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18 agosto 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 18 Agosto 2019
XX Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima lettura        Ger 38,4-6.8-10


La Parola ci presenta la figura profetica di Geremia, un profeta particolare, celibe, perseguitato, non capito, un profeta che scriverà nel suo libro le sue confessioni, la sua vicenda personale, un profeta che morirà con gli esuli in Egitto quando il potere del re Sedecia crollerà miseramente. Nella bibbia troviamo una costante per gli uomini di Dio: che vengono tutti calati in un pozzo, pensiamo a Giuseppe, ai tre personaggi del libro di Daniele, a Geremia ed il motivo è perché si vuol far tacere il profeta. L’arma del profeta è la risonanza in se stesso della Parola di Dio. Egli  sconvolge i politici e i piani politici della storia, dell’umanità, quando appunto gli uomini pensano di salvarsi con gli uomini. Abbiamo qui un raffronto anche con la vicenda di Gesù quando il re Sedecia risponde: “Ecco egli è nelle vostre mani, infatti il re non ha potere sopra di lui” e Pilato consegna Gesù al volere della folla. Il profeta vive la persecuzione che è l’indispensabilità per la sua fecondità profetica. Oggi abbiamo una chiesa che non è più perseguitata, anche se sembra il contrario. Oggi la chiesa viene perseguitata per delle posizioni che assume in campo morale, ma non abbiamo una chiesa perseguitata per Gesù e per la Parola, perché la Parola di Dio può essere raggelata e scaricata togliendole il fuoco, la sfida e la vittoria, per cui la Parola di Dio, quando diventa un’opinione detta con garbo e con gusto, lasciando aperta la porta a diversi possibilismi, diventa una parola da salotto e non una parola che attraversa la storia.
Geremia viene messo in questa cisterna perché scoraggiava i guerrieri che erano rimasti in quella città dicendo che avrebbero perso perché il Signore non era più con loro. Il profeta è scomodo nella storia perché mette a nudo le trame politiche e i movimenti di palazzo. In questa cisterna si voleva far morire il profeta di fame, ma nella seconda parte, che è un capolavoro di grazia, vediamo un etiope, non uno che apparteneva al popolo eletto, che prende le difese del profeta e dice al re che morirà di fame nel pozzo perché non c’è più pane nella città. Il profeta esperimenta una promessa, siccome Geremia ha cercato il pane della Parola, ed è vissuto per il pane della Parola, Dio non gli ha fatto mancare il pane per il sostentamento materiale, pensiamo ad Elia nutrito con il pane portato dal corvo e pensiamo a Gesù quando dice di cercare il regno di Dio perché tutto il resto ci sarà dato in più. Quando un profeta viene messo a tacere o quando la Parola profetica viene allontanata da una città, da un gruppo, in quella città si realizza la profezia di Amos: “Manderò fame non di pane, ma di Parola, ma non la troveranno”. Oggi nel nostro tempo così decadente e illusoriamente convinto di vivere una libertà che invece non ha, la Parola di Dio viene allontanata sempre più dalla storia, dalla vita, dalle scelte degli uomini, allora il pane materiale abbonda, ma è scomparsa la felicità, la gioia, la pace tra gli uomini. Quando in una città scompare il pane della Parola, il pane della profezia, il sale e il vino nuovo del profeta, in quella città scompare anche la gioia di Dio. Perciò oggi il problema di fondo di questo periodo storico è il significato profondo dell’esistere, che l’uomo non si può dare perché l’uomo non ha potere di dare significato a se stesso. Tutte le letture antropologiche umane fatte dall’uomo non bastano, è solamente Dio creatore, attraverso il palpito di una Parola portata da un profeta, che dà la gioia di scoprire chi sei dove vai, cosa fai, cosa attendi, ecco la profezia. Ecco perciò che dalle viscere della terra, dove avevano gettato Geremia, il profeta viene tirato su perché ancora una volta la grazia ha vinto, Dio non ha abbandonato il suo profeta. Nel salmo responsoriale, che è il 39, recitiamo: “Mi ha tratto dalla fossa della morte, dal fango della palude, i miei piedi ha stabilito sulla roccia. Io sono povero e infelice, di me ha cura il Signore”. Diventare profeti è vivere l’avventura della Parola, è non aver paura di usare un’altra lingua. Oggi siamo tutti preoccupati di capire e di farci capire, se intendiamo per capire cogliere un messaggio razionale, ma se capire è scoprire un significato gratuito che ci dà Dio, allora bisogna avere la bussola e la guida di un profeta. Quando un profeta si allontana da noi, non è più vicino alla nostra vita, la prima cosa che salta è la nostra interpretazione positivo spirituale di noi stessi, perché il profeta è un uomo forte, ma anche tenero e solo il profeta ci può dare la gioia di comprenderci anche nella contraddizione e nell’ombra della storia. Chiediamo allo Spirito di essere Ebed Melech, colui che ha difeso il profeta. Ebed Melech è una testimonianza di saper parlar chiaro ai nostri tempi, ma soprattutto il dono più grande è assumere una posizione in una scelta della nostra vita.


Seconda lettura      Eb12,1-4

Continua la lettura della lettera agli Ebrei e lo scrittore esorta a deporre tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia perché l’avventura della fede, l’esperienza di Dio è una corsa, infatti Paolo dirà: “Ho terminato la mia corsa” e Maria Maddalena la mattina di Pasqua correrà al cenacolo, Pietro e Giovanni correranno al sepolcro e arriverà prima Giovanni. L’esperienza di Dio è una corsa e chi corre? Chi ha fretta di raggiungere il traguardo, l’obiettivo, però la nostra corsa non è solitaria è una corsa che è stata preceduta da un gran numero di testimoni, che sono i santi, cioè le sfumature di colore dell’amore di Dio vissuto nelle diverse persone, perché ogni santo è a sé. Bisogna deporre il peso e il peccato perché altrimenti non si corre più e se non si corre significa che non c’è più l’entusiasmo e si è diventati stanziali e sedentari, come fece Israele quando era in Egitto. Per correre c’è bisogno di un volto: “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede”. Gesù è l’unica Parola, l’unico volto di Dio, se io non mi innamoro di Gesù non corro, sto seduto. Oggi noi diamo questa impressione alla gente, di non correre più, di non contemplare più un volto, ma di essere indaffarati ad organizzare tante cose che poco convincono e avvincono. Contemplare Gesù, il Gesù della croce, il Gesù della fedeltà.
Vicino allo sguardo c’è il pensare attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità, la via unitiva del pensiero.
La Parola ci suggerisce allora vari atteggiamenti: il deporre, il correre, il volto, il pensare. Ecco i quattro aspetti della via unitiva per stare con Gesù. Perché è necessario guardare a Gesù? Perché possiamo stancarci e perderci d’animo. Mai come oggi ci sono ovunque persone stanche dentro, stanche un po’ di tutto e si è stanchi quando si smette di correre, quando si è perso l’entusiasmo del volto, quando non si chiede allo Spirito che conservi tra noi e Gesù un rapporto d’amore perché Dio è una passione irrisolta. Quando Dio non è più una passione irrisolta ci si perde d’animo e ci si stanca perché non c’è più in noi la dinamicità, la forza, la vitalità dello Spirito che tiene vivo un rapporto. Tolto il rapporto, tolto il volto, tolta la corsa, rimane solo la stanchezza di una morale.
Gesù con il suo sangue vuole che questo rapporto rimanga vivo, o siamo innamorati di Dio o non lo siamo e qui sta la differenza tra il testimone e il non testimone.


Vangelo     Lc12,49-53

Dio è un fuoco è una passione, è un evento che ti tocca il cuore. O ti brucia dentro o non ti brucia. Gesù sa che perché questo fuoco sia acceso serve il legno della croce: “C’è un battesimo che devo ricevere, come sono angosciato finché non sia compiuto il battesimo della croce”. L’obiettivo di Gesù è il fuoco unitivo che sarà poi chiamato Spirito santo, se questo fuoco non è acceso da Dio nel mondo, non ci sarà il passaggio di Dio, la Pentecoste, ecco perché Gesù non è un pacifista, un ecologista, ma è una persona che divide fino alle fibre più intime dell’umanità, la famiglia (“Allora in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre”), il primo effetto della Parola è la divisione tra chi l’accetta e chi non l’accetta. Si divideranno padre contro figlio, figlia contro madre e madre contro figlia perché la Parola costruisce la famiglia escatologica e demolisce la famiglia della carne e del sangue, perché quest’ultima senza la Parola diventa solamente un’aggregazione umana. La Parola deve dividere perché obbliga a scegliere. Allora Gesù ci rimprovera l’incapacità di leggere il nostro tempo, siamo bravi a fare le previsioni meteo, ma non sappiamo leggere il tempo in cui viviamo.
Gesù si rivolgeva agli ebrei che non avevano capito  che quello era il tempo della visita di Dio per loro e non erano capaci di giudicare da se stessi ciò che era giusto, cioè Gesù. Oggi siamo capaci di prevedere tutto, siamo incapaci di prevedere noi stessi.     
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