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25 aprile 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 25 aprile 2021

Domenica IV di Pasqua anno B

Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente.


Prima Lettura         At 4,8-12  


Ci siamo molto allontanati dal modello originale di chiesa che troviamo descritto negli Atti degli Apostoli. Oggi il brano ci dice che san Pietro non era politicamente corretto, parlava senza peli sulla lingua e le sue omelie erano chiare e battagliere. Oggi spesso facciamo tanti compromessi che non portano da nessuna parte. La Parola sottolinea che Pietro era colmato di Spirito santo, quando qualcuno è colmato di Spirito santo ha la schiettezza di annunciare il Vangelo.
I Giudei si chiedevano come lo storpio fosse stato guarito e per mezzo di chi era stato salvato e Pietro comincia a dire che questo prodigio non è venuto dalle loro mani. Ecco una chiesa umile, non protagonista, una chiesa che non pensa di salvare l’uomo con le proprie mani, con le proprie forze, con la propria struttura ed intelligenza. Una chiesa così non salva nessuno, anzi lo tradisce doppiamente, perché molte volte produce un aiuto ateo (senza Dio) ai poveri. Pietro è chiaro: quello che dice è l’esaltazione, la lode, la glorificazione del nome di Gesù.
Gustiamoci l’ultima parte del brano, è una grande professione di fede di Pietro: Gesù è la pietra, in nessun altro c’è salvezza, infatti non c’è sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che noi siamo salvati, questa è l’esclusività d’amore: solo nella potenza del nome di Gesù siamo salvati. Noi, invece, trattiamo le anime come entità biologiche e pensiamo di aiutarle facendo discorsi orizzontali, pieni di buon senso, di solidarietà, di buonismo, di sentimento, ma così l’anima non viene riempita, perché l’anima vuole un’altra Parola, un altro prodigio, un altro segno e questo viene solo dalla potenza del nome di Gesù. La nostra parte è importante, è ovvia, ma non è tutto, è solo l’inizio (“Il Signore completerà per me l’opera sua”).
Dobbiamo sentirci facoltativi, precari, perché la salvezza non viene da noi, invece noi ci siamo messi in testa che diventando una chiesa buonista che aiuta i poveracci o i musulmani la gente crederà. Ma non è così. Abbiamo sbagliato strada e dobbiamo riconoscerlo. Ci deve essere un annuncio esplicito, chiaro, forte della sovranità, della signoria e dell’unicità di Gesù. Tutti i santi hanno aiutato le povertà del loro tempo, ma partendo da Gesù. Madre Teresa diceva che se ai poveri con il pane non si porta il Vangelo, li si lascia doppiamente poveri.
Oggi c’è un Dio anonimo. Stiamo annunciando un fantasma perché non abbiamo il coraggio di esplicitare serenamente ed umilmente che la nostra forza è nel nome di Gesù, pietra scartata.
Vogliamo la popolarità, vogliamo piacere a tutti, vogliamo approvare tutti, perché pensiamo che questa sia la via che porterà gli altri alla salvezza e invece li perdiamo. Quando uno è chiaro nelle idee e trasparente nella testimonianza, quando è audace nell’annuncio, i pochi che dovrebbero sostenerlo lo scambiano per un fondamentalista, un estremista, un talebano, perché oggi essere chiari con Gesù è essere trattati come Gesù. È nel nome di Gesù che si possono guarire i malati, è nel nome di Gesù che potremo aprire i cuori e illuminare le menti, solo nella potenza del nome di Gesù.
San Paolo conferma e addirittura aggiunge: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi”
Spesso ai giorni nostri lo Spirito santo non opera più attraverso le persone istituzionali della chiesa, ma attraverso gli alternativi d’amore che hanno creduto al suo soffio.


Seconda Lettura       1Gv 3,1-2

In san Giovanni la parola mondo indica tutta la strutturazione umana che si oppone a Gesù Cristo: persone, parole, opere e strutture anticristiche. San Giovanni ci ricorda che il mondo non ci conosce perché non ha conosciuto Gesù (il verbo conoscere in Giovanni indica una conoscenza d’amore). In noi c’è un’identità misteriosa che è la paternità divina, chi crede in Dio non è più comprensibile dal punto di vista del temperamento, del carattere e dell’esterno. Dentro di noi c’è una paternità divina che nemmeno noi sappiamo  a che punto arriva, perché ciò che saremo non è stato ancora rivelato, siamo in itinere. Dentro di noi una misteriosità dell’azione di Dio che non è di facile lettura per il mondo e per i pagani.
Il mondo è triste perché gli uomini e le donne del nostro tempo hanno rattristato lo Spirito e stanno costruendo puri rapporti caratteriali, sociali, orizzontali e questo è il disastro di oggi perché con le anime non è possibile costruire rapporti orizzontali e tutti abbiamo un’anima dove c’è la presenza misteriosa del Padre. Non dobbiamo lusingarci che il mondo ci voglia bene, perché più testimonieremo, meno bene ci vorrà, più saremo di Gesù, più fango ci butterà contro, più apparterremo al Padre, tanto meno ci approverà.
Padre Pio ha detto: “Una volta la chiesa cercava di cambiare il mondo, oggi è il mondo che cambia la chiesa”. Noi vogliamo prima di tutto piacere al mondo e poi, eventualmente, ad un Dio ecologico, pacifista che vada bene a tutti. Ma così sviliamo l’unicità della salvezza.     
San Giovanni è molto chiaro: “Se sarete di Dio, non sarete popolari”. San paolo arriva addirittura a dire: “Chi piace al mondo, non piace a Dio”. E ancora: “Se anche gli uomini mi approvassero, non sarei approvato da Dio”.
Vangelo       Gv 10,11-18   
Il cardinale Robert Sarah, in questi giorni in Belgio, una delle nazioni europee più secolarizzate, ha parlato di mercenari e ha detto che i pastori mercenari sono coloro che falsificano la Parola di Dio, annunciano un altro Vangelo e ingannano le anime con parole che non sono di Gesù. Questi sono la vera disgrazia della chiesa oggi. Al mercenario non importa la nostra anima, importa il successo, l’applauso, il comando, il ruolo, però Dio ha fatto una promessa nel profeta Ezechiele: “Vi manderò pastori secondo il mio cuore, i quali non mancano e non mancheranno mai”.
Un buon pastore è colui che ti ama e ama la tua anima nella verità e nella carità, è una persone ti accoglie, ti ascolta e ti abbraccia non con la cordialità umana, ma con il cuore trafitto di Gesù. Perché Gesù è colui che è morto liberamente ed è risorto per sua autorità. Quando un pastore buono ti porta a Gesù vivo, lo percepisci, senti che non ti smercia merce taroccata, ma ti dona la Parola buona e vera di Dio. Gesù ci ha messo in guardia perché le due categorie di pastori, i mercenari e i buoni, ci sono state, ci sono e ci saranno sempre, per cui è obbligatorio fare un discernimento.
Gesù ha parlato di pecore che non sono di questo recinto, che è la Chiesa cattolica, anche quelle Egli deve guidare perché ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Il vero ecumenismo è portare le pecore a casa loro, all’ovile primogenito.
Gesù è veramente il bel pastore che non ti inganna; chi ti inganna è già mercenario.   


Prima Lettura         At 4,8-12

Quando Pietro guarisce lo storpio alla porta bella del tempio e compie questo grande miracolo nel nome di Gesù, tra i capi del popolo e gli anziani nascono lo stupore e gli interrogativi. Anche oggi un miracolo di Dio fa sempre discutere perché il miracolo che viene da Dio è sempre la contestazione vittoriosa della nostra mente e dei limiti che la nostra mente pone alla vita. Tutto è possibile per chi crede: i miracoli avvengono anche oggi sebbene, per paura del miracolismo, si preferisce non parlarne.
Il miracolo più grande che il Signore opera in ciascuno di noi è di farci rialzare perché siamo tutti paralizzati, mendicanti, invalidi e la cosa più triste è che ci viene fatto credere che il nostro ruolo è di rimanere sempre mendicanti, seduti, invalidi, invece gli uomini di Dio passano e Gesù guarisce. E come guarisce? Pietro dice: “Non ho né oro né argento, ma quello che ho te lo do, nel nome di Gesù alzati e cammina”. Che cosa si è perso in noi e nella nostra chiesa? L’audacia nel nome di Gesù. Stiamo tutti lavorando od operando nell’orizzontale perché abbiamo svuotato la fede in Gesù anche di questo aspetto terapeutico, miracoloso, potente, che non si può negare, altrimenti neghiamo la Parola. Gesù opera anche oggi con chi usa il suo nome con fede. La conclusione del vangelo di san Marco, infatti ci ricorda: “Nel mio nome scacceranno i demoni, prenderanno in mano i serpenti […] imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il nome di Gesù è la nostra forza e nel suo nome noi possiamo essere i collaboratori di Gesù, i collaboratori dei suoi miracoli, che sono sempre unicamente di Dio, è Dio, infatti, che guarisce, che salva, che compie prodigi, però li compie con la nostra collaborazione intelligente, umile, profonda di noi.
Gli anziani e i capi del popolo interrogavano Pietro perché volevano capire, Pietro risponde che c’è solamente un nome: il nome di Gesù da usare con fede, con amore e con semplicità.
Che cosa ci insegna questo brano? Se vogliamo salvare una persona, dobbiamo partire sempre da Gesù, come uomini non possiamo fare nulla, perché la cordialità, il dialogo, l’amicizia fanno piacere, ma amare la persona che vuoi salvare significa usare su di lui il nome di Gesù. Questo è possibile a tutti, non occorrono mandati o permessi, basta la fede. Il nome di Gesù è unico, non ce n’è un altro dato agli uomini nel quale è stabilito che noi siamo salvati.
Quando incontri persone stroncate, paralizzate, sedute, rassegnate, stanche, non andare con un argomento in più di amicizia umana, ma va invocando su di loro, magari segretamente, il nome di Gesù e vedrai segni grandi perché Gesù vuole rialzare chi è seduto per due motivi: perché possa diventare un referente alla pari di un dialogo con un altro uomo, ma soprattutto perché, recuperando le sue gambe spirituali, possa andare avanti. Se siamo seduti, prostrati, paralizzati, Gesù non si rassegna. Certe situazioni sono stagnanti perché su questa gente non è mai stato invocato con potenza il nome di Gesù, ma è sempre stata tradita da un puro umanesimo. Il più grande tradimento che oggi facciamo come cristiani è pretendere di salvare l’umanità di oggi con il puro umanesimo orizzontale. Non salveremo nulla. Madre Teresa di Calcutta ha detto: “Se non annuncerò il vangelo ai poveri, resteranno doppiamente poveri”.
Se invocheremo Gesù con fede, con semplicità e per la sua gloria, Egli farà rialzare tante vite e vedremo le sue meraviglie. Ciò che hanno fatto gli apostoli, che era legato alla prima comunità, ciascuno lo può fare non perché è alla pari degli apostoli, ma perché per usare il nome di Gesù è necessaria solo la fede e l’umiltà. Santa Caterina da Siena cacciava i demoni dalle anime solamente pronunciando il nome di Dio.
Un miracolo stupisce sempre, negarlo è un comodo alibi perché, quando neghiamo un miracolo, abbiamo delle ipotesi su di esso, quando lo crediamo abbiamo delle prove su di esso. Oggi tanta gente vuole trovare alibi per ricredere.
Questa Parola non è pura archeologia. Abbiamo tre poteri da Gesù: insegnare, guarire e liberare dai demoni. Se noi veramente credessimo e invocassimo Gesù, vedremmo grandi segni perché è la Parola che lo dice.


Seconda Lettura       1Gv 3,1-2

Quando il mondo non ti ama, e per Giovanni il mondo è la struttura anticristica organizzata, hai due gioie: sei sicuro che non sei del mondo, perché il mondo ama ciò che è suo, inoltre sei certo che sei un martire, non occorre diffondere il sangue. Quando il mondo ti colpisce, ti rifiuta, sappi che non ha amato chi ami e non può amare te, perciò Giovanni fa una doccia fredda su quella fame di populismo mondano (applausi, approvazione, folle) che abbiamo tutti. Quando sono di Gesù non sono amato dal mondo perché il mondo, non amando Gesù, non può amare me che lo amo. Amando Gesù divento una visibilità d’amore. Chi è di Gesù? Chi lo ama. Quando lo ami, non devi dire niente, gli altri se ne accorgono perché la tua vita e il tuo modo di essere disturba il loro piattismo; allora ti odiano senza pietà, perché tu non sei dei loro. Quando ami Gesù, l’amore di Dio si riversa in te in due modi, in due verbi che cita san Giovanni: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” perché attendiamo la manifestazione, l’incontro finale, là saremo il nostro vero essere. C’è un siamo, ma c’è anche un saremo intermedio che è quel misterioso agire di Dio dentro di noi, che noi non percepiamo, non capiamo perché siamo troppo preoccupati a misurarci con le nostre misure. Uno dei grandi misteri della nostra vita è il mistero di noi stessi, non ci conosciamo fino in fondo, il secondo mistero è il mistero dell’agire di Dio su di noi; l’agire della grazia non si percepisce, ma c’è, esso è continuo, dinamico, forte, fedele, instancabile. Quando pensiamo di essere quello che eravamo l’anno scorso, offendiamo l’amore di Dio, siamo dichiaratamente miopi e ignoriamo ciò che lui ha fatto in noi anche senza rumore. Ad esempio non possiamo misurare quanto fa in noi una comunione eucaristica, ma ogni volta che Gesù viene nel nostro cuore, avviene qualcosa di misterioso e di grande.
Perché siamo estranei a noi stessi? Perché non conosciamo il nostro uomo interiore e siamo soffocati dalla nostra persona modale, dalla persona della visibilità, della superficialità, dell’attuazione, ma noi non siamo questa, la nostra persona è nel mistero del suo amore e ciò che saremo sarà quando il buon Gesù ci donerà quel saremo che oggi non percepiamo non vediamo, non sentiamo, ma c’è. Il paradiso è incontrare i veri noi stessi perché vediamo il capolavoro di Dio in noi. Anche nei nostri errori, anche nei nostri peccati, anche nelle nostre oscurità Lui c’è sempre. L’amore di Dio misterioso continua ad operare dentro di noi al punto tale che la beata Elisabetta della Trinità usa in una sua preghiera un’espressione audace: “Voglio essere preda del vostro amore”. Questa è la vita mistica: cominciare a gustare l’amore di Dio.
Quando il signore riconsegnerà il suo te stesso a ciascuno di noi, rimarremo stupiti perché finalmente avremo il brivido di incontrare la vera persona che siamo: amata, coccolata, lavorata, tutelata e difesa. Spesso non riusciamo a vedere questo perché ci hanno inoculato un virus: ci siamo abituati ad essere ciò che gli altri dicono di noi. La Parola è indispensabile per essere liberi dentro. La vera persona libera perché è in Dio non dipende dagli altri, anzi i giudizi degli altri non la tangono perché sa che sono tutte parole asmatiche umane. La vera parola è Dio.
La nostra vita passa tra un già e un non ancora, la malattia più tremenda è vivere sempre nel già mentre le sette portano a vivere nel non ancora, invece già e non ancora devono stare assieme.    


Vangelo       Gv 10,11-18

Il vangelo evidenzia come Gesù è chiaro nelle identità, di se stesso dice: “Io sono il buon pastore”, poi dice: “Voi siete le mie pecore”, parla del mercenario che non è pastore, del lupo che le rapisce e le disperde e di altre pecore che non provengono dal suo recinto. Quando amiamo con il cuore di Gesù, doniamo la gioia agli altri di essere se stessi. Perché Gesù è il buon pastore? Perché noi apparteniamo a Lui. Che cosa vuol dire appartenere? Significa che tra l’anima di Gesù e la nostra anima c’è un transfert d’amore e questo transfert comincia sempre da Gesù e viene dato a noi e noi lo riconsegniamo a Lui, perché l’amore vero non è un prodotto dell’uomo, ma di Dio.
La cosa bella è che le sue pecore riconoscono il pastore dalla voce. Siamo suoi quando distinguiamo la sua voce. Quello che è ancora più bello è che ci sono altre pecore che non provengono dal suo recinto, ma Gesù di loro dice: “Anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. È una profezia che Gesù fa sulla salvezza globale di tutta l’umanità. Come avverrà? Non lo sappiamo, ma sappiamo che non c’è nessuna creatura umana fuori dell’amore di Gesù; sappiamo che anche quelli di un altro recinto hanno il dono di ascoltare la sua voce, perché Gesù non convince con la razionalità, ma convince con l’amore. Ecco perché non c’è da disperare della salvezza di nessuno, anche di chi non è di questo recinto. Lo sguardo di Gesù va molto lontano.
In questo vangelo Gesù ci vuole placare dalla preoccupazione che abbiamo di convertire chi è fuori: questo ce l’ha Gesù nel cuore, noi siamo solo dei collaboratori, perché Gesù ci ha già preceduto in questo desiderio. In questo vangelo Gesù ci dice che ci sono due recinti: il suo e quello che non è suo, ma entrambi i gruppi di pecore sono amate. Gesù già le ama.
Come Gesù arrivi alle anime è un mistero tra i più impenetrabili, ma sta aspettando tutti e anche una pecora mancante gli procura una nostalgia inguaribile.   


Prima Lettura         At 4,8-12

Per comprendere appieno il senso del brano degli Atti di questa domenica dobbiamo contestualizzarlo. Mentre Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona (dobbiamo ricordare che nei primissimi tempi dopo l’Ascensione di Gesù, gli apostoli frequentavano ancora il tempio, infatti non c’era stata ancora la divisione tra sinagoga e chiesa), videro alla porta detta Bella un uomo storpio fin dalla nascita che domandava l’elemosina. Pietro gli disse: “Non ho né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù il Nazareno, alzati e cammina”.
Pietro, guarendo lo storpio, provoca una caciara, il fatto ha scosso tutta Gerusalemme e la comunità degli ebrei: i due apostoli vengono subito interrogati riguardo a quanto è avvenuto e Pietro deve renderne conto. L’evangelista Luca ci dice che Pietro parla colmo di Sparito santo: è molto importante soffermarci su questo particolare, soprattutto oggi in cui vediamo che veramente le nostre parole fanno poco, che i nostri dialoghi, i nostri ragionamenti, i nostri approcci sono così poveri, così inconsistenti e ininfluenti. La Parola ci ricorda che non possiamo parlare di Gesù senza lo Spirito santo, sembra una verità scontata, invece è fondamentale: senza lo Spirito santo non possiamo parlare di Gesù e di Dio, non possiamo rendere conto della speranza che è in noi e non possiamo far capire a chi ci interroga il misterioso passaggio di Dio nella vita di ogni uomo.
Perché Gesù guariva per mezzo degli apostoli? Qualche biblista dice che il libro degli Atti è stato scritto da Luca per evidenziare come gli apostoli ripetevano gli stessi segni di Gesù perché ne erano il prolungamento. Oggi la chiesa, la cristianità patiscono un’assenza di segni, anzi nelle nostre comunità si è molto allergici a qualsiasi tipo di straordinarietà e di segno. Non si vuole accettare i segni di Dio, si vuole più che altro argomentare e cercare attraverso questa via il fondamento per accogliere Gesù, ma facendo questo svuotiamo l’identità di Gesù, perché Gesù non è stato un’argomentazione, ma il segno visibile, storico, umano, potente di Dio. Oggi il cristianesimo sta veramente sfibrandosi perché quando si è imbarazzati o incapaci di parlare di Gesù e si ricorre all’argomentazione etica, umana, antropologica, cordiale si ammala ancora di più l’umanità perché tutti abbiamo bisogno dell’esperienza di Gesù. Egli è stato un’esperienza viva e non un’argomentazione.
Gesù passa, si dona attraverso gli uomini e le donne colme di Spirito santo. L’espressione di Luca: Pietro era colmo di Spirito santo, ci ricorda l’espressione del vangelo “una misura colma, pigiata scossa, traboccante vi sarà versata in grembo” e quella di Gesù a Nicodemo: “Dio dà lo Spirito senza misura”. La chiesa è fatta da uomini pneumatici, uomini del soffio, dello Spirito, del Paraclito, se noi togliamo lo Spirito e la chiesa si riduce solamente ad uomini carnali o sofistici, cioè di sapienza umana, la chiesa è svuotata subito del suo fascino. Quando lo Spirito santo non è il protagonista, il regista e la guida della chiesa, tutto ciò che fa la chiesa è senza fecondità e senza incidenza perché la chiave per entrare nel nostro cuore e in quello degli uomini ce l’ha solo lo Spirito santo. Perciò gli uomini spirituali e le donne spirituali sono gli uomini e le donne del soffio, dell’ingestibile, del vento, che non sai dove viene e dove va.
Quando lo Spirito santo si ritrae dalla vita di ciascuno di noi ci rimane solamente il dato organizzativo, metodologico, pubblicistico di un argomento, ma non c’è più Gesù, perché Egli è una presenza viva, un Vivente. Tutti noi abbiamo una malattia e non veniamo guariti: siamo storpi nell’anima, siamo paralizzati dentro perché vogliamo cominciare da noi e non da lui, ma il passaggio dell’evangelizzazione, la fecondità di una Parola annunciata non è in noi, ma in Lui. La pastorale degli slogan e quella organizzativa o la spettacolarizzazione sono tutta opera umana di cui non rimane nulla.
Non possiamo pretendere di dettare le regole dell’azione dello Spirito santo! Dobbiamo solo sottometterci ad esso. Siccome lo Spirito santo non può essere capito da coloro che sono estranei a Dio, e molti credenti lo sono, l’apostolo dice che lo Spirito può essere spento, estinto. Si può estinguere quando pretendiamo di diventare non gli umili testimoni di un’azione che supera il nostro sentire, la nostra schematura, ma in quanto estranei allo Spirito, di verificare l’attività del soffio della libertà.
Lo storpio è stato guarito perché lo Spirito santo gli ha guarito l’anima prima di tutto, poi il corpo e lo spirito, per sua natura, fa tornare all’origine, cioè a quello che eravamo e siamo per Dio.
Piretro, colmato di spirito santo, regge la sfida con il  mondo e può veramente raccontare le grandi opere di Dio. Oggi un difetto è che la nostra teologia non è più narrativa, ma morale, esortativa, razionale.
Dio è un’esperienza viva, senza lo Spirito non è possibile annunciare il mistero di Dio. Se non c’è l’intimità con lo Spirito trasmettiamo degli argomenti, ma non trasmettiamo la vita di Dio, che è pura grazia.
   

Seconda Lettura       1Gv 3,1-2

La seconda lettura comincia con un’espressione che ci mostra con quale amore san Giovanni amava i suoi: “Carissimi”. Siamo tutti carissimi di fronte a Dio perché Dio ci ama così come siamo, ci ama così per raccoglierci. Abbiamo ricevuto un così grande amore, che per Giovanni sarebbe da cogliere con la vista: “vedete quale grande amore ci ha dato Dio  Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente”. L’apostolo qui c’è la teologia battesimale. Siamo figli adottivi, figli nel figlio e questa è la nostra identità fondamentale. È un’affermazione che dovrebbe farci tremare perché ciascuno di noi è figlio unico di Dio Padre, abbiamo Dio come Padre. Più siamo figli del Padre, meno siamo amati dal mondo e per Giovanni il mondo è tutto ciò che si oppone a Cristo. Siccome il mondo non ama Dio Padre perché non l’ha conosciuto, e la conoscenza in Giovanni è un amore intimo, non ama neanche noi. Oggi il nostro cattolicesimo è accettato tranquillamente perché non dà nessun fastidio. Quando uno è fortemente segno, immagine di un’identità, infastidisce il mondo che non ama Dio. Se siamo di Dio, pagheremo il grande prezzo di non essere amati.
Gesù non è venuto per unire, ma per dividere, perciò quando siamo di Dio, dividiamo, mentre quando facciamo i compromessi, di qualunque tipo, e mettiamo prima di Dio un compromesso dialogico per stare sereni, il mondo ci accetterà. Quando Gesù è venuto sulla terra, non ha cercato ciò che univa ma ciò che divideva. Quando si è di Dio non si passa inosservati, perché ci si riveste della diversità rispetto al mondo e la presenza irrita il mondo perché lo contesta. Più si va avanti nella vita interiore con Dio, più apparirà ciò che si è, la pienezza l’avremo dopo, ciò che saremo l’avremo nella vita eterna, ciò che saremo lo sa solo Dio. La dinamica dell’amore e dell’identità è continua: più proseguiamo nell’appartenenza a chi ci ha creato, più diventiamo visibili, pregni di una luce non nostra, più diventiamo fastidiosi in un mondo che non regge più la verità, che ha paura dell’amore e che ha paura soprattutto della continuità, della perseveranza e della visibilità, le tre cose di cui ha paura il nemico.


Vangelo       Gv 10,11-18

Oggi è la domenica del buon pastore. Al tempo di Gesù i pastori erano persone socialmente nulle, di cui si diffidava; erano uomini senza diritti civili, emarginati, evitati. Il pastore era legato al gregge e il numero delle pecore determinava la ricchezza. Che strano che Gesù dia un’immagine di sé prendendola da questa categoria alla quale aveva  rivelato la sua gloria a Natale, i pastori, le persone senza dignità e senza visibilità.
Sarebbe più appropriato tradurre l’espressione il buon pastore con il bel pastore, il pastore forte, eminente, fedele, meraviglioso perché Gesù non è il buon pastore. Di una persona buona non ci si può innamorare, ma di una persona bella sì. Perché l’innamoramento umano scatta sempre per la bellezza di una persona. La bellezza del pastore attrae le pecore. La bellezza divina è la sua unica diversità, la sua unica irripetibilità, perché la bellezza, quando tocca ciascuno di noi, diventa bellezza diversa in ciascuno perché noi siamo pecore in tanto in quanto siamo stati afferrati dalla bellezza di Dio. È la bellezza divina che ci fa innamorare. Il gregge di Dio non è amorfo, piatto, ma nel gregge di Gesù ogni pecora è una storia infinita e una meraviglia infinita. Non siamo pecoroni, ciascuno di noi è unico.
Il mercenario di cui parla Giovanni è colui che non ci bagna con la bellezza, ma che ci bastona con il dovere e ci tira con la corda della dominazione. Il mercenario è colui che ci fa diventare un uomo e una donna “che devono”. La bellezza di Dio rigenera continuamente in noi il suo amore e ciascuno di noi è bello della bellezza divina, invece il mercenario è colui che vorrebbe rubarci la bellezza e farci fare il portatore dei pesi degli altri. Oggi la gente soffre perché è in mano di mercenari che non conoscono come il bel pastore, cioè non ci amano intimamente, perché solo la bellezza continua ad amare a rincorrere tutti coloro che vuole rendere belli della bellezza di Dio.
Le altre pecore “che non provengono da questo recinto” sono le persone che non sono ancora affascinate dalla bellezza di Dio, ma sono nei recinti della religione e del doverismo religioso.
Non convertiamo la gente perché non siamo pregni della bellezza di Dio, e perché non lo siamo? Perché non ascoltiamo la sua voce, non viviamo della Parola e non viviamo una seduzione, non contempliamo il suo volto, fonte della bellezza.  
Quando si viene a contatto con la bellezza si diventa innamorati e nella dinamica dell’amore non c’è più nessun ostacolo.  
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