18 aprile 2021 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

18 aprile 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 18 Aprile 2021

Domenica III di Pasqua anno B
Chi osserva la sua Parola, il lui l’amore di Dio è veramente perfetto


Prima Lettura   At 3,13-15.17-19


Quando lo Spirito santo si effonde su una persona, la cambia completamente. Pietro, che troviamo in questa lettura, è lo stesso che poche settimane prima aveva rinnegato Gesù a causa di una serva, che cosa è successo in lui? Che cosa ha fatto la differenza? È stato l’evento della Pentecoste, quando lo Spirito santo ha riempito del suo fuoco un uomo che aveva tradito il suo Signore. Se noi nasciamo dallo Spirito, se noi rimaniamo sotto la signoria dello Spirito santo, Egli ci fa un dono spirituale che è la base dell’evangelizzazione: la schiettezza di parola, cioè il parlare senza peli sulla lingua, apertis verbis. Pietro, in una piazza difficile, Gerusalemme, si rivolge ad una folla ostile, a gente fondamentalista, quella stessa folla che aveva fatto ammazzare Gesù e non ha paura perché lo Spirito gli ha donato la schiettezza. La schiettezza è figlia della verità: una carità senza verità è una bufala, una carità senza verità è un inganno, un veleno. La prima forma di carità è la verità di Dio, non la nostra. Pietro non ha paura di proclamare la verità, dice apertamente agli ebrei che hanno consegnato Gesù a Pilato, e lo giustifica perché egli non avrebbe voluto uccidere Gesù, mentre accusa apertamente gli ebrei che avevano insistito perché fosse graziato un assassino e hanno  ucciso l ‘autore della vita. Oggi il male della chiesa e di tanti suoi pastori è fare silenzio della verità dandone tre motivi: il rispetto dell’altro, la pazienza della maturazione, ed essere lievito e non spada.
Dobbiamo sottolineare che Pietro non annuncia la  verità con l’odio, infatti parla della verità dei fatti e li legge nella luce superiore dello Spirito, poi chiama coloro che lo stanno ascoltando fratelli. Infine dice: “Io so che voi avete agito per ignoranza”. Che cos’è l’ignoranza dell’azione? È leggere la realtà senza Gesù. Giussani diceva che la realtà non è quella che tocchiamo, ma la vera realtà è quella profonda che genera il visibile ma che non esaurisce la realtà, per cui l’ignoranza è leggere la vita, se stessi e gli eventi solo nella cronaca di un fatto, non andandoci dentro. L’ignoranza è leggere la storia e la vita senza l’ermeneutica, senza l’interpretazione profonda di Gesù, e Gesù è capace di darci una lettura completa, profonda e reale di noi stessi, della vita e degli eventi. L’uomo produce solo cronaca.
Oggi l’uomo non sa più chi è nella verità di Dio, quindi propone su se stesso cose folli.
Di fronte alla loro ignoranza e alla loro durezza, Dio ha operato comunque la sua vittoria. Alla fine di questo annuncio forte c’è un monito: “Convertitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati”. Sebbene non siano battezzati, Pietro dice chiaramente che devono convertirsi e cambiare vita. Oggi non abbiamo più coraggio di annunciare Gesù e si parla di un umanesimo vago. L’uomo oggi si sta smarrendo, perché quando smarrisce il dna profondo di se stesso, diventa incapace di capire perché vive e perché c’è. Il salmo 8 dice: “Che cos’è l’uomo? Perché te ne ricordi? Noi siamo mistero e ci hanno ridotto e condannato ad esser solo un’entità biologica, somatica e razionale. Oggi, quindi, più che mai c’è bisogno di Pietro, di una verità senza paura. Qualcuno potrebbe obiettare che di fronte alla verità la gente si allontana. Meglio che si allontani sapendo che non vuole la verità, che illuderla di restare, ingannandola.      


Seconda lettura           1Gv 2,1-5

La Parola è chiara: “Figlioli miei, ti scrivo queste cose perché tu non pecchi” l’ideale è questo, non peccare, cioè la santità. Subito dopo però la Parola dice: “Ma se qualcuno ha peccato”, cioè esprime la possibilità, la realtà dei fatti, non invita a pentirsi, ma parla di un Paraclito presso il Padre, Gesù Cristo. Ciò significa che nessuno può andare a Dio saltando o tralasciando questo Paraclito. Santa Teresa d’Avila inizialmente era affascinata dal movimento degli Illuminati che arrivava a una contemplazione profonda e sforava nel divino disprezzando la preghiera, la liturgia e la santa umanità di Gesù. Quando, però, scopre che scartano Gesù e la sua umanità, li abbandona e la sua conversione avviene proprio di fronte ad una statua dell’Ecce homo, l’uomo Gesù flagellato e coperto di sangue.  Quando accogliamo Gesù, egli ci fa tenere insieme l’ideale e il reale, non li oppone. Vivere di solo idealismo è cadere nello sbaglio delle carmelitane di Port Royal che Pascal definiva “pure come angeli, superbe come demoni”. Non possiamo vivere di un ideale senza far conto di un nostro reale, perché l’ideale senza il senso del reale e del possibile diventa carnefice, tomba della fede e ci porta in una depressione infinita.
Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati e per i peccati di tutto il mondo, espressione che santa Faustina mette nella Coroncina della Divina Misericordia. Il regista del peccato è il nemico, peccatore fin dal principio, egli ci induce a peccare usando anche le nostre cose buone: i nostri sensi spirituali, gli appetiti di bello, di piacere e di gioia, li travolge e li trasforma in concupiscenza: desiderio smodato e disordinato di piacere. Il nemico attacca soprattutto le anime di spessore, coloro che hanno deciso per Dio. Quando un’anima cede alla tentazione e consuma il peccato, sente l’amaro in bocca e il vuoto perché non ha ottenuto nulla, ma il nemico va oltre, vuole distruggerla nella disperazione e vuole sbatterle in faccia tutta l’incapacità che ha per Dio. Allora nell’evento del peccato interviene Gesù perché, quando abbiamo peccato, non abbiamo da confrontarci con la legge, ma abbiamo un paraclito intercessore che davanti al Padre parla di noi e ci difende perché, avendo attraversato la natura umana con l’incarnazione, conosce le fragilità, le ferite, le complessità di un’anima che molte volte, giocata dal nemico, sfocia in un peccato consapevole o inconsapevole. Di fronte al peccatore Gesù si pone sempre dalla nostra parte, pur condannando esplicitamente il peccato. Qual è la prova del nove che siamo di Gesù? Quando seguiamo i suoi comandamenti. Poi Giovanni sostituisce a comandamenti il termine Parola, intendendo tutto quell’amore di Dio rivelato nella Parola, ed è la Parola che ci conferma che noi ci salviamo e viviamo per grazia, per misericordia, per espiazione della Vittima innocente. Che cosa vuole da noi Gesù? La nostra risposta. Quando rispondiamo attraverso la Parola, in noi l’amore di Dio è veramente perfetto perché ci scopriamo figli della grazia, scopriamo la nostra risposta libera alla grazia e ci stupiamo di essere salvati per grazia e non per merito.    

         
Vangelo          Lc 2,35-48

L’annuncio di Gesù tramite i testimoni è il fondamento della vita cristiana. La predicazione, l’evangelizzazione è l’apertura dell’anima al mistero di Gesù, ma non basta, perché oltre all’annuncio di evangelizzazione ogni anima dovrebbe entrare e vivere l’esperienza dell’incontro, cioè l’esperienza mistica con Gesù. Infatti il vangelo di oggi ci dice che, mentre i due discepoli stavano parlando, arriva Gesù e diventa visibilità. I discepoli sono spaventati, pieni di gioia, pieni di paura e pensano di vedere un fantasma. La vita mistica è necessario completamento all’evangelizzazione perché una volta annunciato Gesù, dovremmo portare l’anima che ha ricevuto l’annuncio dentro un’esperienza viva ed intima con Gesù. L’esperienza mistica non è per pochi, dovrebbe essere l’ordinarietà per ogni cristiano. Quando abbiamo Gesù dentro, quando viviamo Gesù, quando sentiamo Gesù e stiamo con Lui, tutto cambia.
Quando Gesù appare in mezzo a loro dice: “Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io. Toccatemi e guardate”.
Gesù vuole che guardiamo e tocchiamo le sue mani perché allora le nostre mani diventeranno prolungamento delle sue mani in un mondo che sta morendo perché non è benedetto, accarezzato, abbracciato, difeso, raccolto dalla mano di Gesù. La nostra mano può diventare la sua mano. La mano è l’icona di un incontro, di una sensorialità, di un abbraccio, di un rafforzamento. Poi i nostri piedi devono essere messi nei suoi piedi per camminare senza paura in avanti (“Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”). Dietro di noi non c’è Dio, ma solo il diavolo che vuole agitare i fantasmi della nostra vita. I piedi di Gesù sono la forza della missione. I piedi di Gesù ci portano dove Gesù ci porta.
C’è un altro canale per annunciare Gesù ed è la tattilità, questo senso spirituale fisico che adoperiamo così poco. Quando tocchiamo una persona con amore e con l’amore di Gesù, questa persona si sente amata, abbracciata e toccata dall’amore di Dio. Per diventare icona viva di Gesù, i piedi, le mani e la tattilità devono essere figli di un’esperienza mistica con Lui. Prima dobbiamo toccarlo, incontrarlo, stupirci noi.
Non è ancora tutto. Gesù dice: “Avete qualcosa da mangiare?”, ha fame ed essi gli danno del pesce arrostito. Gesù ha fame di anime, ha fame della nostra anima, del nostro cuore, della nostra vita, perché sa che il pesce arrostito, cioè il cibo ordinario, quotidiano, feriale che può darci l’uomo, non ci sfamerà, non ci sazierà. Egli sa che dentro abbiamo una fame grande, una fame di amore, di Dio, di profondità, ecco perché la nostra fame viene sfamata da Lui con il pane del cielo, non più con il pesce arrostito: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno, perché la mia carne è il vero cibo, il mio sangue vera bevanda”. Ecco l’esperienza mistica: mani, piedi, tatto, cibo.     


Prima Lettura   At 3,13-15.17-19

Continuiamo a leggere le vicende della chiesa primitiva. Oggi la Parola ci presenta un Pietro che ha un grande dono dello Spirito, un dono che oggi scarseggia e che, se esercitato, richiede un alto prezzo da pagare, il dono della paressia, della franchezza, il dono di saper parlare chiaro, senza sconti, il saper parlare senza paura.
La chiesa primitiva e tutti gli uomini di Dio hanno questo dono. Pietro davanti ad un popolo da cui poteva anche aspettarsi una reazione violenta, non fa lo sconto di niente. È questo dono che gli permette di dire davanti al popolo: “Voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato Gesù, avete rinnegato il Santo, il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino, avete ucciso l’autore della vita”. Il dono della paressia non è un dono per umiliare, ma è il parlare secondo Dio. È il più grande dono d’amore, e non è delle persone rudi, ma di quelle che sanno amare con il cuore di Dio. Chi non ha il coraggio di esercitare questa franchezza significa che con Gesù comincia a fare compromessi e politica, ma non è più avvinto dalla grazia particolare dell’innamoramento. Quando si è innamorati di una persona ci si mette contro tutti, anche contro la propria famiglia, se, invece, non si è innamorati, si può anche contrattare e fare compromessi. Pietro, che è innamorato di Gesù, si mette davanti al popolo, si espone, perde la faccia, rischia l’onorabilità, rischia di venire accolto, ma l’amore genera questa audacia. Oggi molte predicazioni, molti annunci, molte catechesi non sono più incidenti nelle anime non perché i predicatori non siano bravi, ma perché al centro non c’è più la verità rivelata da Dio. Probabilmente al centro ci sono alcune idee forti da cui non siamo capaci di staccarci: il dialogo, il compromesso, il cercare punti d’incontro. La verità, se è tale, divide, essa deve essere accolta o rifiutata. Oggi molti tralasciano la franchezza evangelica perché pensano così di  recuperare e di portare più gente possibile a Gesù. Pietro, invece, non fa una cronaca dei fatti, ma li rilegge nella chiave dello Spirito e poi annuncia, proclama, propone una verità senza sconti. E la verità senza sconti che si deve proporre è una sola: è la verità Gesù, perché egli ha detto che la verità ci farà liberi. La franchezza allora è il linguaggio proprio dell’innamorato. Pietro, essendo sempre stato un uomo emotivo, irruente, immediato, ha potuto accogliere questo dono dopo la venuta dello Spirito che lo riteneva testimone d’amore di quello che era capitato a Gerusalemme.
Pietro dice che Dio ha compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti che cioè il suo Cristo doveva soffrire; vicino alla paressia un altro dono pasquale dello Spirito è la lettura profetica, cioè il dono di penetrare con lo Spirito gli oracoli profetici vedendone il compimento, portando così come dono ai fratelli la fedeltà di Dio manifestata nelle profezie preannunciate dai profeti.
Nella Chiesa di oggi spesso manca la schiettezza, tanto che le comunità emarginano coloro che hanno questo dono, perché è un dono che non fa sconti e porta molte volte una divisione, dimenticando che la contrapposizione è il prezzo che ci ha dato Gesù: “o siete con me o siete contro di me”. Non è possibile avere un Gesù per tutti i gusti e tutte le stagioni, se c’è un Gesù così, è un Gesù dell’uomo e non di Dio. C’è invece la tendenza a manipolare il messaggio di Dio e i manipolatori sono coloro che fanno cadere un silenzio su aspetti troppo problematici, allungando il buon vino del vangelo e aggiungendo l’acqua della mediocrità. Quando viene manipolato il messaggio, viene scaricato l’annunciatore, perché la grazia non lo accompagna più in quanto annuncia una sua opinione, non la verità. Magari subito ha successo, perché Paolo dice che il mondo ha bisogno di favole, ma dopo un po’ le favole non salvano. Oggi capita frequentemente che ci sia una lettura della Parola manipolata, silenziata oppure addolcita, ma non c’è più la paressia, e allora non c’è più il fascino della verità, tutto si svuota e tutto entra in un darcela da intendere e in un compromesso che ci dà la laurea della mediocrità. Quando non abbiamo più il coraggio di annunciare in tutta la sua esigenza la Parola, trasmettiamo questa idea: mi rassegno ad un popolo di mediocri. Manipolare la Parola è una bestemmia contro lo Spirito santo perché è svuotare la Parola della sua potenza e della sua grazia.
La Parola di Dio deve essere letta, amata, accolta nella fede della Chiesa altrimenti si svuota di tutta questa sua esigenza.
Quando il vangelo viene inglobato in una metodica e in una programmazione ha già perso tutto il suo fascino perché viene ridotto ad un metodo comunicativo, a ciò che non è. Il vangelo non chiede approvazioni di maggioranza o di minoranza, il vangelo cerca i cuori e per arrivare ai cuori ci vuole la verità, la franchezza: Avete ucciso il giusto, avete graziato l’assassino.                


Seconda lettura           1Gv 2,1-5

Continua la nostra lettura della lettera di Giovanni in cui ci viene presentato Gesù nel ruolo di avvocato presso il Padre, Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati, è potente intercessore presso Dio. Questa Parola comincia con un grande messaggio di speranza: Nessun peccato è irremissibile, è imperdonabile, ma se qualcuno ha peccato abbiamo un Paraclito presso il padre: Gesù Cristo il giusto. Gesù è proprio colui che può intercedere per noi presso il Padre, perché lui è diventato vittima di espiazione per i nostri peccati.
Il peccato non è una semplice infrazione di una norma, ma è offendere l’amore; il peccato è non saper dimorare nell’amore, ecco perché i comandamenti in Giovanni sono un comandamento nuovo che è l’amore. Quando offendiamo l’amore, dobbiamo avere un Dio che possa espiare questo, non possiamo espiare noi le offese contro l’amore, perché l’amore nasce da Dio, l’amore è la natura stessa di Dio. Il peccato è proprio non riconoscere, non a livello mentale, ma di cuore, l’amore di Dio.
L’amore di Dio per manifestarsi ha bisogno di segni sensibili, storici, visibili, palpabili. Abbiamo i sette sacramenti, nei quali è presente l’amore di Dio, ma poi Gesù desidera che noi compartecipiamo alla sua missione di consolatore diventando noi il sacramento, la visibilizzazione dell’amore.
Potremmo coniare un proverbio: dimmi come ami e ti dirò a che Gesù credi. Essere segno dell’amore vuol dire prima di tutto essere inebriati, ubriacati, infervorati da questo amore del Paraclito di Gesù. Amare non è fare la carità, ma amare è dare un senso alla povertà mia e degli altri. Oggi  Gesù ha bisogno di noi che sappiamo visibilizzare l’amore e lo possiamo fare quando ci chiniamo sulle sofferenze dell’altro avendo il coraggio in Gesù di dirgli che il peccato è l’unica causa del suo soffrire. Se non sappiamo fare questo, allora andiamo a cercare altrove le motivazioni del soffrire, ma non siamo dentro le esigenze di Dio. Il peccato è il non amare e non amiamo perché non siamo nell’amore, perché non abbiamo come priorità la vita di unione con Gesù. La vita di unione con lui, la vita intima di unione con lui, è la priorità per gustare questo amore. I comandamenti non sono regole che, se infrante, ci privano dei punti della patente per il paradiso, questa è ancora una concezione della torah che Gesù ha scaricato; i comandamenti, anche quelli mosaici, devono essere riletti nella tenerezza di amore di Gesù.
Il primo peccato che noi facciamo contro Dio è la lettura riduttiva e asfissiante di noi stessi perché svendiamo ciò che siamo per Dio e ci riduciamo ad essere un centro di bisogni fisiologici e psicologici immediati umani, invece dentro di noi c’è un virus che è grazia, è la tensione verso l’infinito, verso Dio. Questo virus, che Dio stesso ci ha inoculato, cercano sempre di togliercelo perché è meglio un uomo animale che spirituale, però sappiamo che se noi diciamo: lo conosco e non osserviamo i suoi comandamenti siamo bugiardi, perché non si può amare l’amore e non vivere le sfumature dell’amore. Il peccato è proprio rinnegare se stessi, è accontentarsi di essere una mediocrità tutelata dalle consolazioni umane, allora siamo fuori dal circolo dell’amore. La gente soffre perché confonde l’amore con la gratificazione personale e istantanea di bisogni sensibili, invece l’amore di cui abbiamo bisogno è nel profondo del nostro cuore e l’amore non si può saziare con i capricci, non si può placare con le benevole concessioni, ma l’amore sarà veramente consacrato se entrerà nell’espiazione di Gesù che è la forma più alta dell’amore di Gesù per noi. Egli ha detto al Padre: “Io riparo e pago l’amore sporcato e infranto dall’uomo che non può né pagare né riparare”.
Oggi siamo chiamati a diventare sacramenti dell’amore generati dal consolatore Gesù e la prima guarigione nasce quando vogliamo aiutare le persone nella loro globalità, anima compresa. Le aiutiamo se sappiamo dire con franchezza che stanno vivendo in errore ed è lì la loro sofferenza. Coloro che non li amano danno loro ragione perché non vogliono faticare e consumarsi per loro. È più facile dare ragione che dire ad una persona che ami che è nella strada sbagliata.
Madre Teresa di Calcutta diceva che se non annunciamo Gesù alle persone rimarranno doppiamente povere. La chiave dell’amore è solo Gesù.
“Chi osserva la sua Parola in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”. Possiamo diventare sacramento dell’amore se come primo frutto c’è la riconciliazione personale di noi stessi nella lettura di grazia che Dio fa di noi, altrimenti rimarremo sempre una patologia.     


Vangelo          Lc 2,35-48

Gli apostoli che erano gli amici di Gesù non si erano ancora abituati alla presenza post pasquale di Gesù, una presenza improvvisa, libera, che li stupiva. La presenza di Gesù ci obbliga a pensare e a capire che lui è lì. Molte volte è più comoda l’idea su Gesù, è più comodo celebrare un assente, è più comodo credere in uno lontano che essere certi che lui è qui con noi. Siamo talmente abituati all’invisibilità che molte volte ci salviamo e ci rifugiamo nell’idea su Gesù più che nella vita insieme a Gesù. Ecco perché tutti gli evangelisti, sia i sinottici, sia Giovanni, sottolineano sempre la stessa reazione degli apostoli su Gesù: è un fantasma, non sono convinti che sia lui, non vogliono accettare, hanno paura di questa irruzione di Gesù nella loro vita. Era meglio il Gesù pre pasquale, il Gesù rabbino che faceva i suoi discorsi, ma era gestibile, invece il Gesù dopo pasqua non è più gestibile perché è il Gesù della grazia: va, viene, passa le porte chiuse, scompare, torna. È l’azione di grazia di Gesù che continua ad essere presente in mezzo a loro, ecco perché alla gioia si mescola l’incredulità e lo stupore. Quando Gesù diventa veramente una presenza viva, vera, ci sono lo stupore e la paura.
Perché non siamo più capaci di trasmettere niente? Perché abbiamo dentro di noi un Gesù idea e non una presenza viva. Senza la preghiera contemplativa, senza lo stare davanti a Gesù con la Parola, non possiamo sperimentare la sua presenza.
Gesù apre i loro occhi e la loro mente a comprendere le scritture: oggi c’è una via che non conosce crisi nell’annuncio ed è la via mistica. Il futuro della chiesa sarà dei mistici, dei contemplativi, di coloro che, facendo esperienza viva della sua presenza, del suo amore, potranno riannunciare la potenza di Gesù non come un’idea, o un’ipotesi, ma come una presenza e come un amore. La via mistica è la via che dovremmo percorrere tutti per avere questa esperienza viva e profonda dell’amore di Gesù per noi. Perché molte preghiere non ci cambiano, perché molte celebrazioni ci lasciano a bocca asciutta? Perché abbiamo razionalizzato l’esperienza di Gesù e quando non abbiamo Gesù nel cuore, parliamo di tutt’altro, non di lui.
Gesù ha chiesto del pesce arrostito per far capire agli apostoli che era con loro, per questo ha mangiato il cibo della loro quotidianità. La quotidianità senza le labbra di Gesù non ha più gusto, il nostro pesce arrostito, se non lo mette in bocca Gesù, è una quotidianità senza anima. Dentro il nostro cuore c’è questa nostalgia, questa sofferenza questo vuoto, questa ricerca perché ci manca lui, senza di lui non posiamo vivere. La via mistica non è una via per pochi, è la via ordinaria del cristiano. I veri catechisti sono i contemplativi, i mistici e gli adoratori.

Bruna Pellesi, beata suor Maria Rosa di Gesù, dice: “Non so che cosa stia avvenendo in me, so soltanto che sento Gesù vicino, vicino e che non è più disposto ad aspettare come ha fatto fino ad ora. Egli vuole tutto, tutto, tutto: anima, cuore e corpo”.
stampa



 
Torna ai contenuti | Torna al menu