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18 ottobre 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 18 Ottobre 2020
XXIX Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


Prima Lettura         Isaia 45,1-4.6

Il secondo Isaia vede in un avvenimento politico la mano di Dio. Il re Ciro aveva emanato un decreto con cui comandava che tutti i popoli sotto il dominio persiano tornassero nelle loro terre.  Ciro lo aveva fatto per un motivo economico, non certo perché si sentisse strumento del Signore, ma il profeta, che ha il dono di leggere la storia nelle sue pieghe, vi scorge la mano di Dio.
I giornalisti fanno la cronaca e sono anche inattendibili, Dio costruisce la storia, anche la nostra personale. Noi siano capaci di fare cronologia e di leggere la nostra cronologia, ma siamo molte volte incapaci di narrare nel profondo la nostra storia personale. È Dio che costruisce la nostra storia, è Dio che inserisce la sua storia nella nostra storia, perché se la sua storia non entrasse nella nostra storia diventerebbe una cronaca che evapora il giorno stesso che avviene, invece la sua storia di fedeltà e di presenza si lega con la nostra. Ciro è diventato strumento e per due volte Isaia ripete che ciò avviene anche se Ciro non conosce Dio: il Signore per agire in noi non ha bisogno della nostra consapevolezza, ma ci usa anche in maniera inconsapevole. Questo non è un problema per Lui perché la grazia e  l’azione di Dio non devono essere confermate dalla nostra consapevolezza.
Nessuno pensava che Ciro facesse questo decreto, gli Ebrei si erano già rassegnati ad essere una minoranza sotto il potere della Persia, così nella nostra storia avvengono dei fatti che forse non capiamo pienamente, non tutto è logico e molte volte Dio ci riserva delle sorprese, ci porta avanti per strade che non pensiamo, perché il regista è sempre Lui. Ci fa riflettere il fatto che per la sua storia e per salvare il suo popolo Dio usa strumenti non credenti ed inconsapevoli. Dio agisce anche attraverso le cause seconde apparentemente umane, perché è mistero inspiegabile ed affascinante.  Allora anche in un nostro caro che non pratica c’è un’azione salvifica di Dio che magari si svelerà non per opera nostra, ma magari per la nostra fede, attraverso un evento o una persona che cambierà il suo cuore. È Dio che cambia eventi, persone, storie. Dobbiamo avere fede in questa azione invisibile di Dio.
Dio ha milioni di strade per arrivare alle anime e molte volte la sua azione ci sorprende perché lavora più fuori dal recinto che dentro. Dio è dentro la nostra storia, sposa la nostra storia e ce ne dà il senso.   


Seconda Lettura   1 Ts 1,1-5b


Si parla da anni di nuova evangelizzazione, di rievangelizzazione. Che cosa vuol dire evangelizzare? Vuol dire che persone con un nome che incontriamo nella vita prima di tutto ci vogliono bene, perché l’evangelizzazione è la priorità del cardiologico sul cartaceo. Evangelizzare non è dare ad una persona il Catechismo della Chiesa cattolica perché se lo legga e si informi sui contenuti della fede, la vera evangelizzazione è amare la persona come unica struttura che Dio ha creato. Paolo evidenzia ai Tessalonicesi tutte le positività che hanno: li loda per la loro fede, prega per loro, li ricorda per la fatica della loro carità e per la fermezza della loro speranza. Chi evangelizza e comincia ad evidenziare ciò che uno non fa ciò che uno non è ha già allontanato da Gesù, perché la prima evangelizzazione è amare la persona così com’è e dov’è, diventando lieto annunciatore di un Dio di Gesù che ci ama e comincia dal positivo che è in noi. Il vero evangelizzatore è il minatore che entra nella miniera profonda del cuore delle persone e porta in superficie i tesori che ci sono dentro. A volte sembra che facciamo a gara per demolire le persone, invece Paolo comincia amando le persone, infatti incontra i Tessalonicesi e li porta nel grembo della sua preghiera perché il primo grande amore che abbiamo per una persona è pregare per lei. Pregare per gli altri è deporli nel grembo di Dio. L’evangelizzazione nasce quando una persona si sente amata da un nome e da un volto. Occorre amare con il cuore di Dio nella verità, perché se amo una persona nella verità di Dio, le faccio subito un regalo: quando accoglie la verità di Dio, ha diritto subito alla sua misericordia. Quante persone hanno bisogno di essere amate!
Quando amiamo una persona con il cuore di Dio, ce la siamo fatta amica e il frutto di questa evangelizzazione è che lei ha un nome di riferimento, un cuore di riferimento, una casa di riferimento e sa che, se dovesse aver bisogno, può contare su di noi. In questo consiste l’evangelizzazione.
Paolo rende grazie per i tessalonicesi, trasforma in eucarestia la loro presenza e la loro vita.


Vangelo   Mt 22, 15-21

I farisei, da cortigiani quali sono, prima lodano Gesù e si preparano così il terreno per la domanda tranello, ma Gesù è libero.
Al tempo di Gesù i Romani facevano circolare la loro moneta anche in Palestina, ma poiché era moneta impura, il sinedrio aveva ottenuto che il tempio battesse moneta propria, per questo nel cortile del tempio i cambiavalute cambiavano i soldi romani con la moneta templare.
Gesù non conosce né la faccia né l’iscrizione della moneta che gli danno in mano.
Gesù è estraneo al denaro e per denaro si intende tutta la potenza umana, Gesù non si lascia condizionare da nessuno, Egli non ha avuto nessun Cesare, non ha pagato tributo a nessun potente di turno. Allora ci chiediamo se nella nostra vita stiamo pagando un tributo a qualche Cesare. Il Signore ci dice di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, cioè diamo a Dio soprattutto il nostro cuore, la nostra vita, la nostra fede e diamo a Cesare, intelligentemente, i nostri scarti, per non fare di Cesare dio. Nessuno può entrare nella nostra coscienza, condizionarci nella nostra fede e nel nostro modo di credere, nessuno può giudicare la nostra esperienza spirituale se rimaniamo nella chiesa. Se ci sottomettiamo, paghiamo il tributo della paura a questo Cesare che sarebbe concorrente di Dio.
Gesù taglia subito la questione e ci dice di non farci strumentalizzare, ci invita ad essere liberi dentro, per essere suoi. Solo se saremo veramente staccati da ogni tributo e da ogni moneta, saremo felici.


Prima Lettura         Isaia 45,1-4.6

I profeti e gli uomini di Dio sanno leggere gli eventi della storia entrandone nel grembo, nella profondità. Gli uomini di Dio sanno vedere nella storia le orme di Dio.
È stupendo vedere come questo secondo Isaia sa vedere in una semplice scelta politica di un re persiano, a cui non interessava nulla del popolo ebraico, la mano potente di Dio. Il popolo era stato esiliato e strappato da Gerusalemme dal re assiro Nabucodonosor e il re persiano Ciro lo fa tornare alla sua patria agendo inconsapevolmente, lo dice il Signore stesso: “Tu non mi conosci, tu non mi hai cercato”.
Questa Parola ci deve dare una grande consolazione: Dio non prende paura degli uomini e delle donne che pensano che Lui non ci sia o che non sia in loro, Egli li ama, li sceglie, li usa. Questa è purissima grazia. Inoltre Dio interviene nella storia di ciascuno di noi attraverso persone non di routine, non rappresentative di qualcosa di rassicurante; l’intelligenza di Dio, la sapienza di Dio entrano nella storia di ciascuno di noi anche attraverso persone apparentemente indecenti o fuori posto. Ciro era un pagano, non si era nemmeno reso conto che in una strategia politica agiva il Signore. Per cui la Parola oggi ci comunica una grande gioia: nessuno è fuori del cuore di Dio. Di Ciro Dio dice che l’ha preso per la destra, che è il suo eletto, che l’ha scelto per abbattere, per sciogliere, per aprire i battenti e nessun portone rimarrà chiuso.
Ciro farà tornare il popolo alla terra promessa. Anche noi siamo esiliati e il nostro esilio è quotidiano, molte volte impercettibile. Quando siamo in esilio dal nostro cuore, che è il vero tempio di Dio, allora siamo in una sofferenza inconsapevole e reagiamo con scelte che magari sono mal interpretate dai lettori frettolosi della nostra storia.
La nostra terra è il cuore di Dio. E molte volte al cuore di Dio ritorniamo con strumenti, mezzi, eventi che con Dio nulla hanno a che fare. Il popolo d’Israele ritorna alla sua terra grazie a Ciro, che nemmeno conosceva Dio. Soffriamo e facciamo soffrire perché vorremmo una storia vincente, decente, applaudita, riuscita, piena, vorremmo una storia realizzata e dentro di noi, invece, molte volte vediamo che non è così. Nelle nostre vittorie non c’è mai Dio, nelle nostre sconfitte c’è sempre. Quando vinciamo, abbiamo sopraffatto e calpestato qualcuno o abbiamo chiuso i pugni e i denti per arrivarci, magari dannandoci l’anima. Invece nelle sconfitte, quando siamo esiliati, lì c’è certamente Dio perché, dove c’è la nostra vittoria, Lui non ha nulla da fare. Quando celebriamo le nostre vittorie, celebriamo noi stessi, quando celebriamo le nostre sconfitte, celebriamo Lui.    
Dove c’è un cuore che soffre, lì c’è Dio; lì Dio è presente con la sua onnipotenza perché la sofferenza è sempre un segno chiaro di una non riuscita e di una non sazietà che le cose pretendono di darci, però dobbiamo tornare dall’esilio e l’esilio siamo noi stessi, con le nostre vittorie, con le nostre strategie, con i nostri desideri.    
Noi ci riteniamo terra straniera, forse il vero Nabucodonosor siamo noi stessi quando non crediamo di essere nel cuore di Dio, lì è la nostra patria, la nostra terra, lì i portoni si aprono perché è più nostalgico Dio di noi che noi di Dio e la preghiera è colmare la nostalgia di Dio per noi.
Allora Ciro rappresenta tutti quegli eventi, quelle persone fuori dagli schemi, da cui non ci si aspetterebbe nulla, come dice sant’Agostino: “Quelli che pensi dentro sono fuori e quelli che pensi fuori sono dentro”.
Dio è presente non nella nostra cronologia paesana, di cui tutti conoscono tutto, ma è dentro le nostre pieghe profonde che non abbiamo nemmeno la capacità di spiegare, di comporre e di capire; proprio nel nostro non capire c’è Dio.
Il Signore sa che non si può vivere a Babilonia, la nostra babilonia è dentro di noi perché quando non sappiamo amarci in Lui, l’esilio diventa cocente. Dio ha una grande nostalgia di noi e la nostra terra è solamente il suo cuore, là ci aspetta perché possiamo piantare la tenda della nostra vita, dandogli la gioia di leggere la nostra vita. C’è, però, una condizione: dobbiamo solo ascoltare, perché le nostre aggiunte e i nostri commenti sono inopportuni.  


Seconda Lettura   1 Ts 1,1-5b

Paolo dice: “Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandoci nelle nostre preghiere”. Si tratta di una grande Parola spirituale. Ringraziare Dio per ognuno è l’eucaristia prolungata della nostra vita. Dobbiamo ringraziare Dio per ognuna delle persone che ci stanno accanto perché quello che questa persona darà a me e Dio me lo darà attraverso di lei non me lo darà nessun altro. Tutti noi siamo dei canali, dei ripetitori di Dio unici. Rendere grazie per ciascun volto è escludere ogni utilitarismo dalla persona. Dobbiamo rendere grazie per ciascun volto per il solo fatto che esiste e perché è una matita unica nelle mani di Dio. Da che cosa nascono le nostre lotte? Dal fatto che neghiamo ad ogni persona di essere se stessa, volendo clonarla, fotocopiarla, farla somigliante a noi. Per ringraziare Dio per ciascuno è necessario portare nella preghiera i volti e le vite, perché quando a una persona si chiede di pregare per noi, non le si chiede una cosa semplice, si chiede ad una persona di portarti nel cuore di Dio, di essere lei che ti presenta al cuore di Dio. Quando porti una persona al cuore di Dio e lei si è fidata della tua mediazione, tu hai la gioia di non vedere più questa persona dall’esterno, ma da dentro, come la vede Dio. Il ricordarsi a vicenda nelle preghiere non è una frase devota, ma è proprio un’arte delle persone grandi. In un volto c’è dentro tutto, la sua storia, le sue intenzioni, l’intera sua vita. Non si costruisce nessuna amicizia, nessuna relazione nessuna collaborazione se non c’è un rendimento di grazie e una vita di preghiera.
Il vangelo non si diffonde con i metodi, ma con la potenza e nello Spirito santo, perché il vangelo non è un libro, non è un programma pastorale, ma il vangelo è quell’inguaribile, incandescente amore di Dio per tutti noi. L’obiettivo del vangelo è renderci felici e rendere noi stessi buona notizia e buona novità all’altro. Il vangelo è Gesù ed è lo Spirito santo che fa muovere Gesù. Tutti possono parlare di Gesù, ma solo gli innamorati lo “sparano” nel cuore.
Paolo conosceva tutti i componenti della chiesa di Tessalonica e ringrazia Dio per ognuno di loro.
Se ringraziamo Dio per coloro che abbiamo vicino, costruiremo veramente la chiesa, perché essa non è la comunità di coloro che diffondono ricette moderne ed avveniristiche, in questo c’è ancora la celebrazione di se stessi.


Vangelo   Mt 22, 15-21

Quando hai impresso nel tuo cuore l’immagine di Cesare non sei più un uomo libero, ma tenti di cogliere in fallo gli altri nei loro discorsi. È questa la specialità dei farisei che, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i Sadducei, si organizzano per coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Gesù allora, conoscendo la loro malizia, dice: “Perché mi tentate?”. Quanta gente ci ha deluso nella nostra vita, quanta gente si avvicina a noi per coglierci in fallo, quanta gente, che non viene generata dalla misericordia di Dio, ma viene generata dall’aggressività di se stessa, non sopporta la nostra libertà e vorrebbe condizionarci con Cesare e vorrebbe porci delle domande e dei quesiti per ricondurci ad un comune parere della maggioranza. Ma Gesù è un uomo libero e, prendendo in mano la moneta, chiede di chi è il volto e l’iscrizione e pronuncia la frase che tutti conosciamo. Che cosa bisogna dare a Dio? A Dio bisogna dare ciò che è suo e che cosa è suo? Noi stessi, noi siamo la moneta di Dio, non c’è più Cesare c’è il Suo volto, non c’è più un imperatore, c’è il Suo amore, non c’è più un quesito, c’è un bacio. Perciò oggi Gesù ci domanda: di chi sei? A chi appartieni? Chi è il tuo imperatore? Sei veramente libero? Sei veramente mio? Sei veramente riflesso della mia bellezza? Sei moneta battente o sei icona splendente? Gesù oggi ci guarda e vorrebbe tanto vedere in noi la sua gloria, ma per essere sua gloria, sua emanazione, suo riflesso, bisogna avere l’umiltà di lasciarsi guardare, perché il Signore non mette mai in imbarazzo, e quando ci guarda ci rifà continuamente belli perché ci rifà suoi. Non siamo figli di un mercato, di un’economia, non siamo figli di un potente, siamo figli di Dio.


Prima Lettura         Isaia 45,1-4.6

La Parola di Isaia annuncia la riedificazione di Gerusalemme e del tempio mediante un oracolo profetico, attraverso cui Dio presenta solennemente lo strumento di cui si servirà per compiere un’opera così straordinaria. Lo strumento di cui Dio si serve è Ciro, re di Persia dal 557 al 529 a.C., un re pagano che non conosceva Iahvè, l’unico vero Dio, e non apparteneva al suo popolo, eppure diventa strumento dell’azione e della provvidenza di Dio. Egli pubblicò, dopo 48 anni dalla distruzione del tempio di Gerusalemme, un editto con cui rimandava i popoli assoggettati al potere persiano alla loro terra e tra questi popoli c’erano anche gli Ebrei.
Ormai gli Ebrei, lontani dalla loro terra, si erano abituati  a questa condizione. La Parola ci dice che l’uomo, purtroppo, si abitua a tutto: al bene, ma anche al male.
L’editto di Ciro viene letto dal profeta come un intervento di Dio nella storia degli Ebrei, per questo il sovrano diventa uno strumento di Dio. Infatti Egli sa agire nella nostra vita anche attraverso cause seconde, attraverso persone che non penseremmo, perché Dio non ha alcun tipo di prevenzione e usa Ciro come strumento della sua gloria.
Questa Parola ci fa capire che veramente Dio è un grande mistero di libertà e sa passare, toccare e realizzare le sue promesse anche attraverso strade comunemente impossibili. Quando Dio vuole una cosa, la opera. Egli non vuole la nostra investigazione su di Lui, ma la nostra fede verso di Lui, ecco perché è proprio sull’abbandono che ci giochiamo il nostro rapporto con Lui.
Quando chiediamo l’aiuto di Dio, solitamente, commettiamo un errore: come dei geometri gli presentiamo il nostro progetto perché metta la firma, a Dio invece non dobbiamo dare niente perché è Lui che progetta, che opera, che farà per noi, come ha fatto tornare gli Israeliti dall’esilio quando meno se l’aspettavano, quando ormai si erano quasi abituati a restare là. Se anche noi ci rassegniamo al nostro esilio, Dio non lo fa ed opera sempre per liberarci.
L’operosità di Dio attraverso lo Spirito è incessante in ogni anima.
Quante persone sono in esilio, magari non lo dicono, non lo ammettono, ma lo sono, perché l’esilio è quando vengono chiuse le porte alle spalle e davanti si ha solo un muro, quando vengono rubati i sogni, i desideri, le speranze, l’amore e ci si rassegna a questo. Quante anime sono sole e si chiudono sempre di più nel loro buco nero perché pensano che non cambierà mai nulla, sono anime sfiduciate, persone rassegnate ed esiliate da Dio, da se stesse, dalla comunità.
Sono persone da amare e su cui occorre pregare. Dio vuole la  nostra libertà, il nostro ritorno, la nostra gioia, ecco perché il vero Ciro che opera per noi è Gesù. Egli, vivo e presente nella sua chiesa e nella nostra vita, abbatterà, scioglierà, aprirà, porterà e darà gioia.
Allora la Parola ci invita ad una lettura intelligente dei segni di Dio che possono avvenire anche attraverso delle persone che ufficialmente non sono sue. Dobbiamo osservare con gli occhi di un profeta anche gli eventi che apparentemente sono solo umani.   
L’editto di Ciro agli occhi umani appare solo come un provvedimento motivato da un calcolo politico, invece Isaia vede in questo gesto la mano invisibile di Dio che guida a libertà.
Non è forse vero che tutti noi siamo miopi nella lettura della vita? Non sappiamo vedere il senso profondo delle cose perché vorremmo preordinare e organizzare anche l’azione di Dio. Egli è attivo in noi, ma ha una strategia che forse ci sfugge o che non è sintonica alla nostra precomprensione, ma Lui sta operando.
Dio opera in noi ad una condizione: che ci sia un atto di fede totale in Lui; appena c’è la minima ombra di un dubbio Egli non può più operare perché non trova un cuore aperto alla sua potenza. Un atto di fede in Dio è veramente la più grande vittoria che noi operiamo nella nostra vita perché ci consegniamo ad un amore e ad una presenza fedele e potente.


Seconda Lettura   1 Ts 1,1-5b

La prima lettera ai Tessalonicesi è lo scritto più antico del Nuovo Testamento. Venne scritta da Paolo a Corinto nel 50-51 d.C..
È una Parola molto bella perché ci mostra lo stile di presenza e di amore degli apostoli di Gesù per una comunità. Paolo, Silvano e Timoteo non fanno un esame sociologico della comunità dei Tessalonicesi, ma proclamano una certezza, un’appartenenza e un possesso. Si rivolgono, infatti, alla chiesa di Tessalonica che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo, per cui essi riconoscono che una comunità, una chiesa, è proprietà del Padre e del Figlio ed è edificata dal Padre e dal Figlio. Poi essi offrono a questa comunità, come primo e prioritario dono, grazia e pace, insegnandoci, così, ad accostarci ad una comunità di cristiani anche oggi con la profondità spirituale di Dio. I nostri paesi non sono solo realtà geografiche, ma dove c’è una comunità di credenti lì c’è un mistero di Dio in azione, si sta attuando la presenza e l’amore di Dio in un gruppo di persone che lo riconoscono Signore. La lettera prosegue con un clima di cordialità spirituale, oggi si vuole essere cristiani e pastori armandosi e provvedendosi di disponibilità psicologiche caratteriali, che sono utili, ma che devono essere sovrastate dalla grazia di Dio, altrimenti sono solo ammennicoli per fare qualcosa.
Paolo prosegue con un rendimento di grazie per loro e li ricorda nella preghiera, li porta nel grembo della preghiera, che è l’ossigeno indispensabile per ogni relazione interpersonale umana e cristiana. Con la gente che non prega è impossibile capirci, è impossibile ascoltarci, solo tra gente che prega ed è nel grembo di una preghiera è possibile il frutto della comunione.
Allora in poche righe questa lettera ci dice che la comunità non è nostra, ma è un mistero di Dio che si sta attuando, alla quale si deve augurare grazia e pace di Dio, si deve sempre rendere grazie a Dio dei credenti che si trovano in questa comunità portandoli nella preghiera e tenendo presente l’operosità della loro fede, la fatica della loro carità e la fermezza della loro speranza nel Signore Gesù e nel Padre. Paolo evidenzia in questa comunità la triade delle virtù teologali e sottolinea la fatica della carità, cioè la fatica dell’amore. L’amore è una fatica perché si deve spogliare se stessi per capire l’altro che ci è di fronte attraverso il respiro della preghiera; se non faremo questo, l’altro sarà solo l’utente di qualcosa di umano che stiamo facendo. Senza la preghiera non possiamo costruire nessuna relazione, né con noi stessi né con Dio né con gli altri.
Paolo ricorda questi cristiani nella preghiera, li guarda attraverso la preghiera, li stima attraverso la preghiera, ecco allora che pregare gli uni per gli altri è darci ossigeno per amarci. La relazione non si può improvvisare e senza il grembo della preghiera una comunità cristiana vive una relazione pagana. Quando in una comunità la preghiera è ammalata perché le viene data una frettolosità precettistica, non si possono instaurare rapporti di vera e profonda comunione, perché solamente la preghiera è il collante di Dio. Quando si è nella preghiera, sappiamo che i nostri fratelli e le nostre sorelle sono amati e scelti da Dio, e questo fa la differenza. Se non c’è la preghiera, ci si interessa degli altri per questioni banali, superficiali, ma se si è nella preghiera, allora cambia tutto.  
Poi Paolo afferma che il vangelo da lui predicato non si è diffuso solo per mezzo della parola orale, alla quale dà comunque importanza, ma anche con la potenza dello Spirito santo e con profonda convinzione. Dovremmo pregare per l’evangelizzazione dei nostri paesi, anche se il più delle volte li crediamo già evangelizzati, invece l’evangelizzazione è opera dello Spirito e per quante metodiche cerchiamo o slogan coniamo, se non c’è lo Spirito santo non si riesce a convertire nemmeno noi stessi. È lo Spirito santo l’agente dell’evangelizzazione e lo Spirito è quella sapienza, quell’inchiostro di Dio, quel fuoco di Dio, che ci permette di interpretare il nostro tempo e le persone che abbiamo davanti partendo dalla lettura di loro dalla preghiera.


Vangelo   Mt 22, 15-21

Durante la dominazione romana tra gli Ebrei c’erano tre correnti: quella collaborazionista, i Sadducei, quella degli oppositori, gli Zeloti, specialisti in incursioni improvvise contro i Romani a cui Roma rispondeva con le crocifissioni, e la corrente opportunista, quella dei sacerdoti del tempio, che guardavano ai Romani per i loro interessi economici. Le tasse da versare a Cesare diventano una questione attraverso cui i farisei, che si ritenevano i puri, volevano incastrare Gesù. Essi si recano  con i militari di Erode e i loro discepoli a porre una domanda a Gesù, per incastrarlo, qualunque cosa avesse risposto. Quanta gente, anche oggi, si avvicina a Gesù per questioni, non per amore. Oggi si fa questione su tutto, si discute su tutto, ma non si ama, perché le discussioni fanno deserto e non producono amore. Questi farisei non vanno verso Gesù per amore ed Egli li rimprovera. Queste persone, che si ritenevano pure e desiderose di libertà, quando Gesù chiede di mostrare la moneta del tributo, presentano la moneta romana, cioè capita molto spesso anche oggi che si giudichino gli altri, che si esiga dagli altri un rigore e una pulizia morali, ma poi ci si lascia corrompere facilmente.
Gesù non riesce a costruire un rapporto con questa gente.
La nota affermazione: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” vorrebbe chiedere anche a noi oggi se stiamo facendo proprio così. Di chi siamo? A chi rendiamo ciò che deve essere reso? Noi non siamo figli di una moneta, ma di un volto che ci ha creati a sua immagine e somiglianza, noi non siamo comprabili, perché siamo stati pagati a caro prezzo, non siamo usabili, perché Cristo ci ha liberati perché rimanessimo liberi, noi non siamo paggi e servi della gleba di nessuno, perché unico nostro Signore è Gesù. Nel nome di Cesare rientrano tutte quelle situazioni, quelle persone, quegli eventi in cui ci viene tolta la libertà e il respiro dei figli di Dio, in cui paghiamo continuamente tasse ai tiranni che ci fanno piangere e ci impediscono di vivere. Noi non siamo di Cesare, sebbene ci sia un’altra lettura che riconosca l’autorità costituita e si inviti a rispettarla, ma noi non vogliamo essere raffigurati nell’effige di Cesare perché il nostro volto si rispecchia in Dio.
Pur abitando nella città degli uomini, dobbiamo guardare alla città di Dio.
Una tassa enorme che paghiamo è, ad esempio, tutto ciò che comporta l’opinione degli altri su di noi; diciamo che non ci interessa, ma non è vero e spesso ci blocca nel bene che dobbiamo fare, al punto tale che mai come oggi si desidera essere anonimi e fuggevoli. Invece un cristiano, per la forza dello Spirito santo, non dovrebbe essere anonimo, ma chiaramente identificabile.     

“Signore nostro Dio, noi apparteniamo a te, e a te solo.
Tu desideri che la tua immagine sia onorata in ogni persona, uomo e donna, tue creature.
A Te il nostro cuore: i nostri affetti siano plasmati dalla tua bontà.
A Te la nostra mente: i nostri pensieri siano illuminati dalla tua sapienza.
A te le nostre forze: le nostre fatiche siano corroborate dal tuo esempio di vita.
A te la nostra anima: tutto il nostro essere sia costantemente rivolto a te, nostra unica fonte di vita”    
Madì Drello
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