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19 luglio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 19 Luglio 2020
XVI Domenica del Tempo Ordinario. Anno A



Prima lettura       Sap 12, 13.16-19


Il libro della Sapienza, compreso tra i libri poetici sapienziali, venne scritto a metà del primo secolo avanti Cristo ad Alessandria d'Egitto, dove viveva una numerosa colonia ebraica. Gli Ebrei, inseriti in un contesto culturale fortemente contaminato dall'ellenismo, sentirono l'esigenza di approfondire e riformulare la loro fede e ne nacque il libro della Sapienza.
I capitoli dal decimo al diciannovesimo parlano dell'opera della Sapienza e di Dio nel popolo eletto d'Israele.
La Parola tenta di descriverci un frammento del volto di Dio. Il libro della Sapienza innanzitutto ci presenta l'unicità di Dio, secondo la professione di fede d'Israele, poi sottolinea che Dio non è un'idea, ma è un amore potente che ha cura di tutto. A Dio vengono infine attribuiti gli appellativi di dominatore universale e di padrone della forza che governa con indulgenza e giudica con mitezza. Allora la Parola ci propone un Dio mite, buono, intelligente, indulgente, un Dio che insegna ad amare.
Solo chi ama Dio e ne ha avuto un'esperienza profonda, impara da Lui ad amare gli uomini. Amare non è una cosa scontata; l'amore non si improvvisa.
Uno ama quando è generato dal cuore intelligente di Dio, quando sa lasciare al cuore delle persone la sua identità misteriosa. Non si ama quando si vuole cambiare il cuore delle persone, ma quando ci si mette in ascolto del cuore dell'altro, credendo che sarà Dio a cambiarlo. Amare, come ama Dio, vuol dire lasciare liberi, non giudicare. Dio insegna ad amare così in quanto, dice la Sapienza, Dio ci ha resi pieni di dolce speranza perché concede  dopo i peccati la possibilità di pentirsi.


Seconda Lettura        Rm 8,26-27


In questi versetti della lettera ai Romani Paolo ci invita a contemplare il ruolo dello Spirito santo. Poiché non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente domandare, lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza, ci soccorre nella nostra incapacità di intercessione ed intercede per noi.
Presso il Padre abbiamo due intercessori: Gesù, che è chiamato da san Giovanni, avvocato e lo Spirito santo.
San Luca, parlando della preghiera nel capitolo 11, dice che di solito chiediamo al Padre due tipi di cose: cose inutili, simboleggiate nel passo del Vangelo dal sasso, o cose dannose, simboleggiate dallo scorpione, invece non chiediamo lo Spirito santo, che potrebbe intercedere per noi. San Giacomo aggiunge che, quando chiediamo, lo facciamo male, perché non abbiamo l'arte di intercedere presso Dio.
Lo stesso Paolo, che certamente ebbe delle prove, delle tentazioni tremende nella sua vita, per ben tre volte chiese al Signore di essere liberato dalla spina, ma il Signore gli rispose: "Paolo, ti basti la mia grazia; la mia potenza si manifesta nella tua debolezza". Paolo allora pronunciò quella frase che, umanamente parlando, risulta assurda: "Quando sono debole è allora che sono forte. Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze perché in me dimori la potenza di Cristo".
La nostra debolezza costitutiva è l'incapacità di intercedere presso Dio in maniera efficace e giusta, per chiedere ciò che veramente Dio vuole darci.
Che cosa è la debolezza? In senso spirituale biblico la debolezza è l'aspetto più vero del nostro essere creature. Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, dice che Gesù fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. Anche Gesù facendo, come uomo, esperienza di debolezza, ha permesso che la debolezza incontrasse la potenza del Padre.
Quindi la potenza di Dio è nascosta nel cuore di ogni debolezza umana, come un seme che si prepara a germinare grazie alla fede e all'abbandono. I problemi nascono quando non sappiamo riconciliarci con la nostra debolezza, che non vuol dire imparare a conviverci, approvando il peccato, ma significa scoprire che nel cuore di ogni debolezza è nascosta la potenza di Dio.
Padre Louff sostiene che fino a quando noi ci opporremo alla nostra debolezza, la potenza di Dio non potrà agire. La buona volontà o i buoni propositi per eliminare le nostre debolezze e diventare virtuosi servono a poco, è necessario invece che noi facciamo esperienza concreta della nostra debolezza, solo allora potrà veramente dispiegarsi la potenza di Dio. Dobbiamo imparare a dimorare nella  nostra debolezza, armati di una fede profonda, ad accettare di esser esposti alla nostra debolezza e nello stesso tempo abbandonati alla misericordia di Dio; solo nella nostra debolezza siamo vulnerabili all'amore di Dio e alla sua potenza.
Quando preghi lasci veramente pregare in te lo Spirito santo? Sarà lui solo, alleato della nostra debolezza, che otterrà per noi tutto il bene che ci aspettiamo da Dio, perché lui solo "intercede  per i credenti secondo i disegni di Dio".
Allora affidiamo le nostre intercessioni allo Spirito che saprà portarle al cuore del Padre.


Vangelo    Mt 13,24-43


Il ciclo parabolico di Matteo, di cui fanno parte le parabole della zizzania, del granello di senape e del lievito, ha lo scopo di mostrare e spiegare il regno di Dio.
Matteo riporta nel suo Vangelo la parabola del buon seme e della zizzania per rispondere ad una domanda dei cristiani del suo tempo che si chiedevano perché il male esistesse e trionfasse. La Parola ci dice che la storia umana non è una storia pura, ma in essa crescono insieme  e convivono il buon grano e la zizzania. Non ci viene da Dio l'idea di purificare la storia strappando la zizzania con uno zelo da fanatici; la storia è fatta di bene e di male, che vivranno insieme fino alla fine del mondo, solo a Dio spetterà, alla fine dei tempi, il giudizio sulla storia. Anche il nostro cuore è un campo in cui noi facciamo quotidianamente esperienza di questa convivenza tra bene e male.
La parabola del granello di senape ci incoraggia, dicendoci che non dobbiamo mai avere paura dei nostri modesti inizi nella vita spirituale o nella sequela di Cristo, perché, anche se la nostra fede è piccola quanto un granello di senape, la potenza di Dio farà diventare quel granellino di senape, che è nel nostro cuore, un grandissimo albero.
La parabola del lievito risponde al bisogno della massa di essere fermentata. La storia ha bisogno di essere cambiata e solo le persone spirituali, che sanno entrare nella massa della storia, senza lasciarsi vincere da essa, possono cambiarla dal di dentro, in modo silenzioso, ma efficace, grazie alla loro ricca identità spirituale.
San Pietro Crisologo, nel Sermone 97, dice: "La zizzania di oggi può domani trasformarsi in grano; l'eretico di oggi può diventare un fedele; chi è stato un peccatore può unirsi ai giusti. Se la pazienza di Dio non venisse in aiuto alla zizzania, la Chiesa non avrebbe né l'evangelista Matteo - preso fra i pubblicani - né l'apostolo Paolo - preso fra i persecutori.
Il discepolo Anania di cui parla il libro degli Atti cercava di strappare il buon grano quando, inviato da Dio a Saulo, accusava san Paolo dicendo: - Ho udito tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli -. Il che significava: strappa la zizzania! […] Anania vedeva Saulo, mentre il Signore vedeva già Paolo; Anania parlava del persecutore, mentre il Signore sapeva che si trattava di un missionario; l'uomo lo giudicava zizzania destinata all'inferno, mentre il Cristo vedeva in lui l'apostolo scelto da Dio, e già lo collocava nel granaio celeste".
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