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21 giugno 2020

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Commento spirituale della Parola di Domenica 21 Giugno 2020

XII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Il dono di grazia non è come la caduta: se per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, sono riversati in abbondanza su tutti


I Lettura    Ger.20,10-13

La prima lettura è lo sfogo del grande profeta Geremia, uno dei quattro profeti maggiori.
Geremia nasce nel 650 a.C., nei pressi di Gerusalemme. E' un profeta infelice, triste, che non vedrà avverarsi le sue profezie; vive in un periodo di grande turbolenza in Israele, ne vede la fine e secondo gli studiosi morirà esule in Egitto. È il profeta delle grandi visioni, delle azioni simboliche. È un profeta che non è stato amato, come tutti i profeti, dai sacerdoti, dalla classe dirigente e dai politici. Viene calunniato, condannato, imprigionato. La vicenda di Geremia ci fa riflettere su una costante nella storia: i profeti sono destinati ad essere perseguitati, ma la sofferenza a cui sono sottoposti è il sigillo di Dio che ne garantisce l'autenticità. I profeti sono perseguitati perché fanno diventare storia, carne e sangue la Parola di Dio. Un profeta infatti incarna in se stesso la Parola, e poiché essa  denuncia, smaschera, taglia, il profeta è destinato alla solitudine e alla persecuzione. Questo sfogo profetico è sfogo di un cuore appassionato, ma anche di un cuore pieno di paure perché sente tutta la persecuzione contro di lui. Geremia verrà gettato nella cisterna, imprigionato ma il Signore lo aiuterà.
Perché Dio permette che tutti i profeti vengano perseguitati? forse occorre prima chiedersi chi sia il profeta. Egli è colui che ha il coraggio di essere diverso. In noi la profezia nasce per il nostro battesimo, ma la profezia si sviluppa e diventa frutto quando uno ha il coraggio di essere diverso. E quando si è diverso? Quando non si è secondo l’uomo, ma secondo Dio. Gesù è stato il profeta più grande e il modello dei profeti. Il profeta con la sua diversità di presenza, di parola e di azione getta dinamite sui palcoscenici di carta del mondo, va contro la sua logica, ecco perché è odiato dal mondo. Il profeta è sempre solitario ed è difficile che abbia amici perché è rischioso essergli amici. Il profeta è colui che si rigenera continuamente in un rapporto vivo con Dio. Dio è tutta la motivazione della sua vita ed è attraverso questa intimità non banale con Dio, intimità rispettosa e profonda, che egli rigenera se stesso, la sua missione, la sua voce, il suo invito, le sue azioni, le sue speranze.
Che cosa fa un profeta quando incontra le persone del suo tempo? Egli ha una grazia profetica particolare che è quella di obbligarle a scegliere ed è la cosa più scocciante per la gente. La grazia profetica quando ci viene donata e consegnata ci obbliga a scegliere e noi non vorremmo farlo perché scegliere comporta fatica, decisione e collocazione. Nel nostro tempo tutti scelgono di non scegliere, viviamo nella società del ripensamento, del penultimo del non definitivo, perché questo momento storico ha distrutto negli uomini la libertà che è saper e poter scegliere. La grazia profetica quando entra nel nostro cuore ci obbliga a scegliere o l’accoglienza o il rifiuto.
Geremia dice che il Signore è al suo fianco come un prode valoroso, egli è certo della difesa del Signore per questo i suoi persecutori vacilleranno e non potranno prevalere. In questa lettura c’è una frase inquietante perché Geremia dice: “tu, Signore degli eserciti, che provi il giusto e che vedi il cuore e la mente (atto di fede in Iawhè) possa io vedere la tua vendetta su di loro poiché a te ho affidato la mia causa”. Geremia vuole la morte dei suoi nemici, perché l’uomo biblico è un uomo delle grandi passioni, delle grandi decisioni e anche delle grandi richieste a Dio. Sarà poi Gesù che ci porterà più avanti nella rivelazione, ma la vendetta che vuole Geremia contro i nemici non è tanto una vendetta personale, Geremia vuole vedere la signoria di Dio su di loro, vuole vedere la vittoria di Dio su di loro. Ecco perché questo profeta ci invita all’affidamento totale al Signore. L’abbandono confidente, totale a Dio porta due grazie: quella di essere profeti e quella della persecuzione che mette in evidenza che non si è ancora stati vinti e dominati dalla maggioranza. La grazia della persecuzione conferma che si è diversi, che non si è stati ancora clonati dal mondo, ricorda, inoltre, che si viene da Dio e allora le potenze malvagie si scatenano contro questa persona perché sentono che è arrivata la loro sconfitta.    


Seconda Lettura  Rm 5,12-15


Paolo suddivide la storia in tre periodi: il primo, da Adamo a Mosè, che corrisponde al tempo senza la legge, il secondo, da Mosè al Messia, durante il quale viene aggiunta la Torah, e il terzo, il periodo del Messia, che è contrassegnato dalla libertà dalla legge e dalla grazia di Cristo.
Paolo, rileggendo alcuni personaggi dell'Antico Testamento alla luce della venuta di Cristo, presenta Adamo come "figura di colui che doveva venire". Paolo sostiene che il peccato di Adamo ha instaurato nella storia umana una misteriosa solidarietà, per cui le conseguenze del peccato del primo Adamo contrassegnano la nostra storia, ma al primo Adamo, che ha portato la morte nel mondo, si contrappone il nuovo Adamo, Gesù Cristo.
In questa parola c’è una grande speranza: “il dono di grazia non è come la caduta: se per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, sono riversati in abbondanza su tutti”. Questa parola di Paolo ci invita ad entrare e a contemplare il mistero, il dono, l’evento della grazia.
A volte non progrediamo nella nostra vita spirituale perché in noi c’è un sottile ateismo, anzi un sottile atto idolatrico: vogliamo fare tutto noi, non lasciamo a Dio la guarigione, la liberazione con il fascino della sua grazia. La grazia è quel dono, quella forza misteriosa, quella vita che Dio dà alle anime, ma non si vede, non si tocca, non si gusta, non si verifica. La grazia è il linguaggio oppositivo della ragione, per cui noi non riusciamo ad entrare nel mistero di Dio perché parliamo due lingue diverse e vogliamo che la nostra lingua sia la lingua di stato anche per Dio. Dio non può sposare la lingua della logica e della ragione che è estranea alla grazia perché è una lingua che basa il suo ragionamento sulla causa e sull’effetto, la lingua della ragione è la lingua del pelagianesimo (initium est a nobis: tutto comincia da noi). La parola condanna quei cristiani arroganti di se stessi, perché figli più del primo Adamo che del secondo, che pretendono di cambiare la storia, la gente, le situazioni, le comunità con la forza della ragione e della operatività umana. Ma questo non può avvenire, perché se questo avvenisse allora dovremmo dire che l’operatività umana e la nostra volontà sono più grandi della grazia. Oggi noi vogliamo convincere la gente attraverso un ponte cordiale e razionale di relazione non ad essere di Dio, ma ad essere impegnata in un’azienda buonistica che è la parrocchia, ma questo non porta a nulla perché non passa il fascino della grazia. Noi non dobbiamo convincere, ma dobbiamo aiutare le persone ad accogliere, aprendosi, il fascino della grazia. Dio conosce due tipi di persone: i graziati e i disgraziati. Il disgraziato è un uomo inquieto, impegnato, logico, razionale, sempre con profonde riserve sull’azione, sul mistero e sugli eventi di Dio. è un uomo talmente impegnato che fa tutto lui. Ecco la società anticristica. Oggi tutto si è democraticizzato e si fa l’occhiolino alla mentalità prevalente occidentale che vede nella democrazia l’unico dio che può risolvere tutto nella nostra vita. Invece la grazia è il fascino di Dio e se non veniamo toccati dalla grazia non possiamo diventare uomini di Dio. Se Dio non ci plasma con la grazia saremo sempre funzionari di noi stessi, persone tristi, impegnate in mille cose, per le quali internet, computer e agenda sono la bibbia delle scadenze e degli impegni.
Oggi le persone soffrono perché tutto ciò che è di Dio è loro estraneo.


Vangelo    Mt 10,26-33

Il vangelo ci mostra il prezzo della profezia che è il riconoscere pubblicamente Gesù amore e non annacquarlo nell’impegno antropologico, perché il cristiano non è un impegnato per l’uomo, il cristiano è un innamorato di Dio e l’innamorato non si vergogna del suo amore.  
“Non abbiate paura degli uomini”, è un invito a essere profeti, non politici. Si ha paura degli uomini quando si nasconde la propria profezia e la si sommerge nel consenso democratico e nel buonismo, anche pastorale, quando si pensa che la perfezione sia la maggioranza e che Dio sia con la maggioranza che decide e vota le cose di Dio. ma siamo fuori strada.
“Non vi è nulla di nascosto che non sarà svelato né di nascosto che non sarà conosciuto”. Ciò significa che l’uomo e la donna innamorati di Dio e che entrano nel fascino della parola vedranno smascherati e spogliati tutti i segreti e i nascondimenti maligni degli uomini. Dove passa la parola si fa verità, dove si usa la parola si fa verità. Dove c’è la parola inizia la guerra.  
“Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, quello che ascoltate all’orecchio annunciatelo dalle terrazze”. Per annunciare la parola prima bisogna accogliere, custodire e amare il segreto del Re. La parola diventa tesoro, luce, amore, pace se viene accolta in un’esperienza intima e mistica d’amore. Se prima non c’è il sussurro all’orecchio e non c’è l’esperienza della tenebra, cioè della notte dello spirito che purifica dalle parole, si può andare sulle terrazze ad annunciare la parola, ma se non è preceduta dalla ferita d’amore del Re e dal segreto del Re quella parola rimane un’opinione. Ecco la necessità di ascoltare il segreto del Re e l’icona più bella di questo è Giovanni che appoggia il capo sul cuore di Gesù, lì ha carpito il segreto del Re. Il primo segreto è che noi gli apparteniamo, che noi siamo suoi e valiamo più di due passeri e di qualunque tesoro perché siamo suoi.
Anche i capelli del nostro capo sono contati cioè Dio di noi conosce tutto, anche la cosa più fragile che è un capello eppure Gesù dice che tutto è sotto il suo sguardo d’amore.
Il profeta nasce da un’esperienza di ascolto del segreto del Re, poi c’è la parte missionaria dell’annuncio, quindi quella contemplativa intima dell’appartenenza, infine quella del riconoscimento davanti agli uomini. Quattro passaggi di un unico amore.
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