20 ottobre 2019 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

20 ottobre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 20 Ottobre 2019
XXIX Domenica Tempo Ordinario Anno C

Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.


Prima Lettura        Es 17,8-13a


La Parola ci dà una prima luce: in noi deve essere sempre presente Mosè e Giosuè, due gemelli siamesi spirituali. Molti oggi pretendono di combattere la vita da soli, come Giosuè, ma se non c’è in noi il Mosè dell’intercessione, la vita viene persa. Amalek è la simbologia dei nostri nemici e il fatto che noi avremo nemici è sicuro perché Gesù dice: “Pregate per i vostri nemici”. Il primo nostro nemico è l’Avversario che è uno spirito, cioè il diavolo, con tutti i suoi satelliti e Paolo dirà: “La nostra battaglia non è contro creature di carne e di sangue, ma contro gli spiriti dell’aria” che tentano l’uomo anche attraverso dei maligni fatti in carne ed ossa, cioè coloro che si lasciano usare dal maligno. È un’illusione pensare una vita senza battaglia, perché anche per Gesù la vita fu tutta una difficoltà, dice l’Imitazione. Allora la preghiera è la dimensione fondamentale di un cristiano, perché quando un cristiano prega innanzitutto deve salire sul monte e, attraverso le tre fasi della salita: purgativa, illuminativa ed unitiva, l’anima arriva al contatto e alla via unitiva con Dio.
La preghiera è indispensabile, fondamentale nella vita di un cristiano perché essa ci dà due certezze: quando si prega si è amati da Dio perché si manifesta la dipendenza da Lui e la seconda certezza è che si è odiati dal nemico perché, pregando, si pone un atto di appartenenza a Dio. Allora al Nemico dà fastidio la preghiera, egli non attacca tanto Amnesty International, ma i monasteri di clausura, i gruppi di preghiera, gli eremiti, i monaci, tutte quelle persone che fanno della preghiera lo scopo della loro vita perché, appunto, la preghiera è scoprire un’appartenenza e una dipendenza da Dio. Il Nemico usa molte tattiche per stancarci della preghiera, perché non vorrebbe cristiani oranti, ma cristiani impegnati nel piattismo della pianura in quanto, impegnandosi e facendo il bene, non si perturba il suo regno; quando riesce a staccare i cristiani dalla preghiera delle mani alzate, dall’intercessione, il gioco è fatto e il cristiano si riduce ad essere un benefattore dell’umanità. Quando vede che non è capace di staccare i cristiani dalla preghiera, fa un lavoro diverso, cioè mina la preghiera dal di dentro e fa spacciare per preghiera, come sta accadendo ai nostri giorni, il reiki, la meditazione trascendentale induista, le varie scuole buddiste, lo yoga sinergico in cui le persone pensano di pregare, ma incontrano il loro ombelico, perché la preghiera induista e buddista dice che per incontrare si deve fare un vuoto completo in cui si sperimenta la divinità, invece per la preghiera cristiana lo statuto fondamentale è che nella preghiera si incontra il volto di Dio, la sua presenza, la sua persona, il suo amore. Per cui la preghiera che ispira il nemico è la preghiera confezionata dall’uomo, una preghiera che si fa per calmarsi, per trovare una pace.
Il documento della chiesa “Orationis forma” dice che questo in sé non è cattivo se è una preparazione alla preghiera cristiana; il documento afferma che c’è una differenza abissale tra preghiera cristiana e preghiera non cristiana, quest’ultima è una preghiera iniziatica nella quale, attraverso dei passaggi, conduce alla preghiera, invece la preghiera cristiana si basa sulla grazia. La preghiera è sempre preparata e donata dallo Spirito santo perché “Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare”.
Allora l’orante è una persona che ha fatto un esodo, ecco perché Mosè impugna il bastone, è il bastone del Mar rosso, dell’incontro dei serpenti davanti al faraone, il bastone della roccia. Se non facciamo un esodo da noi stessi, non siamo persone libere per gustare la grazia della preghiera, allora il nemico, per impedirci di gustare la grazia della preghiera, lavora in due modi: o ci blocca e ci frena nell’efficienza della preghiera e ci porta a disistimare la nostra preghiera perché, facendo una verifica umana, da noi stessi vediamo che la nostra preghiera non è attenta, non è devota e fervorosa  e quindi ci convince che non è una preghiera degna di Dio, oppure, ci fa entrare nella preghiera senza il dono dell’indifferenza spirituale, cioè tutti centrati su di noi, sulla nostra coerenza, santità, virtù, invece la preghiera è il momento in cui facciamo un esodo da noi stessi e dalle verifiche di noi stessi per tuffarci nel mistero della libertà di Dio.
Allora la preghiera prima di tutto è un evento personale: se non si dà priorità alla preghiera personale, come ha fatto Gesù, la preghiera comunitaria diventa difficoltosa e allora si fa fatica a raccogliere un frutto abbondante, perché nella preghiera comunitaria non si realizza un’osmosi delle anime presenti. Per questo Gesù dava spazio e priorità alla preghiera personale e non ha mai ammesso nessuno alla sua preghiera personale. Gesù ha sempre insegnato a pregare distanziandosi e differenziandosi: “Quando pregate dite”. La preghiera personale è la necessità improrogabile di un’anima; se non siamo capaci di pregare da soli, si verifica nella preghiera comunitaria quello che leggiamo nel profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.
Aronne e Cur, che Mosè si sceglie, diventano amici della sua preghiera con una discrezione e una intelligenza tale che lasciano a Mosè il protagonismo nella preghiera. Nella preghiera una delle tentazioni più forti del maligno è la stanchezza, lui ci fa stancare di pregare, ci dice che pregando non cambia niente, allora abbiamo bisogno di questa comunione di santi, di questa osmosi delle anime, in cui qualcuno ci aiuti a tener alte le braccia verso Dio. Aronne e Cur sostengono le braccia di Mosè e lo fanno sedere perché la preghiera è anche un riposo in Dio, non è un dovere, un impegno. Stare in silenzio davanti al Signore, stare lì nel suo riposo, riposando nella sua presenza, è la vera preghiera. Aronne e Cur fanno sedere Mosè su una roccia perché la preghiera deve essere sostenuta dalla roccia della Parola di Dio, non si può fare preghiera cristiana se non si parte dalla Parola di Dio.
La preghiera è la nostra prova della fedeltà al Signore e la preghiera deve durare fino al tramonto del sole, cioè Mosè ebbe la risposta del Signore al tramonto, quando Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo. Molte volte Dio non ci risponde o sembra assente, eppure Lui ascolta le nostre preghiere, poi Egli affida l’accoglienza della preghiera, che è l’ascolto, alla sua sapienza e alla sua libertà. Potrebbe rispondere tra molto tempo a quello che gli chiediamo oggi perché, se ce lo desse subito, potrebbe essere intempestivo, inopportuno oppure potrebbe non essere per il nostro bene. In questa piccola pagina dell’esodo abbiamo una grande teologia della preghiera, una preghiera che diventa incontro con l’invisibile. Non possiamo pretendere di essere cristiani, se non diamo spazio alla nostra preghiera personale che esige tempo, spazio e fedeltà per parlare con l’Amato.  


Seconda Lettura   2Tm 3,14-4,2

Paolo raccomanda a Timoteo di leggere la Scrittura, di amare la Parola. E la Parola di Dio non è un qualcosa che serve per darci delle informazioni bibliche, ma la Parola di Dio è stata ispirata perché noi diventiamo uomini e donne di Dio ( “Tu, uomo di Dio” dice Paolo).
Timoteo ha appreso la sacra Scrittura da Paolo, il quale afferma che tutta la Scrittura è ispirata da Dio. L’ispirazione consiste nel credere fermamente che tutta la Parola di Dio è stata ispirata dallo Spirito santo, non dettata, come i musulmani ritengono sia avvenuto ad opera di Allah per quanto riguarda il Corano.  Nel caso della Scrittura lo Spirito si è servito di scrittori legati ad una cultura, ad un tempo, ad una gradualità di apprendimento, ad un modo di esporre, ad un cammino, per cui la Scrittura, nei campi che non le sono propri, non è infallibile (ricordiamo il caso del “Fermati, o sole” nella vicenda di Galileo Galilei, ma la Parola non è un informatore scientifico). La Parola è di Dio, ed è contenuta in un involucro culturale, per cui essa è un cammino, tanto che potremmo dire che l’ispirazione della Genesi è ben diversa da quella dell’Apocalisse o del vangelo di Giovanni, cioè leggendo le Scritture si vede come lo Spirito abbia ispirato gradualmente gli scrittori per trasmetterci le verità su Dio. Inoltre la Bibbia non è esaustiva su Dio, perché Dio non è contenuto in essa, nella Bibbia c’è solo un sospiro, un sussurro, un balenare di Dio. Ecco perché dobbiamo accostarci alla Scrittura con un senso profondo di libertà interiore, distinguendo quello che è corruttibile da quello che è perenne. L’intelligenza di Dio, per trasmettersi a noi, si è legata ad una gradualità di apprendimento e si è anche culturizzata, Egli si è rivelato nell’area mediterranea della mezzaluna fertile, ed ha assunto la cultura di quella gente per trasmettersi, probabilmente se la Parola fosse stata donata ad un'altra civiltà, ci sarebbero stati dei parametri culturali diversi.
La Parola non deve essere semplicemente letta, ma esige di essere abitata da noi, dobbiamo dimorare nella Parola, dobbiamo far fruttificare la Parola con l’ascolto fedele quotidiano, perché se la Parola non incontrasse la mia giornata, essa sarebbe insipida. Non si può capire subito tutta la Parola o un intero brano, perché lo Spirito ci conduce attraverso qualche Parola chiave per darci la certezza del suo messaggio. La Parola è al centro della nostra vita perché ci ricorda che siamo creature in relazione con Dio e, se stacchiamo la Parola, non siamo più relazione con Dio ma con noi stessi, diventiamo una parola unica senza un referente che ci ha voluto, creato e amato.
Siamo in un tempo di precarietà, viviamo tra gente che non è più salda e convinta perché è estranea alla Parola, siamo anche in un tempo dove i cristiani si sono sempre più estraniati dal portare il sale buono della Parola, perché oggi i cristiani non sono più formati alla giustizia per essere uomini di Dio, ma sono ridotti ad essere compagni di strada amorfi e spenti dell’umanità. Difatti la Parola ascoltata e amata deve essere annunziata, Paolo dice a Timoteo: “Devi insistere in ogni occasione opportuna e non opportuna; ammonire, rimproverare, esortare con ogni magnanimità e dottrina” il cristiano che nasce dalla Parola non è la suocera di turno, ma è veramente l’uomo e la donna che aiutano gli altri a comprendere, a capire, a dare un senso all’ermeneutica del nostro cuore.
Oggi la gente è sconfitta e distrutta perché non riconosce alcuna autorità superiore nella sua vita, per cui se la dice e se la fa illudendosi di essere libera. Ma sappiamo che, quando manca un’autorevolezza che guida la nostra vita, noi non siamo liberi, siamo solamente istintivi e immediati. Oggi i cristiani, per un senso falso di rispetto, non dicono più niente. La gente è lasciata marcire nella sua menzogna e nei suoi limiti perché intervenire, esortare, rimproverare costa, si deve mostrare una faccia, un’appartenenza, una convinzione, allora è meglio tacere, ma questo non è verità, perché se la Parola non sala la storia, la storia distrugge l’umanità.
Occorre sempre rimproverare con intelligenza e con amore, facendo capire che se lo si fa è perché non si vuol veder soffrire una persona che si dispera in un circolo chiuso di illusione. Servono questi uomini e queste donne della Parola, perché se un uomo e una donna della Parola rimproverano ed esortano almeno fanno questo servizio alla gente, cioè dicono che c’è un altro modo di vivere, c’è un’alternativa che rende felici.      


Vangelo     Lc 18,1-8

Rivolgiamo la Parola a ciascuno di noi: ma il figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede in ciascuno di noi? La fede non è un diritto acquisito, non è una certezza, ma è un dono e il dono può esserci tolto. Il Signore non impone la fede a nessuno. Oggi è la cosa più facile diventare apostati, c’è un’apostasia silenziosa. Oggi ciascuno di noi alle volte è vedovo di un’appartenenza, di un sostegno, di una famiglia che magari fa altre scelte. L’insistenza che Gesù ci insegna non è quella che serve a piegare la divinità a darci quello che vogliamo, ma l’insistenza secondo quello che ci dice Gesù nasce da una certezza e da una direzione giusta: “Il Signore non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui?”. C’è un grido che sale al Signore continuamente: è il grido dei bambini abortiti, di coloro che sono morti nelle guerre o per la fame, di quelli che muoiono soli e disperati, queste grida si mescolano al grido di Gesù e diventano la preghiera più potente che avrà una risposta. Non bisogna pensare al “prontamente” in senso cronologico, ma ad un prontamente in senso spirituale, cioè qualunque grido venga lanciato oggi non è abbandonato nel nulla e porterà frutto a suo tempo. Dio ascolta la nostra preghiera e molte volte non interviene subito o come vorremmo noi, da sceriffo, perché rispetta la libertà della nostra storia che ci stiamo costruendo. Oggi, però, c’è poca insistenza nella preghiera. La preghiera insistente è la preghiera di un cuore innamorato.
I monaci del monte Athos dicono che Dio non ha ancora distrutto il mondo perché c’è ancora gente che prega. Gli oranti sono le radici della nostra storia, sono gli oranti che cambiano la storia, non i politici. In questi anni Dio sta suscitando persone di preghiera, anche non sacerdoti, che sono persone che illuminano un paese, una situazione, un insieme. Una persona che ha una forte vita di preghiera è cercata dalla gente, perché essa sa che ha un ascolto profondo e spirituale. Oggi le persone che pregano sono persone profetiche che hanno fatto della preghiera questa loro forza.   

“La paura di chiedere è un nostro limite, Signore. Non sappiamo più pregare, nemmeno per importunarti, come la vedova del Vangelo. Siamo la generazione del “Tutto e subito”; non sappiamo aspettare: insegnaci a pregare senza stancarci, accettando anche i tuoi silenzi e i tuoi ritardi, che sono per noi doni preziosi: purificano il nostro cuore, ci fanno maturare nella fede, ci aiutano a vedere più chiaro nella nostra vita”. Gianbattista Galvagno.               
stampa



 
Torna ai contenuti | Torna al menu