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23 maggio 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 23 Maggio 2021

Solennità della Pentecoste

Messa vespertina


Prima Lettura       Gl 3,1-5


Gioele, uno dei profeti minori, preannuncia un giorno di grande effusione. Certamente egli non parlava dello Spirito santo come persona divina, che non era ancora stato rivelato da Gesù, ma parlava dello Spirito di Iahwhè, e la chiesa legge questa lettura alla luce della rivelazione di Cristo e vede in questo Spirito l’opera del Consolatore, del Paraclito, del Difensore.
Innanzitutto non siamo noi che sollecitiamo lo Spirito ad effondersi, ma è l’azione assolutamente gratuita dello Spirito che compie questo. Lo Spirito non viene per i meriti, lo Spirito viene solo per amore. E lo Spirito ci promette che si effonde sopra ogni uomo, non fa preferenze, la sua effusione è cosmica; si effonde su tutti, perché non ha confini. Anche se molte volte la maggioranza dell’umanità è inconsapevole di questa presenza, non è però esautorata dal sentire dello Spirito perché tanto tormento positivo nelle persone è provocato proprio dalla sua presenza. Lo Spirito produce dentro l’uomo le doglie di un parto (come leggiamo nella seconda lettura), l’opera dello Spirito dentro ogni persona produce la nostalgia dell’eternità, dell’infinito, dell’amore, della pace, della luce, della fede. È lo Spirito che lavora silenziosamente il mondo magmatico del nostro cuore e dei nostri sentimenti. Noi siamo dimora dello Spirito, siamo i destinatari di questa effusione, e il primo dono che lui ci fa è che “Diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”. Quando abbiamo lo Spirito, entriamo nella fecondità di una paternità spirituale perché lo Spirito ci colloca nel grembo della paternità divina, della maternità divina e quello con cui veniamo a contatto produce fecondità di figliolanza. Partoriamo nostri figli, la nostra famiglia quando, pregando con lo Spirito, insuffliamo in loro il vento di Dio.
Che cosa significa la frase: diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie? Vuol dire che lo Spirito, quando prende possesso di una creatura nel misterioso momento deciso da Lui, cambia il suo modo di vedere la vita; la profezia sta nel fatto che in quella creatura gli occhi vedono alla Sua maniera e il cuore batte alla Sua maniera. La maggioranza delle persone che frequentiamo o che ci sono vicine non percepisce la realtà profonda, ma vede solo la realtà superficiale degli eventi, ma la realtà di Dio è molto più in là. La profezia è questa rilettura che lo Spirito fa con noi stessi nella nostra vita. Allora la profezia dello Spirito è vedere la vita in maniera diversa; e, quando vediamo la vita in maniera diversa, contagiamo anche altri a vederla in maniera diversa.
La vera profezia dello Spirito è andare oltre l’ovvio e lo scontato delle persone.  Tutte le relazioni interpersonali fatte da noi senza lo Spirito sono relazioni di plastica o aggressive o belligeranti o false o costruite; una relazione profonda non si trova tanto facilmente perché ci vogliono uomini e donne dello Spirito, i pneumatofori. Quando siamo nello Spirito e dentro il suo soffio, la prima profezia la facciamo dentro di noi perché la nostra introspezione non è più psicologico razionale, ma è l’introspezione ventosa dello Spirito che muove tutta la nostra interiorità e ci fa vedere che non siamo un sintomo, ma un sussulto di parto.
Il secondo dono che dà lo Spirito è quello dei sogni: “I vostri anziani faranno sogni”. Il sogno è la comunicazione profonda che Dio usa per raggiungere un’anima. Il sogno è un dono dello Spirito perché è la nostra dimensione dove non mettiamo niente di noi stessi, ma quando nel sonno provvidenziale di Dio ci addormentiamo e abbassiamo tutte le nostre difese razionali, lo Spirito comincia a lavorare. Il sogno è la comunicazione profonda di Dio, il Signore ci parla nel nostro profondo, lo Spirito fa emergere i nostri desideri profondi, quello che finora abbiamo sempre rinnegato, quello che abbiamo sempre pensato fosse capriccio o qualcosa di irraggiungibile. Lo Spirito sogna con noi e per noi perché ci vuole portare nella libertà perfetta di Dio, nel nostro inconscio profondo, dove lo Spirito abita di più, perché lo Spirito ci innamora delle cose di Dio che per l’uomo carnale sono follia, dice Paolo.
Il terzo dono sono le visioni “i giovani avranno visioni”, cioè quei doni dello Spirito che, rigenerando i nostri occhi, ci fanno vedere eventi, persone, cose, desideri nella sua visione. Esse ci conducono dallo sguardo oculare umano alla visione interiore delle cose, la visione spirituale. Quando guardiamo con l’occhio umano utilizziamo qualcosa, quando guardiamo nella visione spirituale entriamo nell’intimo di un cuore, ma con lo Spirito, cioè senza i giudizi.
Chi giudica un altro non è con lo Spirito, ma con l’accusatore. Se abbiamo le visioni spirituali ci vengono dalla dimora dello Spirito in noi, che ci porta a vedere noi stessi e la vita in maniera diversa.
Lo Spirito si effonde anche sugli schiavi e sulle schiave che ai tempi di Gioele erano una categoria sociale, oggi abbiamo persone schiave di se stesse, delle proprie distruzioni, delle proprie paure, delle proprie pre comprensioni, del proprio passato, del proprio rimpianto, schiavi di una religione senza cuore, di un’abitudine religiosa, di un’arroganza e di una prepotenza. Anche su queste persone lo Spirito si effonde perché la schiavitù nasce dall’esasperazione di un particolare che va a danno dell’universale.
Quando siamo esasperati in un particolare e non siamo capaci di decantare attraverso lo Spirito la ferita, la rabbia, l’evento che l’ha prodotto, siamo schiavi di questo e quando siamo schiavi, non siamo più liberi (Dove c’è lo Spirito del Signore lì c’è libertà). Allora la vera libertà è quella dalla prima nostra schiavitù, che è quella di noi stessi. Non dobbiamo essere schiavi della nostra sintomatologia, del nostro sentire, dobbiamo essere schiavi del Suo sentire, perché lì c’è la libertà. Ecco perché allora nel giorno del Signore il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue perché non vedremo più le cose ovvie illuminate dal sole e dalla luna, ma vedremo le cose di Dio illuminate dalla sua luce.
Tutto si concluderà con l’invocazione del nome del Signore che porterà salvezza, perché quando invochiamo il suo nome proclamiamo l’appartenenza a Lui. Tutto questo è opera del Paraclito, del Consolatore.


Seconda Lettura         Rm 8,22-27

“Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi”. Il nostro gemere avviene interiormente, come dice la Parola, i nostri gemiti interiori non si vedono, non sono percepiti dagli altri, perché aspettiamo la pienezza di un’adozione, aspettiamo la pienezza di una redenzione nella visione e il nostro gemere interiore è per questa situazione di precarietà spirituale che sentiamo continuamente dentro di noi. Questa precarietà sono le doglie di un parto che vogliamo portare a termine per partorire la nostra libertà. Un parto che induce lo Spirito. Quando saremo veramente liberi? Quando prenderemo coscienza della nostra consapevolezza spirituale, cioè quando prenderemo coscienza nello Spirito di ciò che siamo per Lui, non di ciò che siamo per noi o per gli altri. Questa precarietà interiore, questi gemiti interiori sono le doglie del nostro parto. Non ci sentiamo felici di quello che siamo per noi e di quello che siamo per gli altri, vorremmo essere quello che siamo per Lui. Ecco che lo Spirito è la grande levatrice, la grande ostetrica che ci sta aiutando con la sua forza spirituale a ripartorirci nella sua libertà che ha il colore della gioia, dell’indifferenza spirituale e della libertà interiore da tutto e da tutti. Finché una parola umana ci tocca e ci distrugge, non siamo ancora in questa libertà spirituale, finché una nostra fragilità ci stronca, finché la nostra sensorialità ci fa soffrire, non siamo ancora nella Sua libertà, finché la nostra coscienza ci rimprovera, non siamo ancora nella sua libertà. Dobbiamo essere uomini e donne dello Spirito, perché lo Spirito redime il nostro corpo (“Nella speranza infatti siamo già salvati”). Siamo talmente deboli, e lo siamo per colpa della religione senza lo Spirito, che non siamo nemmeno capaci di pregare in modo conveniente. Non siamo capaci di farlo perché la nostra preghiera rimane un atto religioso di richiesta, di domanda, di ritualità senza la vita. Nella nostra preghiera chiediamo cose piccole, banalità quotidiane, ma non portiamo nella nostra preghiera il nostro cuore e non siamo capaci di portarlo, allora lo Spirito ci viene in aiuto, non collaborando con noi, ma sostituendoci. Lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili, perché ciascuno di noi nello Spirito è una persona inesprimibile e la nostra grande ricchezza non può essere espressa perché, appena la esprimiamo, riduciamo il fascino dell’inesprimibile. Le nostre preghiere grammaticali umane sono le preghiere della debolezza, perché Dio Padre scruta il nostro cuore e colui che scruta i nostri cuori, cioè il Padre, sa che cosa desidera lo Spirito, perché tra Padre e Spirito, unico Dio ma distinto nelle persone, si forma la trasfusione dell’amore. È lo Spirito che presenta al Padre i nostri veri desideri perché noi siamo analfabeti del nostro cuore e siamo produttori di preghiera religiosa e parolaia. Lo Spirito sa che siamo inguaribili su questo punto e allora ci sostituisce (pensiamo all’amore che lo porta) e prega per noi. Lo fa con gemiti inesprimibili, perché noi non possiamo cogliere quello che lo Spirito sta chiedendo per noi, in quanto noi siamo inesprimibili e ineffabili. Ci hanno massacrati riducendoci a una realtà esprimibile e verificabile, invece lo Spirito garantisce la nostra misteriosa profondità perché nei suoi gemiti inesprimibili porta a Dio Padre ciò che noi non possiamo esprimere perché non ne abbiamo né i mezzi né la capacità.
Dovremmo imparare a lasciare posto allo Spirito, perché ci guarisce dentro. È proprio dove noi non sappiamo esprimerci che opera lo Spirito. Lo Spirito porta la nostra verità, perché gemiamo interiormente e quel gemito interiore è raccolto solo dallo Spirito.  


Vangelo       Gv 7,37-39

Giovanni, che collega gli eventi della vita di Gesù con le feste ebraiche, allude in questo passo alla festa delle Capanne in cui si recitava una preghiera per ottenere il dono dell’acqua. Gesù si collega a questo elemento e proclama: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva”. Perché Egli dice: “Se qualcuno?” Perché la maggior parte delle persone pensa di non avere sete, in quanto si disseta con l’acqua minerale umana.
Gesù vorrebbe chiedere ad ognuno di noi: “Che sete hai?” Egli aspetta gli assetati. Per estinguere la sete bisogna andare a Lui e bere da Lui. Cos’è la preghiera? È lasciare che Gesù disseti la nostra sete con la sua acqua, che è l’acqua dello Spirito. Ma bisogna avere sete. Quando ci accorgiamo che questa sete non viene estinta da nessuna bevanda, andiamo da Gesù e quando il contatto con Gesù diventa vivo, dal nostro grembo, cioè dalle nostre viscere materne, dalla nostra profondità, dalla nostra radicalità sgorgheranno fiumi di acqua viva. Incontrare una persona arida è inaridirsi ancora di più, incontrare una persona che ha l’acqua della vita è dissetarsi. La preghiera è bere quest’acqua, arrivando a Gesù dal quale siamo sommamente amati.
Gesù ragiona per un bisogno impellente: la sete, la preghiera è fare questo, è lasciare che il Signore ci dia da bere. Incontrare Gesù non è fare una cosa insieme è lasciarsi dissetare e, quando diventeremo uomini e donne di Dio, dal nostro grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva.


Prima Lettura       Gn 11,1-9

L'episodio che narra la costruzione della torre di Babele (Babeel significa confusione) si potrebbe definire l'episodio oppositivo all'evento della Pentecoste, quando tutti coloro che erano riuniti sentirono gli apostoli parlare nella propria lingua ed annunciare le grandi opere di Dio. Certamente, l'episodio della torre allude ad un progetto imperialista, presente agli esordi della storia umana, che vuole opprimere l'umanità del tempo in un'unica forma di governo, di civiltà e di cultura; la stessa Babilonia biblica viene descritta, infatti, come la superpotenza che cerca di angariare i popoli, tiranneggiando le diversità.
Che cosa vuole dirci la Parola di questa Domenica? La lettura spirituale ci avverte che anche oggi i potenti stanno edificando una torre e una città senza Dio, e ci mette in guardia perché in questo progetto noi siamo chiamati a fare i mattoni. Dio, però, non è d'accordo che i suoi figli siano dei mattoni. Viviamo in una società che vuol fare di noi dei mattoni, infatti assistiamo tutti i giorni a ripetute violenze verso le persone, che vengono derubate della loro originalità, ma la Parola ci dice che Dio non abita in questa città e su questa torre. Quanta stima abbiamo della nostra originalità, crediamo in essa o ce la facciamo rubare? La tuteliamo?
Dio ha creato la relazione tra persone diverse, lo stesso matrimonio è un rapporto irriducibile nella sua diversità, e un matrimonio che diventasse omologato o clonato sarebbe la più grande morte dell'amore. Dove non c'è la città di Dio, prospera la città dell'uomo, del tiranno, in cui, se non si è mattoni, si viene gettati perché inutili.
La Pentecoste, invece, ci dice che ciascuno di noi non è un mattone, ma un capolavoro di Dio, perché unico. Dio ha una sua galleria d'arte in cui vengono custoditi tutti i suoi capolavori, ed ognuno di noi lo è. Alla sera, quando spira la brezza, Dio percorre la sua galleria d'arte e contempla i suoi capolavori nella loro bellezza originaria, come li ha fatti Lui, non sfigurati dalla tirannia umana.
Dal momento che oggi si vuol costruire la città dell'uomo, senza Dio, Egli scende e confonde le lingue, perché gli individui non si comprendano più. Tutti, infatti, sperimentiamo quanto sia difficile oggi capirsi e come la parte più rovinosa della vita dell'uomo sia la sua relazione con gli altri. Dio ci vuole liberi, originali, e vuole costruire con noi la sua città, la città dell'originalità e dell'unicità di ogni volto.


Seconda Lettura         Rm 8,22-27

La lettera ai Romani tratta il tema complesso della giustificazione e della novità di Cristo, che supera tutte le adempienze richieste dalla legge. In essa Paolo ci conduce a capire che non è per la legge che noi veniamo salvati, ma per la fede in Gesù Cristo.
La Parola, che raffigura la creazione come una partoriente che "geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto", ci chiede se dentro di noi c'è la fecondità dello Spirito o se, piuttosto, siamo in sterilità. Il vero credente, il vero discepolo della Parola, che possiede le primizie dello Spirito, deve soffrire e gemere interiormente nell'attesa di un parto.
Oggi il malessere spirituale più diffuso tra i credenti è determinato dal fatto che molti non sono in attesa di nessuna nascita, ma sono spenti in un piattismo e in una sterilità a tutto campo. Eppure lo Spirito santo non si arrende e raggiunge ogni persona, ogni esistenza, ogni volto per darle l'ebbrezza di partorire l'uomo e la donna nuovi, quelli creati secondo Dio. La Parola ci dice che il vero uomo e la vera donna di Dio, per grazia del Signore e finezza spirituale, sanno accorgersi della presenza dello Spirito, che li fa gemere interiormente e fa provare loro questo dolore.
Molte volte la gente è stanca e delusa, soffre, perché si sente disabitata, non visitata e sterile, eppure lo Spirito santo è presente in noi, in noi si nasconde e vuol essere cercato nella speranza di quello che non vediamo. Lo Spirito si nasconde nella nostra interiorità, nella nostra ricerca, nella nostra sofferenza e dà senso e speranza alla nostra vita. Esso opera dentro il nostro apparente disagio o bisogno, dentro la nostra scontentezza o nostalgia, che molte volte gli uomini chiamano capricci o instabilità. Perciò, nella vita di un credente abitata dallo Spirito, nulla è senza valore, senza significato, perché tutto assume un significato profondo, il significato di Dio. Una sofferenza profonda ai giorni nostri è quella di non venire colti dagli altri, ma anche da noi stessi nel nostro mistero profondo, nel non venire accostati con rispetto dagli altri in quello che non si vede.
Spesso vorremmo vedere, toccare, verificare tutto, eppure la Parola dice: "Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?". Lo Spirito, che è maestro di speranza perché agisce nella strada umanamente impossibile, ma possibilissima alla sua potenza, vuole dar fuoco alla nostra speranza, vuol farci investire la speranza in ciò che non vediamo.
Le persone di Dio, che sanno ascoltare lo Spirito che è dentro di loro, non caricano i fratelli di preghiere, ma li avvolgono di amore, non li stressano con la legge, ma danno significato alla loro vita con amore, annunciando loro che quello che non si vede c'è e fa parte della nostalgia dello Spirito. Alle volte lo Spirito si nasconde anche nel nostro malessere delle cose: quando non siamo soddisfatti di quello che abbiamo raggiunto, dobbiamo riconoscere in questa scontentezza il lavorìo dello Spirito, che vuole strapparci da tutti gli idoli e da tutte le cose che asfissierebbero la nostra vita e la nostra libertà.
Lo Spirito, poi, viene in aiuto alla nostra debolezza costitutiva, che consiste nel fatto che "nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi". La Parola ci invita a  pregare sempre, ma a non investire tutto nella nostra preghiera, perché essa è preceduta da un'altra intercessione, che è continua, fedele ed efficace, ed è la preghiera dello Spirito.
Lo Spirito è la terza persona della Trinità e, come dicono i Padri della Chiesa, è come il sole, che, pur essendo unico, produce benefici diversi per ogni creatura, ugualmente lo Spirito, quando raggiunge la nostra vita, ha un'intercessione particolare per ogni cuore, per ogni vita, per ogni momento, perché le necessità sono diverse. La nostra preghiera non andrà mai perduta, perché è preceduta e sostenuta dalla prima intercessione, continua, fedele, incessante, che è quella dello Spirito. Così ogni preghiera sarà esaudita, perché lo Spirito intercede con insistenza per noi secondo i disegni di Dio.
Dopo lo Spirito e Gesù, Maria è la più grande interceditrice, perché ha vissuto la sponsalità dello Spirito, sposando lo Spirito è divenuta esperta di intercessione. Non dobbiamo temere, perché quello che stiamo chiedendo verrà chiesto dallo Spirito stesso per noi, meglio di noi, più di noi. Quello che riteniamo impossibile nella nostra preghiera malata, che chiede troppo poco, crede troppo poco, spera troppo poco, è proprio quello che lo Spirito prende su di sé e presenta al Padre per noi.
Le parole di Paolo: "Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili", significano che non capiremo mai il linguaggio dello Spirito, perché esso ha una misteriosità di linguaggio, di intercessione e di esistenza e non si lascia imprigionare dal piccolo linguaggio umano. È bello sapere che siamo pensati, tutelati dallo Spirito, perché esso ci raccoglie ed intercede per noi, portandoci in un'osmosi trinitaria: il Padre guarda lo Spirito, lo Spirito scruta i cuori e intercede, il Padre scruta i cuori e accoglie.
Allora il nostro cuore, che è scrutato dall'amore del Padre e interpretato dall'intercessione dello Spirito, non va consegnato alla psicologia che, esaminando una piccola regione del nostro cuore, ci elencherà i problemi, ci darà la ricetta ed imputerà alla nostra volontà il cambiamento. Allo stesso modo non si può giocare con il cuore degli altri, perché ogni cuore è il libro sul quale si posa lo sguardo di Dio.
Oggi l'urgenza maggiore è far scoprire alle persone che sono abitate dallo Spirito, lette da Dio, sostenute dallo Spirito. Il cristiano deve essere profeta e deve rispondere alla solitudine e al malessere delle persone, entrando con rispetto nel loro cuore, per far loro scoprire che l'insoddisfazione e la scontentezza non sono capricci, ma gemiti dello Spirito.


Vangelo       Gv 7,37-39

Giovanni colloca questo episodio della vita di Gesù durante la festa autunnale delle Capanne, quando il sommo sacerdote scendeva processionalmente dal tempio, andava alla fonte di Siloe, attingeva l'acqua, purificava l'altare dei sacrifici e fecondava idealmente la terra, che era stata riarsa dal calore estivo. Proprio durante questa festa "Gesù, levatosi in piedi, esclamò: - Chi ha sete venga a me e beva -".
L'acqua, assieme al fuoco, al vento, al rombo, alla colomba, è uno dei simboli dello Spirito, che nella sequenza di Pentecoste viene invocato come colui che lava ciò che è sordido e bagna ciò che è arido. Lo Spirito, quando viene accolto nella vita, individua innanzitutto la sete personale di ciascuno e la disseta, invece, senza lo Spirito, tutto diventa fiele ed aceto, e la nostra sete rimane per sempre.
Il vangelo è profondo e potente perché ci dimostra che solo la Parola di Dio raccoglie le nostre necessità, le nostre carenze, solamente lo Spirito, raccogliendo il nostro disagio e il nostro bisogno, ci dà la vita, perché non li analizza, ma li placa. Senza lo Spirito il nostro bisogno rimarrà per sempre insoddisfatto e urlerà incessantemente.
L’attuale papa Benedetto XVI, quando era ancora cardinale, fece un'acuta osservazione riguardo alla Pentecoste: "Il cristianesimo sarebbe morto nella culla se gli apostoli, per obbedire all'ordine di Cristo di evangelizzare tutto il mondo, si fossero subito riuniti in assemblea per elaborare sofisticati piani pastorali. La forza della Chiesa non sono i progetti degli uomini, ma il dono dello Spirito".
Dio non ha fatto nascere la Chiesa da un piano pastorale, ma da un soffio, da un rombo, da un terremoto.
Riguardo allo Spirito, un metropolita ortodosso ha detto: "Senza lo Spirito santo Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il vangelo è lettera morta, la chiesa è una semplice organizzazione, l'autorità è una dominazione, la missione è una propaganda, ma nello Spirito santo il Cristo risuscitato è presente e opera, il vangelo è potenza, la Chiesa è comunione trinitaria, l'autorità è servizio liberatore, la missione è Pentecoste".
Albert Schwaitzer ha affermato: "Molto tempo prima che lo Spirito santo divenisse un articolo del Credo, era una realtà viva nell'esperienza della chiesa primitiva".




SANTA MESSA DEL GIORNO


Prima Lettura       At 2,1-11


La prima lettura di oggi potrebbe darci una definizione della Chiesa: trovarsi tutti nello stesso luogo, ma tutti diversi. La Parola ci dice inoltre che lo Spirito non scende sugli apostoli perché hanno ottenuto di farlo venire, ma venne all’improvviso dal cielo. Non siamo noi a meritare lo Spirito santo, non lo possiamo né comprare né domare né gestire e, quando pensiamo di farlo, stiamo gestendo noi stessi, non lo Spirito, perché lo Spirito santo non può sopportare nessun condizionamento umano: è perfetta libertà.
Lo Spirito santo è l’unico grande teologo di Dio: è Lui che ci narra Dio e ha avuto questo incarico da Gesù, è lui che ci fa sentire Dio nel cuore, è lui che ci fa toccare Dio di spalle, come Elia. Questa è la fede. Lo Spirito viene contristato e rattristato quando facciamo violenza su di Lui usando le nostre modalità, i nostri sistemi, le nostre organizzazione, qui lo Spirito non c’è più perché Egli è sovranamente libero e arriva sempre all’improvviso dal cielo (fragore, vento e fuoco). È lo Spirito che arriva a noi per un mistero di grazia e il suo primo grande dono quando scende in uno stesso luogo con persone diverse è che lo Spirito, unità d’amore con il Padre e il Figlio, per amare noi diventa molteplicità dell’unità, infatti le lingue si dividono e si posano su ciascun apostolo. Per cui lo Spirito santo, unità e unicità, dimora nella diversità. Non che ciascuno abbia lo Spirito santo proprio, ma ciascuno ha lo Spirito santo amando, correggendo e facendo fruttificare la propria unicità. Allora nello Spirito santo c’è un grande rispetto della persona e lo Spirito santo fa in ciascuno di noi qualcosa di diverso, ecco perché non si può clonare discepoli, ma ciascuno di noi è un capolavoro dello Spirito santo perché Egli è l’unico maestro interiore dei nostri cuori. Lo Spirito non può non tenere conto della nostra originalità, caratterialità, intelligenza, storia perché attraverso queste nostre dimensioni vuole realizzare in noi la santità che non è un’attività, ma è un dimorare gratuitamente nella grazia dello Spirito. Da questo dimorare contrassegneremo la nostra vita con segni particolari che lo Spirito ci darà.
Lo Spirito viene sempre dall’alto, sorprende sempre e stravolge sempre la vita. Non è la comunità che fa lo Spirito, ma lo Spirito che fa la comunità e lo Spirito arriva dall’alto perché nessuno possa manovrarlo e maneggiarlo. È Lo Spirito che per virtù propria si suddivide in lingue. Ciò che più contrista lo Spirito è che noi non lo percepiamo perché siamo stati abituati ad una mediocrità e ad un dilettantismo come ultima parola di noi, invece lo Spirito santo, quando entra in un’anima, tocca tutti i suoi sensi (affettivi, intellettivi, storici, psicologici), tutto è dimora, è consacrazione dello Spirito santo.
Lo Spirito non ruba la lingua nativa di nessuno, infatti gli apostoli parlano Galileo, ma gli altri li sentono parlare nelle loro lingue. Lo Spirito non ha fatto una lingua unica, ma tutte le lingue sono state capaci di ascoltare le grandi opere di Dio. Lo Spirito non ruba l’originalità, invece Babele voleva fare una sola lingua perché vorremmo sempre unificare e uniformare ciò che lo Spirito vuole mantenere molteplice.
È certissimo che dentro di noi abbiamo lo Spirito santo con i sacramenti, con la Parola, con la vita cristiana, purtroppo però molte volte non lo ascoltiamo perché siamo convinti che lo Spirito ci debba parlare in un linguaggio ininterpretabile, invece lo Spirito parla dentro la nostra sintomatologia ma va oltre, ecco perché lo Spirito santo è un’esperienza unica per ciascuno di noi. Lo Spirito dentro di noi sta lavorando e la sua dinamica e la sua azione ci garantiscono che non siamo quelli di ieri, altrimenti dovremmo dire che lo Spirito ha fallito. In noi c’è una vita spirituale, una forza spirituale che non è ripetitività, siamo noi i miopi, abituati allo sguardo delle cose visibili e poco spirituali, invece lo Spirito ci fa avanzare anche attraverso una cecità per tutelarci nell’umiltà. Noi non ci vediamo come ci vede lo Spirito e spesso ci disistimiamo credendo di essere umili, invece ci siamo semplicemente rassegnati e crediamo fino in fondo che lo Spirito per noi non farà niente e non ci darà nulla.
La grande eresia di oggi è che le nostre parrocchie vivono in una serena non conoscenza dei carismi dei battezzati. Quando faremo crescere i cristiani facendo loro capire che sono scaturiti da una grazia (karis)? La chiesa giovannea, che è una chiesa fortemente carismatica, arriverà a dire nella lettera di Giovanni: “Non avete bisogno che alcuno vi insegni perché voi avete ricevuto l’unzione dello Spirito”: siamo unti, consacrati, abitati.
Lo Spirito è anche la tenace ribellione di Dio agli schematismi che l’uomo crea per rassicurare le sue paure ecco perché potremmo dire che lo Spirito è un sovversivo, un trasgressivo, un dinamitardo. Molti cristiani si sono fatti le piccole regole di buon comportamento perché hanno paura di avventurarsi in una grande libertà spirituale propria dello Spirito.
Oggi lo Spirito vuole che prima di tutto siamo riconoscenti a lui per quello che siamo noi per lui, perché il nemico lavora nel farci credere che siamo semplicemente una mediocrità e un fallimento inguaribile e eterno. Il nemico non ci fa sognare, ci fa dannare perché ci schematizza, lo Spirito invece ci libera. Tutti i santi  appena hanno risposto di sì allo Spirito sono diventati presenze imbarazzanti e disturbanti lo schema della chiesa. Un santo è un ribelle per natura, per amore, un sovversivo per natura.
Allora lo Spirito accompagna, consacra, sceglie la nostra unicità e non ci può lasciare mediocri, perché non clona nani, ma genera giganti. Non siamo ancora santi perché non siamo ancora dentro questa corrente d’amore e non siamo felici perché ci neghiamo per quello che siamo, abbiamo paura di rompere lo schema, di diventare persone originali, diverse  e di soffrire per le maldicenze dei nani.


Seconda Lettura         Gal 5,16-25

Se viviamo dello Spirito camminiamo secondo lo Spirito e quando cammineremo secondo lo Spirito sentiremo in maniera forte la dualità tra carne e Spirito. Più uno è dello Spirito, più sente questa dualità; più uno avanza nello Spirito, più viene attaccato dalla logica della carne. Perché dobbiamo sentire questa dualità in maniera positiva e di grazia? Perché la dualità ci ricorda le due vie di cui parla salmo 1. Quando abbiamo scelto Dio nel nostro possibile, tutte le potestà delle tenebre ci attaccheranno perché abbiamo scoperto la dualità della via. Quelli che sono della carne sono già stati accecati e il nemico ha fatto loro credere che c’è unica via: la sua: stregonerie, fazioni, ubriachezze..., Essi sono stati accecati nello sguardo della libertà, che è la via alternativa di Dio, e soffrono tremendamente perché sono dentro ad un grande incendio e non trovano la via per uscirne. Il nemico li porta nelle opere della carne ingannandoli nella felicità, cioè dicendo loro che, praticando la sua via saranno più felici, e per renderli tali dà loro l’immediatismo della felicità che però porta il vuoto nel cuore. L’immediatismo può durare parecchio, anche una vita intera, ma il cuore diventa sempre più vuoto perché l’uomo della carne non ha più possibilità di scegliere, è entrato nella dittatura della carne, dell’ateismo, del relativismo.
Un uomo o una donna che scelgono Dio saranno sempre aggrediti; se non sono aggrediti vuol dire che non sono nella via di Dio. Le potenze spirituali delle tenebre molte volte si servono per visibilizzare la loro voce di persone storiche.
Scegliere la via dello Spirito porta ad un frutto che si suddivide in amore, gioia, pace, mitezza, benevolenza, e contro queste cose non c’è legge. I Galati avevano abbandonato san Paolo nella libertà cristiana e rincorrevano la schiavitù della legge. Gli uomini che cercano un’esperienza legale anche nella chiesa sono uomini che hanno molta paura di vivere e si costruiscono un bozzolo di sicurezza nella normatività legale creata dall’uomo. Sono anime che non vogliano crescere.
Lo Spirito in un’anima è libero di agire e di far bere e gustare all’anima quella libertà della non normatività. C’è una sola norma per lo Spirito: l’amore per Dio e per i fratelli.
Le due vie si oppongono devono opporsi perché Dio ha già scelto la via buona e quella cattiva. Noi dobbiamo scegliere continuamente e oggi al nemico fanno paura i cristiani che sanno scegliere, perché diventano persone alternative in una dittatura demoniaca ed univoca della carne. Quando scegliamo, saremo aggrediti, perché non possiamo fare questa scelta grande di libertà senza pagare nulla, saremo aggrediti perché al nemico infastidisce molto la persona che ha chiaramente scelto da che parte stare, scartando la sua via.    
La strategia del nemico è astuta, comincia con la gratificazione immediata (fornicazione, impurità, dissolutezza), poi passa all’esoterico (idolatria, stregonerie) e, dopo aver spaccato la vita, conduce alla non relazione (inimicizie, discordie, gelosie, dissensi, divisioni, fazioni, invidie) per arrivare alle ubriachezze e alle orge. Quanta gente è disperata perché ha una via sola e ha paura della scelta, della diversità e della grazia.   


Vangelo    Gv 15,26-27;16,12-15   

Lo Spirito santo viene perché è mandato dal Padre e ha un solo scopo: conservare alla Parola di Dio la vita, infatti la Parola di Dio è viva, efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio. Lo Spirito tutela l’efficacia, la fecondità della Parola. Lo Spirito rende viva questa Parola e la conserva viva attraverso l’innamoramento degli uomini e delle donne di fuoco: i santi. Sono i santi gli ermeneuti della Parola, gli interpreti della Parola, perché il vangelo è solo santità e amore.
Lo Spirito santo è il più grande teologo di Dio e ha il compito di annunciare, di conservare, di concedere alla Parola la vita. Quando la Parola è sottratta allo Spirito, diventa scientismo, intellettualismo, analisi storico critica, opinione, moralismo, vuoto. In questo caso la Parola, aggredita, muore e l’involucro esterno che rimane, privo di vita, è pura sapienza umana. Ecco perché il papa ha detto che non ci si può accostare alla Parola senza l’esegesi e la teologia, cioè la lectio divina, la lettura spirituale, la lettura della fede. E se non c’è questo tipo di lettura la Parola muore perché si riduce ad una costruzione sapienziale umana. La lettura storico critica svuota la Parola di ogni intervento divino, nega che Dio possa intervenire nella storia oggettivamente.
Lo Spirito santo, invece, conserva alla Parola la sua dignità di Parola di vita, di Parola di Dio, non di opinione dell’uomo. Ecco perché Giovanni dice: “Quando lo Spirito della verità vi guiderà alla verità non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e annuncerà le cose di Dio, egli mi glorificherà perché prenderà da ciò che è mio e ve lo annuncerà”.
Accostarsi alla Parola di Dio senza lo Spirito santo è leggere un libro di Cicerone o di Manzoni. Lo Spirito tutela la Parola, ecco perché lo Spirito è il grande teologo di Dio.   
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