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24-29 giugno 2019

La Parola > Parola della settimana

RIFLESSIONI SULLA PAROLA
24- 29 giugno  2019


Lunedì 24 giugno

Santi del giorno: san Teodolfo

Dal libro del profeta Isaìa
Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra.
Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».

Nella prima lettura della Messa del giorno Giovanni Battista viene paragonato ad Isaia. La chiesa legge la vocazione del profeta in cui vede preannunciata la vocazione di Giovanni. Isaia, come Giovanni, è stato chiamato, scelto, protetto dall’amore di Dio, come Isaia anche Giovanni è chiamato ad annunciare Dio e la sua Parola, come Isaia anche Giovanni sentirà il momento della stanchezza, della sconfitta, ma Dio, quando chiama e manda, dona sempre una grazia che accompagna nella missione e questa grazia, questa fortezza non vengono meno.
Anche oggi lo Spirito ci manda a testimoniare, forti della grazia del fascino dell’amore e della misericordia di Gesù. Evangelizzare è annunciare Gesù a gente povera e triste, che è povera e triste perché non ha Gesù. Gesù è il fondamento della missione, della libertà, della carità, della verità e del dono.
Pensiero del giorno: Signore, davanti alla gigantesca figura di san Giovanni Battista mi sento piccolo ed inadatto per la missione che mi affidi, ma la tua grazia mi ricorda che ogni cuore e ogni vita, quando vengono chiamati da Te, diventano grandi di fronte al tuo volto e al tuo cuore.  


Martedì 25 giugno
Santi del giorno: san Massimo, san Prospero.

Dal libro della Gènesi
Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro. Ma anche Lot, che accompagnava Abram, aveva greggi e armenti e tende, e il territorio non consentiva che abitassero insieme, perché avevano beni troppo grandi e non potevano abitare insieme. Per questo sorse una lite tra i mandriani di Abram e i mandriani di Lot. I Cananei e i Perizziti abitavano allora nella terra. Abram disse a Lot: «Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli. Non sta forse davanti a te tutto il territorio? Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra».
Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte – prima che il Signore distruggesse Sòdoma e Gomorra – come il giardino del Signore, come la terra d’Egitto fino a Soar. Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e trasportò le tende verso oriente. Così si separarono l’uno dall’altro: Abram si stabilì nella terra di Canaan e Lot si stabilì nelle città della valle e piantò le tende vicino a Sòdoma. Ora gli uomini di Sòdoma erano malvagi e peccavano molto contro il Signore.
Allora il Signore disse ad Abram, dopo che Lot si era separato da lui: «Alza gli occhi, e dal luogo dove tu stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente. Tutta la terra che tu vedi, io la darò a te e alla tua discendenza per sempre. Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti. Àlzati, percorri la terra in lungo e in largo, perché io la darò a te». Poi Abram si spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, che sono ad Ebron, e vi costruì un altare al Signore.

Il brano di oggi ci presenta Abram, proprietario di greggi ed armenti. I suoi mandriani e quelli di Lot erano in lotta perché il territorio era troppo piccolo per abitare insieme, ma Abram è uomo di pace e dice a Lot che non vi sia discordia e gli dà il primato della scelta. Allora Lot andò verso la valle del Giordano dov’era un luogo irrigato, invece Abramo si stabilì nella terra di Canaan.
Il brano ci presenta la duttilità intelligente di Abramo, operatore di pace, di comunione e di unità. Egli dà priorità a Lot e, nell’amore del Signore, si sente libero di percorrere ancora strada. Oggi nel nostro mondo e nella nostra chiesa abbiamo bisogno di questi operatori di pace che non esasperino le lotte, le guerre, ma che siano artigiani di una pace del cielo dove c’è posto per tutti, dove ciascuno può veramente vivere nella sua identità il dono e la grazia di Dio .    

Pensiero del giorno: Signore, in un tempo dove sentiamo forte l’appartenenza alle cose e ai diritti, rendici liberi da questa ossessività di possesso, rendici liberi nel tuo amore per costruire la pace.  


Mercoledì 26 giugno
Santi del giorno: santi Giovanni e Paolo.

Dal libro della Gènesi
In quei giorni, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». 
Rispose Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». 
Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.
E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». 
Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò.
Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. 
In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza
io do questa terra,
dal fiume d’Egitto
al grande fiume, il fiume Eufrate».

La parola ci presenta la figura di Abramo. Sappiamo che era un beduino dell’attuale Iraq, proveniva da Ur dei Caldei, era un benestante con un certo prestigio, ma non avendo avuto figli, avrebbe dovuto, secondo la legge del tempo, lasciare tutto al suo servo Eliezer di Damasco. Abramo in visione riceve una parola del Signore, cioè la parola del Signore diventa anche visione, visibilità nel nostro cuore, nella nostra anima, di un sogno, di un’attesa, di una speranza. Quando Dio parla ad Abramo, gli dice innanzitutto: “Non temere”, poi Dio gli dice che è il suo scudo e quindi gli fa una promessa: “la tua ricompensa sarà molto grande”. Abram contrappone a questa parola potente di Dio una sua delusione: “Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli ed erede della mia casa è Eliezer di Damasco”. La Parola ci insegna che un uomo più è di Dio più è capace con Dio di un rapporto vero, profondo e completo. Quando un’anima è in un rapporto profondo con Dio è capace di dirgli anche il suo disappunto, infatti Abram rivela a Dio la sua delusione: non ha avuto un figlio, non ha generato il suo futuro, non vede visibilizzata la sua continuità storica. Allora Dio alla delusione di Abram risponde con un’altra affermazione: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Dio non è insensibile alle nostre delusioni, anzi esse devono essere dette a chi le sa accogliere e capire. Un uomo e una donna che non sanno consegnare a Dio le proprie delusioni sono uomini e donne che si tengono dentro un dolore bruciante e una ferita intollerabile, perché noi siamo stati creati da Dio per poter coronare i nostri sogni e i nostri desideri.
Dio porta Abramo in un cammino di approfondimento, infatti dopo il suo intervento, lo conduce fuori di notte. Quando Dio vuole farci crescere ci conduce fuori dal nostro cuore, dalle nostre certezze, dai nostri schemi e dalle nostre aspettative e quando ci conduce fuori lo fa per insegnarci una cosa: ci invita a guardare il cielo, cioè ad imparare a guardare l’infinito, imparare a guardare ciò che non ci appartiene ancora, ma che vediamo. Il figlio che Dio darà ad Abram non è un diritto, ma un dono, ecco perché Dio conduce fuori Abramo di notte e lo invita a contare le stelle, se ci riesce. Quando Dio ci vuole bene, ci libera dalla nostra smania aritmetica della vita dove tutto è contato, perché la vera vita è quando impariamo che non siamo capaci di contare quello che Dio ci vuole dare, poiché Dio ci dà dei doni che non sono calcolabili, pesabili, doni che vengono dal suo amore e dalla sua sapienza.
Abramo è una figura molto significativa per la nostra vita. Innanzitutto egli, nostro padre nella fede, modello dei credenti, ci insegna che il vero uomo di Dio, la vera donna di Dio sono sempre in una dinamica  nomadica, esodica, itinerante. L’itineranza della vita è segno di un benessere dell’anima, perché quando l’anima non cammina più significa che essa è stata ingoiata e spenta da una sicurezza che è diventata totalizzante e non relativa. Quando non camminiamo più, quando non continuiamo a cercare, quando non sappiamo spostare la nostra tenda, quando non ci lasciamo condurre dall’energia della vita e ci fermiamo, siamo persone perdute e sconfitte perché il relativo si è mascherato da assoluto e ci ha rubato il perseguire un sogno. Abramo, poi, ci insegna che i desideri ci accompagnano sempre nella vita e devono essere veramente soddisfatti e gratificati dal raggiungimento dell’obiettivo. Abramo aveva tutto matematicamente contro: la sua età avanzata e la moglie sterile, eppure in questa cornice di certezza dell’impossibile, Dio genererà e donerà ad Abramo il sogno che diventa volto: Isacco, figlio del sorriso. Perciò Dio vuole aiutarci a generare in noi e per noi il nostro Isacco; finché noi non genereremo il figlio del sorriso, finché non entreremo nella logica di un dono e non di un diritto non potremo sorridere perché il diritto è la lotta sindacale della vita, il dono è l’attesa umile della misteriosa efficacia divina.
Questa Parola, allora, ci insegna ad amare la nostra umanità e la nostra verità. Mascherare i nostri sentimenti, vivere facendo finta che queste cose non ci sono, ad esempio le nostre delusioni, sarebbe porre con Dio un rapporto non vero e scorretto perché dentro il desiderio e l’obiettivo di ogni uomo ci sono sempre un desiderio e un obiettivo che vanno sempre più in là degli stessi.
Abramo, nostro padre nella fede, uomo inquieto e realizzato, collocato culturalmente e ricercatore, rappresenta la nostra vita e la nostra storia e ci insegna desiderare e a sperare.


Giovedì 27 giugno
Santi del giorno: san Cirillo di Alessandria, sant’Arialdo.

Dal libro della Gènesi
Sarài, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, Sarài disse ad Abram: «Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli».
Abram ascoltò l’invito di Sarài. Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nella terra di Canaan, Sarài, moglie di Abram, prese Agar l’Egiziana, sua schiava, e la diede in moglie ad Abram, suo marito. Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei.
Allora Sarài disse ad Abram: «L’offesa a me fatta ricada su di te! Io ti ho messo in grembo la mia schiava, ma da quando si è accorta d’essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!». Abram disse a Sarài: «Ecco, la tua schiava è in mano tua: trattala come ti piace». Sarài allora la maltrattò, tanto che quella fuggì dalla sua presenza.
La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, e le disse: «Agar, schiava di Sarài, da dove vieni e dove vai?». Rispose: «Fuggo dalla presenza della mia padrona Sarài». Le disse l’angelo del Signore: «Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa». Le disse ancora l’angelo del Signore: «Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa».
Soggiunse poi l’angelo del Signore:
«Ecco, sei incinta:
partorirai un figlio
e lo chiamerai Ismaele,
perché il Signore ha udito il tuo lamento.
Egli sarà come un asino selvatico;
la sua mano sarà contro tutti
e la mano di tutti contro di lui,
e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli».
Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito. Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele.

Riprendiamo la lettura del libro della Genesi. Sarai, la moglie di Abram, non gli aveva dato figli, per cui lo invitò ad unirsi ad Agar, la schiava egiziana, per avere una discendenza. Agar generò un figlio ad Abram ma, non appena si accorse di attendere un figlio, cambiò il proprio atteggiamento nei confronti di Sarai. Allora Sarai cacciò Agar dalla casa di Abramo, ma un angelo del Signore invitò Agar a ritornare da Sarai e le preannunciò il nome di suo figlio: Ismaele.
Molte volte le pagine della Bibbia sono piene di situazioni contorte, difficili, ma anche nelle situazioni contorte, nelle gelosie, nei litigi è presente una grazia di Dio  che rende storia di salvezza anche aspetti della vita che sembrerebbero non esserlo. Anche questo episodio  di incomprensione tra Sarai ed Agar diventa per lo scrittore sacro un motivo in più per trasmettere a noi la presenza del Signore che sa ricavare il bene, il buono anche da situazioni umanamente irreparabili. Tutto è storia di Dio, anche ciò che non comprendiamo, anche ciò che non sappiamo gestire o collocare. Tutto è storia di Dio, Egli  porta avanti la sua storia anche nelle ombre della storia umana, perché Dio  è più forte di ogni limite umano.

Pensiero del giorno: Signore, fa’ che non mi dimentichi mai che Tu da un male sai sempre ricavare un bene, da una sconfitta una vittoria, da un’oscurità la luce piena.


Venerdì 28 giugno
Santi del giorno: sant’ Ireneo

Dal libro del profeta Ezechièle
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. 
Le farò uscire dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. 
Le condurrò in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. 
Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia».
Ezechiele, che è il profeta del cuore nuovo, dell’alleanza del cuore, ricorda a Israele la bontà, la sollecitudine di Iahvè con una figura, quella del pastore, che era di comprensione immediata per gli Ebrei. In questa Parola colpisce il fatto che Dio parla sempre in prima persona, non dà la delega a nessuno di se stesso, ma dice: “Io stesso cercherò le mie pecore, io le passerò in rassegna, io andrò in cerca, io le radunerò, io le pascerò, io le curerò”, allora la Parola ci propone un salto di qualità nella nostra fede: siamo abituati, giustamente, ad avere e a godere della visibilizzazione del buon pastore nei presbiteri, che sono i pastori di questa Chiesa, ma la Parola ci invita a leggere il nostro tempo e a credere, nonostante la scarsità numerica di queste figure sacramentali, che la sollecitudine del pastore, che è Dio, non venga a mancare al nostro tempo. Certamente Dio ha delle strade nuove che non conosciamo, che non capiamo. Sicuramente la strada principale resta il presbitero, i sacramenti, la comunità, ma se anche questo venisse a mancare per motivi contingenti, Dio non si ferma nell’amare e nel pascere l’umanità, soprattutto nei nostri tempi in cui le pecore rimangono il più lontano possibile da qualsiasi forma di appartenenza, di ovile. La Parola, infatti, ci dice che queste persone ferite, perdute, traumatizzate, deboli, forti, vengono raggiunte ugualmente dalla sollecitudine di questo Dio che è pastore. Non solo, ma la pastoralità di Dio, oltre che brillare nei presbiteri, è donata dallo Spirito anche a chi non è presbitero in senso stretto. Essere buoni pastori riguarda tutti i credenti. Oggi, quando un cristiano fa della sua vita un dono, riceve da Dio questo carisma della pastoralità.
Oggi la gente si è allontanata dai sacramenti, però mai come oggi è in attesa, cerca, aspetta una Parola nuova, un sacramento che non è un sacramento in senso stretto ed è il sacramento dell’amore, dell’amicizia spirituale, dell’accompagnamento, della misericordia e di altre tenerezze.
Nell’ultimo libro (“Colloqui notturni a Gerusalemme”) all’intervistatore che gli domanda che cosa chiederebbe a Gesù se lo incontrasse, il cardinal Martini risponde che gli chiederebbe se lo ama, perché lo sappiamo per fede che ci ama, ma è bello sentirselo dire. È quello che la gente oggi cerca. Infatti oggi è in crisi il sacramento della persona, perché non si sa più rispondere alle grandi domande della vita. Perciò questo sacramento della vicinanza, dell’accompagnamento, della consolazione, dell’ascolto, della tenerezza è il più urgente al nostro tempo, perché lì si rivela la sollecitudine di Dio. Allora dobbiamo anche credere fermamente che Dio ci sta usando per essere segno di questa vicinanza alle persone.
Nel brano le pecore non fanno nessun passo verso il pastore, è lui che le sta cercando perché veramente i nostri giorni sono nuvolosi e di caligine. Dove c’è un cristiano che alza le mani al cielo e che si prende cura delle persone, lì c’è il sacramento di Cristo presente.
Se vogliamo portare la gente all’Eucaristia dobbiamo far sperimentare loro il sacramento del nostro amore, della nostra vicinanza, della nostra tenerezza, dell’assenza di ogni giudizio, come fa Gesù con le persone che ama.


Sabato 29 giugno
Santi del giorno: beato Raimondo Lullo, san Siro.

Solennità dei santi Pietro e Paolo

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Oggi festeggiamo i padri della nostra santa chiesa cattolica: Pietro, la pietra sulla quale Gesù ha edificato la sua chiesa, e Paolo, la tensione e l’ansia missionaria di portare il vangelo di Gesù fino agli estremi confini della terra. Oggi, ascoltando e custodendo il vangelo del mandato di Gesù a Pietro, vogliamo amare la nostra santa chiesa cattolica e professare: “Credo la Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica”. Gesù ha fondato, ha voluto, ha istituito una sola chiesa, oggi invece, l’irrequietezza del nostro tempo vorrebbe farci credere che la chiesa di Gesù si è moltiplicata in tutte le esperienze spirituali che sono nate lungo la storia della chiesa, ma la sua chiesa, la chiesa di Gesù, non di pietro, è una sola, ed è la chiesa apostolica, la chiesa cattolica.
Amare la chiesa nella concretezza della sua immagine, amare la chiesa come sacramento di salvezza, amare la chiesa venerando ed obbedendo al magistero vivo del santo Padre, dei vescovi e dei pastori uniti al Papa, sembra essere destino di persone immature, ingenue che non sanno mordere la novità del nostro tempo. Oggi se si è fedeli alla chiesa si corre il rischio di passare per persone poco intelligenti e fondamentaliste, ma siccome il vangelo di Gesù bisogna coglierlo tutto o niente, nella solennità di Pietro e Paolo, vogliamo riaffermare la nostra adesione, la nostra fedeltà all’unica chiesa di Gesù. Il vero ecumenismo è quello che nasce nella preghiera, nel cuore e il vero ecumenismo, diceva il santo padre Benedetto, è conoscere bene ciò che ci divide per poter apprezzare ciò che ci unisce.
La festa ci ricorda che oggi Gesù è vivo nella persona del santo Padre, il dolce Cristo in terra. Pregando per il santo Padre e amando la chiesa guidata dai pastori voluti da Cristo, non ci sentiamo ingenui e superati, ma veri profeti del nostro tempo inquieto ed egoista, che non vuole nessuna guida e sta sprofondando nel relativismo delle ideologie che hanno una vita breve e di corto respiro.
Pensiero del giorno: amare il Papa è proprio dei santi. San Giovanni Bosco si proclamava orgoglioso di amare i tre amori bianchi: l’Eucaristia, il Papa e Maria. I santi rimangono, le mode passano. E quando sposi la moda, rimani vedovo ed orfano.  
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