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25 agosto 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 25 Agosto 2019
XXI Domenica Tempo Ordinario Anno C

Sforzatevi di entrare per la porta stretta


Prima lettura        Is 66,18-21


La lettura è tratta dal terzo Isaia, per la precisione dall’ultimo capitolo di questo grande libro che è il cuore  del profetismo d’Israele. Isaia si apre ad un grande universalismo e, contemplando il mistero di Dio, annuncia come Dio non si leghi ad un popolo, ad una lingua, ad una cultura, ad un metodo, ad una teologia. Dio non si lega a nulla di umano, ma è questo grande mistero di libertà che sa raggiungere tutti i popoli e tutte le lingue. Inoltre Isaia afferma che Dio arriverà ai lidi lontani, alle genti che non hanno udito parlare di Lui, che non hanno visto la sua gloria e, per di più, anche tra queste culture e queste genti si prenderà sacerdoti e leviti.
È una Parola molto rivoluzionaria per la mentalità di Israele che era e che è fortemente nazionalista e fortemente particolarista, invece Isaia, nel suo modo di raccontare l’amore di Dio, ci dice che Dio sta cercando ogni diversità e ogni particolarità, perciò in questa Parola il Signore vorrebbe donarci una grazia particolare, quella di fare pace con la mia particolarità, con la mia lingua, con la mia storia, con il mio modo di essere che molte volte mi è di imbarazzo, perché vorrei semplificarlo in una traduzione che gli altri potessero comprendere. Quante volte ciascuno di noi è più preoccupato di essere colto da una maggioranza dominante, di essere tradotto da interpreti plurilingue, piuttosto che gustare il suo mistero e la sua particolarità amata da Dio!
Secondo questa Parola possiamo affermare che ciascun uomo è un mondo a sé, una storia a sé, una diversità a sé che però è amata, cercata e consacrata da Dio. Quante volte, anche nei nostri tempi fatti di maggioranze e di minoranze, quante volte è difficile instaurare relazioni feconde, vere, liberanti perché la diversità tra di noi pone ostacoli alla comprensione e all’accoglienza, eppure questa Parola di Isaia contempla questo Dio che raduna tutti, raggiunge tutti, pone un segno sulle genti dei lidi lontani.
La mia vita il mio volto, la mia storia, la mia esperienza, le scansioni della mia vita non sono per Dio un impedimento, ma sono la lettura interessante della sua misericordia e del suo amore per riconciliare la mia vita attraverso il suo amore e per educare la mia vita ad una grande libertà di espressione, di essere e di originalità unica e stupenda. Quando io pongo dei paletti, quando io mi pongo come censore o rifiuto le esperienze altrui perché tento sempre di tradurle nella mia, non sono più figlio di Dio e discepolo della Parola, ma sono piuttosto un funzionario indispettito che tende a livellare e pianificare gli altri sulla sua misura.
In questa Parola risalta la grandezza di Dio che in qualunque storia, in qualunque mistero sa prendersi sacerdoti e leviti per la lode e sa raggiungere con il suo fiume d’amore ogni diversità, anche la più lontana, perché nessuno possa dire di avere il possesso di Dio o Dio per sé, perché Egli, essendo puro mistero d’amore, è per tutti non in una uguaglianza, ma in un amore che salva.    

Seconda Lettura         Eb 12,5-7.11-13

Lo scrittore affronta il grande tema della correzione: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio”. Il tema della correzione nella nostra vita è una sorta di tabù perché nessuno di noi vorrebbe essere corretto, piuttosto vorremmo correggere gli altri con la nostra sapienza, e poi perché il tema della correzione evoca nel nostro inconscio esperienze o modalità che ci hanno arrecato disagio e tristezza. La correzione di Dio non è una correzione umana e non è nemmeno un giro di vite perché tutti ci mettiamo in riga, ma la vera correzione di Dio è proprio uno dei volti del suo amore. Come corregge Dio? Innanzitutto Egli corregge insistendo con il suo amore per noi, corregge nella tenacia di starci vicino e di saper attendere la nostra comprensione di esperienze che ci portano solo il vuoto e il nulla e non arricchiscono il nostro cuore. La sua correzione non è un intervento autoritativo ed ispettivo alla maniera umana, la sua correzione è il rimanere con noi sempre, aiutandoci ed aiutando il nostro cuore e la nostra mente a leggere nel senso giusto ciò che nella nostra vita non ci porta amore, gioia e libertà. Ecco perché il Signore sa che la correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza, ma quando il cuore ha colto la presenza amorevole e insistente di Dio, che è rimasto con noi fino al momento in cui, con la sua grazia, abbiamo recepito il nostro sbaglio nella nostra esperienza di nulla, la correzione porta un frutto di pace e di giustizia.
Allora questa Parola ci invita a rinfrancare le mani cadenti e le ginocchia infiacchite, a raddrizzare le vie storte per i nostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire. La correzione guarisce le mani cadenti incapaci di stringere, incapaci di donare, incapaci di innalzarsi nella lode a Lui; guarisce le ginocchia infiacchite, cioè la nostra vita infiacchita in esperienze di Dio e di fede che non hanno portato il suo amore, ma soltanto una stanchezza accidiosa perché non abbiamo fatto esperienza del suo volto; guarisce i nostri piedi zoppicanti che hanno voluto percorrere le vie storte cioè le vie che la nostra mente complica e non ci hanno fatto percorrere, invece, le vie dell’amore. Ecco l’obiettivo di Dio quando corregge un figlio! Essere corretti significa essere certi di essere figli e non bastardi.
Qual è l’obiettivo della correzione? La guarigione e che cos’è la guarigione? Lasciare libero il cuore del figlio corretto perché possa ricominciare ad amare e a donare amore.    


Vangelo        Lc 13,22-30

Mentre Gesù sta andando a Gerusalemme, un tale gli pone una domanda numerica: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Gesù non risponde a questo tale, a cui interessava sapere il numero, dando il numero esatto dei salvati, ma Gesù dice di entrare per la porta stretta, che non è tanto una vita fatta di astinenza, di mortificazione o di repressione di noi stessi, ma la porta stretta è sempre ritrovare il fascino di Gesù. È lui la porta, ed è stretta perché non è banale, attraverso questa porta ciascuno di noi otterrà la salvezza. Ma Gesù, che è sempre scandaloso perché scandalizza con il suo amore, raddoppia la dose e dice che rimarranno fuori dalla porta coloro che magari si sono ritenuti intimi e amici suoi perché hanno mangiato e bevuto in sua presenza e perché hanno partecipato al suo insediamento. A costoro Egli dichiarerà: “Non so di dove siete”. La fede autentica, l’esperienza di Dio non è esserne i funzionari o gli addetti ai lavori. Dio non salva coloro che si ritengono già di casa e che non hanno mai pagato con la ricerca, con la nostalgia, con la penitenza e con la strettezza della porta la loro adesione d’amore. La salvezza non è un gioco e la salvezza non è nemmeno la banalizzazione dell’amore di un Dio che, in fondo, salva tutti. Ma la salvezza è veramente entrare in quella esperienza, in quella verità, in quell’amore che già aprono al nostro cuore la vera salvezza e la vera gioia.    
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