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22 novembre 2020

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Commento spirituale della Parola di Domenica 22 Novembre 2020

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Io tesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura


Prima lettura       Ez 34,11-12.15-17      


Questo oracolo viene composto dal profeta Ezechiele mentre si trova con i deportati in terra d’esilio. Gli Ebrei speravano di tornare in fretta alla terra dei padri e soprattutto speravano in un intervento prodigioso di Dio che rimettesse a posto le cose con un’azione strabiliante, ma questo non avvenne.
Ezechiele, che è il profeta del cuore nuovo, dell’alleanza del cuore, ricorda a Israele la bontà, la sollecitudine di Iahvè con una figura, quella del pastore, che era di comprensione immediata per gli Ebrei. In questa Parola colpisce il fatto che Dio parla sempre in prima persona, non dà la delega a nessuno di se stesso, ma dice: “Io stesso cercherò le mie pecore, io le passerò in rassegna, io andrò in cerca, io le radunerò, io le pascerò, io le curerò”, allora la Parola ci propone un salto di qualità nella nostra fede: siamo abituati, giustamente, ad avere e a godere della visibilizzazione del buon pastore nei presbiteri, che sono i pastori di questa Chiesa, ma la Parola ci invita a leggere il nostro tempo e a credere, nonostante la scarsità numerica di queste figure sacramentali, che la sollecitudine del pastore, che è Dio, non venga a mancare al nostro tempo. Certamente Dio ha delle strade nuove che non conosciamo, che non capiamo. Sicuramente la strada principale resta il presbitero, i sacramenti, la comunità, ma se anche questo venisse a mancare per motivi contingenti, Dio non si ferma nell’amare e nel pascere l’umanità, soprattutto nei nostri tempi in cui le pecore rimangono il più lontano possibile da qualsiasi forma di appartenenza, di ovile. La Parola, infatti, ci dice che queste persone ferite, perdute, traumatizzate, deboli, forti, vengono raggiunte ugualmente dalla sollecitudine di questo Dio che è pastore. Non solo, ma la pastoralità di Dio, oltre che brillare nei presbiteri, è donata dallo Spirito anche a chi non è presbitero in senso stretto. Essere buoni pastori riguarda tutti i credenti. Oggi, quando un cristiano fa della sua vita un dono, riceve da Dio questo carisma della pastoralità.
Oggi la gente si è allontanata dai sacramenti, però mai come oggi è in attesa, cerca, aspetta una Parola nuova, un sacramento che non è un sacramento in senso stretto ed è il sacramento dell’amore, dell’amicizia spirituale, dell’accompagnamento, della misericordia e di altre tenerezze.
Nell’ultimo libro (“Colloqui notturni a Gerusalemme”) all’intervistatore che gli domanda che cosa chiederebbe a Gesù se lo incontrasse, il cardinal Martini risponde che gli chiederebbe se lo ama, perché lo sappiamo per fede che ci ama, ma è bello sentirselo dire. È quello che la gente oggi cerca. Infatti oggi è in crisi il sacramento della persona, perché non si sa più rispondere alle grandi domande della vita. Perciò questo sacramento della vicinanza, dell’accompagnamento, della consolazione, dell’ascolto, della tenerezza è il più urgente al nostro tempo, perché lì si rivela la sollecitudine di Dio. Allora dobbiamo anche credere fermamente che Dio ci sta usando per essere segno di questa vicinanza alle persone.
Nel brano le pecore non fanno nessun passo verso il pastore, è lui che le sta cercando perché veramente i nostri giorni sono nuvolosi e di caligine. Dove c’è un cristiano che alza le mani al cielo e che si prende cura delle persone, lì c’è il sacramento di Cristo presente.
Se vogliamo portare la gente all’Eucaristia dobbiamo far sperimentare loro il sacramento del nostro amore, della nostra vicinanza, della nostra tenerezza, dell’assenza di ogni giudizio, come fa Gesù con le persone che ama.


Seconda lettura         1Cor 15,20-26.28

Oggi leggiamo il credo pasquale dell’apostolo Paolo verso la risurrezione di Cristo. Nelle prime righe c’è la teoria paolina dei due Adamo: con il primo venne la morte, con il secondo la vita.
La Parola ci dice che la vera nemica dell’uomo è la morte, l’ultimo nemico che sarà annientato. Allora ci chiede quanto noi crediamo alla forza della Pasqua di Gesù. Molte volte noi credenti diamo l’impressione di credere alla morte, di essere morti e di non portare la vita, invece tutte le volte che ci cibiamo dell’Eucaristia noi partecipiamo della primizia, termine con cui Paolo chiama Cristo. Noi che siamo immersi nella vita, che mangiamo la vita, che siamo dentro la vita di Dio, perché la sua grazia non è altro che la vita, che cosa facciamo perché tutti abbiano la vita e ce l’abbiano in abbondanza? Che qualità di vita portiamo agli altri? Con che forza ci accostiamo alla morte di tanti cuori, portando la vita? Solo appartenendo a Gesù potremmo portare la vita nella morte di tanti cuori. Tanti cuori muoiono perché non mangiano la vita, non esperimentano la vita, non toccano la vita. L’eucaristia, che è la vittoria di Gesù sulla morte, ci viene donata perché portiamo la vita. Quando uno non ha Cristo, è morto, perché non ha la vita.
Dobbiamo essere quel seme di vita trasmettendo quella gioia, quella serenità, quel calice traboccante che guarisce le persone che sono morte. Quando uno è morto? Quando è schiavo di se stesso e quando uno è schiavo di se stesso? Quando ritiene che la sua parola sia la prima e l’ultima della sua vita, quando non si apre alla gioia di una Parola viva che porta la vita perché non è la sua. Dobbiamo essere testimoni di questa potenza.
La prima cosa che la gente vede se siamo di Gesù e se siamo vivi è la nostra qualità di vita, la qualità della nostra pace interiore. Persone di questo tipo affascinano, pongono domande, vengono cercate perché danno la pace, non esasperano, relativizzano.
Allora, portiamo la pace e lo possiamo fare se continuiamo a entrare e uscire da un’esperienza viva di Dio.  


Vangelo           Mt 25,31-46

Questo vangelo arcinoto di Matteo si colora con le espressioni del linguaggio apocalittico (destra, sinistra, trono, capri, pecore).
La Parola ci dice che davanti al Figlio dell’uomo, giudice di tutta l’umanità, arrivano tutti i popoli e il giudizio comincia con una separazione in quanto Dio, quando si manifesta, deve separare perché siano conosciuti i segreti di molti cuori. Quando Dio si manifesterà alla fine della storia, la prima cosa sarà la separazione, prima ancora dell’emissione del giudizio, perché Cristo edificherà la sua Chiesa gloriosa e Satana si porterà via il popolo che ha voluto appartenergli. L’amore è per sua natura dividente.
Questo re, che rappresenta Dio, anche se per Matteo è Cristo il giudice, non ci farà un esame religioso, nemmeno teologico o spirituale, ma ci domanderà conto della carità, delle opere di misericordia. Il vangelo non è molto originale fino a qui, perché tutte le opere di misericordia che Matteo elenca erano conosciute dagli Ebrei e facevano parte di un patrimonio spirituale ebraico, ma quello che sconvolge nel brano di Matteo non è tanto l’operatività benefica, ma l’aver collocato Cristo, cioè Dio, presente, operante e attendente dentro i bisogni dell’uomo. Qui c’è una lettura rivoluzionaria perché, quando prendiamo in esame i bisogni degli uomini, lo facciamo in una chiave antropologico psicologica, invece in Matteo c’è una lettura spirituale evangelica dei bisogni e dei limiti dell’uomo. Certamente non bisogna leggere in senso solo letterale questi bisogni, ma queste situazioni che Matteo elenca (affamato, assetato, straniero, incarcerato) sono esemplificazioni dei bisogni delle persone.
Quando una persona non è felice, serena? Quando non è soddisfatta nei suoi bisogni. Certamente ci sono bisogni immediati: il cibo, la casa, ma ci sono anche dei bisogni non immediati, nascosti dentro il cuore dell’uomo. Matteo dice che i buoni andranno in paradiso solamente perché hanno soddisfatto l’immediato bisogno, ma non hanno visto dentro di essi Cristo. Al Signore basta questa attenzione ai bisogni, però la parte rivoluzionaria è questa: dentro i bisogni dell’uomo c’è Cristo affamato, assetato, straniero, nudo, malato e in carcere.
Allora potremmo fare numerosi meeting sui bisogni degli uomini, ma se non ci mettiamo a servizio dei bisogni degli uomini facciamo solo teoria. Ecco perché il mistero dell’uomo, di ogni persona, è un mistero di fame, di sete, di malattia, di prigionia, di estraneità; è proprio qui che si nasconde il volto di Cristo. È proprio dentro il nostro cuore che molte volte facciamo l’esperienza di un carcere e di un inferno perché magari è da una vita che non veniamo compresi, amati e soddisfatti con il cuore di Dio nei nostri bisogni. Al punto tale che molti si vergognano di questi bisogni e li mascherano, non li offrono, eppure saremmo giudicati proprio qua, non sulla castità, non sulla bestemmia, non sulla preghiera. Ciò non significa che allora non bisogna essere casti, non bisogna pregare, ma Matteo dà una priorità, anzi una unicità: saremo giudicati sull’amore. Qui c’è tutta la carica profetica di Gesù. L’amore è sempre la parola vincente nella vita di ciascuno di noi. Il primo bisogno che abbiamo è quello di sentirci amati. Chi non ha amato, non ha avuto misericordia dei bisogni degli altri, non potrà far parte dell’umanità di Cristo. Satana ha la sua umanità composta da chi ha usato i bisogni degli altri, Cristo ha capito e aiutato i bisogni di ciascuno.
Il Signore ci insegna a non arrenderci davanti alla complessità dell’uomo che è tale perché molto spesso nasconde i bisogni per la ritrosia e l’imbarazzo nel manifestarli.    
      

Prima lettura       Ez 34,11-12.15-17      


Il profeta Ezechiele, uno dei quattro profeti maggiori (Isaia, Geremia, con il libro delle Lamentazioni e di Baruc, segretario di Geremia, Daniele ed Ezechiele) sviluppa molto l’immagine del Dio pastore e ci propone quasi una teologia dell’appartenenza, parlandoci di un Dio che Gesù svilupperà nel Nuovo Testamento.  
Questa Parola di Dio celebra la grazia preveniente di Dio: non siamo noi che cerchiamo Dio, ma è Lui che cerca noi, non siamo noi che ci vogliamo salvare, ma è Lui che vuole salvarci. La Parola ci parla di un Dio dal profondo rispetto per ogni identità della sua creatura, un Dio che cerca l’appartenenza d’amore: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura”.
La Parola indica i verbi di appartenenza: cercherò, ne avrò cura, passerò in rassegna, le radunerò, le condurrò, le farò riposare, andrò in cerca della pecora perduta, ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita, curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte e le pascerò con giustizia.
Che cosa significa appartenere a Dio? È dargli la gioia di cercare la nostra irriducibile ed invincibile diversità. Solo Dio ci appartiene e solo noi apparteniamo a Dio perché Egli cerca, stima, ama, raccoglie, capisce, visita la nostra irriducibile diversità, la nostra unica originalità, la nostra inspiegabilità e la nostra ineffabilità. Perciò l’appartenenza si colora di ricerca, ma sappiamo che ci cerca solamente chi ci ama, solamente chi ci ama ci stima e si stupisce della nostra unicità.
Il profeta descrive bene anche noi, soggetti  ricercanti di Dio: siamo soggetti mutevoli, dalle svariate dimensioni (malata, ferita, grassa, fasciata, forte, debole) e mentre per Dio la nostra pluridimensionalità è un imput d’amore, per noi è un punto di domanda e di sofferenza. Noi non vogliamo la pluridimensionalità per noi stessi e non la vogliamo nemmeno per gli altri, pretenderemmo che la persona fosse ad un’unica dimensione.
Dio ci cerca in tutte le dimensioni, perché tutte le nostre dimensioni sono degne di essere cercate, amate e salvate. Entrare alla scuola di Dio ed assumere la sua mentalità teologale significa innanzitutto non scandalizzarci, non prendere paura, non perdere fiducia nel nostro essere unici, ma dai tanti aspetti e dai tanti volti. Molta gente ad un certo punto della vita va in crisi perché ha esaurito la dimensione piacevole nella quale ha creduto e rifiuta una propria dimensione già latente che non gli piace.
La Parola ci dice che noi, partners di Dio, abbiamo più facce, eppure Dio cerca tutti, non c’è una categoria che il profeta non nomini e che non venga cercata. Questo è mettersi alla scuola di Dio, questo è diventare intelligentemente capaci di un’attenzione e di un amore divino.    
     

Seconda lettura         1Cor 15,20-26.28

Al centro di questa Parola c’è la risurrezione di Gesù, che è primizia di coloro che sono morti, Lui è il primo vivente, è colui che è risorto per la potenza del Padre. L’evento della Pasqua del Signore è la chiave di interpretazione di tutta la storia e qui Paolo adopera ancora una volta l’immagine dei due Adamo, del primo Adamo che fu causa di morte, peccato originale, e del nuovo Adamo, Cristo, che è causa della vita.
Tutti siamo chiamati a ricevere la vita in Cristo, per cui l’immortalità, l’eternità, la risurrezione della carne è un risorgere con il nostro corpo mortale riportato all’originalità della creazione, cioè un corpo glorioso. Ecco perché Paolo dice che la risurrezione è avvenuta per gradi e per ordine: il primo è stato Cristo, la primizia, Gesù è stato risuscitato dai morti perché il Padre lo ha richiamato dalla morte e poi, alla sua venuta alla fine dei tempi Egli comparteciperà questa Pasqua alla vera umanità, che è quella di Cristo.  L’espressione che Paolo usa è molto forte e molto pregnante egli dice: “Ciascuno però nel suo ordine, prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo”, non quelli  che credono in Cristo, che seguono Cristo, ma quelli che sono proprietà di Cristo, che sono gloria di Cristo. Perciò è l’appartenenza che determina la risurrezione, è la via unitiva dell’amore che determina per noi l’eternità nel paradiso. La fede, allora, non è una professione di verità, ma la fede è essere, consegnarsi, appartenere ad una persona. Questa appartenenza determinerà la nostra gloria alla fine dei tempi quando, alla venuta di Gesù, si riuniranno la carne e lo spirito, perché tutta la nostra vita sarà glorificata. Solamente alla fine la nostra storia quaggiù sarà ricongiunta, non prima.
Perché il corpo deve rimanere lontano dalla nostra anima glorificata in cielo e ricongiungersi solo alla fine? Perché è necessario che la storia umana termini attraverso la venuta di Cristo, allora, infatti, la storia si esaurirà e con la storia tutte le vicende umane finiranno. Nella venuta di Cristo, l’unico che costruisce e che rende eterna la storia di Dio, anche le nostre singole storie avranno lo statuto e la dignità dell’eternità. Allora tutte le vicende e tutte le scelte della nostra vita avranno lo sposalizio eterno di Dio e diventeranno storia di Cristo, perché si immergeranno ed affogheranno nell’amore finalmente svelato di Dio. Quando la nostra piccola storia si immergerà, si inabisserà nella grande storia di Cristo, sarà eterna, perché sarà accolta e fagocitata dalla grande storia di Dio. Perciò nulla nella nostra vita è senza senso e senza significato: amori, sentimenti, vicende, sofferenze, attese, umiliazioni, tutto sarà eternizzato in una eternità beata che non conoscerà più l’affanno e il dolore del prima, perché in Cristo il prima è stato definitivamente chiuso ed è arrivato il suo oggi eterno. Alla fine quelli che sono di Cristo saranno sposati nella piena gloria di Dio e si ricongiungeranno con il loro corpo perché tutta la loro vita sarà glorificata. Nella ricongiunzione verranno scavalcate le appartenenze penultime, infatti non saremo più madre, padre, figlio, sposo, sposa, prete, sindaco, onorevole, Dio cancellerà queste cose perché sono artifici di una storia genealogica, mentre in Cristo c’è una storia teologica vittoriosa. Solamente se saremo di Cristo, potremo veramente godere con Lui della gloria e, quando Cristo tornerà, ridurrà al nulla tutte le potenze malefiche (potestà, principati, potenze) che hanno contrastato il suo regno.
Alla fine, se sarò di Cristo, vedrò tutto il male della storia: guerre genocidi, violenze frantumarsi, sciogliersi perché il male non avrà storia e sarà rigettato da Dio nella non storia. Solamente gli operatori del male sopravviveranno per l’eternità alla dannazione, perché Dio non può togliere loro il dono della vita, in quanto i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. L’inferno è la non appartenenza, è la separazione, è ripiombare con tutta la sua tragicità nella non storia, è il senso di inutilità, di destrutturazione eterna dove si vede che la propria vita, le proprie scelte e la propria storia non sono servite a nulla, non hanno costruito nulla. Non avendo edificato nulla, il potere del male si dissolverà e gli operatori del male saranno soli perché apparterranno unicamente a loro stessi e questa appartenenza sarà il loro inferno.


Vangelo           Mt 25,31-46

Questo vangelo arcinoto scritto da Matteo si colora con le espressioni del linguaggio apocalittico (destra, sinistra, trono, capri, pecore).
Il brano non è l’elogio del buonismo, ma è un testo esplosivo e molto profondo. Questo vangelo di Matteo ci dice che l’appartenenza comincia da una separazione: “E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua  sinistra”. Dio fa la separazione, Dio fa la differenza per amore: chi è suo e chi non lo è, poi comincia il giudizio con le stesse domande e le stesse risposte. Il senso del vangelo non si esaurisce, però, semplicemente nell’affermare che i buoni andranno in paradiso perché hanno aiutato i bisognosi, mentre i cattivi andranno all’inferno perché non li hanno aiutati. C’è una cosa che differenzia, ma anche che accomuna le due categorie: nessuna delle due categorie di persone aveva riconosciuto Dio nei suoi disagi. Perciò questo vangelo ci chiede perché nel disagio dell’uomo non vediamo e non troviamo Dio? Perché il nostro Dio è solo nella celebrazione, nel tempio, nella morale, nel catechismo e non siamo capaci di contemplarlo nel disagio, nella sofferenza? Perché non cerchiamo questi tabernacoli e non li adoriamo? Perché non capiamo che il nostro Maestro è nascosto nel fallimento delle persone, nella nudità spirituale, nella prigionia, nella malattia, nella fame e nella sete? Perché non siamo capaci di essere profeti, trovando Dio nel disagio dell’uomo? Solo così salveremo l’uomo, perché a lui non basta un servizio tempestivo, ma gli occorre la verità su se stesso: che Dio lo abita. Questa è questione di paradiso e di inferno. Questo vangelo ci dice che dentro il nostro disagio e in quello degli altri abita la gloria di Dio, perciò all’uomo non dobbiamo dare solamente un servizio, ma un’identità e una dignità. È proprio qui la grossa sfida: è l’approccio profetico-spirituale all’uomo non l’approccio fenomenico-psicologico e di servizio umano che salva l’uomo. L’uomo non ha bisogno della Croce Rossa, ha bisogno che gli svelino Dio.     
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