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17 ottobre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 17 Ottobre 2021
Domenica XXIX Tempo ordinario


Prima Lettura     Is 53, 10-11


Il brano fa parte del quarto canto del servo del Signore che, al tempo del profeta Isaia, era ancora misterioso, ma la chiesa ha sempre visto in questi canti la profezia e la premonizione del sacrificio di Gesù. È Gesù, il servo del Padre, è Gesù colui che ha detto: “Manda me, un corpo mi hai dato”.
Ci fermiamo a riflettere su questa idea: Dio ha voluto far percorrere all’unico Figlio la via dell’impopolarità, dell’umiliazione e dell’incomprensione, Gesù è stato condannato per blasfemia e il profeta ci dice: “Quando offrirà se stesso, si offrirà in sacrificio di riparazione e vedrà una discendenza”. Che cos’è il peccato? È usurpare la sovranità assoluta di Dio su di noi, usurpare il diritto che Dio ha di essere nostro sovrano assoluto, perché solo Dio vuole il nostro vero bene. Contempliamo Gesù nella Parola di Isaia e ci facciamo una domanda: perché oggi la chiesa di Gesù non vuole più percorrere la strada che ha percorso Gesù? Oggi la chiesa vuole la popolarità, l’applauso, la folla, l’approvazione della mentalità mondana ed il grande abbraccio universale, come se tutto andasse bene, ma questa non è la strada che ha percorso Gesù. Gesù è sceso sulla terra, si è fatto uomo per indicarci che c’è una sola strada che porta a Dio, il Verbo si è incarnato, ha patito è stato crocifisso ed è risorto. Egli è venuto ad abolire le religioni e a proporci la via dell’esperienza dell’amore e della fede che ci porta al vero volto di Dio.
Cos’è la riparazione che il Figlio ha offerto al Padre e dalla quale è nata la discendenza, cioè i figli di Dio, il nuovo Israele, la chiesa? La riparazione è avvenuta quando l’amore infinito di Gesù ha vinto il nostro delitto di lesa maestà della sovranità di Dio. Dalla croce Egli ha riportato tutta la discendenza che, nel suo sangue e nella sua passione, deve riconoscere la sovranità assoluta di Dio, una sovranità d’amore. Senza il sacrificio di riparazione non c’è discendenza. Se noi abbiamo la fede è perché dei sacerdoti ci hanno messo la fede nel cuore e non ci è stata più rubata, ma non sappiamo che sacrifici e quanta penitenza hanno fatto perché le anime loro affidate andassero a Dio. Oggi si vuol fare la discendenza senza sofferenza, ma senza il sacrificio di riparazione non si vede la discendenza e senza sacrificio non si crea nulla. Le anime, anche quelle dei giovani, credono solo a uomini e donne di Dio radicati e radicali fino in fondo.
Questa è una Parola forte perché la discendenza l’ha creata Gesù con la sua passione e morte e con la sua impopolarità. Egli è stato combattuto dai farisei, ma non ha mai usato una parola molto popolare ai nostri giorni: il dialogo; anzi ha detto: “Guai a te Corazim, guai a te Betsaida”.
Papa Paolo VI è salito agli onori degli altari, ma il vero Paolo VI è colui che ha detto: “Oggi la religione del Dio che si è fatto uomo deve combattere con la religione dell’uomo che si è fatto dio”: ecco l’icona di Gesù.
Non possiamo dire che nella chiesa va bene, non va bene nulla, perché c’è sterilità. Non vogliamo pagare le anime con il prezzo dell’amore e del sacrificio. Siamo convinti, perché accecati dal nemico, che facendo strategie mediatiche e novità allora si potranno intruppare i giovani, ma non è così. Gesù si è offerto in sacrificio di riparazione, ha visto una discendenza, è vissuto a lungo e si è compiuta per mezzo suo la volontà del Signore. Ecco allora l’icona di Gesù crocifisso, umiliato. Il Signore oggi ci chiede: “Stai cercando l’approvazione degli uomini o stai cercando me? San Paolo, a questo proposito, dice una cosa forte: “Se anche cercassi l’approvazione degli uomini, non piacerei più a Dio”. Ecco il vero servo del signore.
Noi possiamo fare una sola cosa: essere eco, essere riflesso della verità della sua Parola, senza manipolarla e senza adattarla perché, quando la adattiamo, compiamo un delitto di lesa maestà alla sovranità assoluta di Dio sulle anime, che è una sovranità d’amore.
    

Seconda Lettura          Eb 4,14-16

La seconda lettura ci dice che, se nella nostra vita faremo passare il sommo sacerdote che oggi attraversa il cielo del nostro cuore, se apriamo il cuore e lasciamo passare Gesù, sommo ed eterno sacerdote, lui renderà tutto consacrato ed offerto al Padre in una liturgia interiore mistica, che non si vede, ma c’è. Quando Gesù, sommo ed eterno sacerdote, attraversa la nostra vita, anche la più piccola lacrima e la più piccola preoccupazione diventano celebrazione presieduta da Lui presso il Padre. Gesù, sommo sacerdote, offre al Padre tutto quello che trova in noi di precario, di bello, di meno bello, ma appena le sue mani sacerdotali toccano la nostra vita, tutto diventa offerta gradita a Dio attraverso l’incendio della nostra adorazione e lode.
Quando riconosciamo Gesù sommo sacerdote, ci aspetta subito un atteggiamento, un compito: manteniamo ferma la professione della fede. Oggi c’è un’apostasia silenziosa e la fede viene attaccata perché infastidisce. Dire che l’inferno esiste, suscita irrisione, dire che si ospitano dei profughi riscuote lodi, perché oggi la retta fede è stata sostituita dalla falsa carità. È il nemico che compie questa operazione, perché lui sa che veniamo salvati dalla retta fede, ma ci fa credere che, se anche non abbiamo fede in Dio, gli piacciamo lo stesso nel nostro attivismo caritativo orizzontale, demagogico e politico. Il diavolo è laureato in finzione e l’angelo delle tenebre si traveste, a volte, in angelo di luce per convincere molti che bastano la mondialità, la prossimità, l’apertura per salvarsi. Invece ci salviamo per la fede perché, se abbiamo la retta fede, possiamo accostarci al trono della grazia, che è Gesù stesso, per ricevere misericordia. Se non siamo sinceramente pentiti, però, la misericordia ce la scordiamo.
Se ci accostiamo con la salda fede e lasciamo che Gesù attraversi il cielo della nostra anima, Egli ci fa due promesse: troveremo grazia e misericordia accostandoci a Lui con fiducia. (Gesù invita santa Faustina a ricordare a tutti di accostarsi a Gesù con il recipiente della fiducia: “Gesù, confido in te”). In Gesù troveremo grazia e misericordia, così da essere aiutati al momento opportuno, perché Dio ci dà le grazie oggi, ma esse diventano operative magari fra tre mesi, perché il momento opportuno deve ancora arrivare. La grazia si manifesterà al momento opportuno, ma ce l’abbiamo già in seme, anche se non la vediamo, nel momento della prova si manifesterà.    


Vangelo     Mc 10,35-45

Giacomo e Giovanni fanno una domanda scandalosa a Gesù, ma gli altri non sono da meno perché cominciano ad indignarsi dato che volevano essere al posto dei primi due. Quando smarriamo Gesù sposo, Gesù amore, subito cadiamo nella struttura, che si rifà a Lui, ma non è Lui e nella struttura c’è la torta del potere da dividere: un posto a uno, un posto all’altro. Il posto alla sua destra e alla sua sinistra, cioè i titoli e gli incarichi, non sono dati da Gesù, Lui stesso lo dice, ma sono per quelli ai quali lo darà il Padre. Chi sono questi che siederanno alla destra e alla sinistra? I santi, mentre i carrieristi sono tutti esclusi. Quando noi non abbiamo più Gesù amore che vibra in noi, vogliamo diventare dittatori del suo gregge e fare i galli nel suo pollaio, vogliamo comandare e tutti gli altri devono sottomettersi a noi perché solo noi conosciamo come vanno le cose. Nelle parrocchie esiste sempre uno zoccolo duro di onnipotenti laici che sono immutabili più dei dogmi della fede e, se non vai d’accordo con loro, ti fanno fuori.  
Giacomo e Giovanni sono l’icona di ciascuno di noi che, quando abbiamo smarrito Gesù amore, vogliamo comandare. Quando comandiamo, molte volte facciamo soffrire e molte volte ci piace far soffrire perché vogliamo far capire che siamo noi che comandiamo. Chi sono i suoi santi, cioè coloro che si siederanno a destra e a sinistra di Gesù? Quelli che erano profondamente convinti e felici di essere gli ultimi.   


Prima Lettura     Is 53, 10-11

Isaia in questo canto del servo sofferente parla di Gesù. Perché il Padre amorevole, che ha generato l’unico Figlio, lo manda a soffrire e a morire? Perché il Padre ha voluto salvare l’umanità con questo metodo barbarico, crudele e spaventoso? Perché, come diceva Turoldo, il Padre non ha sollevato nemmeno una spina durante la passione del Figlio? Che Dio è? È forse un Dio che vuole il dolore, la sofferenza, l’espiazione pagata con il sangue? Nella vecchia teologia si diceva che dopo il peccato originale Dio era adirato con l’uomo e bisognava placarlo con il sangue innocente del Figlio. Invece la Parola oggi ci dice una cosa diversa. Prima di tutto la vittima di espiazione del nostro peccato è stato solamente Gesù. Per noi la sofferenza fisica e morale rimangono sempre inspiegabili e intollerabili, infatti una persona che amasse la sofferenza è definita e considerata psicolabile. Nessuno è capace di capire la sofferenza, perché essa è incomprensibile in quanto non è stata confezionata da Dio. La sofferenza non si comprende, non si ama, forse, con una grazia particolare, la potremmo offrire e, offrendola, potremmo accoglierla, sempre per grazia. Allora perché la prima riga del brano di Isaia dice: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori?” Dio Padre ha consegnato il Figlio alla storia, alla sofferenza, alla precarietà della vita e alla croce non perché Lui voleva essere placato, ma perché questo evento ci avrebbe rassicurato che avremmo potuto ancora amare Dio. Gesù muore vittima di espiazione per aprirci la via al poter amare ancora Dio. Siccome Dio è un Dio reale, non ci ha amato a parole (san Giovanni dice: “Non amiamo a parole, ma con i fatti”), ma ha voluto che il suo amore fosse visibilizzato, drammatizzato e  donato in un evento, perciò Gesù racconta l’amore infinito, esagerato, audace di Dio. E lo racconta drammatizzando questo amore, perché il suo amore diventa storia, fatto, non parole.
In questo tempo in cui siamo tutti abituati ad amare con le parole, Gesù ha raccontato l’amore di Dio, che è reale. Questo unico, perfetto sacrificio della croce, è stato e rimane la più grande catechesi che il Figlio ha fatto sull’amore di Dio che per noi peccatori e per tutti non ha esitato a consegnare il tesoro più prezioso che aveva, il Figlio. Gesù, facendo questa catechesi, mostrandola, ha detto tra le righe che Dio ci ama da morire.
Dio ha fatto questo gesto una volta per sempre, ma esso si rinnova nella messa. Che cos’è la messa? È la grande catechesi del suo amore, perché in ogni messa si rioffre, si ripresenta al Padre questo amore. La messa è ponte tra noi e l’amore di Dio. La messa non è un rito o una modalità, andare a messa è entrare in un evento. La messa non è un’azione parrocchiale, una spettacolarizzazione, una modalità per far passare una propaganda per la comunità, la messa dovrebbe  essere il nostro stupore adorante di fronte al grande amore che Dio ha per noi.
Noi ci siamo abituati a questo evento, guardiamo il crocifisso senza piangere, perché l’abitudine ha reso un’idea ciò che rimane un evento. Al cimitero di Vicenza si legge come iscrizione sulla tomba di un prete: ara, sacerdos et hostia: altare, sacerdote e vittima. I preti vanno lasciati sull’altare perché là è il fulcro, quando scendono, si riducono ad organizzatori di incontri comunitari e di altre cose, ma lì non risplende ciò che sono e fanno qualcosa di indebito, che non toccherebbe a loro. Essi sono generati sull’altare e, quando un prete è sull’altare, la gente è al sicuro.  
Possiamo chiamare questa Parola di Isaia la follia di Dio.
Solamente chi ama è capace di pura follia.


Seconda Lettura          Eb 4,14-16

Gesù ha attraversato i cieli nella discesa dell’Incarnazione e nella ascesa dell’Ascensione. Lui è sommo sacerdote. In questa Parola, però, c’è qualcosa di sconvolgente ed è l’accenno che ci riguarda. Innanzitutto essa ci dice che Gesù non concelebra la sua sacerdotalità con l’incenso e con i pizzi, ma sta concelebrando la sua messa con le nostre debolezze (infatti la nuova traduzione sostituisce il “compativa” con “prende parte” e prendere parte è concelebrare). La Parola dice debolezze, al plurale, perché ciascuno di noi ne ha una pluralità. È un argomento fastidioso, tabù che ci perseguita e tutti noi abbiamo fatto la boxe con le debolezze, ma al finire al tappeto siamo stati noi e non le debolezze. Le debolezze ci perseguitano, sembrano morte e guariscono, sembrano in coma e risuscitano. Di queste debolezze ci dispiacciamo, le vorremmo capire, le vorremmo uccidere, le vorremmo vincere, dovremmo tutti andare in analisi e non ci accorgiamo che, quando noi perdiamo la nostra vita sulle debolezze, diamo loro benzina, ossigeno, attenzione, centralità facendole diventare il nostro dio, al punto tale che, quando noi diciamo che le nostre preghiere salgono fino a poco sopra la nostra testa, stiamo manifestando sfiducia e minima autostima spirituale.
Pensiamo che le debolezze siano eventi non riusciti della nostra vita, invece ogni debolezza è il contenitore di una grazia, anzi di più grazie: la debolezza ci mantiene nell’umiltà, la debolezza non ci fa tagliare il cordone ombelicale con Dio, la debolezza riduce sempre il nostro protagonismo, la debolezza spegne il nostro logorroismo su noi stessi, la debolezza ci ricorda che siamo figli della sua grazia e non trionfatori della nostra volontà, ed ultima grazia in ordine di elenco, ma la più importante, la debolezza ci dona la misericordia verso gli altri deboli.
Perché san Paolo dice: “Quando sono debole è allora che sono forte?” Perché, quando noi parliamo delle nostre debolezze con libertà ed ironia, anche delle più umilianti, siamo certi che esse non sono più il nostro dio.
Qual è la terapia di Gesù con le nostre debolezze? La Parola non ci dice che Gesù le rimuove, le sbacchetta, le analizza, le guarisce, la Parola ci dice che Egli ne prende parte perché anch’Egli fu debole, eccetto per il peccato. Perciò Gesù ne prende parte, perché ogni debolezza è una grazia in quanto è un urlo continuo a Dio da parte nostra che rivendichiamo l’amore, perché le debolezze sono sempre i gioielli dei non amati.
La lettura prosegue, e dice: “Accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia”. Che cosa ci dona Dio con la fiducia? La misericordia e la grazia (“Accostiamoci con fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia”). Prima si riceve la misericordia, perché non ce la diamo noi, poi troviamo grazia e la grazia è l’alfabeto, la sapienza, l’accostamento di Dio alle nostre debolezze. “Misericordia e grazia ci saranno di aiuto al momento opportuno” cioè quando le debolezze fanno la voce grossa e diventano il nostro dio, perché non siamo capaci della santa indifferenza spirituale, figlia della misericordia e della grazia.
Vorremmo essere uomini e donne che non chiedono mai, invece noi ci accostiamo con fiducia a questo Gesù, sacerdote sommo, che vuole concelebrare solamente con i deboli, perché i riusciti celebrano sempre se stessi e da soli.        

Vangelo     Mc 10,35-45

Quando non abbiamo Dio nel cuore, quando non abbiamo mai avuto Dio nel cuore, vogliamo diventare governatori delle nazioni e vogliamo avere potere, incarichi, etichette prestigiose, mano forte e gente che si sottoponga a noi. E la comunità di Gesù era tutta così: i due che chiedono i primi posti e i dieci che si indignano per i due, perché volevano andare al loro posto. Che comunità di carrieristi aveva Gesù! Eppure, quando non abbiamo Dio nel cuore, quando una comunità non ha più Dio al centro, diventa una mistura societaria a delinquere dove si crea una lobby di potere con coloro che vogliono primeggiare, governare, dominare ed opprimere.
Quando Dio è fuori gioco, cerchiamo subito una realizzazione gerarchica e potente, perché non sopportiamo il vuoto che abbiamo dentro. E allora pensiamo che il titolo, l’incarico siano gratificanti per la nostra vita, o meglio, per la nostra maschera.
Perché certe persone che ricevono l’incarico o se lo sono prese sono inossidabili ed eterne? Perché il loro dio è quello. Quando accade ciò, la comunità di Gesù diventa una comunità di carrieristi e una lobby di potere dove si vuole primeggiare, splendere e fare il gallo del pollaio. Allora in queste comunità il prete non è più persona Christi, ma è quel povero cristo che deve tenere insieme questi sussulti di carrierismo e di potere, tenere un equilibrio che permetta di sopravvivere.
Anche nelle nostre comunità accade che ciascuno vada da Gesù con una premessa: “Maestro, vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”.
Quando non c’è più Gesù nel nostro cuore, siamo inquieti di ricevere gratificazioni ed incarichi, ma questo è il tradimento di un amore, il fallimento di una fede. Che cosa vuol dire quando Gesù dice: “Chi vuol essere grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuol essere il primo di voi sarà schiavo di tutti?” Il vero servizio che ci chiama a fare Gesù non è solamente fare della beneficienza o essere disponibili, cose che gratificano in maniera sotterranea la nostra voglia di incarichi, il vero servizio che vuole Gesù è non pretendere di cambiare nessuno, perché ognuno ha la sua misura e solo Dio lo potrà cambiare se egli vedrà attorno a lui dei fratelli che non discutono il suo modo di essere, ma lo amano così.
Non si serve regolamentando, non si serve facendo della nostra visione della vita l’unica visione, non si serve condizionando gli altri. Questo non vuol dire approvare tutto, ma si parte da questo punto: io ti voglio bene per quello che sei, non ti voglio bene per…
Che cosa vuol dire essere ultimi (“Primo tra voi sarà schiavo di tutti?”) Madre Teresa di Calcutta, quando pregava insieme alle sue suore, in cappella si sedeva nell’ultimo posto, in fondo, vicino alla porta, perché si riteneva il pubblicano, ma anche perché diceva di essere contenta che le sue sorelle la precedessero nell’amore.
Oggi i profeti sono coloro che nella comunità sanno servire senza la pretesa di cambiare nessuno.
Uno si sente amato quando non sentirà su di sè, il fiato caldo di un’attesa e di un risultato.  
   
 
Prima Lettura     Is 53,23.10-11

Il brano, che appartiene al secondo Isaia, ci propone il quarto carme del servo sofferente che si legge il Venerdì santo nella liturgia della Passione. Per Israele si tratta di un personaggio misterioso, che corrispondeva al popolo o al re, per i cristiani, invece, rappresenta Gesù crocifisso che ha patito per noi.
Di questa icona ci possiamo chiedere una cosa: quanto devastante è il peccato nella vita di una persona se Dio per liberarcene ha dovuto mandare suo figlio a morire per noi? Il peccato non è l’infrazione di una legge, ma è l’incomprensione di un amore e quando non comprendiamo l’amore arriva il nemico che ci inchioda dentro noi stessi, una crocifissione perversa, non di salvezza, perché il peccato è fondamentalmente essere inchiodati dentro di noi e fare di noi l’obiettivo, l’ultima e l’unica parola della nostra storia. Il peccato è vivere nella discendenza del nemico che lo confeziona in tre passaggi: prima ci inchioda dentro noi stessi dandoci l’impressione di essere liberi, ci inchioda in una gabbia dove le sbarre non si vedono, ma ci sono, poi ci schioda dal rapporto d’amore che dà speranza, ed è l’amore di Dio, quindi il terzo passaggio è il frutto amaro dell’aggressività e del nostro star male vomitato sugli altri. Ecco allora l’essenza del peccato: inchiodati a noi stessi, schiodati dalla misericordia e dalla grazia e vomitanti il malessere sugli altri.
Per questo Dio nel suo mistero non ha più voluto liberarci dal peccato con atti religiosi (presso gli ebrei nel giorno dell’espiazione, il kippur, i sacerdoti immolavano le vittime e aspergevano con il sangue delle vittime il popolo dopo aver scaricato sul capro tutti  i peccati d’Israele e la gente si sentiva liberata con un rituale), ma con Gesù ha voluto salvarci e liberarci con una presenza e una esperienza: la presenza di un amore, che non è più idea, ma volto, occhi, bocca, mani, e l’esperienza che è la rigenerazione di un’appartenenza ad un amore più grande di noi che non si ferma alla nostra ultima parola, ma ci porta nella sua. Ecco la salvezza. Per cui Gesù non è stato mandato sulla terra perché il Padre masochista ha voluto tormentare suo figlio, Gesù non ha dovuto placare l’ira di Dio, un Dio che sarebbe piuttosto sanguinario, ma Gesù si è fatto uomo, è diventato uno di noi per ridarci la presenza e l’esperienza.
Oggi la gente si stacca dalla chiesa perché essa è diventata sempre meno luogo dell’esperienza e della presenza ma luogo di una pseudo efficienza. Invece ognuno di noi ha un solo bisogno dentro di sé: essere certo di essere amato, e Dio ci ama nel Figlio ad occhi chiusi, perché lui ci ha amati quando è spirato sulla croce chiudendo gli occhi e aprendo il cuore. Questo è l’amore che ci guarisce.
Il peccato problematizza tutto l’uomo e il male poi viene vomitato contro gli altri; il peccato è una sindrome contagiosa. Gesù con la sua morte e il suo amore ha creato una discendenza, la discendenza degli amati. Il cristiano oggi ha un grande dono nelle mani, un grande potere: amare tutti coloro che hanno la sindrome dei non amati, questo è tutto il vangelo, qui c’è tutto Dio. Quando qualcuno si allontana dalla ritualità organizzata sappi che ha una fame immensa di un evento d’amore e chi appartiene a Dio e fa esperienza della presenza e dell’esperienza può avvicinare queste persone ed entrare nel loro cuore attraverso l’unico accesso, l’unica porta: l’amore. L’amore di Dio non è un dibattito, un dialogo di due posizioni diverse, ma è amore che si fa presenza. L’amore di Dio si fa presente, diventa evento ed è bello quando viene colorato da una pazienza infinita. Non dobbiamo amare perché vogliamo vedere in qualcuno dei risultati, dobbiamo amare perché quella persona deve essere amata.
Se saprai con la profezia battesimale entrare nel disagio di una persona e riversare dentro di lei l’amore dell’esperienza e della presenza ci sarà la guarigione perfetta perché darai ad un non amato la sensitività dell’amore.
Qua ci giochiamo tutto.
Dio è maestro d’amore e l’amore è guarigione. Gesù ci ha guariti e salvati con la presenza e l’esperienza. Non ha fatto una lezione, un rito, ma ha raccolto i non amati.
La sindrome dei non amati porta alla immaturità, alla fuga e alla solitudine. Gesù ci insegna che colui che ama porta sulle spalle le iniquità degli altri, Gesù lo ha potuto fare perché era Figlio di Dio, noi lo possiamo fare nei limiti di una possibilità. Gesù nell’evento della croce ha rigenerato, ha ricostruito, ha rimostrato ciò che è Dio, cioè  solo amore.
Il vero futuro del cattolicesimo sarà proprio sanare, toccare, affrontare le vere domande dell’uomo di oggi che non sono domande catechistiche, ma domande di senso e di sofferenza interiore.
I giovani non possono entrare nell’esperienza cristiana se prima non c’è questa condizione previa: sentirsi veramente amati, non utilizzati, non inseguiti, non ricercati, ma amati.
    

Seconda Lettura          Eb 4,14-16

Questo brano è un’icona meravigliosa di Gesù. Lo scrittore dice che Gesù dice messa nelle nostre debolezze: “non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte delle nostre debolezze”. Gesù non analizza le nostre debolezze, ne prende parte, compartecipa le nostre debolezze. Che cosa sono le nostre debolezze? Sono i segni del nostro non essere amati. Quando una persona non è amata fa collezione di debolezze, di vari tipi, perché quando non ci si sente amati si deve andare a giocare nel sogno e nell’apparente gioia. Ma Gesù arriva lì, perché lì ci siamo noi. Non fuori da lì, perché fuori c’è il nostro io virtuale. Il nostro io reale è dentro il nostro cuore.
Gesù prende parte alle nostre debolezze e le fa diventare liturgia e celebrazione di lode al Padre, prendendole e offrendole. Gesù arriva lì perché egli sa che non le vogliamo, siamo infastiditi dalle nostre debolezze, perché ci svergognano e ci imbarazzano. Abbiamo un precedente storico illustre, san Paolo, quando pregò il Signore che gli togliesse la spina, senza però ottenerlo. Le nostre debolezze ci imbarazzano, allora noi esasperiamo l’io mentale, l’io esteriore e ci balocchiamo in una realizzazione che non siamo noi. Non accettando le nostre debolezze, proiettiamo l’esigenza di perfezione sul partner, se siamo sposati, e quando lui non gratifica la nostra perfezione cominciano i litigi, le accuse, perché stiamo male noi, perché non siamo riconciliati con le nostre debolezze. Per riconciliarsi, dice la Parola, dobbiamo accostarci con piena fiducia al trono della grazia, al mistero di Dio, perché dobbiamo ricevere due cose da Dio: la misericordia e la grazia, le due nature di Cristo, la divina, la grazia, l’umana, la misericordia, perché la nostra duplicità, che è il grembo della debolezza, venga racchiusa nella duplicità divina dell’amore. Ma se io non ci accostiamo con piena fiducia, il trono della grazia sarà disabitato, allora faremo di Dio un argomento mentale, faremo di Dio un darsi da fare per fare delle cose in suo nome che non serviranno né al cielo né alla terra.
Può lavorare per lui solo chi sta celebrando con lui la debolezza e arriva al trono della misericordia e della grazia. Fuori da questa logica ci sono solo indaffarati, disponibili e operai dell’ultima ora.
Che bello questo Gesù che non celebra con la casula d’oro, ma celebra con gli stracci della nostra debolezza le nostre debolezze e le fa diventare offerta al Padre perché lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e grida una sola parola nella liturgia della debolezza: Abbà, Padre, perché così dice tutto.
Quando noi non siamo dentro l’onda di Dio, ci sentiamo sempre imbarazzati della nostra debolezza e continuiamo a fare a boxe con lei per cambiarla, stressandoci tutta la vita e non ottenendo nulla, diventando invece persone conflittuali, aggressive, che vomitano questa aggressività e conflittualità sugli altri.
  

Vangelo     Mc 10,35-45

Il vangelo e il mondo sono divorziati perenni. Quando qualcuno vuol far sposare il vangelo al mondo crea un mostro. Benedetto XVI consacrando 4 vescovi della segreteria di stato ha detto loro che nella chiesa non si fa carriera e i vescovi non sono potenti dignitari che fanno carriera, nemmeno si organizzano attorno gruppi di persone che li appoggino e li approvino nel loro potere. Per cui, quando il vangelo diventa mondanizzato, diventa un mostro.
Giacomo e Giovanni chiedono questa cosa con una arroganza che Marco evidenzia: “Vogliamo che tu ci faccia quello che chiederemo”, è il rapporto immaturo dell’anima con l’idolo. Essi vogliono diventare dignitari. Gesù risponde che il battesimo e il calice lo berranno, infatti moriranno martiri, ma non spetta a lui decidere chi si siederà a destra o a sinistra del Padre. Gli altri dieci, non meno carrieristi dei due, sono fortemente arrabbiati per questa richiesta. Ne esce una lotta di potere. Molta gente ama il potere, anche piccolo, perché esso è rassicurante; molta gente è ossequiante verso il potere, perché apparentemente il potere difende.
Chi sono gli amici di Dio, le persone veramente libere in Dio che mangiano e bevono il vangelo? Coloro che oggi possono dire, con tutta sincerità, di non avere nessun capo o nessuna autorità umana che le condizioni o che le calpesti. Se tu sei così oggi, sei veramente nel cammino del vangelo. Gesù ci ha voluti come discepoli liberi e non carrieristi. Quando cerchiamo il potere e la carriera non siamo più liberi, ma siamo condizionati da un potere che cerchiamo perché ci rassicuri e ci appoggi.
Come deve essere tra i discepoli di Gesù? “Sarete servitori e schiavi di tutti”. E chi sono questi servitori? Coloro che partono, come ha fatto Gesù, dai piedi e non dalla testa, perché il piede è direttamente un’autostrada che ti porta al cuore, perché è lì che devi diventare servo e schiavo di coloro che sono non amati. I piedi raccontano molto, sono la carta geografica del cuore, raccontano un cammino, una salita, una fatica. Come Gesù, occorre partire dai piedi per arrivare al cuore, la testa viene dopo. Questo è servizio, questo è amore, questo è essere uomini e donne del vangelo, che non danno benzina a una istituzione per farla diventare onnipotente, ma che danno grazia e misericordia alle creature di Dio in un gesto profetico e sconcertante, fermandosi dinanzi a loro e partendo dal piede per andare al cuore.      


Prima Lettura     Is 53,23.10-11


Questa Parola è potente perché ci invita a contemplare lo stile di amore di Dio, come Dio ama. Per Dio l’amore non è un’idea astratta, un pensiero, un desiderio, un’esortazione, ma per Dio l’amare è sempre un evento. Dio non ci ama con le parole, ma sempre in un evento, perché per Dio l’amore è un evento visibile, tangibile, storico. Quando Dio ha voluto amarci ha reso visibile questo amore nel figlio Gesù che è visibile, storico e che si è compromesso per noi, perché il vero amore si compromette sempre, un amore che non si compromettesse è solamente calcolo e strategia a distanza di sicurezza. Per Dio il vero amore è questo evento che entra nella vita dell’amato e la cambia. Ecco perché l’amore per Dio non è ragionamento, disquisizione, ma è assunzione gratuita e libera di una situazione e di una storia.
Noi molte volte diciamo di amare a parole, ma non vogliamo che l’amore diventi evento, segno e presenza. Per Dio l’amore ha come prima caratteristica la presenza: Dio ama rendendosi presente, si è reso presente in Gesù, si rende presente nella logica misteriosa ma reale dei sacramenti, si rende presente anche nel mistero di noi stessi, si rende presente anche nel deserto profondo dell’anima. Oggi la maggior parte delle persone definite indifferenti sono persone che non si sono mai sentite coinvolte in una vera storia d’amore e noi discepoli della Parola abbiamo una grande responsabilità e una grande profezia: mostrare l’amore. Invece molte volte non lo facciamo e mostriamo solamente un livore, un’aggressività e una rabbia interiore perché a nostra volta non siamo stati raccolti ed amati, magari perché stiamo vivendo noi stessi una mera esperienza religiosa e non un’esperienza d’amore. Allora il servo del Signore che si offre, che soffre, che viene sfigurato è il servo che ha voluto amare, è quel figlio che Dio ha mandato in mezzo a noi per amare. Ecco perché l’amore di Dio sa cogliere l’intimo tormento (“dopo l’intimo tormento vedrà la luce”).
Oggi il compito di un discepolo del Signore è proprio valorizzare, cogliere, accogliere, sanare gli intimi tormenti delle persone. Un cristiano non può testimoniare la luce se non ha superato l’intimo tormento. Gli intimi tormenti che ci portiamo dentro sono tutte quelle prove, quei pesi, quelle sconfitte della vita che non hanno ancora avuto una risposta o che non hanno ancora avuto un grembo di accoglienza e di misericordia. Dentro di noi, dentro le persone che conosciamo c’è questo intimo tormento e tanta gente non ci domanda una spiegazione dei vizi capitali, ma prima di tutto la gente chiede l’amore. Non domandiamo un amore da accattoni, ma un amore come diritto e l’amore è proprio l’arte del silenzio misericordioso, intelligente e salvante sull’errore e lo squilibrio di chi ci è davanti. Amare significa questo silenzio intelligente, questa profonda tenerezza di contemplare il dramma di una persona che ad un certo punto sente che la ragione non basta più. Se noi non nasciamo da un grembo d’amore, se noi non ci mettiamo alla scuola di Dio, e per mettersi alla scuola di Dio ci vuole preghiera ed adorazione, non possiamo testimoniare nel mondo la speranza. La preghiera non è altro che mettersi alla scuola di Dio. La preghiera è diventare discepoli stupiti dell’amore di Dio. Senza questo non si vedrà una discendenza (“quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza”) ed oggi il grosso problema è che non riusciamo a dare una discendenza allo Spirito, a Dio, alla Parola. Il dramma delle nostre comunità è proprio quello che ci sono vuoti generazionali, anche perché il catechismo, cioè lo strumento generativo di creare discendenza, non funziona più. È Dio che crea discendenza se trova gli strumenti di amore. La primissima cristianità dell’epoca apostolica e subapostolica ha avuto presa sulla cultura del tempo perché chi entrava in quelle comunità trovava un’alternativa culturale di pensiero e di amore. Se non andiamo alla scuola di Dio e non diventiamo segni, presenze, storicità, eventi, visibilità d’amore, diciamo solamente parole. Perciò il servo del Signore è veramente questa icona di come ama Dio, di come Dio si compromette per noi, con noi. L’amore di Dio non aspetta l’effetto, Cristo è morto per noi mentre eravamo ancora peccatori, Dio ama quando siamo in difetto, quando non ci sentiamo amati.
Oggi la maggioranza dei cristiani non è stata iniziata alla preghiera contemplativa, alla preghiera profonda che si mette davanti al passaggio di Dio, ma ad una preghiera che è ancora parolaia, che non fa entrare alla scuola di Dio, che non fa sentirsi amati da Dio.
Non porteremo gente a Gesù Cristo con il ragionamento o cercando di salvare i valori, ma porteremo qualcuno a Gesù quando egli sentirà su di sé il brivido di questo amore folle di Dio, allora dopo un intimo tormento vedremo una discendenza e la nostra vita diventerà feconda.      


Seconda Lettura          Eb 4,14-16

Queste righe ci presentano la somma sacerdotalità di Gesù: egli è sommo sacerdote, l’unico sommo sacerdote della nostra fede. È un sacerdote che celebra una liturgia particolare, che è la celebrazione delle nostre infermità. Gesù è un sacerdote che sa compatire le nostre infermità, noi invece siamo stati esasperatamente rovinati da una razionalità, da una causalità secondo cui tutto deve avere una causa, un effetto, una risposta, una base logica. Invece Gesù, quando vuole salvarci, non ragiona sulle nostre infermità, ma le compatisce, cioè soffre con noi il nostro stesso limite e lo può soffrire perché anche lui si è fatto limite per gustare il limite dell’uomo da salvare eccettuato il peccato. Questa Parola è stupenda perché noi riteniamo le nostre infermità un materiale di pianto, di protesta oppure qualcosa da buttare, invece in questa Parola le nostre infermità diventano celebrazione, offerta del sacerdote Gesù. Nel battesimo siamo diventati sacerdoti, re e profeti e il Concilio Vaticano II, citando Paolo, dice che ciascuno di noi è sacerdote se sa offrire sacrifici spirituali graditi a Dio. La Parola ci invita attraverso questa amorevolezza di Gesù sommo sacerdote a fare della nostra vita non un racconto puramente cronologico, ma una celebrazione salvifica lasciandoci amare da Gesù, che raccoglie le nostre infermità, le compatisce e le offre. Questo Gesù ha come altare il trono della grazia al quale la Parola ci invita ad accostarci con piena fiducia.
La Parola ci ricorda, allora, che Gesù non è più il Dio inaccostabile del monte Sinai, ma il trono della grazia cioè la celebrazione liturgica del sacerdote Gesù è proprio l’evento al quale siamo chiamati ad accostarci con piena fiducia. La piena fiducia non è un puro ottimismo o una pura speranza, ma ci accostiamo con piena fiducia perché siamo certi della grazia, in quanto, avvicinandoci a Gesù, entriamo nel regime stupendamente gratuito della grazia, non del merito, non della purità rituale, non del sentirci a posto, ma della grazia.
La grazia ci sconvolge se la raccogliamo perché è una risposta di Dio indecifrabile che ci spiazza perché non ragiona, non comprende, non corregge, ma accoglie. Allora la grazia è il linguaggio puro di Dio. Dobbiamo passare da un regime della legge ad un regime totale di grazia: non sono i miei meriti, non sono le mie azioni buone che mi faranno avvicinare a Dio, ma sarà la grazia di Dio che mi darà la forza per compiere questo perché noi siamo l’offerta di Gesù. Le mani di Gesù sono la grande patena dove veniamo deposti, offerti e celebrati. Celebrare significa offrire a Dio, ecco perché la messa eucaristica finisce (“andate in pace”) e inizia la messa gesuana; il presbitero, segno di Cristo, termina la celebrazione dell’altare, ma noi continuiamo la nostra messa nell’infinità di una celebrazione mistica di noi stessi da parte di Gesù. Allora nella nostra vita nulla è banale. Le nostre preoccupazioni non sono incidenti di percorso, ma sono quelle offerte che diventano spirituali e si chiamano sacrifici graditi a Dio perché Gesù, prendendole e offrendole, le carica di un valore infinito. Nemmeno una nostra lacrima, un nostro sussulto un nostro sospiro andranno perduti perché siamo nella messa di Gesù.
Se ci accosteremo al trono della grazia, riceveremo misericordia, se entreremo nella logica offertoriale del sacerdozio di Gesù, riceveremo due doni: la misericordia e la grazia e saremo aiutati al momento opportuno. Il momento opportuno è quando annulleremo completamente in noi la religione per risplendere di grazia; quando vivremo solamente di grazia, allora riceveremo l’aiuto.  


Vangelo     Mc 10,35-45


Il vangelo ci presenta le figure di Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che rivolgono a Cristo una richiesta molto umana, molto politica, molto interessata. Il brano ci dimostra che non è facile per nessuno assumere la mentalità di Dio, entrare nella mentalità del regno, nella potenza del vangelo, nella dimensione della grazia. Anche gli apostoli avevano letto in modo riduttivo la loro adesione a Cristo, pensavano di aver rincorso un leader politico e già si preoccupavano di avere un buon posto nella forma di governo che egli avrebbe instaurato. Questa è la nostra prova, il nostro rischio, la nostra ricerca, infatti anche noi molte vorremmo seguire Gesù non nella mentalità del regno, ma nella nostra mentalità e Gesù, come rispose a Giacomo e a Giovanni, così risponde a noi:
“Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?” Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete “.
È importante soffermarci sui due simboli citati da Gesù: il calice ed il battesimo.
Nella Bibbia il calice è segno del giudizio divino sul mondo, di un destino eterno, infatti il Salmo 75,9 recita: “Nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato. Egli ne versa: fino alla feccia ne dovranno sorbire, ne berranno tutti gli empi della terra”, però nel Salmo 116,13 si parla anche del calice della salvezza. Allora con l’immagine del calice Gesù allude alla sua morte, che è giudizio e salvezza: in quell’istante Egli assumerà il giudizio divino sul male del mondo, da esso sarà schiacciato, ma luminosamente il contenuto di quel calice si trasformerà nel vino generoso del banchetto messianico della salvezza. Allora Gesù non ci offre un posto, ma ci offre una compartecipazione al suo calice, una compartecipazione alla sua offerta e alla sua fedeltà, ci chiama ad essere commensali di questo calice del vino nuovo, del vino dello Spirito, del vino del tempo messianico. Molte volte anche noi diciamo a Dio, come fece Gesù: “Padre, allontana da me questo calice” perché vorremmo seguire un Messia che ci dà tutte le risposte e tutte le soluzioni immediate e valide per le piccole cose di ogni giorno, non vogliamo correre il rischio di bere il calice della sofferenza, della fedeltà e della donazione, vogliamo brindare e vivere una vita dove il segno del calice è un segno di festa evasiva. Eppure se non berremo il calice cristico, saremo esclusi da questa logica di salvezza.
Il secondo simbolo è il battesimo. Il termine nel significato originario allude all’immersione e nell’Antico Testamento la sofferenza è rappresentata come un affondare nel gorgo delle acque, infatti il Salmo 69,2-3 recita: “Salvami o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acque profonde e fonda mi travolge”. Questo battesimo di immersione, che Gesù ha scelto nella passione per essere fedele al Padre, è il secondo dono che Egli ci offre: sapersi immergere in questo battesimo di dono e di fedeltà per costruire la famiglia nuova, la famiglia dei figli di Dio. Perciò questo vangelo ci propone una sequela esigente e veramente evangelica. I posti alla destra e alla sinistra di Gesù non sono posti di potere, ma di grazia e di dono e noi, come Chiesa dovremmo entrare in questo grembo di dono e di offerta, servendo con amore l’umanità di oggi e rispondendo alle necessità e le urgenze della storia. Questo è essere uomini del regno, uomini del vangelo, uomini secondo lo Spirito.
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