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19 settembre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 19 Settembre 2021
Domenica XXV Tempo ordinario


Prima Lettura             Sap. 2,12.17-20


Il libro della Sapienza fa parte dei libri sapienziali, deuterocanonici, che i padri della Chiesa utilizzarono fin dal II secolo. È un libro che ci dice come il pensiero di Dio e la Parola di Dio possono essere lievito, luce, gioia per tutte le culture.
Questo brano mette in bocca agli empi, cioè a coloro che non amano Dio, un’insidia al giusto che è la persona scomoda che si oppone alle loro azioni. In questo giusto possiamo vedere il credente nel Dio rivelato d’Israele o una comunità di quel tempo, fedele alla Parola e alla Torah, che proprio per questa fedeltà era diversa dalla cultura predominante del luogo in cui si era stabilita. Allora possiamo definire questa Parola l’elogio e la profezia della diversità; essa, inoltre, sottolinea la grazia della persecuzione. Quando una diversità di fede si fa comunità visibile, stabilita che genera esistenze diverse e nuove diventa subito una sfida e un disturbo per una maggioranza sicura della propria verità ed intollerante verso qualsiasi bagliore di diversità.
Allora questa Parola ha soprattutto due obiettivi: renderci capaci di vera diversità spirituale e rendere la chiesa, le comunità di Gesù, capolavoro e profezia di diversità.
La seconda luce di questa Parola è la grazia della persecuzione. Quando una comunità fatta di cuori innamorati, diversi e profetici diventa una visibilità storica, subito si scatena l’arroganza e la prepotenza di una persecuzione che vorrebbe far tacere, far scomparire e vincere questa voce e questo modo diverso di vedere la vita e di viverla. Oggi viviamo in una cultura predominante dove qualunque forma religiosa e assolutizzante di verità e qualunque testimonianza di verità rivelata vengono guardate con sospetto, ignorate, derise eppure, secondo questa Parola, il giusto, il figlio di Dio, cioè il credente, è colui che è scomodo e che si oppone. Una chiesa che si rassegnasse a farsi secolarizzare dal mondo e dalla sua cultura è una chiesa che tradirebbe la sua identità.
Nel nostro tempo tentativi di secolarizzare, di annacquare e di ammorbidire l’esigenza liberante della verità rivelata da Dio sono sempre all’opera, tanto che spesso anche nelle comunità si cercano compromessi o soluzioni di comodo e il discepolo della Parola, il cristiano, dimentica la sua identità in nome di un rispetto assoluto delle identità altrui, dimentica la propria verità in nome di un’accoglienza democratica e “intelligente” di altre verità. Ne consegue che chi vuole troppo contrassegnarsi e identificarsi in Dio viene tacciato di fondamentalismo e di poca sensibilità ecumenica. Eppure questo giusto, questo figlio di Dio, che tanto dà fastidio agli empi al punto tale che organizzano contro di lui una persecuzione, è l’immagine del testimone della Parola. Egli, quando è ebbro della forza della Parola di Dio, non è più una persona insignificante e non passa indenne nella storia del mondo e del suo mondo. La Parola ci invita ad essere diversi per la Parola, essere profeti per la Parola in un tempo nel quale una sottile rassegnazione è entrata anche nei cristiani, al punto tale che molti dicono che il vangelo è impossibile da realizzare nella storia e sarà realizzato nella sua pienezza solo nel regno di Dio.
Questa Parola è di una grande forza perché ci mostra il prezzo alto dell’amore e della fedeltà ad una verità che non è nostra, che non confezioniamo noi e che non ammorbidiamo a nostro gusto e piacimento. Oggi si vorrebbero cristiani addomesticati che sapessero approvare tutto ciò che il mondo propone come assoluto, unico e vero, invece questa Parola ci riveste di una fulgida e affascinante diversità, ci sposa a questa verità divina, ci inchioda nell’amore di un’adesione entusiasta all’unica verità che non passa in un tempo in cui vige la dittatura del relativismo e in cui troppi cristiani si definiscono adulti, ma tacciono per non combattere e per non apparire dalla parte di Dio.
Essere profeti di diversità è evento di grazia, è dono dello Spirito, è guerra aperta contro la prepotenza e la dittatura del mondo       


Seconda Lettura     Gc 3,16-4,3

San Giacomo, che è un apostolo molto concreto, si rivolge ad una comunità che faceva riferimento a lui, mettendo in evidenza ciò che questi cristiani avrebbero dovuto cambiare. Egli evidenzia che dove c’è gelosia, spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni.
Quindi l’apostolo contrappone a questi atteggiamenti una sapienza che viene dall’alto e la descrive definendola pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia, di buoni frutti, imparziale e sincera. “Per coloro che fanno opera di pace - egli ci dice ancora - viene seminato nella pace un frutto di giustizia”.
Questa Parola fortemente intraecclesiale fa una diagnosi impietosa del cancro che anche oggi fa soffrire e ammalare le comunità dall’interno. Questa gelosia, questo spirito di contesa, questo disordine, queste cattive azioni evidenziano che per troppi, che si definiscono credenti in Gesù, la chiesa, l’apostolato, la testimonianza non vengono più dall’alto, ma sorgono da loro stessi, le ritengono loro proprietà, tanto che si ritengono padroni assoluti di ciò che non è loro, cioè la chiesa. La chiesa ci è stata consegnata dall’amore di Gesù e dalla potenza dello Spirito e le nostre comunità, siccome molte volte non sanno attendere ciò che viene dall’alto: quella sapienza che Giacomo descrive, diventano comunità autoreferenziali, autonome da ogni soffio dello Spirito, e di conseguenza altrettanti campi di battaglia dove bisogna occupare le posizioni migliori e dove soprattutto bisogna schiacciare o vincere gli altri che non condividono la nostra opinione.
E tutto questo da dove viene? Da dentro di noi, da queste guerre interiori che combattono dentro di noi e che ci rendono spasmodicamente desiderosi di cose, di vittorie, di prepotenze e di autorità, incapaci di chiedere, incapaci di pregare e incapaci di gestire le passioni. Perciò questa Parola tocca un nervo scoperto del male di oggi di molti cristiani che non hanno più una vita interiore appoggiata e donata al soffio dello Spirito, non hanno più dentro la loro interiorità uno spazio per un ascolto profondo di una Parola che dà la vita. Ma dove non c’è vita dello Spirito c’è solamente vita della carne, dove non c’è una sapienza che viene dall’alto c’è una rivendicazione che viene dal basso e questo atteggiamento così nocivo paralizza ed estingue profezia, audacia, santità che lo Spirito instancabilmente semina nelle nostre comunità. Dove ci si preoccupa soprattutto e solamente di far stare insieme, per un puro calcolo politico pastorale, forze diverse, dove ci si preoccupa solamente che ciascuno abbia la propria fetta di potere o il proprio pulpito per parlare non c’è Dio, ma c’è solamente una realtà umana in cui l’esigenza primaria non è quella di condividere, ma di suddividere ambiti, autorità e molte volte prepotenza.
Quando una comunità non è più insufflata quotidianamente dal soffio dello Spirito, si è solamente preoccupati di costruire strutture apparentemente democraticistiche, ma che non contengono la profezia dello Spirito e questo spegne in tante comunità il fascino e la forza della profezia che viene unicamente da un’autentica santità e la santità viene unicamente da Dio.        


Vangelo         Mc 9,30-37

Il vangelo di Marco, che è la continuazione del brano della scorsa settimana, oltre a mettere in bocca a Gesù ciò che sarà della sua vita e della sua morte, affronta anche un tema delicato e fortemente evangelico: il tema dell’autorità. Gesù chiese ai discepoli di che cosa stessero discutendo lungo la strada ed essi tacevano perché avevano discusso su chi fosse il più grande.
Quello dell’autorità è un discorso delicato, perché l’autorità fa parte della costituzione di una chiesa dove alcuni fratelli sono chiamati ad un servizio molte volte difficile, combattuto, tradito, rifiutato. Il servizio dell’autorità nella chiesa, secondo il vangelo, non è un servizio politico e non è un servizio di prepotenza o di democrazia ad ogni costo, ma è un servizio che dovrebbe essere generato proprio dai piedi di Gesù quando, restando ai suoi piedi, noi contempliamo il suo modo di averci donato l’autorità che nel vangelo di Giovanni è stata la lavanda dei piedi ai suoi apostoli. Per essere uomini che esercitano un servizio di autorità bisogna essere veramente bambini liberi nel cuore, nella mente e nelle decisioni. Qualcuno che esercita il servizio dell’autorità nella chiesa e, per timore della non approvazione della base, lo “imborotalca” di compromesso e di democraticismo, certamente non esercita l’autorità secondo Dio, ma secondo un calcolo umano per tenersi caro il posto conquistato e per avere un’approvazione e un applauso.
Nella chiesa il servizio dell’autorità non è un autoritarismo, ma neppure deve essere un compiacimento di chiunque. Il servizio dell’autorità dovrebbe nascere e dovrebbe svilupparsi su due fronti: il primo, quello della vita intima con Gesù, maestro e testimone di un servizio di autorità e il secondo, quello di filtrare fratelli, sorelle, soggetti destinatari del servizio dell’autorità con la luce dello Spirito, nella signoria dello Spirito e nell’audacia dello Spirito.
Molte volte la gestione dell’autorità, anche all’interno della chiesa, sembra molto orizzontale e molto umana in cui l’ascolto e la docilità allo Spirito, che è soffio generativo dell’autorità nella chiesa, vengono messi in disparte. Gesù ci dà veramente una grande Parola, ma soprattutto ci ricorda che lui non si è preoccupato dell’approvazione degli uomini e nemmeno di quella dei suoi apostoli, ma si è preoccupato di essere approvato unicamente dall’amore di Dio.
Allora per capire Dio e per entrare in questo mistero di Dio ci vuole la semplicità di un bambino, l’umiltà di un bambino e l’audacia di un bambino nello Spirito e il bambino nello Spirito è la persona libera  che non si preoccupa di creare baldacchini e armature sulla sua testimonianza, ma rimane libero per essere mosso dal vento dello Spirito, che è la prima grande autorità nella chiesa.    
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