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23 febbraio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 23 Febbraio 2020
VII Domenica del Tempo ordinario. Anno A


Prima lettura         Lev 19,1-2.17-18


Il libro del Levitico, uno dei cinque libri del Pentateuco, è così chiamato perché era il libro della tribù di Levi, incaricata del culto al Signore.
Nel cuore di questo libro, nel capitolo 19, abbiamo un comando di Jhwh per il suo popolo: “Siate santi, perché io il Signore vostro Dio sono santo”. La parola santo significa separato, diverso, differenziato e a Israele Dio chiede di essere santo, cioè di non omologarsi con i popoli vicini;  invece, per ben due volte, Israele fece delle scelte contro questa specificità, quando volle essere guidato da un re come i popoli vicini e quando Davide fece il censimento.
La santità è la chiamata fondamentale di ognuno di noi, non è la vocazione funzionale che serve a Dio (prete, diacono, religioso, sposato). Innanzitutto bisogna essere santi, a ciò si aggiunge la funzione: santa sposa, santa vedova, santo prete, santo diacono. La funzionalità senza la santità è una presa in giro di se stessi e di Dio. Noi siamo soliti usare una frase: “Devo farmi santo”, invece non siamo noi a farci santi, altrimenti sarebbe un protagonismo; dobbiamo lasciarci fare santi. Quando il Signore decide di farci santi, prima di tutto cambia il nostro cuore spirituale, che non è più un covo, ma diventa il grembo del suo amore. E quando una persona si lascia fare santa è un uomo e una donna immersi nel cuore di Dio, perché il suo cuore respiri con i battiti dell’eterno Dio.
I santi hanno come primo dono la schiettezza propria dei santi, che non è avere peli sulla lingua, ma è quella trasparenza dei santi che non devono temere nulla, perché i veri santi non cercano mai il consenso, ma cercano Dio. Ecco perché i veri santi fanno paura, perché chi è santo è imprendibile, irraggiungibile ed è sempre invisibile. Il santo ha un secondo dono: la fecondità, cioè genera figli, perché la santità è contagiosa per natura. Quando un santo diventa fecondo, il diavolo e tutte le sue schiere cerca di farlo fuori perché la fecondità dei santi destabilizza il regno di satana.
Il santo è affascinante perché chi si lascia fare santo non struttura niente, anzi destruttura tutti i cuori e quando un cuore è destrutturato, Dio può iniziare la santità. Quando una famiglia religiosa è imprigionata in una struttura, comincia la croce della non fecondità, quando invece si ritorna a rifondare nella libertà del santo fondatore, quella famiglia comincia a risorgere, perché la santità è l’unica opportunità che dà Dio per la storia, per la chiesa e per il mondo.
Abbiamo bisogno di santi, stiamo aspettando santi! Le nostre comunità non cambieranno se non avremo in dono dei santi. Basterebbe un santo per comunità perché quella cambiasse, un santo  umile, laico; ce lo ricorda lo stesso Giovanni Paolo II che si fece prete perché un sarto, laico, aveva aperto casa sua a tanti giovani e parlava loro della mistica di san Giovanni della Croce. I santi, quando parlano di Dio, fanno sobbalzare il cuore, perché il santo non è mai il frutto di una conoscenza, ma è il frutto di un battito del cuore dell’eterno. I santi sono totalmente di Dio e totalmente degli uomini; i santi sono misericordiosi, delicati, sono padri e madri, sono amici discreti perché sono alla scuola di Dio. I santi sono liberi da se stessi, dagli altri e dal consenso, di qualunque tipo.
“Rimprovera apertamente tuo fratello così non ti caricherai di un peccato per lui”, la parressia è quella libertà nella verità dell’amore che rende i santi capaci di costruire persone mature, perché le abituano ad una relazione vera e spirituale in Dio. I santi sono i grandi contestatori della storia, non vanno in piazza, non inalberano cartelli, ma cambiano la loro vita e, in quanto pieni di Dio, diventano punti di riferimento e di luce, perché hanno in Dio la forza di indicare una strada diversa. I santi non cercano mai nessuno, sono cercati, ma essi fuggono, non si lasciano strumentalizzare dal consenso, non si montano la testa perché hanno tanta gente che li segue.
La vocazione alla santità è la vocazione fondamentale e sarà quella nella quale il Signore ci esaminerà. Uno scrittore francese diceva che, se non ci lasciamo fare santi, avremo fallito tutta la nostra vita perché avremo investito tutto nella nostra funzionalità. I santi sono gli specchi di Dio, quando trovi un santo vedi Dio che si specchia in lui. I santi non passano mai di moda, perché i santi non sono figli di mode, nemmeno ecclesiali; sono liberi, sono figli assoluti di Dio.
Se uno si lascia fare santo, perde la misura, allora cominciano le persecuzioni; nonostante questo egli ha una grande felicità dentro, perché sa che è di Dio, e quando lo perseguitano ha la certezza che chi lo perseguita lo sta misurando con la sua misura, che non è quella di Dio, per cui è ancora più in pace e va avanti nella serenità.
I santi scocciano molto, anche dentro la chiesa, perché non si sa mai come la pensano e perché non sono cortigiani di strutture e di potentati.
Sono passati ormai cinquant’anni dal Concilio Vaticano II che avrebbe dovuto portare la primavera nella chiesa; dopo fiumi di discorsi e di parole stiamo piangendo sulle macerie, perché la chiesa non viene costruita dal Concilio e nemmeno dai funzionari ecclesiastici, ma la chiesa viene costruita solo e sempre dai santi, perché essi non costruiscono nulla di proprio, ma costruiscono lui in quanto non vogliono e non hanno bisogno del consenso.
      


Seconda lettura  1Cor.3,16-23

San Paolo è veramente un uomo di Dio perché non mette accordo dove l’accordo non è possibile. L’apostolo descrive una guerra tra la sapienza umana e la sapienza di Dio e arriva a dire ai Corinzi: “Se qualcuno di voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”. Quando si fa esperienza viva di Dio, quando si è afferrati da Cristo, non si può essere né una persona ecumenica, in senso negativo, né una persona di compromesso, ma si è totalmente schierati. Paolo si è schierato dalla parte della sapienza di Dio. Siccome nel mondo dei Corinzi c’era chi si vantava di conoscere Paolo, chi Apollo o Cefa, Paolo relativizza tutte queste figure e dice ai Corinzi che essi non sono di questa gente, ma sono di Cristo e Cristo è di Dio.
Come si fa a distruggere il tempio di Dio e l’abitazione di Dio in noi? Con una strategia molto sottile: lasciarsi avvolgere da dipendenze di qualsiasi tipo e non essere più di Cristo. Chi ha la dipendenza alcolica, chi da droga, chi da televisione, chi da medicine o da manie varie. Le dipendenze più pericolose sono quelle da persone che pretenderebbero di entrare nella nostra intimità interiore, dove abita Dio, portandoci i loro consigli e i loro comandi. Quando dipendiamo da qualcuno non siamo più di Cristo, per cui non abbiamo nemmeno la certezza di essere di Dio.   
Paolo dice che Cristo ci ha amati di una gelosia divina e quando non siamo di Cristo, andiamo ad elemosinare carità e diventiamo mendicanti di fotocopie orrende di Lui.
 


Vangelo     Mt 5,38-48

Per essere persone diverse, per essere persone straordinarie, quando ci vedono dovrebbero dire di noi: è tutto suo Padre. Se facciamo veramente esperienza della paternità di Dio, non siamo più uomini e donne della modalità che salutano le persone carine o quelle che amano, non faremmo nulla di straordinario, fanno così anche i pagani. Che cosa vuole da noi il Signore? Vuole che siamo due segni della gratuità del Padre, dell’amore del Padre, cioè dovremmo essere sole e pioggia, perché, dice Gesù, il Padre fa sorgere il suo sole suoi buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Il sole non ce lo meritiamo, non si produce da solo, non sorge e non tramonta perché lo vuole, ma è sotto l’influsso di Dio. Noi dovremmo essere questo sole che non si preoccupa chi illumina, illumina soltanto. Oggi la gente ha bisogno di luce e di un calore giusto che potremo dare se saremo figli di questo Padre che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi.
Non si può essere sole per virtù propria, bisogna andare ad abbronzarci davanti al sole di Dio, il sole eucaristico, il sole del Figlio amato dal Padre. Poi bisogna essere pioggia, la pioggia bagna giusti ed ingiusti, la pioggia bagna tutto e fa nascere diversità di erbe e di fiori. Così nella nostra vita non dovremmo preoccuparci a che cosa servirà quello che facciamo o quello che siamo, la pioggia non è mai in crisi di identità ma, piovendo, bagna il sasso e il terreno fecondo. La pioggia non si preoccupa della risposta, si preoccupa di essere se stessa. Se vogliamo essere somigliantissimi a nostro Padre, dobbiamo entrare in questa libertà del Padre, in questo dono del Padre che va oltre ogni misura. Non misuriamo il nostro amore, siamo sole e pioggia! A noi forse sembrerà di non produrre niente, perché vorremmo essere protagonisti di un prodotto, vorremmo valutare la nostra efficienza, invece il sole è sole e la pioggia è pioggia; come essi vengono usati da Dio, così Egli ci sta usando anche se non possiamo sapere quante cose ha già fatto attraverso di noi.  La pioggia e il sole si donano, anche a chi non dice mai grazie.
Occorre essere profondamente liberi da se stessi, così potremmo diventare fratello sole e sorella pioggia per tanta gente, perché l’uomo di oggi ha bisogno di luce, di calore, di acqua, di vita.
Se vuoi, il Padre sta cercando questi suoi figli.
Una goccia di luce...
 Chi sono i santi? Uomini e donne di Dio che, attraverso la parressia d’amore, sanno dare agli altri la carezza di Dio e la potenza della sua Parola, che scende nelle rovine umane della nostra vita prodotte dalla piazza...
   


Prima lettura         Lev 19,1-2.17-18

Il libro del Levitico, che fa parte del Pentateuco, era il libro specifico della tribù di Levi che serviva ai Leviti per celebrare un culto perfetto a Jhwh. Esso occupa la posizione centrale fra i cinque che costituiscono la Torah: contiene infatti le prescrizioni che fanno di Israele una comunità santa, separata dalle altre nazioni. Dopo l’esperienza dell’esodo, che costituisce il fondamento dell’esistenza di Israele, questi è un popolo libero che deve servire il Dio al quale appartiene. É un  regno di sacerdoti e una nazione santa, separata dalle altre e questo non può non influire sul suo modo di vivere i rapporti con le altre nazioni. Deve osservare le prescrizioni e le leggi di Jhwh, organizzando tutta la propria vita in vista di una maggiore purità e santità. È questo lo scopo del libro che si articola in quattro grandi sezioni , seguite da un’appendice.
La Parola di questa domenica dona a chi la legge e a chi la accoglie con fede l’esigenza di Dio per tutti noi. Non siamo più la comunità degli Israeliti, ma questa Parola si rivolge alla comunità dei credenti, al nuovo Israele, al nuovo popolo di Dio, cioè a quel popolo che, obbediente alla sua Parola, è in cammino verso la pienezza della verità.
Il comando che ci viene rivolto è: “Siate santi, perché io il Signore Dio vostro sono santo”. È un imperativo che dà anche un modello, il modello divino della santità. La santità di Dio è l’assoluta separazione dal limite umano e la santità che Dio ci comanda è l’esigenza dell’amore di Dio verso di noi. Dio ci vuole santi, Dio vuole la nostra santità. Siamo chiamati alla santità come vocazione fondamentale di ogni cristiano, di ogni servo della Parola e testimone di Dio. La Parola di Dio mira alto, ha esigenze veramente vertiginose, non ci invita alla mediocrità e al sentirci a posto nella nostra mediocrità, ma la Parola di Dio è quella molla, quel dardo infuocato che ci invita veramente a vivere l’avventura della santità che è l’avventura fondamentale della vita umana, l’avventura che in Dio dà sapore alla nostra vita e al nostro aderire a Lui.
Il nostro tempo e la chiesa del nostro tempo stanno aspettando i santi, perché solamente essi sono i veri rivoluzionari della storia, solamente i santi sono coloro che nell’umile adesione alla volontà e alla Parola di Dio hanno la capacità di rendere la storia ancora un grembo d’amore, un grembo di luce e un grembo di gioia. La santità è la risposta di Dio alle crisi della storia, alle crisi dell’uomo, alle crisi della chiesa, la risposta di Dio che si realizza in uomini e donne che accolgono questa grazia, ed è la santità che non passa mai di moda, la santità che non è una strategia, una politica,  una ideologia, ma la risposta perennemente nuova di Dio alla ricerca dell’uomo.
Ma chi è il santo? Perché nella nostra vita dovremo rispondere a questa vocazione fondamentale? Il santo è colui che ha donato il suo cuore a Dio Creatore, il santo è colui che si è immerso completamente nell’amore indicibile, innegabile del suo Dio, il santo è colui che si disseta quotidianamente alla fonte della libertà di Dio. I santi non sono clonabili, non sono prevedibili e la storia dei santi è la lode perfetta della creatività di Dio, della sua inesauribile fantasia che, toccando uomini e donne diverse, celebra la sua lode, celebra la sua sapienza e celebra la sua instancabile creatività. I santi sono uomini e donne che vincono la noia insopportabile di una storia che pretende di costruirsi senza il sapore, la grazia e la luce di Dio. I santi sono lampi nella notte oscura del mondo, che illuminano tempi di transizione e tempi di passaggio, come i nostri, con la luce ineffabile ed inesauribile di Dio. I santi sono i veri benefattori del prossimo, perché il loro cuore, immerso nel cuore di Dio, non è un cuore che serba odio o rancore, frutti amari delle ideologie o delle contrapposizioni, ma i santi sono coloro che hanno ricevuto da Dio con la santità un dono spirituale molto urgente nel nostro tempo: quella che nel linguaggio spirituale si chiama paressia, cioè la franchezza propria di uomini e donne che, nutriti dalla Parola di Dio, hanno la franchezza e la verità libera da ogni cortigianeria con la quale rendono all’uomo del nostro tempo, tradito da un linguaggio cortigiano e politico, la franchezza e la schiettezza di Dio, che è la salvezza delle persone e della chiesa.
I santi rimproverano apertamente, con la loro vita sono una paressia continua alla mediocrità e alla sistemazione mediocre delle cose. I santi attraversano la storia del loro tempo con la franchezza di Dio, perché sono inebriati e sedotti dalla potenza della Parola e della grazia. I santi sono imprendibili e ingestibili perché essi entrano nella tenda di Dio, nella sua intimità e con Dio leggono in maniera disincantata e schietta la storia dell’uomo. I santi non sono collocabili in nessun ruolo, non sono imprigionati in nessuno schema, ecco perché la vocazione alla santità è sempre una vocazione di grazia, una vocazione di libertà e una vocazione di risposta, perché i santi sono i veri contestatori di tutti quei monumenti, di tutte quelle messa in scena umane che vorrebbero offuscare la gloria di Dio. I santi sono i perseguitati per eccellenza dal potere dell’uomo e dall’arroganza del potere dell’uomo che vede in questi uomini e queste donne del nostro tempo, coloro che attentano alla stabilità dell’instabilità umana, che pretende di costruirsi senza grazia.
I santi, e tutti siamo chiamati a questa vocazione, sono gli incursori di Dio nella storia, perché la loro presenza e la loro profezia schietta e aperta sono il vero annuncio di una grazia che supera ogni limite e ogni compromesso.
La Parola del Levitico è una Parola incandescente che certamente non si presta a nessuna lettura mediocre e compromissoria è una Parola nella quale ci giochiamo tutta la vita perché, se noi non saremo santi e non daremo risposta a questa esigenza di Dio, coloreremo e vivremo la nostra vita nello sbadiglio di una mediocrità e nell’insuccesso di una rassegnazione e con questi uomini e con queste donne che non vogliono compromettersi con Lui, Dio non può costruire nulla. La nostra risposta alla sua esigenza di santità è il primo e più grande atto di libertà con il quale Dio può attraversare questa storia decadente del nostro tempo e annunciare nella schiettezza dell’amore la sua vita e la sua esigenza nuova di amare l’uomo.



Seconda lettura  1Cor.3,16-23

San Paolo ricorda ciò che siamo: siamo tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in questo tempio interiore che siamo noi. Siamo santi, però possiamo distruggere il tempio di Dio e, se distruggiamo il tempio di Dio, lui distruggerà noi. Certamente non ci distruggerà per vendetta, perché in Dio non esiste vendetta, ma ci distrugge quando noi, distruggendo la verità profonda di noi stessi, che è Lui, distruggeremo con le nostre mani la nostra verità, la nostra santità, la nostra profezia e la nostra chiamata.
Stiamo vivendo in mezzo a tante macerie umane, stiamo vivendo in mezzo a cadaveri e a scheletri che, apparentemente, si muovono e vivono, ma interiormente sono morti. Tutti i giorni assistiamo ad attentati contro la verità dell’uomo, tutti i giorni tanta gente esplode nella sua vita perché, rifiutando Dio e la sua verità, distrugge quel sogno d’amore che Dio ha per ciascuno di noi.
Noi siamo di Dio, noi apparteniamo a Dio e dobbiamo entrare in questa sapienza di Dio, che agli occhi della sapienza umana è stoltezza, perché la sapienza arrogante di questo mondo pretende di costruire la persona umana nella menzogna e nel nulla. Paolo ci ricorda che Dio prende i sapienti per mezzo della loro astuzia e che il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani. Abbiamo due sapienze che si contrappongono: la sapienza divina e la sapienza umana e molte volte in questo tempo, infarcito di ideologie, di arroganze verbali, di lobby di potere e di pensiero, vediamo questa guerra tra le due sapienze, la sapienza di Dio e la sapienza umana, la verità di Dio e le ideologie degli uomini che pretendono di sostituirsi alla sua verità. Due sapienze a confronto, due scelte a confronto: vita o distruzione, vita o insignificanza e in questa guerra delle due sapienze, noi siamo i protagonisti, noi dobbiamo scegliere in quale sapienza vogliamo abitare.
Oggi la chiesa è attaccata dalla sapienza del mondo, anzi la chiesa ha permesso che la sapienza del mondo e l’astuzia del mondo entrino nella sua realtà, nella sua verità e nella sua santità. Questa sapienza umana ha mondanizzato e sta mondanizzando anche l’agire di uomini e di donne di chiesa: molte volte, in nome di una ideologia dialogica assoluta, non abbiamo il coraggio di contrapporre le due sapienze; molte volte vorremmo strizzare l’occhio alla sapienza di questo mondo per apparire persone intelligenti, aperte, ecumeniche, disponibili, perché, in fondo, non stiamo cercando l’approvazione di Dio, ma l’approvazione e l’applauso della sapienza mondana. Paolo, innamorato di Cristo, è l’uomo che non conosce l’astuzia umana di un dialogo falso, egli certamente non brilla per ecumenismo, perché mette davanti a noi le due sapienze e ci invita a scegliere, perché la sapienza di Dio e la sapienza del mondo non possono andare a braccetto altrimenti sarebbe tradire la verità e la superiorità della sapienza divina. Ai Corinzi, a questa comunità che voleva mettere insieme tutto, che voleva vivere un sincretismo e un adulterio di adesione, Paolo dice che nessuno deve porre la sua gloria negli uomini e che noi non apparteniamo all’uomo e nemmeno agli uomini di Dio, ma noi siamo di Cristo e Cristo appartiene totalmente a Dio. Essere di Cristo vuol dire essere imprigionati nell’amore di Cristo, essere preda di Cristo, essere gloria di Cristo, essere afferrati da Cristo. Quanta fatica oggi facciamo ad essere chiari, veri e trasparenti! Abbiamo davanti a noi il magistero di un papa che non teme l’impopolarità, non teme la maggioranza e non teme la sapienza di questo mondo strutturata anche in alcune lobby della chiesa, perché è stato afferrato da Cristo e sta insegnando alla chiesa del nostro tempo questa priorità: lasciarci afferrare da Lui. Noi non siamo né di Paolo né di Apollo né di Cefa, noi non siamo sudditi di lobby, non siamo aderenti a ideologie, ma siamo di Cristo e sappiamo che con Cristo sappiamo collocarci dalla parte giusta in un’opposizione tra due sapienze che sarà insanabile fino alla fine del mondo. Non è possibile il compromesso tra queste due sapienze, è una guerra che durerà sino al compimento della storia, quando verrà Gesù Cristo a giudicare i vivi e i morti.
Aderire con chiarezza alla sapienza divina significherà ricevere i siluri della sapienza mondana che definirà coloro che si schierano apertamente con Cristo come intolleranti, non ecumenici, non capaci di dialogo e non aperti. Ma questa è la nostra gloria, questa è la nostra vita. Ci basta Cristo e Cristo infallibilmente ci porta a Dio.



Vangelo     Mt 5,38-48

Il vangelo di Matteo ci parla dell’amore e del necessario superamento della legge del taglione e del modo di concepire l’amore dell’antico patto e dell’antica alleanza. L’amore, amare il prossimo, amare i nemici, pregare per i persecutori non è un atteggiamento morale e nemmeno buonistico o arrendevole, ma quando noi, per grazia, arriveremo a generare nella nostra vita questi atteggiamenti, potremo dire di essere figli del Padre. Questi atteggiamenti non nascono da una buona volontà, da un lasciar perdere, da un lasciar fare, da comodi silenzi, ma nascono da un’intimità profonda con il Padre. Senza questa intimità profonda con il Padre e senza questa familiarità rispettosa e adorante verso il Padre, noi saremo sempre portati alla legge del taglione, magari camuffata con diritti e con doveri di difesa e di verità. Invece, quando si è immersi nell’amore del Padre, quando si è dentro all’intimità con Dio, allora si vedono la vita, noi stessi e gli altri con lo sguardo di Dio. Allora si vede questo amore del Padre che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, che fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti, infatti se siamo del Padre non saremo uomini e donne dai sentimenti scontati e dagli atteggiamenti precostruiti, ma saremo profeti di un amore audace e coraggioso: non ameremo quelli che ci amano, perché non faremo nulla di straordinario, saremmo anche noi come gli altri, pagani e pubblicani; non ameremo i poveri per ideologia, non ameremo gli extracomunitari perché oggi fa tendenza di apertura e di profezia applaudita, ma ameremo proprio quelli che non vengono amati da nessuno, neppure dalle nostre comunità.
Allora ameremo la solitudine dei veri poveri, che sono i poveri di relazione, di profezia, di Parola diversa, di diversità alternativa in Dio, quei poveri che non vengono guardati con un occhio di riguardo nelle nostre comunità, perché non sono presenti e non sono interpellati per operatività pastorali, ma sono questi poveri, che hanno una fame e una sete di Dio, che devono ricevere la carezza del Padre. Gesù ci dice di allargare il nostro sguardo e di portare il nostro occhio non verso lo scontato, ma verso dimensioni dove egli ci invita ad andare a portare la carezza del Padre, la tenerezza del Padre, l’occhio del Padre, allora la santità, che nasce nel dimorare con il Padre, non sarà una santità politica e mediatica, non sarà una santità che contesta le lobby di potere politico per avere l’applauso di una certa frangia, ma sarà la vera santità, perché la santità è solo di Dio e di nessuno schieramento e la vera santità è la santità che sa andare a trovare quei poveri dimenticati da tutti, che sono i poveri di Dio, coloro che non hanno ricevuto ancora la carezza del Padre, perché magari hanno incontrato solamente strutture organizzative occupate di se stesse dove Dio è assente.     
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