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24 novembre 2019

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Commento spirituale della Parola di Domenica 24 Novembre 2019

SOLENNITÁ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO Anno C


Prima lettura       2Sam 5,1-3


Inizialmente Israele era governato dai giudici, figure carismatiche di Dio, ma poi volle imitare la politica dei popoli vicini e volle darsi dei re. Tutti i profeti ebbero sempre un atteggiamento di condanna, di sfiducia e di critica verso la monarchia, infatti monarchia e profetismo non andarono mai d’accordo perché la monarchia era la strutturazione di un potere, il profetismo, invece, il respiro libero dello Spirito.
Le tribù d’Israele riconobbero la loro sudditanza a Davide con le stesse parole che Adamo aveva detto ad Eva: “Ecco noi siamo tue ossa e tua carne” cioè c’è stato un rapporto affettivo intimo con questo sovrano.
Che cosa può avere a che fare con noi questa Parola? Essa ci dice che Dio porta avanti la sua storia, il suo regno attraverso gli strumenti umani, che siamo noi, ma anche indipendentemente da noi. Davide, grande re, fece delle meraviglie, ma non seppe regnare sul suo cuore. Dio non sceglie strumenti perfetti perché altrimenti si potrebbe fare dello strumento un dio, ma sceglie ciascuno di noi con le sue ombre, le sue luci, le sue virtù, le sue fragilità, le sue pesantezze. C’è un mistero di Dio che porta avanti il suo regno attraverso il mistero degli strumenti umani, che sono molte volte insufficienti, perché appaia chiaramente che le cose di Dio non si realizzano per la forza umana, ma per la potenza di Dio. Il regno che Dio porta avanti non è una struttura. Dio vuole renderci strumenti della sua regalità, della sua sovranità e della sua presenza regnando nel nostro cuore, regnando dentro di noi. Quando Dio è dentro di noi e regna dentro di noi, diventiamo suoi strumenti. Non è la nostra bravura o la nostra capacità che Dio cerca, Egli cerca il nostro cuore.
C’è un bellissimo salmo che dice: “Non nobis domine, non nobis, sed nomini tuo da gloria”. Se Dio regna nel nostro cuore, le azioni che facciamo nella nostra giornata non sono azioni umane, orizzontali o buoniste, ma sono la sua mano, la sua presenza, la sua grazia in noi. Molte volte non ci accorgiamo di essere suoi strumenti, ma questo non importa, anzi egli lavora meglio nella nostra insipienza. Allora non pensiamo che quello che abbiamo fatto nella vita e quello che stiamo facendo dipenda da noi, perché cadremmo nell’eresia del pelagianesimo. Tutto quello che facciamo è suo, anche le nostre ombre, le nostre infedeltà, i nostri tradimenti, la nostra insufficienza vengono trasformati in bene dalla potenza regale della sua grazia, e questo è un mistero, perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio.
Noi, di fronte a noi stessi, suddividiamo la nostra vita in cose buone e in cose cattive, Dio prende tutto e lo usa nel mistero della sua azione di grazia, che è efficiente, presente e fedele. Non perdiamo la speranza! Davide ci dà una grande speranza, anche con lui Dio ha mandato avanti il suo regno e lo farà anche con noi, perché tutto è grazia. Oggi ci fermiamo troppo spesso all’operatività visibile esterna, dimenticando che tutto parte dalla grazia. L’abate Jean Baptiste Chautard nel suo libro “L’anima di ogni apostolato” ci ricorda che la vita interiore, la vita inabitata da Dio è il segreto per la fecondità.            


Seconda lettura    Col 1,12-20

La seconda lettura è la parola di un innamorato di Gesù. In queste poche righe c’è una spiritualità densissima che ci rimanda ad un uomo innamorato. Se parliamo di Gesù senza amore, diamo informazioni da conferenza, se parliamo di Gesù con amore produciamo una ferita inguaribile nel cuore di chi ci ascolta. Questa è la differenza. Gesù vuole farsi raccontare dagli innamorati. Non può raccontarlo chi è informato sui fatti, renderebbe banale e noioso il mistero. Paolo dice: “Ringraziate con gioia Dio”, il padre, perché ci ha fatto incontrare il Figlio e di Lui ci ha fatto innamorare. In ogni Eucaristia che facciamo è Dio che ci consegna il Figlio e chi oltraggerà il Figlio subirà un giudizio dal Padre molto severo. Quando incontriamo Gesù, vediamo il volto del Dio invisibile e, quando incontriamo Gesù, incontriamo il capo del corpo che è la chiesa, per cui incontrando Gesù Egli ci dà la grazia di non scandalizzarci più di alcune cose brutte della chiesa perché guardiamo Lui, il capo, e capiamo che Egli, tramite donne e uomini insufficienti, manda avanti il suo regno. Bisogna entrare nell’innamoramento, nella contemplazione di Gesù.
Cosa chiedere a Gesù quando siamo innamorati? Dobbiamo chiedergli di liberarci dal potere delle tenebre e di trasferirci nel regno del figlio, del suo amore. Dobbiamo chiedere tutti i giorni questo esodo: di trasferirci dalle tenebre della nostra mente, della nostra vita, del momento attuale e di portarci nel regno del Figlio, del suo amore. L’innamorato è sempre in esodo perché più entra nel mistero di Gesù e più ha sete e nostalgia di Gesù. Solo gli innamorati hanno il carisma di parlare di Gesù, ma gli innamorati non sono i migliori, sono i più feriti, i più emotivi. Dio ama molto gli innamorati perché anche la loro emotività caratteriale è annuncio di un amore più grande.  


Vangelo   Lc 23,35-43

Non basta incontrare Gesù per amarlo, perché la Parola di questa domenica ci dice che i capi del popolo e i soldati lo deridevano, il ladrone lo bestemmiava. Non basta vedere Gesù per essere innamorati. La chiesa di Gesù sarà sempre una minoranza, un piccolo gregge; tra i a capi del popolo e soldati che lo deridevano e uno che lo bestemmiava, c’era uno che lo pregava. Perché questo ladro ha conquistato il cuore di Gesù? Che cos’ha fatto di speciale? Innanzitutto ha avuto il coraggio di ammonire l’altro ladro (sesta opera di misericordia), poi ha riconosciuto il suo male: “Noi giustamente perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni”. Oggi si pensa che fare il male non ha conseguenze, che fare il male è lo stesso di fare il bene e che Dio perdona tutto. Ma non è così: il male rimane male, ha conseguenze gravissime e se uno non si pente del male, non riceve il perdono di Dio. Il buon ladrone in pochi minuti ha fatto un cammino di fede: è il primo discepolo, il primo membro della chiesa, il primo santo perché, quando Gesù tocca il cuore, si diventa un grande testimone, anche in una manciata di secondi. Ecco perché uno può incontrare Dio anche alla fine della vita.
Il buon ladrone è l’icona del cammino di fede di un’anima. Prima di tutto il ladrone si è messo dalla parte di Gesù, lo ha difeso, ha riparato le offese fatte a Lui, poi si è distanziato dall’altro e l’ha rimproverato, quindi ha riconosciuto il suo male ed, infine, è arrivato all’atto di fede: “Gesù ricordati di me”. La vera chiesa e i veri cristiani sono un piccolo gregge, ma ci saranno fino alla fine del mondo ed attenderanno il ritorno glorioso del loro Amato.  
   

Prima lettura       2Sam 5,1-3

Il secondo libro di Samuele parla del regno di Davide. Il libro si apre con il lamento di Davide sulla morte di Saul, poco dopo egli viene proclamato re dalla sua tribù, quella di Giuda, ma deve vincere la resistenza di un figlio di Saul e dei generali che l’appoggiano, prima di diventare re di tutto Israele (capp. 1-4). I primi atti importanti del nuovo re sono due: la conquista di Gerusalemme e l’insediamento nella città dell’arca dell’alleanza. Allora Davide riceve da Dio, per bocca del profeta Natan, la promessa di una dinastia senza fine. Egli allarga i confini del regno e ne rende sicure le frontiere (Capp. 5-8). Dal capitolo 9 inizia una storia vivacissima che ha come protagonista Davide e i suoi figli. Al termine del libro sono raccolte altre notizie sul suo regno tra le quali quella dell’acquisto del terreno sul quale Salomone edificherà il tempio.
Per comprendere il brano occorre fare una premessa. Dobbiamo, infatti, ricordare che il popolo di Dio nel corso della sua storia ha cambiato forme di governo, passando dalla guida di Mosè, coadiuvato dall’assemblea dei Settanta, al governo dei Giudici e, infine, alla monarchia, voluta per imitare i popoli vicini. Però la monarchia fu traumatica per Israele, tanto che i profeti e Samuele stesso si ribellarono, temendo una divinizzazione del re, come avveniva presso i popoli confinanti, invece in Israele il re sarà sempre vicario di Dio, un unto. Il primo re fu Saul che venne rigettato perché aveva contravvenuto alla legge del Signore, allora Samuele mandò a cercare Davide, figlio di Iesse il Betlemita, che divenne re in Ebron.
La lettura non è un ricordo archeologico di un avvenimento biblico, ma la Parola ci porta un primo frutto spirituale: Dio manda avanti la storia attraverso di noi, strumenti fragili, incoerenti, poveri, infedeli, paurosi, e queste stesse figure sono relativizzate, è la grazia di Dio che sovrasta la storia e la manda avanti misteriosamente. Il Signore chiama personaggi molto fragili, conoscendone bene la fragilità, ma il Signore crede in se stesso e nella potenza della sua grazia. Davide è un re con oscurità e luci. C’è un’altra profonda verità: Davide riesce a trovare il collante per mettere insieme le tribù bellicose di Israele, che dicono a Davide una frase non originale: “Ecco noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne”, è la frase che già Adamo aveva detto nel vedere Eva. Il re Davide  è figura di Gesù Cristo, Egli ci ha resi re nel battesimo e, quando ci ha resi re, ci ha dato da gestire un regno molto difficile: è il nostro cuore. La Parola ci ricorda che la via privilegiata per essere di Gesù è la via eucaristico unitiva. Ciascuno di noi, dopo aver ricevuto la comunione, può dire al suo Signore: “Ecco io mi considero osso delle tue ossa, carne della tua carne” perché nell’Eucarestia riceviamo il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Cristo.
L’Eucaristia è fatta da tre sacramenti: dai battezzati che vi partecipano con il sacerdozio comune, dall’Eucaristia propria e dal presbitero persona Christi. Il presbitero ha due compiti, il primo, non per merito suo, è la validità sacramentale che c’è sempre, comunque, ovunque, la validità è garantita da Dio e dallo Spirito; il secondo aspetto è la fruttuosità della via unitiva che è grazia, ma è anche legata a meccanismi spirituali tra il presbitero e i sacerdoti battesimali che dovrebbero in questo momento unitivo trasfondersi l’energia spirituale dell’Eucaristia e portarla ad unità.
La fruttuosità è molto importante perché trasmette la densità e l’amore di una presenza misterica. La fede di Gesù e la fede in Gesù non è altro che l’esperienza unitiva di essere carne della sua carne, osso delle sue ossa. Quando non siamo uno con Gesù, siamo utenti di qualcosa, ma non siamo dentro.
Gesù ha detto che il regno di Dio non verrà in modo da attirare l’attenzione, ma il regno di Dio è dentro di noi. Il regno è dentro il nostro cuore. Gesù vuole venire dentro di noi e questa è la via unitiva: se non la percorriamo restiamo sempre ai margini di un’esperienza, ma questa non è l’idealità di un cristiano. Se restiamo ai margini di un’esperienza siamo usufruttuari di una religione, ma la religione non interessa più. Bisogna portare la gente dentro ad un’esperienza viva. Quando uno parla di Gesù dobbiamo capire, sentire che non ci parla di un’idea o di una conoscenza.
Gesù è re quando è dentro il nostro cuore, suo regno.


Seconda lettura    Col 1,12-20

Questo inno dei Colossesi forse faceva parte di una liturgia battesimale, era un credo dei battezzati nei riguardi di Dio Padre, del Cristo e della Chiesa. Esso, ruotando attorno a due aspetti del Cristo, è una grande icona della regalità di Gesù, per questo la Chiesa l’ha collocato nella festa di questa Domenica. Si può suddividere questo inno in quattro parti, la prima è una teologia del Padre e dell’opera del Padre in noi, la seconda è una teologia cristologia nella quale Paolo tratteggia Cristo come immagine del Dio invisibile e come concreatore con il Padre, la terza è ecclesiologica: parla della chiesa corpo mistico di cui Lui è capo, la quarta è la parte interpretativa della passione di Gesù. Una professione di fede che le prime comunità cantavano durante il battesimo dei catecumeni adulti.
Ci fermiamo solo sul particolare del Padre. Le prime parole sono parole imperative: “Ringraziamo con gioia il padre”. Dobbiamo ringraziare con gioia il Padre perché Dio è prima di noi, è più di noi, arriva sempre prima di noi, lavora per noi fino in fondo.
La preghiera più sublime è l’Eucaristia dove abbiamo quattro protagonisti: Dio Padre che ci dona il Figlio, anzi lo consegna, reso presente dalla forza dello Spirito, consegnato ad un presbitero e donato ad una comunità. Siccome Dio ama in modo perfetto, cioè ama per amare, come dice san Bernardo, il rischio d’amore di Dio lo si vede in ogni Eucaristia in cui il Padre consegna il Figlio mediante l’opera dello Spirito a mani sante o traditrici che usano questo dono come tesoro o per altri scopi, ma l’amore di Dio non cessa. Dio non cessa di amare per gli insuccessi che ha con gli uomini, perché Dio ama per amare e può solo amare per amare. La nostra accoglienza è importante ma non fondamentale, Dio non cessa di dare l’Eucaristia. Tommaso d’Aquino dice nella sequenza eucaristica: “vanno i buoni, vanno gli empi, ma diversa ne è la sorte, vita ai buoni, morte agli empi”. Dobbiamo ringraziare con gioia il Padre per due azioni: la liberazione e il trasferimento, il Padre ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto. Noi molte volte siamo gli eterni oscillanti tra un trasferimento e un ritorno al prima, perché Dio ci trasferisce in Gesù, Dio ci libera dal potere delle tenebre che è la religiosità naturale o rassicurante del rito e ci porta nel regno del suo Figlio diletto e questo Dio non si stanca di trasferirci, ecco perché l’azione del Padre molte volte è traumatica nei nostri riguardi in vista del trasferimento: malattie, morte di qualche caro, travagli. Tutto fa parte di un progetto di liberazione, infatti Paolo dice: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. Dio ci libera e ci trasferisce nel regno. La chiesa dovrebbe essere il preludio del regno.
Paolo ci dona un’immagine della chiesa: essa è corpo di Cristo, non struttura, di cui Lui è il capo; la chiesa dovrebbe essere quel corpo che tiene vivo il sogno del regno, è il vestibolo al regno. Se il capo è Cristo, siamo tutti fratelli, con ministeri diversi e il presbitero non è il capo, ma è un fratello tra fratelli con un ministero unico: la pastoralità e la presidenza degli altri fratelli, amando le membra.      


Vangelo   Lc 23,35-43

Luca è l’unico che ci riporta il dialogo tra il buon ladrone e Gesù.
Quando Gesù il giovedì santo istituì l’Eucaristia, non ebbe una rispondenza entusiasta. Il giovedì santo Gesù celebrò l’Eucaristia sacramentale all’interno di una cena ebraica, e in quella cena Gesù diede un nuovo significato al corpo e al vino, ma i dodici presenti non avevano capito nulla. Gesù non ha istituito l’amore per la rispondenza umana, ma per l’amore, perciò l’Eucaristia nasce in una inconsapevolezza dei presenti perché la messa non è consapevole. Chi capisce il mistero della messa, l’amore dell’Eucaristia? Il giorno dopo Gesù celebrò un’altra messa, l’unica, la messa cruenta. La messa sacramentale ripresenta al Padre quell’unica messa.
Anche nella messa cruenta l’assemblea era sfasata: i capi lo schernivano, il popolo stava a vedere, i soldati gli davano l’aceto da bere e uno dei due ladri bestemmiava. In questo contesto Gesù celebra l’amore di Dio per noi fino alla fine. In questo inverno dell’amore nasce un fiore: il buon ladrone, perché l’amore è sempre un dono che differenzia. Il buon ladrone, toccato inconsapevolmente dall’amore, è la minoranza d’amore che dà luce alla scena. Egli non sa nulla di quest’uomo, infatti lo chiama solo con il nome proprio, Gesù, (Luca non mette nessun titolo) e gli chiede di ricordarsi di lui quando sarà nel suo regno. Era cominciata l’epoca dell’amore, l’amore manifestato, crocifisso e infinito. Il buon ladrone ha un primato: è il primo membro del regno, il primo membro della chiesa e il primo santo canonizzato da Gesù stesso, lui un ladro, un uomo dal passato oscuro che negli ultimi istanti di vita fa l’incontro con l’amore.
Uno solo è stato toccato dall’amore, il resto ha ignorato l’amore, ma Gesù ha continuato ad amare, continua ad amare e continuerà a farlo. Se Dio non ci amasse noi non esisteremmo. È questo amore donato senza l’applauso che ci mostra l’amore di Dio.
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