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22 settembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 22 Settembre 2019
XXV Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima lettura    Amos 8,4-7


Amos è un profeta contadino, raccoglitore di sicomori, che viene preso dalla potenza dello Spirito di Dio e costituito profeta nel suo popolo. È un profeta dallo stile rude, essenziale, immediato. È un profeta che sta guardando il presente del suo tempo e ne vede la decadenza perché vede calpestato il povero, venduto l’indigente, profanato l’uomo, immagine di Dio. Questo profeta sa leggere il suo presente perché il presente di ogni tempo può essere capito, accolto e vagliato solamente da uno sguardo profetico.
Oggi anche per molti credenti non c’è più questo sguardo profetico sul tempo in cui si vive, ci si è rassegnati, si è entrati tranquillamente nei meccanismi e nella logica della cultura del tempo presente, non si è più profeti, ma si è parte di una maggioranza che subisce l’andazzo e il meccanismo del tempo presente.
Le parole di Amos sono forti perché dice: “Voi che calpestate il povero, sterminate gli umili del paese (...) per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali” e sembrerebbe quasi una profezia contro una sopraffazione, una logica economica del tempo in cui vive che non rispetta la dignità dell’uomo ma, leggendo questa Parola nel nostro tempo, ci accorgiamo che anche oggi viene calpestato il povero, sterminato l’umile, comprato con denaro l’indigente ed il povero per un paio di sandali, perché nel nostro tempo e nel nostro contesto abitativo l’uomo viene venduto in quanto nel cuore dell’uomo del nostro tempo è stato rubato Dio. L’uomo di oggi senza più un’esperienza autentica di Dio, senza più un’acqua viva che disseti il suo cuore, è un uomo venduto alle religioni, alla magia, all’esoterismo, al far affari, alla potenza economica, alla potenza del lavoro, ai flutti instabili della politica. Forse anche noi siamo venduti, siamo calpestati, siamo commercializzati quando, togliendo dal nostro cuore Dio, diventiamo solo prodotti dell’arroganza maggioritaria che domina. Allora oggi si rende necessario che lo Spirito di Dio susciti nuovi profeti che abbiano come Amos la rudezza di una verità che non inganna e l’immediatezza di una denuncia che sconvolge i piani iniqui di coloro che non vivono la loro vita in Dio. I profeti sono generati sempre dallo Spirito del Signore e i profeti vengono generati per essere interpreti autorevoli della nostra storia e del nostro tempo.
Oggi ci soffermiamo spesso solamente su un tipo di poveri ai quali diamo il nome di extracomunitari o di ultimi o di emarginati. Questa, forse, è una povertà che appare all’occhio ed esige un intervento di solidarietà, ma c’è una povertà di fronte alla quale anche la comunità cristiana e la chiesa tacciono. È la povertà dei peccatori che sono venduti da Satana alla sua logica e che vengono uccisi nel loro cuore rubando dal loro cuore il volto, l’amore e la tenerezza di Dio. Questi poveri non sono appariscenti, anzi molte volte siamo convinti che siano i ricchi o i realizzati  della nostra società eppure, se avremo l’occhio del profeta, l’acutezza del cuore del profeta, ci accorgeremo magari che il vero povero è il collega di lavoro che fa finta di essere felice o è un familiare che ha chiuso le saracinesche ad ogni intervento esterno e vive da solo in una solitudine devastante. Chi sono i poveri? Sono coloro che si stanno domandando un senso profondo della vita, un significato vero dell’esistere, sono coloro ai quali gli oroscopi, le veline, e la tv o internet non bastano più perché l’abisso del loro cuore è pieno di un vuoto che stringe e soffoca.
Sono questi i poveri della nostra società, sono questi forse i poveri eleganti, eleganti nell’esteriorità, ma nudi dentro la loro vita. Per questi poveri nessuna voce profetica si alza, per questi poveri non c’è nessun tipo di richiamo e di intervento, occupati come siamo dall’ubriacatura quotidiana degli scioperi, delle rivendicazioni, della crisi economica o di altro. Il Signore ci domanderà un giorno: “Dov’era tuo fratello, che era povero, vuoto e solo perché senza di me?”, il Signore domanderà a noi cristiani che ci sentiamo discepoli della Parola se a questi poveri abbiamo portato solo informazioni o semplici orari di cose da fare. Il cuore povero della gente del nostro tempo ha bisogno di essere percorso dall’audacia dei profeti  che sono teneri come madri e forti come padri e sanno soprattutto indicare e interpretare il vuoto del cuore degli uomini, la più grande povertà che può colpire i nostri fratelli e noi stessi.
  
    
Seconda lettura        1 Tm 2,1-8

Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di Paolo a Timoteo, suo collaboratore nel ministero e vescovo, l’apostolo gli raccomanda prima di tutto che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere. Paolo ci indica una priorità e ci dice che prima di tutto è necessaria la preghiera, ma la preghiera è un dono che sposa gli oranti e gli oranti sono gli innamorati della preghiera. Le persone che vivono del dono della preghiera, le persone che sanno alzare le mani pure verso il cielo in ogni luogo sono quei doni inestimabili di Dio per la nostra vita e per il nostro tempo. Molte volte gli oranti e le persone che danno priorità alla preghiera non vengono molto valorizzate neanche nelle nostre comunità dove si è alla ricerca piuttosto di collaboratori e di organizzatori eppure, se in una comunità cristiana il dono della preghiera non venisse più raccolto da uomini e da donne del nostro tempo, affascinati dalla bellezza di Dio e dalla seduzione divina, le nostre comunità, la nostra vita e il nostro tempo subirebbero il castigo di diventare comunità e tempo insipidi, senza il gusto di Dio. La preghiera non è un optional nell’esperienza cristiana di Dio, la preghiera non è la professione principale solamente delle persone contemplative, che fanno questa scelta a tutto campo, ma la preghiera dovrebbe essere la prima grazia che tocca il cuore di un discepolo della Parola. Senza la grazia della preghiera, senza la profezia della preghiera, senza il dono della preghiera, la nostra testimonianza si riduce di molto e senza la preghiera potremo fare solo un bene generico, ma vivendo il dono della preghiera potremo manifestare il mistero di Dio e il mistero dell’unico mediatore tra Dio e noi, Gesù.
Gli uomini e le donne di preghiera sono come le radici nascoste di una pianta, radici che non si vedono, ma che sostengono la pianta e la nutrono. La preghiera dovrebbe essere la prima urgenza della nostra vita e la prima urgenza della nostra comunità. Oggi ci stiamo molto lamentando perché nelle nostre comunità non esiste una vita di comunione affettiva e d effettiva, molti pastori si lamentano perché la gente di oggi non sente più il senso di appartenenza ad una comunità, ci lamentiamo perché poca gente si dedica ad evangelizzare e a testimoniare il Signore Gesù, e a queste mancanze diamo tante risposte, sempre a metà, mentre la Parola è chiara ed indica una priorità: “Figlio mio, raccomando prima di tutto”, una priorità, talmente chiara che riecheggerà anche negli Atti degli Apostoli, quando gli apostoli diranno: “Non possiamo trascurare la Parola e la preghiera per il servizio delle mense”.
Se  nella vita dei pastori e ei discepoli non c’è la priorità della preghiera veramente c’è il vuoto. La preghiera non è qualcosa da confezionare, da organizzare nei momenti forti dell’anno liturgico, la preghiera è quel sale quotidiano, quell’acqua quotidiana, quella luce quotidiana che illumina la vita dei discepoli.
Che tristezza nelle nostre comunità quando le nostre chiese sono aperte solo per gli orari delle celebrazioni e poi vengono regolarmente chiuse perché non c’è nessuno che le sorvegli o, peggio ancora, le persone si sono disabituate alla preghiera personale nel silenzio di una giornata.
Questa Parola è veramente una grande Parola di Paolo il quale afferma che sarà la preghiera che potrà donare al nostro mondo e al nostro tempo una vita serena e tranquilla.
Preghiamo anche noi per far parte di quegli uomini che alzano al cielo mani pure senza collera e senza contese. Se mancheranno le mani alzate, le mani diventeranno strumento di confronto, di violenza, di sopraffazione, perché senza la preghiera la storia non respira più, senza la preghiera la chiesa non ha più il fascino e il sapore del volto di Dio.
     Vangelo          Lc 16,1-13

Il vangelo di Luca ci parla dell’amministratore infedele il quale aveva abusato del suo ruolo e aveva sperperato denaro non suo. Prima del consiglio di amministrazione, con una manovra disonesta però arguta, sistema le cose azzerando i debiti e facendosi amici coloro che avrebbero potuto allontanarlo dal suo incarico. Il padrone loda quell’amministratore disonesto perché ha agito con scaltrezza. Certamente Gesù non vuole elogiare la disonestà e non ci vuole spingere a manovre disoneste, ma Gesù, raccontandoci questa parabola, ha messo in evidenza come i figli delle tenebre per il denaro e per il buon interesse investono il loro cuore, investono tutta la loro intelligenza, tutta la loro astuzia, mentre i figli della luce non sono scaltri come i figli di questo mondo. Quello che impressiona oggi guardandoci attorno è che noi che ci diciamo credenti, discepoli della Parola, non abbiamo l’arguzia, la creatività, la prontezza, il pathos di questo amministratore infedele: egli fece tutto per il denaro e noi invece per il tesoro del vangelo, che vale più del denaro, siamo così mediocri e insignificanti al punto tale che la gente si può domandare se veramente noi abbiamo scoperto la vera ricchezza che è il vangelo di Gesù o se siamo depressi e stanchi di una proposta alla quale forse non crediamo più.
Gesù ha detto: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore”, quest’oggi la Parola domanda a tutti noi dov’è il nostro tesoro, chi è il nostro tesoro, che cosa riteniamo tesoro per la nostra vita, perché colui che è schiavo del denaro è certamente una persona da disapprovare, ma nella sua vita almeno ha avuto chiara una certezza, anche se disonesta, e ha fatto del denaro il suo assoluto per consumare la sua vita per questo disvalore. Molte volte invece noi, che abbiamo la ricchezza di Gesù, la ricchezza della Parola, siamo talmente insignificanti e così poco scaltri che il mondo non è affascinato dal nostro tesoro.
Gesù in questa parabola pronuncia una sentenza: “Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi affiderà quella vera e se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Il vangelo e Gesù hanno bisogno di uomini e di donne piene di fascino e di pathos per lui. Se non siamo innamorati di Gesù, tesoro della nostra vita, se non siamo certi che questa è la ricchezza più vera, riceveremo il rimprovero del maestro: i figli di questo mondo per la non verità sono più scaltri dei figli della luce.
Il vangelo non è qualcosa da imporre, da proporre o con il quale convincere; si trasmette con la forza del cuore, perché nel cuore di una persona innamorata fermamente di Gesù il vangelo comincia già a passare, a diventare contagio, vita, convinzione, amore, guarigione.
Dov’è il tuo cuore, dov’è la tua ricchezza? È qua che giochiamo tutta la nostra vita ed è qua che Gesù aspetta la nostra scelta e la nostra risposta.   


Prima lettura    Amos 8,4-7


Il profeta Amos contesta il suo tempo, un tempo di floridezza e di disimpegno verso il Signore. Amos parla della religione falsa degli ebrei del suo tempo che aspettavano che passasse il sabato e il novilunio, una scadenza rituale, per poi continuare la vita di prima. Non possiamo leggere la Parola di Amos limitandoci a considerarla una denuncia verso i poveri oppressi del suo tempo o fermandoci all’oppressione dei poveri del nostro tempo, ma la Parola di Dio non è archeologia è viva e discende oggi su di noi, nel nostro ambiente. Allora la Parola oggi ci insegna l’arte spirituale di osservare la vita. Spesso pensiamo che la vita sia osservabile dal cronista, dal giornalista, dal sociologo, invece osservare la propria vita nella storia è un’arte spirituale. Solamente un profeta, cioè colui che mette al primo posto la Parola di Dio e la usa come riferimento della sua vita, è capace di scovare, di individuare e di risanare le vere povertà e i veri poveri. I nostri paesi e le nostre città sono pieni di poveri e i poveri veri sono quelli che non sanno di esserlo, sono quelli che fanno finta di essere ricchi di niente, sono coloro che si nascondono e si lasciano illuminare dalla luce fioca della tv o di internet o del computer nelle lunghe sere della vita. I veri poveri sono quelli che vengono nutriti con lo scarto del grano, infatti Amos dice: “Venderemo anche lo scarto del grano come grano buono” e lo scarto è tutto ciò che ci danno, che ci impongono da mangiare e da vivere coloro che sono estranei o non riconoscono la signoria della Parola di Dio. Essa è il grano buono, il pane buono, la vita buona, la gioia perfetta. I veri poveri sono coloro che sono indifesi e, non avendo Dio come roccia e come base della loro vita, possono essere venduti e pesati con le bilance false delle opinioni. I veri poveri sono la gente di oggi che è talmente povera di Dio che ha paura di investire nella propria vita e ha paura di stabilizzare la propria vita, ha paura di essere padre, madre, sposa, ha paura del per sempre, ha paura di donarsi, di fare della propria vita una gioia. Questi poveri di oggi si sono paralizzati così nella non scelta, nella paralisi e nel rifugio delle piccole certezze, lasciandosi pesare dalle bilance false delle opinioni. Quando la vita è pesata dalle opinioni è già rubata all’autore della vita. Oggi, allora, la vera povertà può essere incontrata da un vero profeta, da coloro che sono profeti di Dio. La povertà non domanda assistenzialismo, oggi la più grande povertà è l’incapacità che ha la persona di interpretare che cosa gli sta capitando e un peccato di omissione di noi credenti è che quando ci avviciniamo a queste persone usiamo ancora una volta il linguaggio scontato e non salvante dell’opinione e della chiacchiera umana. Non abbiamo il coraggio di trasfondere e di infondere nella povertà di oggi la potenza della Parola di Dio, preoccupati di offendere la sensibilità e la libertà altrui o preoccupati che non abbia una buona accoglienza, ma Gesù non ci ha detto che la Parola avrebbe avuto una buona accoglienza, ha detto solo di portarla, di annunciarla, di donarla, poi l’accoglienza fa parte del mistero della grazia. Questi poveri sono abbandonati. Le domande ci sono, le risposte con il grano buono scarseggiano. Allora si vende lo scarto e quelli che lo svendono si fanno ricchi, perché vendono come grano buono  ciò che è opinione passeggera e transitoria dell’uomo.
Oggi il Signore vorrebbe farci la grazia particolare di saper leggere la nostra vita e quella degli altri attraverso il filtro della Parola e dello Spirito, comprendendo che, dopo la facciata di dovere e le solite parole dei convenevoli, c’è bisogno del grano buono, c’è bisogno di crescere con questo grano buono che è la Parola.   


Seconda lettura        1 Tm 2,1-8


La lettera può essere divisa in tre parti, la prima esortativa, in cui Paolo invita i cristiani del suo tempo a pregare per i re e per coloro che stanno al potere perché possiamo condurre “una vita tranquilla e dignitosa”. È un diritto per ciascuno di noi, sia come uomini sia come cristiani, vivere una vita tranquilla e dignitosa, cioè una vita in cui si può assaporare il gusto di Dio, delle cose e delle grazie di Dio, dove un credente possa essere nella storia della sua città e del suo paese quella sapienza infusa dall’alto per poter aiutare l’uomo del suo tempo. Nella seconda parte Paolo parla di Gesù dicendo che egli ha dato la sua testimonianza nel tempo stabilito, ecco perché l’Apocalisse indica Gesù, tra i vari titoli che gli riserva, con l’appellativo di testimone fedele e verace. Gesù è il vero testimone, l’unico testimone di Dio e la testimonianza è sempre l’incarnazione di una esperienza. Gesù non è stato un ideologo, è stato un testimone e Gesù come testimone vuole coinvolgerci nella sua testimonianza e la testimonianza si realizza quando ciò che noi crediamo e ciò che noi viviamo diventa storia visibile.
Un pensatore diceva che basta una persona sola a cambiare un paese. Oggi la gente non credente o indifferente osserva noi cristiani, osserva come viviamo, che cosa facciamo e chi siamo purtroppo, però, molti di noi non hanno più “sapore” perché non sono più testimoni e raccontatori di una storia, perché Paolo si definisce apostolo e banditore. Dobbiamo essere banditori di una storia d’amore che ha toccato il nostro cuore, invece i cristiani vengono chiamati a dibattiti di politica, di costume, ma il cristiano non è il portavoce di una morale, ma è un uomo affascinato da un’esperienza, da una storia che deve essere riraccontata, perché Gesù deve essere raccontato davanti ad ogni richiedente che deve sentire la storia di Gesù che si sposa con il suo cuore. Se io non sento un racconto di Gesù che tocca il mio cuore e la mia vita, sto sentendo ancora ideologia. Invece Gesù tocca la storia di ciascuno in maniera diversa, perché Gesù conosce la nostra diversità.  Tutte le lotte nella vita nascono quando c’è un attentato a cambiare  o ad annullare la nostra diversità, mentre ciascuno di noi è un palpito e una tensione diversa verso Gesù, ciascuno di noi ha una sua strada spirituale da percorrere con Gesù. Ecco allora perché è necessaria una teologia narrativa, cioè il saper raccontare ciò che Dio è per te, sposando il vissuto di ciascuno. Ciò significa che prima di tutto io devo guardare chi incontro con gli occhi, con lo sguardo, con il cuore di Gesù. Quando Gesù incontrava le persone partiva dal loro vissuto e non le contestava, ma da esso cercava di illuminare la disperazione che si nascondeva molte volte dietro una trasgressione. Abbiamo tutti diritto di venire raccolti nella nostra personale avventura umana. Gesù non ha avuto un trattamento uguale con i dodici apostoli, si è adattato alla loro fatica di essere persona, così noi non dobbiamo omologare tutto, dobbiamo riportare la verità su Gesù calandola su ciascuna avventura umana. Oggi dobbiamo credere che dobbiamo raccontare Gesù soprattutto a chi ne vuole fare senza o dice che non ne ha bisogno. L’esperienza passa in noi, ecco la terza parte della lettera, se mettiamo in pratica il comando di Paolo: “Voglio dunque che gli uomini preghino ovunque si trovano alzando mani pure”. Un uomo e una donna che vivono di preghiera, che sono impregnati di preghiera, quando avvicinano qualcuno troveranno sempre una risposta con l’altro perché l’orante è quello che, alzando le mani, supera la mente. La preghiera è l’oltre mente, è la via oltre la mente per costruire rapporti secondo Dio. Il rapporto gratificante con gli altri nasce da una profonda preghiera, da esseri di preghiera che sanno trasfondere in chi incontrano tutta la tenerezza di Dio che sperimentano nella preghiera. La preghiera è il dono della vita di Dio.
Oggi il nemico, che conosce il desiderio dell’uomo della dimensione spirituale e della preghiera, di cui non può fare a meno, sta ingannando la gente con forme di preghiera che non sono la preghiera cristiana, ma sono una specie di preghiera aspirina, molto attraenti per la gente di oggi: yoga, meditazione trascendentale, cioè con una preghiera che è un’autogratificazione di uno status, non un incontro con il mistero.  


Vangelo          Lc 16,1-13

C’è una frase che in questo vangelo ci fa sempre pensare: “Il padrone lodò la scaltrezza dell’amministratore disonesto”. La Parola di Dio ci vuol dire che l’azione di Dio e la grazia di Dio è presente anche nelle storie più tortuose della vita di ciascuno. Dio non ci abbandona nemmeno nelle nostre disonestà, nelle nostre complessità. La Parola ci dice di procurarci amici con l’iniqua ricchezza che ci possano poi accogliere nelle dimore eterne. Questa Parola ci insegna ad essere veramente esagerati nell’amore e ci insegna che l’amore e la misura non vanno d’accordo, ma che l’amore ha la capacità di sottrarre vecchi rancori e vecchi pesi. L’amore è quella moneta che può dare significato e salvezza anche ad una vita corrotta, disordinata, disonesta perché è quella moneta di fronte alla quale anche Dio si arrende. Un atto d’amore, di vero amore, ci può aprire le dimore eterne dove c’è la vera ricchezza che è Dio.
Il vangelo ci insegna ad essere rispettosi verso qualunque storia di vita che incontriamo, verso qualunque tipo di vita, perché in ogni uomo c’è lo spirito di Dio e c’è l’azione instancabile della grazia di Dio, e Dio non è un tipo che si arrende, anzi continua a tormentare l’uomo per la salvezza. Dio è capace di raggiungere ogni uomo pur nella complessità di un’esistenza, pur nella disonestà degli atteggiamenti, pur nella complicanza delle scelte. Gesù ci dice che quando l’amore è esagerato, “libero”, può veramente salvare una vita, può veramente spalancarci le porte alla dimora della ricchezza eterna che è Dio, il tesoro di ogni cuore. L’amore è anche nella disonestà per portarla all’onestà.   
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