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24 maggio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 24 maggio 2020

Ascensione del Signore Anno A

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo


Prima Lettura     At 1,1-11

La prima cosa che Gesù dice nel brano di oggi è di attendere, di non andare via da Gerusalemme, di attendere l’adempimento cioè il battesimo dello Spirito santo. L’annunciare Gesù Cristo, l’operare per Gesù non è un’attività, non è un’autoreferenzialità, non è una strategia nostra che adoperiamo. Se non sappiamo attendere, bruceremo la significatività di quello che diciamo, di quello che facciamo, di quello che siamo. Quando non sappiamo attendere, vuol dire che dentro di noi c’è un tarlo: la voglia di celebrare noi stessi, di annunciare noi stessi, di dare gloria a noi stessi. Che cos’è il battesimo dello Spirito santo? È quella presa di possesso, quell’afferramento saldo  che il fuoco divino fa di una persona. Non siamo noi che prepariamo il battesimo, perché lo Spirito santo battezza solamente chi è assetato d’amore. Lo Spirito santo non battezza i manager, i protagonisti, non battezza i ciarlieri, lo Spirito santo battezza e riempie coloro che hanno sete e nostalgia bruciante di Dio. Senza lo Spirito santo  e senza il battesimo dello Spirito santo diciamo buone parole, facciamo buone cose e rimaniamo sempre nell’orizzontale del buonismo. Ma questo non basta, non serve e Gesù non lo vuole. Santa Caterina di Siena ha detto: “Se voi sarete quello che dovrete essere, incendierete il mondo”. Il battesimo dello Spirito santo è questa irruzione, questo rombo, questa presenza del Paraclito su una persona, che non lo riceve perché lo merita e molte volte non lo riceve nemmeno perché ne  è consapevole. I battesimi nello Spirito sono queste folate di calore divino che vanno in una persona e la rendono instancabile nell’annunciare Gesù.
Gli uomini e le donne battezzati nello Spirito hanno subito un marchio di fabbrica: sono uomini e donne diversi, uomini e donne che hanno il fascino di Qualcuno dentro di loro. Chi è battezzato nello Spirito diventa un cesellatore e un operatore di relazioni interpersonali spirituali che sono le relazioni che annodano le anime nell’amore.
Dopo aver ricevuto il battesimo, gli apostoli vanno nella piazza di Gerusalemme, una piazza difficile, e sono capaci di testimoniare Gesù Cristo davanti ai Giudei senza paura; essi creano ponti di relazione con le anime nella diversità dell’amore.
Gesù, dopo aver detto agli apostoli di attendere, in un momento di intimità a tavola li smentisce perché, quando non si ha lo Spirito si è preoccupati di sapere la tempistica e la dinamica organizzativa e Gesù li interrompe: “Non spetta a voi conoscere né i momenti né i tempi riservati al Padre”. Quando non siamo incendiati dallo Spirito, facciamo domande ovvie per il nostro protagonismo: “È questo il momento in cui ricostituirai il regno di Israele?” gli apostoli speravano di attivarsi per avere un posto in quel regno.
Dopo il battesimo dello Spirito, Gesù ci promette un’altra cosa: che nella nostra testimonianza riceveremo  la forza dello Spirito. Perciò dobbiamo attendere il battesimo dello Spirito, non preoccuparci della tempistica e della logistica dell’organizzazione, ma quando parleremo di Gesù con lo Spirito santo riceveremo una forza perché, quando abbiamo lo Spirito, non parliamo di uno che a malapena conosciamo. Gesù si dona solo in rapporto d’amore, che non costruiamo noi, ma lo costruisce lo Spirito.
Senza lo Spirito santo, diceva Atenagora, Gesù diventa un ricordo storico, e papa Francesco ha detto che senza lo Spirito santo la chiesa diventa una O.N.G. benefica, ma la chiesa è stata istituita solamente per testimoniare Gesù Cristo.
Come contristiamo la Parola? Leggendo questo brano e ritenendolo archeologico, invece la Parola non ha tempo, è eterna e risuona per noi.
Tutto nasce dallo Spirito santo, solo lo Spirito fa le vere riforme nella chiesa perché fa ritornare al principio, ritrovando così le origini.


Seconda Lettura     Ef 1,17-23

Paolo chiede al Dio del Signore nostro Gesù Cristo, cioè il Padre, che ci doni lo Spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di Lui. La conoscenza non è la cognitività, ma l’intimità di un rapporto, la vera conoscenza è la familiarità, la sponsalità con l’Amato. Ecco perché la Parola ci chiede se noi siamo innamorati di Gesù, ma per essere innamorati occorre che il Padre, tramite lo Spirito, illumini gli occhi del nostro cuore. Gli occhi del cuore sono un dono che ci viene dal Padre tramite lo Spirito. La Parola ci sta domandando se guardiamo la vita con gli occhi del cuore o con le nostre diottrie, e come guardiamo noi stessi e gli altri. Gli occhi del cuore possono essere illuminati dal Padre che ci attrae a sé perché viviamo un’avventura d’amore, una seduzione d’amore che illuminerà gli occhi del nostro cuore.
Quando facciamo vera esperienza di Dio, il primato ce l’ha il cuore e non la vista. Dio non lo possiamo vedere, ma Dio si fa vedere a noi attraverso gli occhi del nostro cuore e noi lo vediamo quando lo sentiamo e quando lo sentiamo lo vediamo. Non lo vediamo nella circoscrizione di una forma, ma lo vediamo nell’infinito mistero della sua presenza in noi.
Se adoperiamo gli occhi fisici, abbiamo sempre sguardi ispettivi e circoscritti. Quando abbiamo gli occhi del cuore illuminati, da una grazia che ci precede, allora veramente Gesù comincia ad usarci per la sua terapia. Quando abbiamo gli occhi del cuore illuminati ed abbracciamo una persona, diventiamo terapia di Gesù per lei. possiamo dare l’abbraccio di Gesù agli altri solo quando riceviamo questa grazia, se riceviamo la vibrazione che siamo dentro un amore.
Siamo credenti se abbiamo gli occhi del cuore illuminati in una storia d’amore e, quando abbiamo gli occhi illuminati, partecipiamo con Gesù ad una sua vittoria: Gesù ha messo tutto sotto i suoi piedi. Per essere felice, cominciamo a metterci le cose sotto i piedi, questa si chiama libertà spirituale, indifferenza spirituale. Non facciamoci turbare dalle cose, deve esserci sufficiente il suo amore, diceva san Giovanni della Croce. L’indifferenza spirituale, il respiro spirituale è proprio di quelle anime mistiche che sono le anime che hanno permesso a Dio di accendere loro gli occhi del cuore.


Vangelo   Mt 28,16-20


Quando diventiamo discepoli? Quando andiamo dove ci ha indicato Gesù. Gesù ci aspetta in Galilea e sul monte che ci ha indicato. È il Gesù della montagna. Quando siamo discepoli di Gesù siamo grandi alpinisti delle vette, perché Gesù forma i suoi discepoli sul monte dell’amore. Quando essi lo videro perché li aveva preceduti, si prostrarono, il discepolo è colui che obbedisce, che vede e che adora.
Quando viviamo intensamente ciò che siamo arriverà il nemico a farci dubitare, è la conseguenza di una pienezza di un’esperienza spirituale. San Benedetto scriveva: “Figlio mio, quando ti prepari a servire il Signore, preparati alla tentazione”. Quando dubitiamo, quando siamo disturbati, quella è la prova del nove dell’autenticità di un’esperienza che stiamo vivendo.
I santi, attraversando le notti oscure dell’anima, sono arrivati a credere di aver sbagliato tutto nella loro vita, ad esempio Francesco tentò anche il suicidio alla Verna. Quando si è intensamente di Dio, si viene disturbati dal dubbio in quanto il nemico è il padre del sospetto.
Quando Gesù vede i suoi discepoli, dà loro il mandato: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”, cioè invita gli apostoli a far salire tutti sul monte. La pianura è la dimensione dell’umanità in cui gli uomini sono livellati, rassegnati, non conoscono la bellezza dell’aria rarefatta della montagna. Se facciamo parte della pianura, la pianura ha perso la visita profetica di uno della montagna, ma dobbiamo scendere dal monte con tutta la forza del monte del discepolato, per portare la gente della pianura dall’orizzontalità alla verticalità. Se diventiamo soprammobili della pianura e ci confondiamo con le persone della pianura, feriamo ancora di più il loro cuore, perché neghiamo loro la bellezza della montagna della salita e dello stare con il Signore.
Gesù ci dice: “Io sono con te tutti i giorni”, Lui è con me domani e sempre e non è una frase consolatoria. È un tutt’uno con me, ma debbo sentirlo e sentirlo è vederlo e vederlo è sentirlo.
Non mi lascia perché, se mi lasciasse, diventerei protagonista del mio nulla, ma Lui, rimanendo con me, mi fa diventare la lunga mano del suo amore e le lunghe braccia del suo abbraccio.               
            

Prima Lettura     At 1,1-11

L’Ascensione è la festa che celebra uno squarcio. Uno squarcio è qualcosa che si rompe. Con questa Parola Gesù ci insegna che Egli è stato ed è il Dio e l’uomo della libertà. Per Gesù non era assoluta la missione, per Gesù non era preoccupante l’organizzazione, ma per Gesù c’erano un solo desiderio e una sola volontà: tornare dal Padre definitivamente, ricollegare la sua vita con quella del Padre. Qualcuno potrebbe chiedersi che coraggio ha avuto Gesù a lasciare degli uomini inesperti, vili, ignoranti, pescatori, senza dar loro nessuna disposizione su come mandare avanti l’opera. Lui se ne va. Noi siamo liberi e saremo veramente liberi quando saremo capaci di concludere un’esperienza in nome di una libertà maggiore.
Gli apostoli speravano che Gesù tornasse indietro, stavano a fissare il cielo, ma Egli non è più tornato, non si è voltato indietro; lui se n’è andato perché nella nostra vita la realtà più importante è Dio, non la missione, l’incarico o il ruolo, perché quando si fa una fortissima esperienza di Dio, si sente la fame e la sete di Lui. Benedetto XVI nel discorso di mercoledì scorso sulla preghiera, citando Wittgenstein, dice che la preghiera ci porta fuori del mondo perché il mondo si capisce da fuori. Perciò questo Gesù, totalmente libero, che non è un manager d’azienda e non è un super organizzatore, ci ricorda che l’unica realtà assoluta è Dio. Quando si è capaci di fare uno squarcio d’amore, allora si è veramente di Dio, si respira la libertà di Dio e si diventa uomo e donna di Dio. Quando, invece, non si è incontrato Dio e non si fa esperienza di Dio, ci si deve rifugiare ed accontentare dei ruoli che ci hanno dato o che ci siamo presi in nome di Dio, ma Lui non c’è. Allora non si possono lasciare questi ruoli, perché lì si è investito tutto, pensiamo alle perenni presenze di venti, trenta, quarant’anni nelle comunità di persone che, non solo si sentono indispensabili, ma addirittura utili, per cui non vogliono mollare quello che hanno conquistato, dimenticando che Dio non è lì, perché quando si è divinizzato l’incarico, il ruolo e la missione, si ha la certezza che non si è in Dio e non si è di Dio, perché tutto il cuore è dall’altra parte.
Lo squarcio costa sempre, però è necessario per crescere e andare avanti. Quando sono completamente catturato dal ruolo, farò quelle domande stupide e forse scontate che hanno fatto gli apostoli a Gesù: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno di Israele?” che, tra le righe, suona come un invito a dirlo perché si devono organizzare per prepararlo, ma Gesù risponde: “Non spetta a voi conoscere il tempo e i momenti”. Più si è di Dio, più si è l’uomo e la donna dell’eternità, più non si è di Dio, più si è l’uomo e la donna della cronologia, del calendario, delle scadenze, dei progetti e dei tempi.
Quando si è del ruolo e solo del ruolo possono capitare due cose: un’ubriacatura dittatoriale per cui ci si sente un altro dio, oppure il ruolo porta ad una saturazione che soffoca e allora si lascia il ruolo. Molti matrimoni finiti, molti preti che hanno lasciato sono dovuti a un’indigestione di ruolo. Gesù se ne va, non dice i tempi, i momenti, non invita ad organizzarsi; Lui se ne va, perché la sua missione è finita in quanto una missione non può durare per l’eternità, se va a danno di un’appartenenza a Dio.
Noi molte volte ci domandiamo che cosa fare, ad esempio, per i giovani della nostra comunità? Che cosa fare? Prima di tutto occorre lasciar fare, e per lasciar fare dovremmo essere suoi.
Quando non si è di Dio e si dovrà rispondere alle domande profonde della vita che gli altri ci pongono, si potrà produrre solamente delle risposte nostre, da uomini, perché siamo solamente uomini.
Gli angeli dell’Ascensione hanno massacrato gli apostoli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare in cielo? Questo Gesù che di mezzo a voi è stato assunto in cielo verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Chi è vincente oggi in questa storia, con i figli e con la gente che non frequenta la chiesa, ma che forse, a nostra insaputa, è intima del cuore di Dio? La gente oggi non vuole più incaricati e delegati, vorrebbe uomini e donne innamorati di Gesù e quando si è innamorati, si è perennemente squarciati, e nello squarcio passa l’amore. Non più gli incarichi, non più i progetti, ma Lui, l’assoluto della nostra vita.
I veri trasgressivi dell’amore sono quelli che lasciano volentieri i ruoli ai fossili e per andare nella vita, che è Gesù.         


Seconda Lettura     Ef 1,17-23

La Parola ci dice che abbiamo anche gli occhi del cuore, ma solo Dio può illuminarli. Gli occhi del cuore, quando non sono illuminati da Lui, vengono annullati dagli occhi delle orbite che molte volte sono i figli degeneri degli occhi della mente. Gli occhi della madre mente contagia i figli, gli occhi orbitali, e tutta la nostra vita viene sfasata: vogliamo dare con gli occhi della mente e  delle orbite interpretazioni sacrali che sono stupide perché Dio si può solamente “comprendere” quando Lui illumina gli occhi del nostro cuore. Quando Dio li illumina, ci fa comprendere la speranza alla quale ci chiama, il tesoro di gloria che racchiude la sua eredità tra i santi e la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi.
Quando Dio ci illumina gli occhi del cuore? Quando facciamo quotidianamente palestra di preghiera. E che cos’è la preghiera? La preghiera non è prima di tutto qualcosa, perché quando si riduce a qualcosa è una confezione religiosa. La preghiera è rimanere tranquillamente nel riposo di Qualcuno e lì gli occhi del nostro cuore verranno illuminati. Perché solo Dio può illuminare gli occhi del cuore? Perché lo sguardo del cuore è solo grazia e non è il risultato di una tecnica iniziatica di qualunque tipo. Quando Egli illumina gli occhi del nostro cuore nella palestra della preghiera, la prima grazia che ci fa è che, quando il nostro cuore scopre gli occhi, diventa un cuore amato e riconciliato da Dio e consegnato al nostro ottimismo e alla nostra libertà.
Quando gli occhi del cuore non si illuminano perché Dio non lo concede in quanto non si è nella palestra della preghiera, il tuo cuore diventa un problema o un centro di pulsioni. Il cuore spirituale, il cuore con gli occhi illuminati da Lui, invece, è quella centrale d’amore che si può portare agli altri, ricordando che le altre persone e noi stessi non abbiamo bisogno di radar, ma abbiamo bisogno di uno sguardo profetico e di grazia perché siamo tutti intossicati e ammalati di sguardi orbitali mentali ispettivi. L’ispettività della valutazione oculare senza Dio ha prodotto una generazione in fuga, imbarazzata dai controlli radar impietosi della mente e delle orbite.
Gli uomini e le donne di Dio nella palestra della preghiera vengono illuminati nel cuore e, quando lo sono, fanno esperienza di Dio, della sua  potenza, della sua grazia e della sua speranza. Così, quando si avvicinano alle persone, non le guardano negli occhi oculari, perché non è lì la verità, in quanto la verità di ogni persona è negli occhi del cuore.
Quando la gente fugge e scappa è in fuga dall’ennesima ispezione che si concluderà con un giudizio: ”Tu sei bravo, tu non sei bravo, tu vai bene, tu non vai bene, hai sbagliato, hai fatto giusto, si fa così e non così”. Noi non siamo la centralina di un radar, siamo un pozzo profondo d’amore. Non abbiamo noi l’interruttore degli occhi del cuore perché li ridurremmo agli occhi dell’orbita e della mente e faremmo una trinità malefica in noi. Solo Dio può gestire gli occhi del cuore e, quando Dio illuminerà gli occhi del nostro cuore, saremo veramente persone libere perché gli occhi delle orbite, come un radar, colgono solo il rumore e l’oggetto, gli occhi del cuore invece colgono il tanto bene che c’è in noi e che noi non vediamo e non raccogliamo perché il radar ha distrutto la nostra speranza.       

Vangelo   Mt 28,16-20

Che promessa strana ha fatto Gesù agli apostoli: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”! È la stessa promessa che fa a ciascuno di noi se la personalizziamo, mettendoci il nostro nome. Quella di Gesù è una presenza non richiesta, una presenza non meritata, una presenza non stabilita con convenzioni: a Gesù basta essere presente. Non ci chiede delle risposte o delle caratteristiche perché possiamo essere degni della sua presenza.
Gesù ha fatto questa promessa a tutti noi perché sa che noi siamo tremendi nel tempo e nel calendario e abbiamo diviso la nostra vita in giorni sì e giorni no, in stagioni belle e stagioni brutte, in anni in cui mi ero perso, in anni in cui mi sono ritrovato. Così  segmentiamo il nostro tempo con le nostre valutazioni, invece Gesù lo salva tutto. Tutti i giorni, da quando siamo venuti al mondo, Lui è con noi, perché ogni giorno è un suo giorno, e proprio perché è un suo giorno, ogni giorno è un grande giorno e proprio perché è un grande giorno, ogni giorno è una festa. Siamo noi che con la nostra esasperazione funzionale abbiamo diviso i giorni in buoni o cattivi, in tristi o allegri, colorando il tempo e il mistero della nostra vita con le nostre valutazioni effettuali e convenzionali. Invece Gesù era con noi anche tanto tempo fa, quando magari eravamo diversi. Perciò non demonizziamo il passato e non demonizziamo quello che siamo stati, perché se lo facciamo demonizziamo Gesù che era presente. Tutti i giorni Lui è stato presente ed è presente e sarà presente. È una presenza silenziosa, fedele, discreta e potente.
Gesù non vuole i nostri ringraziamenti perché c’è, a Lui basta che noi sappiamo con il cuore che c’è. Se tutti i giorni sono suoi, anche le oscillazioni della nostra vita, della sensibilità, dell’affettività, della fede sono sue. Eppure Gesù è sempre presente, perciò nessun giorno è stato inutile.
Egli è testimone silenzioso della nostra privacy e tante volte vede anche le scelte di disperazione che abbiamo fatto in passato o nel presente, quando la solitudine ci mangiava la vita, perché  pensavamo che Lui fosse presente solo la domenica alla messa.
Quanta tristezza abbiamo procurato al nostro calendario con il nostro giudizio, con la nostra valutazione, invece Gesù nel suo calendario d’amore ha assunto e ha amato tutti i giorni e sarà così fino alla fine del mondo.
Perché oggi l’evangelizzazione è così in crisi? Perché vogliamo andare da soli a parlare di Lui. Ma non si può parlare dell’amore se lo si lascia a casa.
Quando Gesù ha scelto di rimanere con noi tutti i giorni, ha accettato anche l’instabilità e la mobilità del carrozzone della nostra vita. Ovunque vado, Lui c’è; ovunque sono, Lui c’è. Questo è da sempre e non mi lascerà mai perché lui si è legato a me con una promessa che io non ho richiesto.  

Una goccia di luce...
Gesù, pur amando i suoi discepoli, lascia e il suo lasciare permette l’entrata dello Spirito...


Prima Lettura     At 1,1-11

Il brano ci presenta tre modi di presenza di Gesù con i suoi apostoli e con la sua chiesa, il primo modo, prima della pasqua, era un modo visibile, storico, palpabile, continuo, gratificante: Gesù stette con loro tre anni; poi abbiamo la presenza dopo la pasqua che è una presenza spirituale, trionfante, una presenza che poi scompare, quasi che Gesù voglia preparare gli apostoli alla terza presenza che è quella della nuvola che lo sottrae al loro sguardo. I tre tempi della presenza di Gesù sono una luce per noi per capire anche i nostri tempi. Noi vorremmo sempre avere nella nostra storia, nella nostra vita, la presenza verificabile, visibile, affettiva, toccabile di Gesù e invece molte volte lui ci educa alla presenza nascosta dalla nuvola della storia, dei sacramenti, della parola, della chiesa, degli eventi. Però Gesù ci dice che tutta la nostra vita è grande davanti a lui, Gesù non taglia la nostra storia in settori, ma tutta è una continuità ed è sempre storia nostra e di Dio anche nei momenti intermedi, nei tempi morti, aridi, tristi. Dio ci sta accompagnando fedelmente e ci sta guarendo da due atteggiamenti: il primo è la fretta di organizzare, di andare e di fare per lui e il secondo atteggiamento è il conoscere la tempistica e il modo di Dio: “restate in città finché non verrà su di voi lo Spirito santo”. È questo il tempo in cui ricostituirai il regno d’Israele? non spetta a voi conoscere né i tempi né i momenti”. Quello che è ancora più potente in questa parola è che ogni evangelizzatore, ogni testimone deve attendere il battesimo dello Spirito, deve essere sotto la signoria di questo battesimo dello Spirito per poter testimoniare e raccontare un’esperienza.
Il fallimento più grande di un cristiano è quando egli dà semplicemente delle informazioni, magari esattissime su Dio, su Gesù, sullo Spirito, ma alla gente non bastano le pagine gialle, la gente vuole essere coinvolta, vuole vedere dei testimoni di un’esperienza d’amore, di vita con Gesù il Signore. Ecco perché certa teologia solamente speculativa o scientifica non tocca il cuore della gente perché Gesù non ci ha lasciato un libro di dogmatica, ma ha lasciato una comunità che si era scelto nello spirito santo. Una cosa che ci fa problema è che egli aveva scelto gli apostoli per mezzo dello Spirito santo, compreso Giuda. Perciò la scelta nello Spirito santo si deve fare nella sottomissione, nell’umiltà, nell’ascolto di Dio, però le scelte fatte nello Spirito santo sono legate alla libertà soggettiva di ciascuno. Lo spirito santo, quando sceglie e consacra, non toglie la libertà personale.
La comunità di Gerusalemme è una prima comunità che agisce e opera nello Spirito santo. Quando si vive una profonda esperienza di Dio e di Gesù si porta la gioia, la gioia della via unitiva, perché si è uniti all’amore, non si è dei frenetici organizzatori, anche se quello è necessario, ma si è prima di tutto degli innamorati che danno tempo e modo all’amore di espandersi e di mostrarsi.
Essere battezzati nello Spirito santo tutti i giorni è custodire e difendere l’amore originale. Se esso ti viene tolto lungo la storia e sostituito dagli idoli delle cose che fai e che dici, muore tutto, e diventi un propagandista delle pagine gialle o un centro di informazione dati, ma non c’è più l’amore. Un testimone che vive l’esperienza dell’amore è riconoscibile da come prega e da quanto prega, non nel senso di quante pratiche di pietà compie, ma nel senso di quanto tempo investe per restare nell’amore di Dio. Durante tutta la giornata bisogna che lo Spirito santo continui ad effondersi su di noi perché possiamo restare perennemente innamorati; essere innamorati non significa avere le sensorialità caramellesche, significa invece essere innamorati di lui anche nel buio perché la lampadina si è bruciata. Se sei così, sei una persona che tocca i cuori, perché è lo Spirito che attraverso di te tocca e lo spirito santo ti tutela e ti conserva nella tua strumentalità di cui la grazia si serve per compiere le sue meraviglie.
Un uomo dello spirito santo non attira a sé, ma è un uomo che aiuta ad arrivare a lui e poi si ritira.


Seconda Lettura     Ef 1,17-23

L’apostolo ci dice una cosa bellissima: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza perché siano illuminati gli occhi del vostro cuore”. L’apostolo dice che il cuore spirituale ha degli occhi. Questi occhi del cuore devono essere illuminati da questo dono, da questa grazia gratuita che Dio dà alla creatura che si protende a lui. Noi non ci facciamo da soli, non siamo liberi professionisti, ma siamo recettori umili di doni di grazia, che donatici, ci aiutano a manifestare in pienezza tutto ciò che Dio vuole da noi e aspetta da noi.
Molte volte siamo talmente tiranneggiati e incatenati agli occhi della nostra mente che spegniamo gli occhi del cuore. Un cristiano, un discepolo, invece, deve veramente avere illuminati gli occhi del cuore. Se essi non vengono illuminati dalla grazia di Dio, tutto diventa assoggettato alla tirannia, alla forza della mente, alla rigorosità, alla logica, alla correttezza, all’algebra della mente. Quando un uomo ha una grande mente ma è senza cuore è un mostro, se invece ha solo cuore e non ha mente è una girandola. Quando, invece, ha il cuore e la mente è veramente un uomo di Dio.
Occorre guardare attraverso il cuore. Gesù durante la sua attività apostolica ha usato gli occhi del cuore nella sua azione missionaria, perché quando si guarda con gli occhi del cuore uniti all’intelligenza molte volte si raggiunge l’incrocio di un uomo o di una donna che sono lì che aspettano che qualcuno, aiutato dalla grazia di Dio, interpreti e dia senso salvifico alla loro incomprensibilità con gli occhi della mente. Quanta gente si fa del male o sta male perché adora la mente. Molte volte il sacramento della confessione viene svuotato di quella pregnanza di festa, di gioia, di grazia e di salvezza perché è inteso come uno scaricare la coscienza, ma non un incontrare l’amore. Aprendoci all’amore noi riscopriamo la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo. Quando non si fa esperienza di Dio con gli occhi del cuore siamo nani e handicappati, perché l’antropologia senza Dio è un’antropologia di invalidità. Troviamo la piena manifestazione della nostra persona in Dio.
Il giudizio finale che Gesù farà su di noi sarà proprio quanto avremo adoperato gli occhi del cuore per amare, perché solamente con gli occhi del cuore si vedono i veri bisogni degli altri.
Quando si ama, quando si è innamorati, non si calcola.
Quando si guarda con gli occhi della mente si fanno interventi mirati e benefici, ma non si ama.   
 

Vangelo   Mt 28,16-20

Matteo ci dice che gli apostoli quando videro Gesù si prostrarono, ma dubitarono. La mente, quando non è sottomessa allo Spirito, può inficiare e rovinare un’autentica esperienza di Dio. Gesù, conoscendo il loro dubbio, avvicinandosi a loro riaffermò la sua identità: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”: è lui il Signore, il kyrios, e poi dà il mandato: “Andate, battezzate, insegnate”.
A monte di questo mandato c’è il verbo andare e andare non è aspettare. L’annuncio del vangelo sarà sempre più un andare nella situazione e nel cuore di chi sta aspettando questo dono. Bisognerà sempre più riconquistare i cuori con un annuncio d’amore che è un andare a loro e entrare nella loro vita con quell’amore, quella tenerezza, quella sensibilità che ci dà Gesù.
Quando si va da queste persone e prima di tutto si accoglie, si raccoglie, si ascolta la loro esperienza di vita, il dove sono, già si apre la porta al vangelo. Si ascoltano i gemiti, il dolore, le ferite di una storia e già ascoltare con rispetto e intelligenza è evangelizzare. Quando si diventa amico di una persona, la si è già stata conquistata a Gesù, sapendo bene che i tempi non sono automatici e si deve sposare il tempo che Dio investirà in questa situazione, in questa persona, in questa comunità.
Nell’andare si vede la qualità di un testimone e di un evangelizzatore che è innamorata di Dio. Mai come oggi c’è una grande fame di Dio e Dio si incontra anche attraverso persone che danno tempo, cuore, e passione per gli altri. Vuoi conquistare una persona? Dai il tuo tempo, il tuo ascolto, dai il tuo cuore. Poi potrai spiegargli che Gesù è il Signore, che i sacramenti sono sette …. Occorre andare portando Lui non noi stessi.

Il beato Antonio Rosmini diceva: “Questo è il grande segreto: avere Dio sempre presente, vivere l’unione con Cristo in maniera abituale e continua cuore a cuore, affetto ad affetto”.           
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