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24 ottobre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 24 Ottobre 2021
Domenica XXX Tempo ordinario


Prima Lettura          Ger 31,7-9


Dobbiamo personalizzare la Parola e mettere il nostro nome nelle espressioni di Geremia al posto di Giacobbe, di Israele e di Efraim (“Innalzate canti di gioia…, Io sono un padre per …), perché la Parola non è archeologia, ma è viva, grande ed operante. Oggi, per bocca di Geremia, ispirato dallo Spirito, la Parola proclama che la mano del Signore è venuta a liberarci dall’esilio. Per il popolo d’Israele è stato uno spostamento geografico, da Babilonia, dove si trovava schiavo, invece per noi è un esilio del cuore quando la nostra vita e il nemico ci vogliono allontanare e far uscire dall’amore di Dio. Appena usciamo dalla certezza dell’amore di Dio siamo spaesati, perché viviamo in un territorio spirituale dove non ci sentiamo nostri. Avendo allontanato e rinnegato Dio come Creatore, tanti non hanno più potere di comprendersi e la comprensione psicologica, razionale, logica di sé stessi, essendo insufficiente, diventa quella gabbia che porta nei cuori tanta tristezza. L’esilio è il nostro pianto perché dove viviamo, dove siamo con l’anima non ci sentiamo a casa. Viviamo un’estraneità con noi stessi, per questo anche le relazioni interpersonale diventano difficili perché c’è uno spaesamento del cuore interiore con il quale siamo incapaci di cogliere la grazia della comunione e della profondità tra di noi. Ecco perché costruiamo relazioni di facciata, epidermiche e transitorie.
Siamo in esilio dal nostro cuore, siamo in questa terra del settentrione, in questa dimensione dell’anima dove siamo ciechi e zoppi, cioè non siamo capaci di vedere la bellezza e la profondità e il dono della vita. Siamo ciechi e non ci stupiamo più di noi, ci siamo abituati ad essere zoppi, soli, piangenti, ma Dio non lo vuole e continua, attraverso l’azione misteriosa dello Spirito, a ricondurci dalla terra del settentrione, da situazioni estreme, alla terra della nostra vita e della nostra gioia. Ciascuno di noi è quella donna incinta e partoriente: lo Spirito santo, accolto nella nostra vita e nel nostro cuore, ci rende sempre capaci di ripartorire, di rigenerare e di fecondare la nostra vita giorno dopo giorno. La più grande sconfitta per noi è sentirci quelli di ieri, la più grande sconfitta dell’anima è sentirci sempre quelli, la più grande sconfitta della nostra vita è collocarci in un’abitudine che ci fa morire. Invece ogni giorno lo Spirito santo ci fa ripartorire e rigenerare la nostra vita, la nostra persona e noi stessi. Nessun trauma, nessuna sconfitta, nessun fallimento possono farci abortire la vita, ma se non viviamo e non ripartoriamo la vita sotto il soffio dello Spirito santo, abbiamo già deciso di non vivere.         
Lo Spirito santo compie nell’anima ogni giorno un’azione trasgressiva contro la nostra abitudine sedentaria. Noi non siamo quelli di ieri, in noi c’è un’azione misteriosa ma efficace dello Spirito che ci rende sempre nuovi e ci fa ritornare dov’è la nostra gioia, la nostra origine e la nostra felicità.
Molte volte pensiamo di avere in mano la nostra vita, invece ciascuno di noi non ha in mano niente perché non può prendere in mano un mistero che ci eccede e ci supera, ciascuno di noi non è quell’aspetto che mostra, è un mistero che è in continuo parto e nascita.
Lo Spirito ci rigenera tutti i giorni, perciò chi ci conosce nel nostro passato non ci conosce veramente. Quando siamo docili allo Spirito e cambiamo la nostra vita, gli abitudinari, che non sono figli dello Spirito ma della mente, cominceranno a dirci: “Non ti riconosco più. Non ti capisco più”. Ben venga!
Dio fa emergere dal nostro cuore quel grande mistero inesauribile che c’è dentro di noi; se non lo vediamo siamo ciechi e zoppi, siamo stanchi nell’anima perché non c’è più la docilità alla rigenerazione continua che lo Spirito compie in ciascuno di noi.
Lo spirito ci porta a fiumi ricchi d’acqua (l’acqua nella Scrittura, nel Nuovo Testamento, è il simbolo dello Spirito e della vita); il liquido amniotico di Dio è la sua Parola, in cui dobbiamo nuotare e vivere. Se ogni mattina non abbiamo le doglie di parto è un brutto segno: o siamo sterili o abortiamo continuamente la vita oppure abbiamo deciso di non vivere più.
Dobbiamo collaborare con lo Spirito per rinascere tutti i giorni.    


Seconda Lettura       Eb 5,1-6


L’autore della lettera agli Ebrei paragona Gesù, unico, sommo, vero sacerdote, al sacerdozio ebraico. Oggi potremmo vedere questa Parola anche alla luce del sacerdozio battesimale che è in ciascuno di noi e che viene illuminato dal dono del presbitero, cioè del pastore, di colui che nella comunità, scelto fra gli uomini e chiamato da Dio, sarebbe costituito per tutti nelle cose che riguardano Dio. Il prete che non ci desse le cose che riguardano Dio, tradirebbe la sua vocazione, il suo ministero e la sua identità. Egli dovrebbe essere veramente un pontefice, cioè il facitore di ponti, tra noi e Dio.
Il presbitero deve essere dentro le cose di Dio perché noi abbiamo tre limiti: l’ignoranza, l’errore e la debolezza. Ignoranza nel senso che non conosciamo le cose di Dio, non conosciamo il fascino delle cose di Dio. Oggi la gente non conosce le meraviglie di Dio per conoscenza contemplativa e d’amore. L’errore è vivere una vita non nel grande respiro di Dio, ma nel limite del nostro piccolo pensiero, ignorando il grande respiro dell’anima; la debolezza che accomuna tutti è la precarietà della nostra vita. Per questi tre atteggiamenti il sommo sacerdote deve offrire continuamente sacrifici per il popolo. L’Eucaristia dovrebbe essere questa ripetitività solenne e misteriosa dell’azione di Dio che guarisce in noi l’ignoranza, l’errore e la debolezza. Quando un cristiano è estraneo all’Eucaristia e si auto giustifica dicendo che è pieno di buona volontà e di impegno nel sociale, è tremendamente malato, perché quando non abbiamo più il fascino dell’Eucaristia e ci compensiamo con le buone opere significa veramente che la nostra ignoranza è allo zenit perché scambiamo il padrone per il servo, il re per il suddito, l’eterno per il transitorio. Oggi questa mentalità in cui tutto è socialità ed impegno umano è la prova del nove dell’estraneità alle cose di Dio. Un’anima che vuole diventare grande deve avere la tensione eucaristica possibilmente quotidiana, almeno festiva, perché la tensione eucaristica nel sacrificio di Cristo è quella grazia invisibile, ma reale che può fare della nostra vita una grande luce, un grande amore e una grande santità.
Dobbiamo essere iniziati ai misteri di Dio dal pastore che deve essere ponte tra la nostra sete e Dio, ponte che guarisce l’errore, l’ignoranza e la debolezza.

 
Vangelo       Mc 10,46-52

Siamo noi quel Timeo seduto lungo la strada a mendicare. Magari siamo rassegnati, seduti e stiamo mendicando comprensione, stima, amore, amicizia. La più grande malattia di Timeo e anche nostra non è la cecità, ma che era stato zittito dalla vita. Allora, quando sente passare Gesù e gli dicono chi è che passa, comincia a gridare. Grida a Gesù, molti lo rimproverano perché taccia. Gesù va gridato, va amato in un grido, perché quando gridiamo inizia la guarigione in noi. La nostra guarigione inizia quando gridiamo Gesù, perché la nostra malattia principale è il nostro silenzio, il nostro non detto, il nostro represso, la nostra mutevolezza che deriva dal mutismo della vita. Se potessimo aprire il cuore, avremmo molto non detto da dire, e nella vita i nostri più grandi nemici sono quelli che ci dicono di stare zitti. Però è proprio il grido di Timeo che fa fermare Gesù: Egli sta aspettando il nostro grido, cioè tutta quella profondità censurata, il nostro non detto che deve emergere. Gesù si ferma e dice alla folla di chiamare Timeo. La folla invita Timeo ad alzarsi, Gesù dà a quell’uomo la gioia e l’onore di sentirsi chiamato, privilegiato, scelto, unico e quella folla che lo zittiva diventa quella che lo chiama per andare da Gesù. Cominciamo a guarire quando ci sentiamo amati in maniera esclusiva, sfacciatamente di parte, perché l’amore è sempre di parte. Gesù fa chiamare quel cieco ed egli comincia a guarire perché si alza in piedi. Quando ci alziamo, siamo nel verbo pasquale della risurrezione, quando ci alziamo in piedi siamo persone capaci di relazioni alla pari, ecco la prima grande grazia: non fare più il mendicante. La seconda tappa di guarigione è il buttare via il mantello, cioè quell’involucro con il quale dobbiamo ogni mattina mascherarci in questo carnevale che non finisce mai. Buttare via l’apparenza.
La cose più interessante della guarigione è la domanda che fa Gesù al cieco: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” È una domanda scontata, la cui risposta è ovvia. Gesù fa la domanda perché vuole guarire quell’uomo e renderlo ancora capace di manifestare i suoi desideri. Se non siamo capaci di dire i nostri desideri profondi, non guariamo.
Il più grande miracolo fatto al cieco non  è la possibilità di vedere, è essersi ripreso la sua vita diventando discepolo di Gesù. Gesù non ci dice dove ci porta, ci dice solo: “Segui me”. Ecco le tappe di una guarigione anche per noi: gridare, alzarsi, buttare via il mantello, esprimere il desiderio, vederci, diventare discepoli e camminare.


Prima Lettura          Ger 31,7-9

Oggi leggiamo un brano tratto dal profeta Geremia, il profeta che ha lottato per Dio, il profeta perseguitato per amore di Dio, il profeta disprezzato, imprigionato, il profeta che è stato parola di verità al suo tempo che confidava nelle alleanze dell’Egitto e dei potenti, il profeta che ha definito la sua storia con Dio una seduzione: “Mi hai sedotto, Signore, e mi son lasciato sedurre”.
Egli, rivolgendosi al popolo di Dio e profetizzando il ritorno dall’esilio, parla con intensità dell’amore e della fedeltà di Dio. Dio è un’esperienza d’amore, Dio è un incontro d’amore, come ha ribadito il santo Padre recentemente, Dio viene incontrato in Gesù. Questo Dio salva noi, suo popolo, noi che siamo un piccolo resto nella storia di questa umanità sempre più estranea a Dio, ma l’onnipotenza di Dio, anche attraverso un piccolo resto, farà trionfare il suo amore fedele.
I verbi di Dio che Geremia sottolinea sono: ricondurre, radunare, ritornare, riportare; Dio non vuole che nessuno vada perduto, anche quando l’esilio del nostro peccato, che produce disagio interiore, solitudine schiacciante, ci farebbe molte volte pensare di essere abbandonati. Che bello questo Dio che ci cerca per ricondurci, questo Dio che non si rassegna della nostra perdita e della nostra lontananza! Chi fa ritornare, chi fa radunare il Signore? Il profeta ci parla di quattro categorie: il cieco, lo zoppo, la donna incinta e la partoriente. I ciechi, cioè coloro che non sanno più vedere il passaggio di Dio nella loro vita, gli zoppi, cioè coloro che senza la forza della Parola di Dio stanno zoppicando, barcollando nella bagarre delle opinioni, delle mode, del relativo. Vicino a queste due categorie, che segnano una mancanza e una invalidità, abbiamo due categorie di speranza: la donna incinta e la partoriente. Quando Dio prende possesso della nostra anima, ci riempie della sua fecondità, quando l’amore di Dio è nel profondo della nostra vita, ci rende gravidi della sua presenza e della sua potenza, rende feconda la vita dell’anima, la vita interiore, che è la base di ogni vita realizzata e vissuta. Oggi siamo in mezzo ad anime sterili o ad anime vuote e la loro sterilità e il loro vuoto gridano verso di noi, piccolo resto fecondo e che sta per partorire.
Chi ha Dio, ha dentro di sé la verità, la guarigione, la salvezza, la misericordia. Si parla molto di nuova evangelizzazione, di rievangelizzazione:  i futuri evangelizzatori saranno i gravidi di Dio, coloro che hanno dentro la loro vita la vita di Dio, tutto il resto non servirà perché sarà pieno solamente del vento della sua superbia e della arroganza della sua opinione.
Dio ci riporterà tra le consolazioni perché Dio ha una tenerezza di consolazione materna e ci ricondurrà ai fiumi ricchi d’acqua, che sono le grazie attuali della fecondità dello Spirito santo. Terminando questo brano, il profeta mette in bocca a Dio due luci: la sua identità, la nostra identità. Dice Dio: “Io sono un padre per Israele, Efraim (e oggi ciascuno di noi metta il suo nome) è il mio primogenito”: una grande storia d’amore fatta echeggiare da un profeta che ha vissuto e consegnato la sua vita all’amore.
Solo i profeti sanno raccontare i battiti del cuore di Dio, tutti gli altri fanno solo una cronaca grigia e lontana.   


Seconda Lettura       Eb 5,1-6

Gesù è il sommo sacerdote e qui lo scrittore, conoscendo bene tutta la teologia e la liturgia del sacerdozio ebraico, ci invita a guardare a Cristo che ha ricevuto la gloria di sommo sacerdote. Gli antichi sacerdoti ripetevano sacrifici all’infinito, facendo di una ritualità ripetitiva la loro certezza di salvezza, invece Gesù celebra un’altra liturgia, Gesù celebra un altro culto. Gli antichi sacerdoti offrivano vittime, invece le anime, le persone, i volti sono l’offerta preziosa della sacerdotalità di Gesù. Gesù celebra in noi, noi siamo lo spazio della sua liturgia celeste, noi siamo l’offerta della sua liturgia celeste. La liturgia di Gesù non è una liturgia rituale, ma è una liturgia spirituale e reale. Gesù celebra la nostra vita, Gesù trasforma in lode e in gloria al mistero di Dio la nostra vita e la nostra storia, Egli è il vero sommo sacerdote che vorrebbe creare una genealogia di liturghi che insieme a Lui compartecipino di una liturgia spirituale e celeste.
Molte volte le nostre liturgie umane sono decadute nelle autocelebrazioni dell’umano e di se stessi, le nostre liturgie sono piene di parole e di rumori insistenti, non siamo più capaci di fare della liturgia ciò che è: il contemplare Dio, balbettando nel limite delle parole e dei segni la sua gloria. Ma è bello essere certi che la nostra vita, la nostra storia, il nostro volto, la nostra speranza, il nostro sogno non sono deposti in una patena dorata, ma tutto è preso, consegnato, consacrato ed affidato alle mani di questo sommo ed eterno sacerdote che, offrendoci al Padre, trasforma la nostra vita grigia e monotona in vibrazione d’amore per il mistero originante la nostra dignità.


Vangelo       Mc 10,46-52

Gesù, partito da Gerico, guarisce il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco, mendicante, seduto lungo la strada. Bartimeo grida, continua a gridare, nonostante la gente lo rimproveri perché tacesse. L’uomo di oggi si chiama Bartimeo, il suo luogo è la strada, la sua condizione è la cecità, la sua salvezza è il passaggio di Gesù, il suo nemico è la folla che lo zittisce. L’uomo di oggi sa solo gridare, gridare un dolore profondo, una cecità interiore, la persona di oggi non è più capace di vedere se stessa e, non vedendo se stessa, non è più capace di vedere gli altri. Quando non vediamo chi siamo in Dio e siamo ridotti ad un prodotto antropologico dell’uomo, quando la nostra vita viene letta nel criterio dell’orizzontalismo sensoriale, mentale e psicologico, siamo veramente ciechi. Siamo ciechi perché non vediamo la nostra dignità, la nostra profondità, il nostro destino, la nostra gloria. Gesù è l’unico che può riaprire i nostri occhi morti. Gesù si ferma al nostro grido, il grido è la ricerca che oggi molti hanno di Dio, ricerca ancora inconsapevole, molte volte confusa, limitata, ma quel grido arriva a Gesù. Gesù il grande interprete del nostro grido, della nostra urgenza, del nostro desiderio di vedere. Gesù si è fermato, ha chiamato Bartimeo, lo ha guarito.
In questo anno della fede, questa icona dovrebbe diventare quella che ci accompagna nella vita. In questo anno, nel quale la chiesa confida in una nuova Pentecoste, solamente Gesù, passando e fermandosi, ci ridarà quella luce interiore per riscoprire e rivedere in noi ciò che non è visto, colto e amato.
Ci hanno rubato la speranza, ci hanno ridotti a prodotti di una biologia, mentre Dio su di noi conserva il sogno dell’eterno.  


Prima Lettura          Ger 31,7-9

In questi due capitoli Geremia descrive un periodo drammatico della storia d’Israele. Nabuccodonosor deporta tutto il popolo nella sua terra, lasciando in Israele pochissime persone: anziani, bambini, donne. Finisce la monarchia, anche l’ultimo re viene deportato con la moglie e in Israele rimane un governatore, Godolia.
Geremia aveva profetizzato la fina rovinosa d’Israele se non fosse ritornato al Signore, ma non venne ascoltato e così Geremia diventa testimone di questo drammatico momento.
Anche nella nostra vita accadono questi momenti perché non abbiamo ascoltato i profeti o non abbiamo incontrato i profeti. Quante volte nella nostra vita accade qualcosa che ci fa crollare il mondo addosso e senza le nostre certezze che cosa facciamo?
Geremia profeta ci dà due grandi luci, ci dice innanzitutto chi è Dio, è il Padre, e chi siamo noi, il primogenito, perciò l’amore di Dio è veramente quella certezza certa che non passerà mai.
Oggi la gente non è più esiliata in terra straniera, c’è ugualmente un esilio. Le persone, infatti, vivono l’esilio da se stesse, dalla gioia della vita, l’esilio dalla retta interpretazione del dono della vita perché non vogliono far parte di un resto: “Io riconduco un resto d’Israele”. Queste persone fanno parte di una maggioranza, abbracciata senza fatica e senza un profondo pensiero, non sanno chi sono e sono disperate perché, a differenza del credente che sa che prima o dopo ovunque sia il Signore verrà a prenderlo, queste persone non aspettano più nessuno, perché sono diventate cieche e zoppe (due delle quattro categorie che il Signore riconduce secondo Geremia). Cieche perché, anche se hanno una vista ottima, non vedono la realtà di Dio davanti a loro, sono persone che si accontentano di vedere e di circoscrivere le figure, le cose, i colori, ma che lasciano cadere la realtà vera che c’è davanti a loro. Oggi le persone, soprattutto i giovani, non sono capaci di dare un’interpretazione profonda, esaustiva, gratificante alla vita, sono ricercatori del vero senso dell’esistenza, ma non hanno al loro fianco i profeti. Perciò vivono un dramma di esilio, di solitudine, di sofferenza perché non c’è nessuno che dica loro che Dio li verrà a prendere e li riporterà nella terra promessa dell’amore.
La Parola ci vorrebbe plasmare per aiutarci ad essere persone sensibili alla ricerca, anche quella altrui. Il profeta è quella persona che prima di tutto vive come dono una sensibilità, che non è una sensitività spirituale, nel capire che queste persone cieche e zoppe che non sanno vedere e camminare hanno dentro di loro una gravidanza e un parto, che nessuno però aiuta a portare a compimento.
Oggi la Parola di Dio ci dice che per far tornare questa gente da un esilio di insignificanza è proprio necessario essere uomini e donne di Dio che toccano, che esperimentano, che vivono le consolazioni divine. Le consolazioni divine sono le percezioni spirituali, reali, divine, che Dio dà alla nostra vita. Come fa a consolarci Dio? Dio ci consola perché ci accoglie, ci legge, ci interpreta con amore. Perciò la consolazione è una lettura che sfora in un amore che non ha bisogno di motivazioni e di regole, perché dove arriva l’amore c’è solo l’amore.
Perciò una persona che si fa ricondurre da Dio può ricondurre altri a fiumi ricchi d’acqua, in una strada dritta in cui non inciamperanno, che è la strada della gioia. Nell’accostarci agli altri come credenti cominciamo sempre il discorso dal punto di vista del dogmatismo, del moralismo o del biblicismo, dimenticando che la persona profetica comincia innanzitutto da quei sintomi sintomatici sensibili della persona. Si è profeta quando si sa dare senso a quello che nei propri figli o nelle persone che conosciamo diventa sofferenza, attesa, spasimo, desiderio. Le persone oggi si allontanano da noi e non sono convinte della bontà della proposta di Gesù perché credono che i cristiani siano persone che scavalcano la vita sensibile per ammuffire in certezze dogmatiche. Invece Dio lo si porta nella priorità di una persona.
Bisogna portare la vita, la fecondità dove c’è la ricerca, invece molte volte noi non rispondiamo e non interpretiamo le emergenze delle persone, ma ci ostiniamo a dare e a rispondere a cose che non interessano, così diventiamo referenti di fantasmi.
Geremia dice a un popolo concreto che il Signore li verrà a prendere. Se siamo intimi del Signore e ne esperimentiamo le consolazioni, sappiamo che l’amore di Dio, che è sopraffino, comincia sempre dal nostro vissuto, da ciò che siamo, da ciò che possiamo dare, da ciò che viviamo.
Per molte persone la fede diventa una religione e una schizofrenia dalla vita invece l’uomo profeta, l’uomo di Dio, sa dire alle persone: “Innalza canti di gioia perché sei il primogenito di Dio”. Dio è un mistero d’amore che si visibilizza e si sensibilizza attraverso i nostri gesti d’amore.
Quante anime potremmo portare a Dio se avessimo una forte, una grande umanità. Un’umanità intelligente, paziente, un’umanità profonda. Oggi la gente è in questo esilio perché nessuno risponde a tutta la sua sofferenza e a tutta la sua domanda e vede la proposta della fede come un’ennesima normatività che vuole castrare, imprigionare, incatenare il cuore dell’uomo.
Mai come oggi la chiesa ha un momento favorevole per annunciare il vangelo perché la gente ha sete.
La prima evangelizzazione è l’accoglienza, la tenerezza, l’amore, l’umanità per ogni persona che è destinata ad essere incinta e a partorire finalmente se stessa. Questo è il ruolo profetico del credente.
Allora la prima grande pastoralità in noi sia dare gioia ad una persona che si sente capita nell’inesprimibile, in quello che non dice perché il nostro inespresso è proprio l’incrocio di Dio. Qui c’è la vera profezia.
La gente urla una fame di primogenitura.
Oggi non attacca più niente con la gente: la liturgia chiassosa, il catechismo, la catechesi, l’Azione Cattolica, i gruppi famiglia, tutte stagioni passate, tutti rottami. Oggi il Signore ci lascia una via sola, stupenda: la persona da percorrere come primogenita.
Allora questa persona finalmente vivrà la fine di un esilio: era partita nel pianto e sarà riportata tra le consolazioni, tra i fiumi ricchi d’acqua, che sono lo Spirito e la grazia che rigenera.
Quanta gente sta soffrendo da anni perché nessuno va a prenderla!


Seconda Lettura       Eb 5,1-6

La Parola ci aiuta a riscoprire la sacerdotalità di Gesù, sommo ed eterno sacerdote. Ed è la sua sacerdotalità che fa muovere tutto il culto e le celebrazioni della chiesa. Oggi Gesù sommo sacerdote domanda a noi due favori: il primo che non ci fermiamo alla vista immediata, neanche delle celebrazioni, e se andiamo ai riti sacramentali non diciamo celebra la messa il tal sacerdote o il tal altro, perché loro non ci sono, è Gesù, ed è perché c’è Gesù che loro sono segni e strumenti di lui. Gesù nascosto rende ogni celebrazione un grande evento d’amore.
Perciò le anime che vogliono andare avanti nella santità e nell’amore non guardino più alle cose secondarie, ma basti loro sapere che c’è Gesù, siano libere  dal condizionamento di chi lo rappresenta. Poi Gesù ci chiede di ricordarci che tutti noi siamo suoi sacerdoti, abbiamo il sacerdozio battesimale che ci abilita a celebrare, a raccontare, a lodare Dio nelle celebrazioni interiori del nostro cuore e ad offrire a Dio quei veri doni, quei sacrifici spirituali che la vita ci dà.
Offri a Dio i sacrifici, te stesso, la vita.
La preghiera è atto di una sacerdotalità e sebbene, quando prego, io sia da solo, sto celebrando Dio in una liturgia d’amore dove non è ammesso nessuno fuorché me, perché è una liturgia di amore intimo e sponsale e perché Dio nella stanza nuziale dell’amore non ammette terzi. Ecco la liturgia interiore. Quando partecipiamo all’Eucaristia senza farne l’abitudine, partecipiamo ad un evento incendiario d’amore perché in ogni Eucaristia, dopo la consacrazione, Gesù ancora una volta ci ama con la tenerezza dell’espiazione. In ogni messa noi vediamo in diretta l’espiazione di Gesù. Che cos’è l’amore espiativo? È Gesù che si mette al nostro posto, soffre e offre per noi, senza chiederci  nemmeno il nostro grazie.  Questo è l’amore. Dopo la consacrazione della santa messa, appena anche il vino è diventato sangue di Gesù, dall’altare si protendono le due braccia invisibili di Gesù, il braccio bianco del pane e il braccio rosso del vino e le braccia d’amore di Gesù ci stringono, ci abbracciano e ci portano a sé perché, abbracciandoci, Gesù ci rende belli con il suo amore di espiazione e stringendoci a lui siamo pronti ad essere offerti al Padre.
Monsignor Comastri dice che la santa messa è l’abbraccio di Dio, è il pianto di Dio. Quando il sacerdote innalza il pane e il vino consacrati al Padre, in quell’ostia e in quel vino ci siamo noi perché Gesù, abbracciandoci, ci porta al Padre e il Padre non ci può respingere perché Gesù, prima, ci ha rifatto il lifting dell’amore espiativo.
In ogni santa messa Gesù, sommo sacerdote, espiando il nostro male ci rende instancabilmente belli della sua bellezza divina, in ogni santa messa Gesù, dandoci il suo amore espiativo, ci ricolma dei suoi doni e molte volte al termine di una messa piange perché vede che molti di noi, andandocene in fretta, lasciano lì molti di quei doni che lui voleva darci perché abbiamo ridotto la messa ad una ritualità costruita da noi e non ad un mistero immenso dell’amore di Dio. Senza Gesù, sommo ed eterno sacerdote, tutti i riti che facciamo sono commedie, assembramenti sociologici, celebrazioni di noi stessi.
Quando Gesù, invece, è presente nel suo sacramento e nella sua presenza, tutto diventa bello, santo, armonico. Ecco perché il papa in un suo libro di qualche tempo fa ha detto che spera che anche il prete presto si volti verso oriente come i fedeli perché non è lui la luce, ma riceve la luce volgendo anche lui lo sguardo all’unica Luce.
La gente ha bisogno dell’abbraccio di Dio. Forse abbiamo enfatizzato troppo la participatio all’Eucaristia, dimenticando che la più grande partecipazione all’Eucaristia è stupirci del mistero d’amore.
  

Vangelo       Mc 10,46-52

L’evangelista Marco ci dice senza mezze misure di non avere nessuna fiducia nella folla e negli uomini perché la folla e gli uomini sono capaci solo di compassionarci, di darci come lavoro quello del mendicante, come luogo della nostra vita la strada e come rassegnazione che saremo eternamente dimenticati. L’uomo non ci darà mai nulla.
Bartimeo era cieco, ma ci sentiva bene; la folla, invece, non era cieca, ma non ci sentiva. Bartimeo sentiva che qualcuno stava passando nella sua vita e la folla gli dice  che è Gesù nazareno. La folla riduce Gesù ad un luogo di provenienza, ad un personaggio proveniente da un luogo. Invece Bartimeo, sentendo che passava Gesù nazareno, comincia a gridare e a chiamarlo con un titolo di fede: Figlio di Davide, abbi pietà di me. Bartimeo chiama Gesù chiama con il titolo messianico per eccellenza: sei tu il discendente di Davide, sei tu che puoi avere pietà di me.
Questo Bartimeo, essendo cieco, ma vedendoci e desiderando ardentemente vedere sempre più, e quando una cosa la desideri ardentemente insieme a Dio ti avverrà, quel cieco, minoranza infima di una folla, comincia a gridare. La sua preghiera è un grido esplosivo che sovrasta il chiacchiericcio della folla, il credente è colui che in mezzo alla folla viene fatto tacere, ma non tace, perché il vero credente non è mai folla, ma ha il coraggio di essere diverso dalla folla.
Egli gridava ancora più forte, quando sei profeta, quando sei minoranza, quando sei un uomo che ha il coraggio di gridare, puoi fermare Gesù e Gesù ama chi rischia tutta la sua vita e tutta la sua faccia per Lui. Basta uno per rompere la maggioranza stupida di una folla. Queste maggioranze, presenti anche nelle nostre parrocchie, in cui mancano voci diverse che rompano la congiura del “va bene così”.
Bartimeo lo fa e fa fermare Gesù e fermandosi Gesù dice: Chiamatelo, cioè rende la folla collaboratrice di un suo mistero d’amore. Il primo dono che fa Gesù a Bartimeo è l’essere chiamato per nome, essere atteso ed essere accolto. Quando Gesù ci chiama per nome comincia la nostra conversione. Ed egli gettò via il suo mantello di mendicante: chi segue Gesù butta via tutto l’armamentario stupido delle difese, delle abitudini, delle sopraffazioni; balza in piedi e va da Gesù: egli era finalmente un uomo libero, si era liberato anche dal condizionamento della folla, quella stessa folla che farà condannare a morte Gesù.
Alla richiesta di Gesù Bartimeo risponde: Rabbunì, secondo titolo dato a Gesù. Il termine indica che il rapporto si intensifica (anche Maria Maddalena chiama il Maestro Rabbunì quando Gesù la chiama per nome): è un incontro d’amore.
Bartimeo ha avuto due miracoli: ha riavuto la vista fisica, quella spirituale ce l’aveva già, poi è diventato discepolo, perché si è staccato dalla folla sfidando quella stessa gente che lo voleva far tacere.  

Un bellissimo pensiero di san Pio X: “La santa Comunione è la via facile per salvarsi. Ve ne sono altre: l’innocenza, ma per i bambini; la penitenza, ma ci fa paura; la pazienza generosa nel sopportare le prove della vita, ma quando esse si avvicinano piangiamo e preghiamo per esserne liberati. In una parola la via più sicura e più facile è la santa Comunione”.
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