che Dio ci dona. Che cosa vuol dire lavorare? Vuol dire vivere la vita nella solidità di un impegno e di un servizio, ma anche nell’apertura di una nostalgia e dell’attesa. Oggi, trovare una persona equilibrata nel Signore, è un grande dono perché esse sono persone che sanno capire gli squilibri del cuore del cuore interiore degli altri, che non è di facile gestione.
Noi non siamo in attesa dell’ora x, siamo in attesa del Signore, tutti i giorni, per dare speranza a coloro che l’hanno perduta. Trovare sulla nostra strada una persona che ha un equilibrio nel Signore, che non è un equilibrio statico, ma è di cuore e di carità, è trovare sulla nostra strada un grande dono di Dio. In famiglia molte volte sarebbe facile drammatizzare tutto, esasperare e magari caricare di negatività una situazione, una persona equilibrata nel Signore, invece, porta un grande respiro di Dio nella vita dei suoi cari. Una persona equilibrata nel Signore prima di tutto vive il dono profetico del silenzio e della sobrietà del parlare.   


Vangelo       Lc 21, 5-19

Abbiamo reso inoffensiva ed insapore una Parola che, in realtà, dovrebbe far paura, perché  pensiamo che questo non avverrà mai e che i cristiani perseguitati sono in Nigeria o in Egitto. Abbiamo reso il vangelo qualcosa di innocuo. Gesù non fa l’imbonitore, parla chiaro. Luca dice:  “Alcuni parlavano del tempio che era ornato di belle pietre e di doni votivi”, quando esauriamo il nostro sguardo sulle strutture costruite dall’uomo, siamo già fuori strada, quando a noi basta quello che facciamo noi e quando abbiamo ridotto le nostre comunità a strutture ricche di belle pietre e di doni votivi, Gesù ci dice che non resterà pietra su pietra. A Gesù queste persone chiedono quando e quale sarà il segno, ma non chiedono il perché. Perché tutto cade in rovina? Perché dopo la cresima non rimane pietra su pietra, perché delle nostre strutture, anche murarie, non rimane pietra su pietra? Dobbiamo chiederci il perché. Vogliamo sapere la modalità e l’ora, perché vogliamo che l’evento sia chiaro nella cronologia e nella metodologia.
Gesù ci dice che ci sarà una grande confusione, molti verranno nel suo nome, ma ci imbroglieranno, poi ci saranno carestie, terremoti, ma prima di tutto questo deve avvenire una cosa: dovranno mettere le mani su di noi. E perché non ce le mettono? Perché forse siamo inoffensivi e abbiamo fatto del nostro essere cristiani una componente di un panorama rassicurante. Il vangelo è chiaro: saremo traditi dalle persone più care; quando non ci mettono le mani addosso è perché noi crediamo nel nostro Gesù, ma non nel vero Signore Gesù che porta divisione. Poi Gesù ci dice una cosa: “Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa”, cioè ci invita a smetterla di sbrodolare le nostre parole a difesa della sua Parola. Oggi il culto più grande è per il dio dialogo. Egli ci darà parole e sapienza cosicché tutti i nostri avversari non potranno resistere né controbattere. Qual è lo stile di Dio quando cerca collaboratori? Ci chiama uno alla volta e molte volte chiama singolarità, individualità che escono dalla fila e dalla folla e, in quanto folli di Cristo, perdono la faccia e diventano visibili e unici rischiando molto. Forse non saranno i comunisti o gli atei o gli indifferenti a mettere le mani su di noi,  ma potrebbero essere i cristiani compromessi ai quali diamo fastidio per la nostra trasparente e rigorosa testimonianza. I cristiani compromessi sono presenti in tutto il tessuto ecclesiale e quali sono? Coloro che sono aperti a tutto e a tutti, coloro che sono tolleranti con tutto e con tutti, meno con chi vuole seguire veramente il Signore Gesù, perché il Signore Gesù non deve più essere divisione, ma deve essere solamente un argomento e un’occasione che mette insieme tutti e che fa contenti tutti, ma con questo il vangelo è finito.          
        

Prima Lettura     Ml 3,19-20

Il profeta Malachia, uni dei profeti minori, usa un linguaggio di genere apocalittico e parla del giorno del Signore, il giorno del giudizio, definendolo, attraverso un’immagine ricorrente, un giorno rovente come un forno. Quello che impressiona in questa Parola è che il fuoco dell’ultimo giorno brucerà gli uomini paglia e non lascerà né radice né germoglio.
Malachia nella Parola descrive il mistero della persone umana, di ciascuno di noi: abbiamo delle radici e dei germogli perché, se per gli empi, cioè per coloro che non hanno accolto Dio, queste verranno bruciati significa che Dio nel nostro dna ha messo le sue radici e i suoi germogli.
I germogli producono il fiore, quindi il frutto e il frutto finale dell’avventura di un’anima dovrebbero essere i frutti dello Spirito che Paolo elenca nella lettera ai Galati.
Ci soffermiamo sulle radici. Le radici che Dio ha messo dentro ciascuno di noi sono le dimensioni, le stagioni e i movimenti interiori che non si vedono e che fanno parte del nostro profondo. Essendo stati creati da Dio, non siamo prodotti ma misteri, essendo stati creati dal mistero infinito di Dio siamo un mistero per la sua gloria, siamo cioè una verità talmente grande che non può essere scandagliata fino in fondo. Solo Dio vede fino in fondo ad ogni creatura, ecco perché san Paolo esorta a non giudicare nulla prima della venuta del Signore, perché il nostro giudizio su noi stessi e sugli altri è sempre un giudizio cronologico, psicologico, umano.
In questi ultimi anni l’antropologia non credente, nella sua valutazione della persona umana, ha profanato, ridotto e falsato queste radici spirituali, che sono i sensori profondi, nascosti messi da Dio in ogni creatura per dare supporto e solidità alla persona. Le nostre radici spirituali sono la prova del nove che noi siamo creature di Dio, però la scienza, che ha preteso di inglobare il mistero dell’uomo, le ha chiamate inconscio, subconscio e le ha ridotte a semplici bisogni. Quindi l’antropologia atea ha fatto dell’uomo una centrale di bisogni e i bisogni dell’uomo possono essere soddisfatti dall’uomo. Così si è rimpicciolita la persona umana ad una piccola centralina di piccoli bisogni immediati. Invede l’uomo ha delle radici profonde ed è nelle radici profonde dell’uomo che Dio si diverte a giocare con l’inquietudine, con l’inquietudine positiva che lo Spirito manda dentro di noi. Si tratta quasi delle alte e delle basse maree della grazia che ci impediscono di saziarci di bisogni.
Quando nel giorno ultimo andremo incontro all’amore di Dio, che potrà essere forno bruciante o sole riscaldante, le nostre radici non saranno bruciate, ma saranno consacrate in una pienezza perché sono le radici che tengono viva la nostalgia dell’incontro con la pienezza dell’amore. Perciò le radici di Dio impediscono a ciascuno di noi di essere saziato da qualsiasi esperienza umana. Non ci possono saziare né l’amore sponsale né l’amore familiare materno né l’amore ministeriale perché, se ci saziassimo con queste cose, avremmo svenduto le radici e avremmo fatto spazio ai bisogni.
Oggi, cancellando completamente la dimensione eterna, trascendente, spirituale di ognuno di noi, si sta facendo una strage nelle persone perché le si riduce a semplici entità di bisogni e, quando una persona ha dei bisogni, viene indirizzata a sportelli diversi per risolverli.
Dio sta morendo di nostalgia per me, Dio mi ha prestato alla storia, non mi ha dato in possesso alla storia. Egli ha permesso che tutte le esperienze della mia vita non siano mai esperienze totalizzanti, di pienezza, ecco perché nelle alte e nelle basse maree della grazia c’è tutto un gioco dell’inquietudine con cui Dio guarisce l’anima.
Perciò le persone più vicine a Dio sono le persone più inquiete, di un’inquietudine non patologica, ma di grazia; persone che si aprono sempre di più alla ferita dell’infinito, persone che non hanno lasciato cicatrizzare il desiderio dell’infinito e di Dio con l’esoterismo o con le risposte umane, anzi più si avvicinano al mistero di Dio, più la loro ferita si apre. In questa ferita d’amore c’è il luogo del sole, contrapposto da Malachia al fuoco del forno che brucia. Il sole ha almeno due significati: nell’Antico Testamento, nel libro di Isaia, si parla di un’ombra del Signore che accompagna il popolo per ripararlo dal sole del giorno e nel Nuovo Testamento Gesù descrive l’astro del sole come il segno più grande della gratuità misericordiosa di Dio, perché il Padre fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi. Allora il sole, con il quale Malachia simboleggia il mistero di Dio, è segno di gratuità, di presenza, di calore per la vita. Il Padre fa sorgere il sole su tutti noi , il sole di giustizia sorgerà con raggi benefici, dice Malachia, nella Liturgia delle Ore molti inni riportano questa immagine: “O sole di giustizia, verbo del Dio vivente, irradia sulla chiesa la tua luce di pace” e nel Benedictus diciamo: “Perché verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte”. Potremmo dire che, oltre al sole come astro, fondamentale per la vita umana, c’è un altro sole, fondamentale per la vita spirituale: il sole dell’Eucaristia. L’ostensorio è a forma di sole, l’ostia è a forma di sole, nel momento principale della messa il prebistero innalza Gesù nell’ostensione come un sole che brilla alto nella nostra vita. Per essere persone che conservano le radici e il germoglio è necessario godere dei raggi benefici di questo sole. Allora l’Eucaristia non è altro che andare ad abbronzarci al sole di Dio, perché l’Eucaristia tutti i giorni si innalza sul mondo e lo irraggia con i raggi eucaristici, tanto che Padre Pio diceva che se non ci fosse la messa il mondo precipiterebbe nel nulla.
Che cosa sono, allora l’adorazione eucaristica, la messa, l’Eucaristia? L’eucaristia è restare lì a prendere il sole, l’adorazione è lasciarci irraggiare dai raggi dell’amore. Il sole non lo meritiamo, anche domani mattina sorgerà, ecco perché restare davanti al sole eucaristico è compiere un’azione totalmente passiva dal punto di vista spirituale, perché l’eucaristia non la confezioniamo noi, non la meritiamo, non la gestiamo, è ricevere gratuitamente i raggi dell’amore. L’Eucaristia è tutta qua. Il sole eucaristico non sorge perché ci sono dei bei canti, perché c’è un bravo presbitero, ma la gratuità di Dio sorge per la sua gloria. L’Eucaristia è quel sacro convito in cui, mangiando Dio, ma anche lasciandoci abbronzare da Dio nella nostra anemia di peccato, otteniamo da Lui il pegno della gloria futura.
Questo sole di giustizia che ci illumina con i suoi raggi benefici è veramente il sole eucaristico. Dio non si stanca di illuminarci e si dona eucaristicamente a noi, non badando troppo alle modalità celebrative chiassose o superficiali di una comunità, ma si dona per grazia. È questo sole che ci preparerà a consacrare e ad accrescere le nostre radici e il nostro germoglio che fiorirà nel sole di Dio nell’eternità.  
  

Seconda lettura         Ts 3,7-12

San Paolo aveva individuato che nella comunità di Tessalonica c’era un malessere prodotto da alcune persone che, convinte dell’imminenza della fine del mondo, avevano smesso di lavorare e  vivevano in modo disordinato, senza fare nulla e sempre in agitazione. Anche oggi in mezzo a noi ci sono persone che non sono capaci di accogliere e di accettare la vita nella sua concretezza, nella sua solidità rappresentata dal lavoro. Paolo parla di un lavoro operativo, ma parla anche di persone che, vivendo del loro lavoro, hanno una solidità e una stabilità nella vita.
Le persone agitate, disordinate sono coloro che, non abitando se stesse e non avendo una buona riconciliazione con se stesse, fuggono su tre versanti: innanzitutto si contraddistinguono per la loro deresponsabilizzazione completa, ossia non hanno mai colpa di nulla e tutte le loro scarogne vengono da persone che hanno prodotto in loro questa inconsistenza, perciò la colpa è sempre degli altri. La seconda caratteristica  è rappresentata dalla fuga in un disimpegno e dalla voglia di meraviglioso e di sensazionale; infine usano la fede riducendola ad una religione terroristica in cui l’imminenza di un giudizio di Dio blocca la vita.
La Parola ci dà una grande lezione a questo proposito: la persona di Dio, quando incontra gli altri, non si chiude a nessuno, ma fa discernimento. Le persone di questo tipo vanno aiutate non aiutandole, cioè occorre con tenacia e con fermezza aiutarle a recuperare la loro responsabilità,  senza diventare supplenti della loro assenza. Si possono aiutare facendo loro riprendere in mano la loro vita, le loro decisioni, la loro storia, la loro fede, non sostituendosi a lor nel prendere delle decisioni. Molte volte, poi, si aiutano di più unicamente affidandole all’amore di Dio con la preghiera.
San Paolo ai Tessalonicesi fa uno spaccato della sua persona: “Io sono venuto in mezzo a voi, ma non sono stato di peso ad alcuno di voi, perché ho lavorato giorno e notte guadagnandomi la vita”. La Parola ci insegna che aiutare le persone è una grande opera e una grande testimonianza,  così pure ascoltare le persone, ma non possiamo portare le persone sulle nostre spalle, dobbiamo insegnare loro a riusare le loro gambe, la loro vita, i loro doni. Questo è veramente evangelizzare, aiutare, formare le persone perché una comunità di Cristo sia una comunità che aspetta Gesù che deve venire, senza fughe ed evasioni in nome della fede e della religione.
Allora la più grande evangelizzazione è aiutare le persone a riabituare la loro vita, e questo è un grande dono, una grande misericordia, una grande intelligenza. Non è nel disegno di Dio che noi ci facciamo massacrare per aiutare persone che non vogliono essere aiutate, ma vogliono essere sostituite da noi.
Le persone che vorremmo aiutare, se non le esortiamo a riprendersi le gambe, saranno persone che ci useranno come scarico delle loro tensioni e delle loro indecisioni. Questo non è cristiano.
    

Vangelo       Lc 21, 5-19

Luca mette in bocca a Gesù il discorso della distruzione del tempio di Gerusalemme, perché alcuni, parlando del tempio, si fermavano ad elogiare le belle pietre e i doni votivi, ma Gesù a costoro  preannuncia che di questo tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra. Il vero tempio di Dio è Gesù, il vero tempio di Dio è ciascuno di noi. A questa gente, che esaltava la bellezza architettonica del tempio, Gesù preannuncia la caduta perché ci ha detto chiaramente che la pietra non innamora il cuore. Abbiamo anche noi tanti uomini di pietra, tante strutture di pietra, tanti appassionati della pietra che pretenderebbero di strutturare e di rendere solido e architettonico il mistero di Dio, che pietra non è. Certamente le case di Dio, i luoghi di culto, sono necessari per una comunità, ma è la comunità, dice san Pietro, che forma le pietre vive della chiesa.
Quando viviamo in comunità di pietra, in cui c’è come priorità la pietra, dovremmo ricordare che essa non può infiammare i cuori. Infatti il Signore ha chiaramente risposto alle grandi realizzazioni faraoniche della pietra, fatte anche dalla chiesa (mega seminari, mastodontiche case generalizie): la pietra è rimasta, ma i cuori se ne sono andati.
Quando l’uomo pretende che Dio diventi una struttura dentro una pietra, Dio non ci sta. Sebbene il tempio di Gerusalemme, consacrato a Dio e dedicato da Salomone, fosse il cuore d’Israele dove per tanti anni si sono innalzate preghiere, quello stesso tempio è caduto.
Oggi nelle nostre comunità soffriamo per questo: abbiamo strutture di pietra che sfornano modalità e regole, orari e accessi, ma i cuori non ci sono; abbiamo anche strutture di pietra apparentemente necessarie: consigli pastorali, consigli di affari economici in cui si parla della gestione delle cose di pietra, ben sapendo che i cuori non chiedono strutture, ma chiedono ospitalità e amore. Abbiamo anche uomini e donne di pietra, diventati delle cariatidi monolitiche perché da tanto tempo si occupano di qualche servizio, sono ritenuti indispensabili e non possono mancare all’appuntamento con la storia; abbiamo pastori che nelle comunità non sono liberi di raggiungere i cuori, perché devono fare i conti con le strutture di pietra erette a Dio. Ma Gesù ha detto: “Di questo non resterà pietra su pietra”. Abbiamo parole magiche della pietra: corresponsabilità, condivisione, comunità, ma sono solo parole, che risentono di una stagione ormai passata in cui anche certe frange della chiesa pensavano che, sposando il collettivismo comunista, si potesse rendere il vangelo accolto da tutti.
Gesù alla pietra che cade contrappone una pietra viva e sono coloro che, rifiutando la pietra, vanno ad abitare nel corpo di carne e di sangue di Dio in Gesù, sono le pietre vive di Gesù che, diventando tali, faranno scattare una persecuzione ad opera dei paladini della pietra e della struttura, perché queste persone di Gesù hanno il difetto di essere significative.
Gesù ci dice che, quando diventeremo pietra viva del suo corpo, ci metteranno le mani addosso, ci perseguiteranno e ci porteranno nelle sinagoghe e nelle prigioni, perché le persone che non sono di pietra, ma di carne, sono le sovvertitrici di Gesù di una struttura di pietra che ha fatto trasferire la presenza di Dio, perché Dio non può amare la pietra. Quando questi testimoni saranno presi e perseguitato anche dalla comunità, verranno portati davanti agli uomini di pietra, re e governatori, e Gesù li invita a non entrare nel loro gioco con le loro parole, a non usare una relazione che è cara alla pietra, a non preparare prima le cose scontate, ma a lasciarsi preparare da Lui perché Egli darà loro parola e scienza che non potranno essere controbattute dagli imprenditori della pietra.
Più sarai di Gesù più salteranno anche tutte le rassicurazioni genitoriali, familiari, parentali, amicali, perché se sei veramente di Gesù sarai odiato da tutti a causa del suo nome.
Di certo domenica, quando verrà proclamato questo vangelo, nessuno avrà un brivido per la radicalità di queste affermazioni. Altro che piacere agli uomini, altro che una pastorale dove dobbiamo piacere al mondo usando le dinamiche del mondo. Gesù non è d’accordo. Egli, però, continua dicendo: “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. Quando sarai di Gesù anche il più piccolo particolare della tua vita è suo e, se rimarrai in Gesù (questa è la perseveranza), salverai la tua vita perché non diventerai pietra.
     

Prima Lettura     Ml 3,19-20

Il profeta Malachia, il cui nome significa messaggero del Signore, è uno dei dodici profeti minori. Egli svolge la sua missione dopo la ricostruzione del tempio, avvenuta negli anni 520-515 a.C. per opera degli Israeliti tornati dall’esilio e sotto la spinta della predicazione di profeti Aggeo e Zaccaria. Tratta del tema dell’ultimo giorno, il giorno del Signore.
Il giorno del Signore è una cosa certa, ma di certo sappiamo solo che verrà, invece le modalità, le date, i tempi, diceva Gesù, li conosce solo Dio.
Questa Parola è molto forte perché contrappone due fonti di calore: il forno e il sole, contrappone due genealogie: la paglia e i cultori del nome. Malachia ci ricorda che le persone paglia non hanno né radice né germoglio. Questa è proprio la malattia del nostro tempo nel quale i giovani, ma anche i meno giovani, non hanno più voglia di aprirsi alla vita, sono senza radici personali, comunitarie, storiche, invece sono ricchi di una profonda solitudine e a questi uomini paglia nessuno annuncia la verità dicendo loro che sono paglia. Il fuoco di Dio discernerà queste due categorie di persone; in mezzo ci sono la fede e la Parola di Dio che formano le due genealogie.
È molto bello l’epiteto con cui Malachia indica l’altra genealogia: ”per voi, invece, cultori del mio nome”, esso ci parla di una dimensione di lode, di preghiera, di adorazione, di contemplazione del sole di Dio. Oggi  tutti noi soffriamo di una stanchezza di doveri e di prestazioni e tutti sogniamo una vita sciolta dagli obblighi, dal dare sempre, dall’essere un dono infinito, perché questa vita ci sfiancando, questa è la debolezza della nostra epoca, degli uomini e delle donne di paglia che non sanno accogliere e reggere l’amore. Ecco perché Dio molte volte si è manifestato nel simbolo del fuoco, dal roveto ardente di Mosè a Gesù che proclama che ha portato un fuoco sulla terra, al fuoco della Pentecoste al fuoco della Geenna. Quella del fuoco è un’immagine che accompagna di frequente quella di Dio al punto tale che nella lettera agli Ebrei si afferma che Dio è un fuoco divorante. Per non esser paglia e per essere cultori del nome di Dio, cioè del suo amore, dobbiamo essere capaci di ricevere dentro di noi il fuoco, perché il fuoco è sempre dono (“Ho portato un fuoco sulla terra, come desidererei che fosse già acceso”). Se non abbiamo il fuoco, siamo veramente paglia, se non abbiamo il fuoco, siamo il mare glaciale artico della nostra storia, della nostra chiesa, del nostro mondo.
Geremia, nelle sue confessioni di profeta, dice che non avrebbe più pensato a Dio, non avrebbe più parlato di lui, non l’avrebbe più cercato, ma dentro di lui c’era un fuoco incontenibile. È necessario il fuoco perché, se non c’è, non si produce niente. Tutti noi soffriamo di questa glacialità che è diventata la normalità maggioritaria delle nostre esperienze comunitarie.
Il cristiano per sua natura dovrebbe essere un piromane, un incendiario. Dove c’ è un cristiano che ha il fuoco dentro si genera subito la vita, un discepolo che ha il fuoco di Dio nel cuore ha tre caratteristiche: è una persona che, quando viene avvicinata, incendia e sconvolge, è capace di generare gruppi di cristiani che pregano e ascoltano Dio, viene perseguitato dalla chiesa istituzione. Un cristiano che ha il fuoco dentro vive nella dimensione abituale della chiesa che è la Pentecoste, la chiesa è nata dal fuoco di Dio, anche se oggi spesso è diventata costruttrice di frigoriferi. La fine del mondo sarà nel fuoco: o il forno o il sole. Per forno si intende che non saremo capaci, perché non abbiamo fatto esperienza del fuoco, di reggere l’amore di Dio e quell’amore diventerà distruttivo, mentre l’amore accolto sarà sole che illumina la nostra vita. Tutto è questione d’amore. L’esperienza di Dio è un’esperienza d’amore e di fuoco, se non c’è il fuoco, Dio viene ridotto ad un’ideologia, ad un discorrere, ad una scienza, ad una cultura, ad un’opinione.
Se non abbiamo il fuoco della Pentecoste non reggeremo il fuoco della fine. Dio ha acceso un fuoco al principio: il roveto ardente, Gesù l’ha portato, dobbiamo accenderlo per poter affrontare il fuoco finale, dove la vita eterna sarà la Pentecoste infinita, dove lo Spirito santo ci immetterà in questo fuoco divorante di Dio per diventare offerta gradita a lui. Tutto è fuoco.
Tutti i santi sono nati dal fuoco, non c’è santo che non sia fuoco, non c’è santo che non abbia sofferto e sia stato perseguitato dalla chiesa, perché il fuoco è fuoco.


Seconda lettura         Ts 3,7-12

La Parola di primo acchito sembrerebbe un’esortazione ad avere i piedi per terra, a guadagnarsi il pane e ad essere concreti.    
Questi tali che vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione, citati da Paolo, erano alcuni individui di Tessalonica fortemente presi dall’imminente fine del mondo, che avevano staccato la vita dal lavoro, dagli affetti, da un equilibrio ed erano di turbamento per la comunità, per cui Paolo deve ordinare loro di mangiare il proprio pane lavorando in pace.
Paolo dice che quando andò a Tessalonica, pur avendo il diritto di essere mantenuto perché pastore, non usò di questo diritto e lavorò (si guadagnava da vivere facendo tende militari). Questo non significa che Paolo non fosse un uomo di Dio e pieno di Dio. Oggi abbiamo persone che vivono disordinatamente e in continua agitazione perché stanno aspettando il cielo dall’alto, e allora scrutano, calcolano, si informano, esoterizzano tutto, il guaio è che non hanno il cielo dentro il loro cuore. La beata Elisabetta della Trinità definiva la Trinità il suo cielo nel cuore: “O miei tre, o mio tutto, o mio cielo”. E Paolo, che era un uomo di fuoco, innamorato di Cristo, aveva il cielo dentro, ciò non gli impediva di essere concreto e con i piedi per terra. La gente di oggi è attratta da tutte le notizie esoteriche e meravigliose della fine del mondo perché non ha il cielo dentro. Chi ha il cielo nel cuore è amico di Dio e anche amico dell’uomo.
Un uomo e una donna che hanno dentro di loro il cielo di Dio, hanno la Trinità dentro di loro. Spesso non crediamo che noi siamo i veri tabernacoli, le vere dimore della Trinità.


Vangelo       Lc 21, 5-19

Domenica, quando si leggerà questo vangelo, nessuno si alzerà e se ne andrà dalla chiesa perché non accetta quello che c’è scritto, perché troppo esigente. Tutti resteremo in chiesa perché il vangelo è diventato un aperitivo innocuo e abitudinario.
Questo vangelo, così sconvolgente, vuole liberarci dal tempio, dalla sinagoga e dal tempo. Liberazione dal tempio perché Luca, scrivendo il suo vangelo dal 60 al 75-80 aveva assistito alla distruzione del tempio di Gerusalemme avvenuta ad opera dell’imperatore Tito, un evento che aveva sconvolto gli ebrei, e ricorda la frase di Gesù secondo cui la distruzione del tempio di Gerusalemme, cuore del giudaismo, preparava il vero tempio che era Gesù; liberazione dalla sinagoga quando il diacono Stefano venne ucciso; la liberazione dal tempo come idolo e assolutizzazione di tutta la storia. Il brano è chiaramente di genere apocalittico però è interessante vedere le notizie che ci dà Gesù. Gesù ci parla degli anticristi che dovranno venire prima della fine, cioè di coloro che si vorranno sostituire a Cristo come unico salvatore. “Guardate di non lasciarvi ingannare sotto il mio nome”, Gesù ci invita a un discernimento: non seguiteli. “Poi quando sentirete parlare di guerre di rivoluzioni non vi terrorizzate” è difficile storicizzare la Parola di Gesù, sono troppo notizie generiche, a quale terremoto si allude? Terremoti, carestie e pestilenze ce ne sono sempre stati. Gesù ci parla di un’umanità in travaglio, sofferente, limitata e provata.
Prima di tutto questo ci sarà un grande miracolo, un grande segno: la chiesa diventerà un segno totalmente santo, spirituale e visibile e, quando questo avverrà, l’umanità non potrà reggere questa testimonianza e allora, dice Gesù, “metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno….”Gesù ci dice il motivo della persecuzione, ci dice come avverrà (violenza) e dove ci porteranno. La chiesa di questa luce non sarà più una chiesa dialogante, umana, “mettetevi bene in testa di non preparare prima la vostra difesa”, sarà la chiesa dello Spirito, la chiesa del fuoco, dove finalmente lo Spirito santo sarà il protagonista, il Signore e il motore della sua chiesa.
Oggi la chiesa patisce una insignificanza, non ha più un fascino, ma si arrabatta nel sopravvivere, facendo le cose sempre fatte, chiamate dai teologi pastorale di conservazione, a danno di una pastorale innovativa e di rivoluzione. È una chiesa preoccupata di conservare le modalità d’uso non di riscoprire il cuore per cui essa esiste: lo sposo, Cristo. Quando la chiesa diventerà questo segno splendido di santità e di grazia preparerà il mondo ad accogliere il matrimonio definitivo con Dio. Quando questa chiesa sarà così splendida, rovinerà le famiglie della carne e del sangue: “sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici” che non reggeranno e non vi seguiranno nella scelta che avete fatto: “sarete odiati da tutti per causa del mio nome, ma nemmeno un capello del vostro capo perirà”, frase iperbolica per dire che Cristo ci custodirà. “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.
Oggi la Parola è fortemente ecclesiologica, sogna ed auspica una chiesa talmente significativa e significante che preparerà il mondo alle crepe di se stesso: pestilenze, carestie, terremoti; una sposa del Signore talmente santa e vera che molti non reggeranno il prezzo e la perseguiteranno. Questa Parola di Gesù è una promessa per la sua chiesa che noi amiamo, che vogliamo vedere bella significante. Una chiesa bella che diventa agorà del mondo.
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