23 dicembre 2018 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

23 dicembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 23 dicembre 2018
IV domenica di Avvento

Prima Lettura      Mic 5,1-4a


Michea dà al popolo le indicazioni geografiche del luogo della nascita del Messia; oggi la Parola vorrebbe chiamare Betlemme ciascuno di noi, oggi Gesù torna ad essere presente nel mistero della nostra vita. Egli vuole che siamo noi oggi la sua Betlemme, perché Egli ama molto, secondo lo stile di Dio, l’umiltà degli inizi. Diventiamo Betlemme quando permettiamo alla fecondità dell’amore di Dio di renderci fecondi di Gesù. Quella che deve partorire siamo noi e, se non partoriamo, Dio li metterà in potere altrui. La Vergine Madre è la donna storica, la madre di Dio, ma Gesù ha detto che  chi ascolta la sua Parola è per lui fratello, sorella e madre.
Oggi evangelizzare vuol dire avvicinarsi agli involucri vuoti di coloro che si ritengono ancora persone, ma sono involucri vuoti di nulla, intossicati di demagogia, di ideologia, di prese di posizione, di dibattiti, di tv, di stampa, di internet, ma dentro sono vuoti. Oggi evangelizzare è avvicinarsi agli involucri vuoti che si ritengono vivi con chi abita in noi: Gesù. Il Papa ha detto che molta gente tornerebbe alla fede se trovasse lungo la sua strada uomini e donne innamorati di Gesù. Ma per essere innamorati di Gesù, prima bisogna farsi fecondare dalla potenza misteriosa della Parola, prima dobbiamo essere abitati dentro, prima dobbiamo sentire Gesù, il Maestro, il Signore vivo dentro di noi. Quando siamo abitati da lui, allora strapperemo tanta gente da un potere dispotico che ruba i cuori e li svuota. Finché noi non partoriamo, i nostri fratelli resteranno in potere altrui, invece, quando partoriremo, ci sarà il ritorno del resto d’Israele.
Oggi non si parla più di vita interiore, di vita di grazia, non c’è più un cattolicesimo ardente e militante, tanti cattolici si sono schierati con persone attente all’ecologia, ai profughi, alle povertà varie, ma pochi parlano di Gesù. Si parla molto dell’uomo, dimenticando che l’uomo non si salva con l’uomo, ma con Gesù. Dobbiamo tornare a narrare Gesù, a parlare senza paura di Gesù che è l’amore della nostra vita, ma dobbiamo averlo dentro.
Si potrebbe paragonare la spiritualità di Betlemme con la spiritualità di Teresa di Lisieaux, lei che ha affascinato il mondo del suo tempo con la sua “Storia di un’anima”. Lei aveva la fragranza di Betlemme.
Per Natale chiediamo due grazie: innanzitutto essere Betlemme: precaria, piccola, senza grandi meriti, come è la nostra vita, poi essere gravidi e partorienti.
Se diventeremo gravidi di Gesù, lo Spirito farà grandi cose in noi. Se avremo Gesù dentro di noi,  la prima grazia che ci farà è scorporarci dalla maggioranza degli involucri vuoti, diventeremo una persona abitata dal Mistero di Dio e racconteremo Gesù con il cuore. Questa è la santità.


Seconda lettura     Eb10,5-10

Il Signore non vuole da nessuno di noi né sacrificio né offerta, non vuole la nostra ritualità espiatoria, vuole la nostra volontà, la nostra persona. Il mistero dell’incarnazione è un mistero profondissimo: Dio Padre ha detto a Dio Figlio che gli avrebbe dato un corpo umano per andare a salvare l’umanità e lui ha detto sì. Dio Padre ha voluto rivestire di corporeità il Figlio perché Egli conoscesse da dentro la fatica di vivere. Gesù ci conosce da dentro, perché dentro il nostro corpo c’è la nostra anima, la nostra coscienza, la nostra appartenenza, la nostra sete di amore e di felicità. Quando Gesù ci conosce da dentro, non ci conosce come soggetto di analisi; la sua metodica è amarci da dentro, perché ciascuno di noi ha dentro di sé dei grandi segreti che non è capace di manifestare, di verbalizzare e di comprendere. Da questo deriva il malessere spirituale, quell’accidia spirituale che oggi colpisce tantissima gente che non ha più voglia di impegnarsi per niente, nemmeno per Dio. Gesù, rivestendo il nostro corpo, riveste il nostro sudore, la nostra fatica di vivere, le nostre prove, le nostre oscurità e le nostre gioie. È mediante questo sacrificio di Gesù che Dio ha abolito il primo sacrificio, cioè quello della ritualità degli animali, degli olocausti dei sacrifici di comunione con i quali l’uomo biblico interpretava il bisogno di purificazione e di perdono. Il nuovo sacrificio è quello di Gesù che nel nostro corpo offre il suo corpo al Padre. Ecco perché la santa comunione è una lotta corpo a corpo di Gesù con noi che non vogliamo arrenderci al suo amore. Il curato d’Ars diceva ai suoi parrocchiani che andassero tutti alla comunione, perché non nessuno ne è degno, ma tutti ne abbiamo bisogno.
L’Eucaristia non è un merito di virtù, ma è un dono gratuito e infinito dell’amore di Dio, così pure Gesù che riveste il nostro corpo per leggere da dentro ed interpretare con la grazia ciò che noi chiamiamo sintomo.
Noi non dobbiamo offrire niente, dobbiamo solo offrire il nostro amore, lasciandoci fare dall’amore più grande che abita in noi.  


 Vangelo   Lc 1,39-45

Dopo l’annunciazione, in Maria comincia a riposare il mistero di Dio e lei vive una cosa più grande di lei.  
Maria dimora nel mistero e ciascuno di noi diventa Maria nella Comunione Eucaristica, infatti i Padri dicevano: “Caro Christi caro Mariae” Carne di Cristo, carne di Maria.
Questa donna giovane, dopo questo evento misterioso che le ha cambiato la vita, si alza, va e compie un gesto impopolare, fuori dagli schemi: va da sola verso la città dove abita Elisabetta. Quando il mistero è dentro di noi, la grazia ci fa fare due cose: la prima è farci alzare dal piattismo della nostra vita. Star seduti è comodo per tutti, il mistero ci fa alzare e poi ci fa percorrere delle strade, degli obiettivi che possiamo percorrere solo noi, perché Dio, quando prende possesso di noi, non ci dà a seguito la folla, ma deve bastarci la sua presenza. Maria parte da sola e va. Quando abbiamo Dio dentro, cominciamo strade nuove. Pensiamo a madre Teresa di Calcutta che lascia le suore di Loreto e va ad operare in strada: aveva una strada nuova da percorrere. I santi sono questi, non si preoccupano dell’approvazione di una folla; molte volte la folla non li può seguire perché Dio tutela il suoi prescelti e fa fare loro una strada singolare e misteriosa perché deve aprire una strada per altri che verranno dopo.
Maria è nostra signora dell’originalità, della trasgressività, dell’audacia. Amare la Madonna è amare questa dimensione di Maria: alzarsi e andare. Non ha chiesto nessuna approvazione, se aspettiamo l’applauso non lavoriamo per Gesù, se aspettiamo l’audience di una folla, non lavoriamo per Gesù. Dopo la fecondazione dello Spirito in Maria, ella ha ricevuto la seconda grazia: ha ascoltato il suo cuore. Quante volte ci siamo pentiti di non aver ascoltato il nostro cuore secondo Dio. il primato del cuore non è il primato dell’emotività stupida, ma della profondità. Quando Maria arriva da Elisabetta, lei sente una voce che le porta gioia perché era una voce abitata dal Mistero. Elisabetta ci insegna un altro linguaggio: ascoltare con il grembo, con la pancia. Dentro quella pancia sterile e vecchia Giovanni Battista, dice l’evangelista, ha sussultato e danzato ed è stato la prima preghiera di lode a Gesù, prima ancora degli angeli. Il linguaggio del cuore ed il linguaggio di pancia sono i due linguaggi alternativi, profetici che lo Spirito dona a coloro che si assoggettano al suo sovrano dominio, gli altri hanno solamente il linguaggio verbale, intellettivo, aggressivo e molte volte offensivo. Gli involucri vuoti emettono gli ululati del loro interiore disabitato, del loro deserto interiore. Maria e santa Elisabetta rappresentano il linguaggio del cuore ed il linguaggio del grembo.
Questa è la via che ha percorso Dio con due donne che non erano strutturate in nessun tipo di sacralità giudaica. Dio è cuore, Dio è grembo e da Lui vengono la profezia del cuore e del grembo. Forse nelle nostre comunità mancano la profezia del cuore e del grembo che vengono dallo Spirito santo in persone che si lasciano fare. Ci auguriamo di essere così.  

   
Prima Lettura      Mic 5,1-4a

Michea fa la famosa profezia su Betlemme di Efrata, sobborgo di Gerusalemme, dove Gesù nasce nella carne. Di questo Messia, di questo dominatore di Israele, Michea descrive le origini, dicendo che sono dall’antichità, dai giorni più remoti. “Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele”. Maria di Nazaret, l’umile donna della Galilea, partorirà nella carne Gesù Cristo e finché lei non ha partorito, dice Michea, Dio metterà in potere altrui quei figli. C’è un prima del parto e un dopo del parto, oggi la vergine chiesa, che è vergine in forza della santità della Parola e dello Spirito che la santifica nel suo essere, la vergine chiesa, che è madre, deve partorire, deve partorire la freschezza, la forza, la bellezza del volto di Cristo e del volto di Dio. Un parto è sempre un evento doloroso e gioioso, ma un parto può avvenire se prima c’è la fecondità che feconda il grembo nel quale poi il parto sarà compimento e visibilità di questa fecondità.
Anche il Santo Padre ha sottolineato come oggi in intere regioni della terra la fede si stia spegnendo e anche in molte regioni europee la madre chiesa conosce una sterilità da brivido. Pensiamo solamente alle nazioni della Francia, dell’Olanda, del nord Europa, dove intere regioni non hanno più nessuna visibilità e nessun tipo di annuncio.
Pensiamo alla sterilità di tanto nostro modo di fare, infatti molte volte sembra che tutto ciò che facciamo per Dio venga attuato con fatica, ma porti sempre questa carica di sterilità e di non fecondità. Perché oggi il grembo della chiesa, almeno nell’emisfero occidentale, è diventato così sterile? Perché non c’è ancora un parto che liberi dal potere altrui i figli di Dio? Perché molte volte noi pretendiamo un parto indotto, vorremmo una fecondazione in vitro e vorremmo soprattutto eliminare i dolori e la fatica del parto, ma la grazia a buon mercato non esiste, una strategia manageriale su Dio non funziona. Un’organizzazione perfetta in cui si sfornano di anno in anno sussidi belli, affascinanti, colorati, chiamando i nomi più attraenti del mondo ecclesiale, lasciano il tempo che trovano. Questa sterilità sembra quasi implacabile perché la fecondità ha un solo nome: santità e il papa ha ribadito che saranno i santi i nuovi evangelizzatori, saranno i santi che creeranno il futuro della fede, nel presente dell’attesa.
I santi abitano a Betlemme, i santi vivono la loro vita impastati nella casa del pane, Betlemme, dove la loro vita si nasconde, si immerge nella dinamica dell’Eucaristia, del nascondimento, della semplicità. I santi non occupano posti di potere, perché sono alla ricerca dei cuori; i santi non sfornano progetti pastorali perché sono alla ricerca del senso profondo di Dio negli altri; i santi molte volte non vengono consultati o apprezzati perché sono fuori dalla strategia aziendale del produrre produzione su Dio, ma tutto ciò è sterilità, tutto ciò passa sopra le teste e i cuori del nostro tempo.
Maria di Nazaret doni alla madre chiesa e ad ogni discepolo di Gesù questa fecondità.
Dice Giovanni che quando è giunta l’ora del parto la donna è triste, perché soffre, ma quando è nato il bambino, è felice perché è nato un uomo.
Partorire nella sofferenza di una radicalità e di una santità i figli di Dio nel nostro tempo così difficile è la vera missione dei santi, perché offerta e amore sono la base di un parto, ma è molto bello poter partorire un’anima a Dio. A questo proposito sant’Agostino dice: “Colui che ha collaborato alla salvezza di un’anima, ha già predestinato la sua“.        


Seconda lettura     Eb10,5-10

La lettera agli Ebrei mette in bocca a Cristo: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato, allora ho detto: ecco, io vengo”. Questa è l’obbedienza di Gesù: Gesù che diventa corpo, storia, presenza, che diventa dono, celebrazione, lode della gloria di Dio, Gesù che ci ricorda che Dio non vuole né olocausti né sacrifici per il peccato, ma Dio vuole la vita, il cuore e la felicità dei suoi figli.
Gesù bambino non è un’immagine commovente, non è un’immagine naif che tocca il cuore dei bambini, ma Gesù bambino è la verità esigente di Dio perché Gesù bambino incarnato ci insegna che si cresce se si è piccoli. Santa Teresa di Gesù Bambino e del santo volto aveva capito questa piccola via e in essa, in cui non pretendeva di poter offrire olocausti e sacrifici della sua santità, ha vissuto l’abbandono totale alla grazia infinita di Dio. Questo Gesù Bambino, che a Natale celebreremo, è quella Parola di Dio potente ed efficace per la vita di ognuno, perché siamo tutti giganti senza cuore e senza testa, siamo tutti palestrati in una visibilità biologica e fisica, ma la nostra anima, il nostro dentro è inesistente perché Gesù Bambino ci ricorda che per essere grandi bisogna essere piccoli e per essere piccoli, come dice il Salmo, dobbiamo essere in braccio alla maternità di Dio.
Il vero presepio non è il muschio, né le pecorelle, il vero presepio, la grande decisione del Natale sarà quando ci lasceremo prendere in braccio dalla maternità di Dio e quel presepio dura sempre, dura per sempre e non ha luci artificiali, ma la luce di Dio.


Vangelo   Lc 1,39-45

L’icona della visitazione di Maria ad Elisabetta, in questa quarta domenica di Avvento, è un’icona che porta una grazia particolare: ci invita ad essere liberi e destrutturati come Maria. Molte volte i devoti della Madonna o coloro che ne sono innamorati vengono considerati dai cattolici adulti un po’ inferiori nella qualità della loro percezione del vangelo, perché i cattolici adulti si sentono molto all’altezza della situazione e considerano gli innamorati della Madonna povera gente che si balocca con le devozioni. Invece coloro che sono innamorati di Maria (san Luigi Maria de Montfort dice che Maria non è ancora conosciuta e perciò il vangelo non è ancora annunciato in tutta la sua potenza), coloro che entrano nel mistero di Maria, entrano nella scuola di una donna forte, libera, tenace, destrutturata. L’icona della visitazione è quasi una celebrazione misteriosa di come Dio sappia portare avanti il suo fascino e la sua presenza nel mondo attraverso personaggi non approvati e non collocati in una struttura: Maria, che parte da sola, che decide da sola una strada  e va dalla cugina Elisabetta, non ha approvazioni con sé, non ha seguito, non ha una struttura che la porta, ha solamente il suo cuore e il segreto divino che porta dentro: Cristo. Va da una donna chiacchierata dall’opinione comune e dal clamore dei nani della Giudea che la dicevano sterile, perché i luoghi comuni e il clamore dei nani sono il frutto dell’assenza dell’efficacia della Parola di Dio. Elisabetta, invece, a dispetto del clamore dei nani e del luogo comune della Giudea, diventa feconda: come Dio sorprende sempre quando opera nella vita delle persone!
Due donne, una giovane e una anziana, due querce che si incontrano portando dentro due doni di Dio: il precursore e il Messia, due esistenze che si incrociano nella libertà dei figli di Dio. Che bello contemplare, chiudere gli occhi e vedere Maria sola, con il vento che le muove il manto e i capelli, che va da sola verso la Giudea dalla Galilea! Come ha bisogno Dio oggi di uomini e di donne destrutturati nell’amore, che percorrono le strade che Lui indica, senza l’approvazione di una maggioranza, senza la strutturazione di un tour operator e senza la paura del clamore e del vociferare delle voci piccole della gente che, avendo smarrito Dio, è stancamente schiava dei luoghi comuni.
Questo è Natale!       


Prima Lettura      Mic 5,1-4a

Michea è uno dei dodici profeti minori; è contemporaneo di Isaia ed è equiparato ad Amos perché entrambi erano contadini, anche se Amos, molto probabilmente, era più rude.
Il suo libro si divide in tre parti: la prima è un’invettiva contro il suo tempo di sopraffazione, di male, la seconda è contro i falsi profeti e la terza propone un’aurora di salvezza.
Egli è il profeta che precisa il luogo del Messia, le modalità e la madre. Abbiamo qui un annuncio esplicito del futuro di Dio e della sua azione.
Questa profezia è ancora vibrante per noi. La prima cosa davanti alla quale stupirci sono i gusti geografici di Dio per i grandi eventi della sua storia: Gesù non nasce in una città rinomata, nasce in una squallida periferia, lontana dai centri decisionali. La vera Betlemme è la nostra anima che è appunto la “casa del pane” perché frequentemente entra il pane della vita, il pane dell’Eucaristia. La nostra anima molte volte è così piccola, ignorata, povera ed è proprio il luogo spirituale da cui deve uscire Dio con la sua potenza e la sua luce. La piccolezza di un’anima, alla luce della Parola di Dio, assume un grande valore: più un’anima è piccola, più Dio è grande, più un’anima è umile, più Dio è lodato, più un’anima è povera più scende in lei la ricchezza della grazia, più un’anima è senza particolari doni ed ha poca struttura visibile, più la potenza di Dio si manifesta in essa.
La nostra anima, abitata da pane di Dio, l’Eucaristia, dalla grazia di Dio e dalla presenza di Dio diventa grembo generativo di una novità di vita e di una salvezza per l’umanità. Ogni anima, attraverso la grazia santificante, viene abitata dal mistero trinitario, e la differenza tra un’anima abitata e una disabitata si vede subito perché l’anima abitata è un evento di grazia che trasuda una grazia data interiormente da Dio, mentre l’anima disabitata è uno zombie che cammina senza meta. L’anima abitata riceve per grazia il dono di una relazione con gli altri, di una presenza, di un’amabilità, di una testimonianza e di una profezia, l’anima disabitata, essendo vuota, produce solamente arroganza, luoghi comuni, scontato e noia.
Le anime inabitate da Dio sono la sua Betlemme e da queste anime anche oggi “uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”. Un credente è un testimone se è abitato, cioè se ha fatto spazio all’abitatore, e fare spazio significa consegnare a Dio tutta la nostra vita, senza contratti con nessuna condizione previa. Se avremo fatto spazio Dio verrà in noi, saremo noi la vera Betlemme, perché quando Dio tocca la nostra povertà essa diventa la sua ricchezza. La povertà che ama Dio è quella spirituale di chi invoca la grazia, di chi desidera la grazia, di chi chiede che l’aiuto venga dall’alto. Ecco perché una persona che vive una vita interiore in Dio è una persona che diventa interessante e profetica per un periodo in cui i luoghi comuni e la noia stanno uccidendo le vite delle persone.
È il nostro dentro che fa la differenza e quando il nostro dentro è inabitato significa che Dio ha trovato lo spazio d’amore per abitarci, allora noi saremo colei che dovrà partorire e, quando partoriremo, cesserà il potere altrui.
Questa Parola ha una forte ricaduta ecclesiologica. Storicamente il profeta parla della vergine di Nazaret, Maria, ma la Parola intesa spiritualmente ci parla della vergine Chiesa, cioè di tutti i credenti. Quando una comunità si chiude all’essere abitata, diventa improvvisamente sterile: ripete gesti di fecondità ecclesiale, ma che non hanno più la continuità e il riscontro. Ad esempio si preparano ancora i bambini alla messa di prima Comunione, poi il nulla; si dà il dono dello Spirito ai quindicenni, poi il nulla; si dà il matrimonio del Signore alla gente, poi il nulla. Questo accade perché, quando i sacramenti non provengono da un grembo fecondo, la grazia è data, ma anche sprecata, rimane lì, perché il grembo fecondo della chiesa è tale finché si lascia abitare dal suo Signore.
Dobbiamo ricordare che il nemico non punta a distruggere la struttura organizzativa esterna, anzi proprio quella la lascia in piedi per confondere le carte, ma il diavolo, che è nemico della comunità dei credenti, la mangia da dentro. Ad esempio, nel grembo della chiesa mangia il senso della presenza di Dio, tanto che non di rado, terminate le celebrazioni, le nostre chiese, avendo noi smarrito il senso di una presenza sacramentale di Dio, diventano sale d’aspetto delle stazioni. Questo è il segno di una comunità che non è più attenta al primato del suo Signore, di una comunità che ha perso il senso della presenza e della trascendenza a favore di un’immanenza. Quando il nemico fa perdere la presenza, lascia la struttura, ma ne rende sterile il grembo, perché il suo scopo è che la madre chiesa, invece di partorire continuamente, abortisca figli.
La Parola ci dice che questo avverrà finché colei che deve partorire non partorirà perché, quando partorirà, il resto dei suoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele, ma finché non partorirà saranno in potere altrui, messi da Dio. Oggi, quando il grembo della chiesa diventa sterile perché ha svenduto la potenza della sua fecondità, che è la Parola di Dio, ( “voi non siete stati generati da un seme corruttibile, ma dalla Parola di Dio viva e immortale”)  cominciano le fecondazioni in vitro artificiali, perché dalla fede si passa all’esoterismo, alla metodica yoga, alla simbiosi delle energie.
Allora il profeta Michea ci presenta una profezia mariologica ed ecclesiologica perché “Egli stesso sarà la pace”, se però verrà partorito da colei che deve partorire.
La sterilità della chiesa dipende dal non aver più la sponsalità interiore e l’inabitazione, mentre rimangono in piedi le strutture esterne per confondere le acque.
Il partorire è il passaggio obbligato perché Dio possa manifestarsi e diventare la pace.
Certamente la chiesa non sarà abbandonata, non crollerà, però oggi la Parola ci ricorda che deve essere una madre che partorisce. Se un cristiano nella sua vita non ha portato a Cristo almeno un’altra persona, che cristiano è stato? Se ci imbarazziamo a parlare di Gesù, che cristiani siamo?
Dove c’è un’anima fedele c’è già manifestato il mistero della chiesa, dove c’è un’anima feconda lì c’è già il sogno intatto della chiesa.


Seconda lettura     Eb10,5-10

Questa Parola colpisce perché dice che Dio non ha gradito e non ha voluto né sacrificio né offerta di olocausti, cose dell’antica legge, ma ha detto al Figlio di avergli preparato un corpo perché possa salvare il mondo con la presenza e l’offerta della sua vita. Questa Parola fa impressione perché ci aiuta a capire come la volontà di Dio, il volto di Dio, il suo cuore, dopo la venuta di Gesù, sia veramente una presenza che dà una priorità: corpo, salvezza, persona. Questo Dio è quasi allergico ad una ritualità, ad un ritualismo religioso e ha fatto del sacrificio di Gesù la vera liturgia e la vera celebrazione della salvezza. Perciò Gesù, assumendo un corpo, entrando nella storia, diventando persona ha veramente dato la priorità al desiderio di Dio che è incontrare e salvare ciascun corpo, ciascuna persona, ciascun volto, ciascuna vita fuori di qualunque reticolo religioso, celebrativo, sacrale.
Questa Parola spoglia tutte le adempienze religiose perché con Gesù, che diventa nostra salvezza, Dio dà la priorità all’uomo, al volto. Oggi anche la messa non è più cercata e amata da tanti cristiani, pur essendo fonte e culmine della vita di tutta la chiesa, pur essendo l’Eucaristia l’evento principale di un cristiano, infatti tanta gente che si ritiene cristiana si è auto esonerata dall’essere presente a questo momento celebrativo perché forse non percepisce più in esso quella valenza profetica di amore per la vita delle persone. Oggi molti ritengono che la messa sia un servizio religioso dal quale ci si può esonerare perché le urgenze di bene sono altrove. Si pensa così alla messa solo come momento celebrativo, invece essa è un momento attuativo; la messa non è una celebrazione, è una contemporaneità, è una presenza, un evento in cui si viene attirati, stupiti  dall’amore. Nella messa Gesù Cristo ci riacciuffa perché vuole dirci una volta ancora che Dio ci ama e ci salva. Ecco perché Gesù, diventando salvezza di Dio, non è diventato un sacerdote templare (non faceva nemmeno parte della tribù dei Leviti), ma è diventato il sommo sacerdote dell’umanità, perché nel suo sacrificio fatto di vita, amore e sentimento ci ha riportati a Dio non più in un rito, ma in un evento d’amore. Perciò la messa dovrebbe essere la respirazione bocca a bocca dell’amore di Dio che insuffla in noi il respiro dello Spirito per dirci che Dio ci ha amato e ci ama  nella nostra storia. Siamo noi la vera offerta a Dio in Gesù Cristo. Dio vuole la nostra vita, la nostra storia, il nostro volto, il nostro cuore, ma non lo vuole in senso catturativo, per farci servi della gleba.
L’incarnazione di Gesù è stato l’evento nel quale la potenza di Dio, attraverso il sangue di Gesù, vuole darci quella capacità di riscrivere e di dare un significato a tutta la nostra vita. Ecco perché Gesù ha fatto della sua vita pubblica un cammino per incontrare le diverse tipologie di persone e per annunciare ad ogni tipologia di persone l’amore di Dio.
La vita personale di ciascuno di noi, se vuole essere pienamente significata e compresa, non nella misura del risultato, ma nella misura di Dio, dobbiamo interpretarla alla luce dell’Eucaristia in cui Gesù ci ripete che ci ama e ci garantisce che la nostra vita, la nostra persona, il nostro nome, il nostro volto sono una realtà cara a Dio. La vera Eucaristia ha questo significato: dirci continuamente che siamo amati.  L’Eucaristia tornerà ad essere di valore e la gente non potrà a farne a meno quando diventerà settimanalmente il momento profondo di Dio a cui ciascuno deve andare perché lì trova una lettura libera, intelligente e profetica di se stesso.  
Gesù è il grande esegeta della vita dell’uomo.  Perciò le comunità saranno ancora cercate se torneranno a diventare luoghi di significatività dell’uomo. Tanto è vero che la chiesa ha salvato la cultura europea con il monachesimo e i monaci erano uomini di studio, di preghiera e di significato.
Gesù si è incarnato e ci ha salvato perché vuole dare un grande significato al nostro essere. Egli ha voluto un corpo, non un rito, ha voluto un evento di sangue per dirci che ci ha amato fino al sangue, ha voluto dare significato esistenziale alla sua presenza.


Vangelo   Lc 1,39-45

Il vangelo ci parla di due donne gravide attraverso le quali Dio ha costruito e ha reso nuova la storia. Due donne: una la madre di un profeta, l’altra la madre del Figlio di Dio, entrambe raggiunte dall’annuncio dell’arcangelo Gabriele; con loro Dio ricomincia la storia, la vita lontano dai centri di potere. Due donne che potremmo definire due sacerdoti perché hanno dentro di loro una Gesù e l’altra il profeta che preannuncia Gesù. La voce di Maria fa sussultare Giovanni Battista nel grembo, Giovanni sente la voce di Maria gravida di Gesù e la voce di una persona gravida di Gesù fa sussultare colui che è dentro il grembo di Elisabetta: la voce abitata, il grembo abitato, la vita feconda. Due donne che non contavano niente, anzi erano donne sulla bocca di tutti, figlie di luoghi comuni, perché Elisabetta era detta sterile, e anche Giuseppe ha avuto un attimo di indecisione quando ha saputo che Maria era incinta prima che andassero a vivere insieme.
Quando Dio sceglie delle persone per la sua storia, le sottrae al luogo comune dell’uomo e le immette nel colloquio angelico con Dio. Elisabetta e Maria, entrambe immagine della chiesa gravida, due donne diverse, ma capaci di costruire una relazione ecclesiale d’amore. In Maria e in Elisabetta c’è già una chiesa anticipatamente presente: la chiesa profetica e la chiesa madre e la prima testimonianza su Gesù è di un bambino non nato. (idea cara a madre Teresa).
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, la donna gravida di Dio, immagine della chiesa, il bambino sussultò nel suo grembo ed Elisabetta fu colmata di Spirito santo, l’effusione dello Spirito una Pentecoste ante litteram, ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”, pronunciò una preghiera di benedizione sulla madre e sul figlio, sull’immagine della chiesa.    
stampa




 
Torna ai contenuti | Torna al menu