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25 dicembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola del 25 Dicembre 2015

NATALE DEL SIGNORE
Messa della notte

Prima Lettura        Is 9,1-3.5-6


In questo brano, tratto dal primo Isaia, il profeta invita il popolo d'Israele, che sente la pesantezza di un'oppressione, di una sbarra sulle sue spalle, di un bastone dell'aguzzino, alla gioia e alla letizia.
Usando un linguaggio che attinge immagini dall'ambito agricolo e militare, Isaia ci dice che il Natale vorrebbe essere una festa caratterizzata da due gioie: la gioia della mietitura e quella della divisione del bottino di guerra, allora il Natale, sempre secondo la Parola del profeta, dovrebbe essere il momento in cui moltiplichiamo la gioia e aumentiamo la letizia, perché Dio sta combattendo per noi. Che strano la notte di Natale pensare a un Dio che combatte una guerra per ciascuno di noi, una guerra per liberarci dalle tenebre, per immergerci nella luce, per moltiplicarci la gioia, per aumentarci la letizia, per spezzare il giogo, la sbarra e il bastone che ci opprimono. Molte volte pensiamo di combattere da soli le nostre guerre, invece Dio, nel segno inerme di un bambino, combatte per noi, perché non si rassegna  alle tenebre. La tradizione giudaica contemplava nella storia dell'uomo quattro notti: la notte della creazione, quando Dio divide le tenebre dalla luce, la notte di Abramo, quando il patriarca non riesce a contare le stelle ed ottiene da Dio la promessa che tale sarà la sua discendenza, la notte della liberazione dall'Egitto e la notte del compimento, quando il Figlio dell'uomo verrà a giudicare e a portare a compimento la storia. Le quattro notti della storia dell'uomo sono anche le nostre notti: la notte della creazione, quando facciamo fatica a dividere le tenebre dalla luce, quando da tanto tempo viviamo  l'inedia del crepuscolo, quel momento in cui la tenebra e la luce si mescolano. Quante volte vorremmo che ci fosse un confine netto tra la tenebra e la luce, ma questo è opera di Dio, non è opera nostra. Si deve aver pazienza, speranza se magari anche il prossimo Natale si dovrà vivere ancora un po' del crepuscolo, se non si potrà ancora dividere nettamente la notte dal giorno, perché questo è il travaglio della vita, ma Dio ha creato una notte alla quale segue il giorno e il giorno verrà. La prima notte chiama la seconda, la notte di Abramo, che è quella in cui si deve sperare contro ogni speranza, in cui si deve credere che il Signore opera, perché Dio è fedele, anche se, come Abramo, non si tocca niente con la propria mano. Viene, poi, la terza notte, quella dell'Egitto, forse la più tremenda, perché tutti abbiamo dei faraoni, degli aguzzini che ci opprimono, o magari siamo oppressori di noi stessi, ma è la notte della libertà: Dio verrà a visitarci. Quando Giacobbe morì in Egitto disse: "Io so che Dio un giorno verrà a visitarvi": Dio verrà a visitarci nel nostro Egitto, nella nostra afflizione e più profonda sofferenza. La quarta notte è quella del compimento, in cui Dio realizzerà tutto ciò che ci ha promesso.
Secondo il dato evangelico, Gesù stesso nasce di notte e il libro della Sapienza dice: "La notte era a metà del suo corso quando la tua Parola onnipotente, Signore, scese dal cielo", cioè Gesù è venuto alla luce di notte, perché il primo gesto fosse un amore solidale con le nostre notti. Quando si è nella notte, non si troveranno consolatori, perché la notte e la sofferenza sono tutte della persona che le sta provando e anche per Gesù è stato così.
A Natale il Signore vuole che celebriamo una vittoria, anche se non la vediamo ancora, vuole che spartiamo la preda e moltiplichiamo la gioia, anche se non abbiamo ancora raccolto la messe della vita e se non abbiamo ancora vinto la nostra guerra.  


Seconda Lettura       Tt 2,11-14

La lettera di Tito, insieme alle due lettere a Timoteo, fa parte delle lettere pastorali indirizzate da Paolo a singoli pastori di alcune comunità cristiane, per dare loro delle indicazioni sul modo di governare bene la Chiesa. In tutti e tre i casi Paolo, che aveva un rapporto figliale con i suoi collaboratori, rivolge ai destinatari l'appellativo di figlio (Timoteo, mio vero figlio nella fede, 1Tim1,2; Timoteo, mio figlio diletto 2Tim 1,2 e Tito, mio vero figlio nella fede comune Tt1,4).
Dal II fino al XIX secolo la paternità paolina di queste tre lettere è rimasta indiscussa, oggi, secondo gli ultimi studi esegetico-biblici, sembrerebbe che la paternità sia invece da attribuire ad alcuni discepoli di Paolo o della sua cerchia che avrebbero scritto queste lettere dando loro l'autorità dell'apostolo.
Tito era un pagano che si convertì, divenendo discepolo e collaboratore di Paolo. Mai menzionato negli Atti degli Apostoli, accompagnò, verso il 49 d.C., Paolo e Barnaba al Concilio di Gerusalemme, in cui si discusse sulla circoncisione di coloro che aderivano alla fede cristiana provenendo dall'area non ebraica.
Questo breve brano viene scelto come seconda lettura della messa di Natale, perché nelle parole rivolte da Paolo a Tito: "Carissimo, è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza", viene descritto il Natale del Signore, il mistero dell'Incarnazione. Potremmo cercare di definire questo mistero come il lasciarsi vincere  dalla nostalgia da parte di Dio Padre che, ricordando quando Lui passeggiava nel paradiso terrestre alla brezza della sera per incontrare le sue creature, ha mandato il Verbo a camminare nelle strade del mondo, perché il passaggio di Dio fosse ancora visibilizzato e storicizzato nella vita dell'umanità.
Paolo definisce Gesù "la grazia di Dio", il dono di Dio per eccellenza, che appare nella storia, perché Dio non è rimasto neutrale, ma si è fatto visibile, perché l'uomo venisse raccolto, visitato, salvato nel grande mistero della vita. Il farsi Verbo da parte di Dio poggia su due punti importanti: Dio nasce e poi muore e risorge per l'uomo ("È apparsa la grazia di Dio ed Egli ha dato se stesso" ) così la nostra vita si racchiude tra due poli, la nascita da un lato e la morte e la risurrezione dall'altro. Dio, visitando la storia dell'uomo e facendosi visibile, ha portato la salvezza. Paolo, dicendo ad un certo punto della lettera: "Egli ha dato se stesso per noi", ci rivela che siamo noi i destinatari di Dio, così nella prima lettura, tratta dal profeta Isaia, abbiamo letto: "Un bambino è nato per noi", ciò significa che Egli non ha visitato la storia per se stesso, ma per noi, perché Dio è follemente innamorato dell'uomo. Nel Natale, attraverso gli occhi di un bambino, che è il Verbo, Dio ci guarda e ci vede non come siamo o come vorremmo essere, ma ci guarda per quello che saremo, perché il suo sguardo porta eternità alla creatura guardata. Perciò Dio non ci può non amare, perché davanti a sé è già svelato il mistero di quello che saremo, mentre a noi è ancora sigillato. Nel Natale Dio, attraverso gli occhi del Figlio, supera le identità pressapochiste e le autoanalisi che facciamo di noi stessi, perché Lui ci guarda nel filtro dell'eternità. Se potessimo anche noi a Natale ricevere il dono di  avere nei nostri occhi un frammento dello sguardo di Dio, per poter rendere eternità il nostro sguardo! Invece il nostro sguardo alle volte non incide, alle volte spoglia e non riveste, perché è uno sguardo privo di eternità, è uno sguardo che pesa, che calcola, che analizza il mistero del fratello. Paolo dice ancora: "Dio ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e per formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone", cioè il Signore sa benissimo che il lavoro con l'uomo è un lavoro lungo, eterno, per questo è in eterna rigenerazione e creazione del suo popolo: Dio ci sta formando e lo fa per un unico dono, per il dono dell'appartenenza.
Nel giorno di Natale, quando a pranzo saremo tutti a festeggiare, qualcuno nel nostro paese, nella nostra parrocchia rimarrà da solo e nessuno si accorgerà di lui Sarebbe bello poter accogliere l'insegnamento di Gesù ed invitare a mensa coloro che non potranno ricambiare il nostro invito, per  accogliere Dio presente nei suoi poveri. Se nel giorno di Natale non potremo far questo, quando incontreremo qualche persona sola o disperata, evitiamo di fargli un augurio banale e scontato, diciamogli invece: "Tu sei di Dio, tu appartieni a Dio", visiteremo la vita dell'uomo con la Parola di Dio, di questo Dio che a Natale, avendo un’incontenibile nostalgia dell'uomo, torna a passeggiare non più nel giardino dell'Eden, ma nell'ingorgo della storia domandandoci ancora una volta: "Dov'è tuo fratello?"


Vangelo       Lc 2,1-14

Luca è un evangelista che si preoccupa di dare sempre le coordinate storiche degli episodi che narra, qui contestualizza la nascita di Gesù in un grande avvenimento storico: il censimento con il quale l'imperatore di Roma voleva contare tutti i suoi sudditi. Anche Gesù, che nacque durante questo evento politico, fu un numero nelle liste dell'imperatore di Roma.
Leggendo il vangelo in profondità risalta il fatto che il Figlio di Dio nasce nella provvisorietà di un adempimento civile-politico, per il quale Maria era lontana dalla sua casa, dalle sue sicurezze e a causa di questo Gesù, il Signore della vita e della storia, ha dovuto nascere nel pressapochismo e nello squallore di una mangiatoia. Perché mentre noi siamo ostinatamente alla ricerca di certezze, di sicurezze e vorremmo essere tutelati in tutto, Dio ha voluto che il suo unigenito nascesse nella provvisorietà? Perché non ha tutelato la madre per una maternità dignitosa e ha fatto nascere il precursore, Giovanni Battista, in casa sua e il figlio unigenito in una stalla presa a noleggio? Perché il Signore ha voluto che il suo Verbo nascesse nella periferia della città di Davide, a Betlemme? Betlemme, che significa casa del pane, era un sobborgo di Gerusalemme, dove i fornai preparavano il pane per la città, allora il Padre fa nascere il Verbo in questa città, perché il Verbo si farà pane. Dove poteva nascere il Signore dell'Eucaristia, se non nella città del pane, Lui che si sarebbe incarnato per sempre nella storia sotto il segno del pane?
Luca narra che Gesù nacque in una località dove c'erano alcuni pastori, persone escluse dal culto ufficiale di Israele, perché ritenute impure e prive di personalità giuridica. Il Verbo non poteva non nascere in mezzo ai pastori, Lui che sarebbe stato il pastore grande delle pecore. Perché i pastori vengono chiamati per primi ad adorare il Signore, mentre non vengono chiamati i sommi sacerdoti con i paramenti, il pettorale, gli efod, le pietre preziose di cui si vestivano per celebrare proprio il Signore d'Israele? Il destinatario del mistero dell'incarnazione è l'uomo povero, l'ultimo, rappresentato da questi pastori, gli emarginati del tempo. Essi sono i soli che hanno visto il cielo, perché il cielo ha un segreto fascino per ciò che sulla terra è squallido, tenebroso, povero, ed esso si fa presente proprio dove lo squallore umano è totale.
Il Signore della vita e della storia, il Verbo di Dio, non volle una liturgia templare, ma volle una liturgia angelica, perché mano d'uomo non celebrasse un mistero troppo grande, la cui gloria deve essere cantata solo dagli angeli.
Nel Natale del Signore il cielo tocca sempre la povertà della terra, sorprendendola e affascinandola, perché senza cielo non è possibile la pace in terra, senza cielo non è possibile relazionare profondamente tra noi con il cuore di Dio, senza cielo non è possibile avere annunci di gioia, perché la terra, la storia, la nostra vita rimangono vedove  per sempre.  Solo il cielo accende una luce eterna.

Un saggio guru cercava da tempo di aiutare un discepolo ad aprirsi all'incontro con Dio, lo sottoponeva a molti esercizi ascetici, gli richiedeva una vita estremamente controllata e lo faceva pazientare. Il discepolo era ormai esasperato da questo modo di insegnare e deluso, perché Dio tardava a rivelarsi. E di questo si lamentava continuamente con il suo maestro. Una mattina il guru, stanco delle lamentele e delle impazienze capricciose del discepolo, lo condusse con lui e lo portò a fare il bagno rituale nel fiume Gange. Mentre si immergevano per il rito di purificazione, prese il ragazzo e lo tenne sott'acqua, senza badare ai suoi tentativi disperati di emergere per respirare. Solo quando arrivò al limite estremo di sopravvivenza, il maestro lo lasciò e ascoltò con pazienza tutte le imprecazioni di vendetta e i propositi di abbandonare tutto e anche Dio fatti da questo discepolo. Allora il maestro gli disse: "Se tu cercassi Dio con la stessa foga e determinazione con cui cercavi l'aria per respirare, lo avresti già incontrato, perché Dio è la vita stessa e non un accessorio e Dio deve essere cercato fino alle lacrime".



Commento spirituale della Parola di Domenica 25 Dicembre 2015
NATALE DEL SIGNORE
Messa dell’Aurora

Dite alla figlia di Sion: Ecco arriva il tuo salvatore; ecco ha con sé la sua mercede, la sua ricompensa è davanti a lui.

Prima lettura            Is. 62,11-12

Questo oracolo brevissimo del terzo Isaia, rivolto a coloro che stavano tornando dall’esilio, comincia con un fulgore di luce stupenda: “Ecco ciò che il Signore fa sentire all’estremità della terra”, il profeta, cioè, ci ricorda la libertà sovrana di Dio: è il Signore che fa sentire, Egli in prima persona si mette in gioco ed agisce nella potenza di una Parola, agisce nella libertà sovrana da ogni struttura. L’espressione “estremità della terra” è una misura tutta umana, è l’uomo infatti che ha inventato gli estremi, il vicino, il lontano, il buono, il cattivo, la notte ed il giorno, termini per definire un mistero, ma Dio non conosce questo, perché tutto il mondo, tutta l’umanità sono dentro Dio. Molte volte noi ricorriamo all’estremità della terra, perché siamo estremisti con noi stessi e pensiamo che l’unità di misura sia la nostra salvezza, perciò Dio ci raggiunge nel nostro pensiero solo umano, tutto umano, sempre umano. Spesso diciamo o sentiamo dire: “Mio figlio non pratica, mio marito è lontano, quella persona è a metà strada”, dimenticando che Dio non può accettare l’estremità, la vicinanza, la misura, perché Dio non è né tempo né spazio né misura, ma tutti siamo dentro una misteriosa azione di Dio che manifesta la sua potenza nella Parola. Però occorre proclamare questa potenza, questa azione di Dio e la sua sovrana libertà e allora: ”Dite alla figlia di Sion: Ecco arriva il tuo salvatore; ecco ha con sé la sua mercede, la sua ricompensa è davanti a lui.”, cioè occorre proclamare, testimoniare la presenza e l’amore di Dio. La mercede e la ricompensa a cui allude la Parola è il nome nuovo, innanzitutto un nome collettivo: “Li chiameranno popolo santo, redenti del Signore”, il nome della Chiesa, di coloro che accolgono questo vangelo, poi un nome per ciascuno di noi: “E tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata”. Questo è l’augurio di natale di Dio per noi.
Il verbo “ricercare” significa cercare ancora, cercare più volte, Dio, cioè, è ostinato nel cercarci, non perché non ci trova mai, Lui, infatti, ci ha trovati fin dal primo momento, ma perché noi non pensiamo che Lui sia una prigione, una tirannia, una condanna. Dio ci cerca e ci ricerca perché vuole da noi la consapevolezza che la sua ricerca è solamente amore e finché noi non ci sentiamo totalmente liberi con Lui, la sua ricerca continua, finché non gli diciamo che stiamo veramente bene con Lui. Il nostro non è un Dio castrante, ispettivo, tiranno, catturante, ma è il Dio che vuole che stiamo con Lui solamente perché con Lui stiamo bene, il nostro Dio è il nostro bene.
Il secondo nome è riportato dalla Parola è “Città non abbandonata”, noi non siamo abbandonati, siamo la città di Dio, siamo la vera Gerusalemme.
Se pensiamo di essere all’estremità della nostra motivazione mentale, Dio ci fa udire una Parola che ci riporta all’unico punto che Dio conosce di se stesso, che è il suo cuore. Noi non siamo scentrati da Dio, siamo centrati continuamente in Dio. Allora la ricerca di Dio è inesauribile perché egli fa i conti con la nostra mutevolezza, con la nostra precarietà e con le nostre paure.
Dobbiamo essere certi di una cosa: Dio ci cercherà anche domani, Dio ci cercherà sempre, e questo è puro amore.    
Allora in questo Natale dovremmo fare alle persone che amiamo un augurio scritturistico, dicendo loro: “Sei amato, sei ricercato, sei città non abbandonata. Ecco arriva il tuo Salvatore”, per far gustare agli estranei della Parola l’ebbrezza di Dio. Questo è Natale.


Seconda lettura                  Tt 3,4-7

La lettera a Tito con le due lettere a Timoteo fa parte delle lettere pastorali, cioè di quelle lettere che Paolo indirizza a due vescovi: Timolo e Tito.
La Parola oggi ci dice che il Natale in se stesso è una manifestazione, una visibilizzazione, una tangibilità, un evento di Dio e in questo evento Egli ha manifestato di se stesso la bontà, in Cristo. Il Natale è innanzitutto un mistero che ci tocca e in questa Parola troviamo svelata una nostra dimensione: noi siamo il vero presepe di Dio. In questo presepio particolare che è ciascuno di noi non ci sono scenari, non ci sono muschio o statuette, ma ci devono essere due cose perché sia veramente presepio di Dio: la nostra nudità e povertà assolute e la luce dello Spirito. Ecco il presepio spirituale del Natale. Sembra facile a dirsi, ma non è facile da attuarsi, se lo vogliamo attuare da soli, perché noi siamo incapaci di amare e di sostenere la povertà assoluta della nostra persona. Per essere presepio di Dio dobbiamo essere assolutamente un nulla, dobbiamo percorrere la via del nulla. Allora a Natale, se vogliamo vivere questa dimensione presepiale personale, dobbiamo riscoprire con stupore la nostra nullità, la nostra assoluta povertà, altrimenti Dio non ci sceglierà come suo presepio, non saremo lo sfondo di una sua manifestazione. Il presepio spirituale di ciascuno di noi dovrebbe essere un grande foglio bianco, che è la nostra vita, e la luce dello Spirito. In questo presepio spirituale non abbiamo nemmeno la gratificazione umana dei pastori che, andando a vedere l’evento, secondo quanto dice la tradizione, portarono qualcosa a quella coppia che ebbe un bimbo in una grotta di animali. Noi non possiamo portare nemmeno questo a Natale, perché la Parola parla chiaro: noi non abbiamo opere di giustizia da noi compiute; forse facciamo qualcosa, ma davanti alla santità di Dio non ha la dignità di un dono.
Il nostro dono è il nostro nulla, il sentirci profondamente nulla, ma non perché ci disistimiamo o siamo sadici. Dio non viene in noi se non siamo nulla. Don Calabria amava dire: “Zero e miseria”. Dov’è il nostro nulla? È nell’accorgersi e nel toccare con mano tutti i giorni di essere incapaci di cambiare anche un istinto della nostra vita. Il  nostro nulla è la nostra incapacità strutturale di poterci organizzare la vita secondo la nostra idealità.
Dio ci ha salvati attraverso Gesù, non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, perciò la Parola taglia tutti i presunti meriti, ma per sua misericordia. Inoltre la Parola ci svela il dinamismo di questa misericordia che si manifesta per mezzo di “un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito santo, effuso da Lui su di noi abbondantemente”. Allora il vero presepio di Dio siamo noi quando ci lasciamo lavare, invadere, toccare, dominare da questa rigenerazione, quando accettiamo, magari inconsapevolmente, la dinamica dello Spirito santo.
Ricordiamo, però, che la strategia dello Spirito non è la nostra strategia, anzi lo Spirito santo è colui che destabilizza le nostre sicure mappe umane, è un sabotatore che ci inquieta e fa saltare le nostre sicurezze. Vivere questo lavacro, questa rigenerazione, questa grazia dello Spirito santo nel presepio della nostra vita è entrare nell’imprevedibilità di Dio, che non tutela nulla di quello che abbiamo costruito noi, ma attraverso l’azione dello Spirito, vuole farci toccare con mano la nostra nullità, la nostra povertà, per farcela gustare ed amare perché è la dimensione più preziosa che abbiamo nella nostra vita. Quando siamo consapevoli della nostra nullità spirituale, la accettiamo e la amiamo, assumiamo un atteggiamento che ha la potenza di sedurre Dio verso di noi. Non seduciamo Dio con le nostre virtù, anzi, una santità troppo virtuosa molte volte è una gratificazione sotterranea del nostro io. Dio si affascina di noi quando ci vede veramente nulla, quando vede che siamo il presepio del suo amore.
Dio non può entrare in una vita che vuole a tutti i costi strutturarsi e rassicurasi con conquiste personali, perciò la vita spirituale che vorrebbe strutturarsi e diventare una conquista continua di virtù e di atteggiamenti è un tentativo solo umano che molte volte viene sforbiciato dagli eventi della vita. Quando siamo nulla e siamo finalmente felici di essere nulla nello spirito, e l’essere nulla nello spirito è un’intelligenza spirituale ed una grazia particolare che Cristo non concede a tutti, allora siamo veramente il suo presepio, siamo la terra buona dove Lui si manifesterà.
Tutti i personaggi del presepio hanno iniziato da un nulla, hanno creduto al loro nulla. Se dopo aver fatto la comunione nel nostro cuore diremo a Dio, in sincerità, che non abbiamo nulla da donargli, siamo sicuri che lo abbiamo sedotto e lo Spirito santo, “effuso su di noi abbondantemente” comincerà ad operare le sue meraviglie.
Se siamo nulla cominceremo a vedere le meraviglie dello Spirito nella nostra vita, cominceremo a vedere che anche noi siamo usati da Dio e dallo Spirito per cose grandi. Se ci crediamo nulla, dobbiamo portare la croce pesante del non essere capiti dagli altri perché, quando uno ha il fascino del proprio nulla, è riempito di Dio e si distingue perché Dio agisce in quella terra vergine del nulla.
Siamo talmente nulla che non abbiamo nemmeno la capacità di pregare, dice la Parola, ma non abbiamo nemmeno la capacità di riconoscere il nostro peccato e di pentirci perché è lo Spirito santo che ci dà questa capacità. Chiediamo veramente allo Spirito santo la grazia della nullità. Quando siamo nulla, Dio è tutto, se invece non siamo un nulla, Dio è una parte e Lui non accetta di essere una parte, perché ci ama fino alla gelosia.
Diventando presepi di Dio saremo “eredi, secondo la speranza, della vita eterna”.
Più toccheremo il nostro nulla, più vedremo la potenza di Dio in noi, invece un cristiano strutturato nella sua testa, un cristiano acculturato nella sua teologia è un cristiano che non lacera né la mente né il cuore degli altri perché porta se stesso e non Dio.
Se siamo nulla, Dio si manifesterà pienamente in noi, allora potremo dire con l’apostolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.        

         
Vangelo                   Lc 2,15-20

Perché gli angeli sono i primi evangelizzatori del Verbo?
Perché, secondo san Tommaso d’Aquino, dopo la caduta del peccato originale, Dio Padre rivelò agli angeli il progetto di salvezza attraverso il Figlio e all’annuncio il corpus angelico si divise tra gli angeli che accettarono questo progetto del Padre e quelli che si opposero. Perciò gli angeli, quando Gesù nacque, furono i primi che, essendo confidenti di un segreto di Dio, poterono annunciare all’uomo che si era compiuto il mistero taciuto per secoli eterni.
Dio nasce nella periferia della storia, Betlemme, estremità della terra, nasce nello squallore di una destrutturazione qualunque, neanche in una casa, e quando Egli si manifesta ci mostra e usa un’umanità particolare, i pastori, che al tempo di Gesù erano persone senza alcun valore, infatti non potevano essere citati in tribunale, non avevano capacità difensive, non potevano testimoniare, non erano nemmeno censiti, erano inesistenti, anzi erano considerati impuri inaffidabili, rissosi.
Dio sceglie altre due categorie di persone inesistenti nella mentalità palestinese: il bambino e la donna, perciò Dio sceglie tre categorie che non facevano storia per diventare storia di salvezza.
San Giuseppe, l’unica persona che valeva dal punto di vista sociale, è portatore di un segreto e deve accettare uno stupore di Dio su Maria che lui non capisce, è l’uomo del silenzio. Perciò in questo vangelo si manifesta la vera natura della Chiesa, un mondo alternativo, una comunità che ascolta, che si decide, che parte, che vede, che adora, che annuncia.
L’avventura della fede è l’avventura dei pastori, uomini che per il mondo erano nulla e che sono diventati narratori di Dio, perché la fede non è scoprire una verità, è vedere un evento. I pastori videro l’evento di Dio: un bambino, una donna ed un uomo, un evento opaco, una scena cruda, i pastori non videro altro con gli occhi, ma videro il mistero. Anche oggi la Chiesa ha dei segni molto opachi e poveri, i sacramenti, eppure se noi siamo affascinati da Dio, noi stupiremo la gente perché saremo portatori di un evento, non di una dottrina.
In questo mondo alternativo una donna, Maria, dà il la e lo stile all’alternatività di un uomo: il silenzio, la custodia, la meditazione degli eventi di Dio. Un teologo diceva che la dimensione mariana precede la dimensione petrina, cioè il silenzio di Maria precede la struttura del governo. Questa donna del silenzio, del profondo, dell’interiorità ha saputo creare un’umanità nuova, l’umanità di Dio.
A Natale ci auguriamo di collocarci in questa Parola viva, ci auguriamo di essere questo brivido alternativo di umanità, ci auguriamo di essere persone che cambiano la storia perché creano un’alternativa, perché trasmettono alla gente la certezza che c’è un’altra strada per vivere la vita.   



Commento spirituale della Parola di Domenica 25 Dicembre 2015
NATALE DEL SIGNORE
Messa del giorno

A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio

Prima lettura    Is 52,7-10


“Come sono belli sul monte i piedi del messaggero che annuncia la pace”, il profeta specifica dove sono questi piedi, sono sui monti. Coloro che annunciano le liete notizie di Dio sono i suoi testimoni,  i suoi evangelizzatori, coloro che sono andati sul  monte del Signore per ascoltare la sua voce. Le vere liete notizie non possono che venire dal monte perché è solamente dall’alto che verrà salvata la vita che è in basso. La buona notizia è una notizia che non arriva mai per una creatività umana, per una originalità umana, ma la vera buona notizia discende sempre dall’alto, cioè da Dio. I piedi belli di coloro che recano liete notizie, come dice Isaia,  sono sui monti e sono gli uomini e le donne che, affascinati dell’amore di Dio, sono saliti e hanno fatto della loro vita, della loro tensione d’amore una salita, perché sui monti del Signore hanno veramente ricevuto la pace e la buona notizia. Chi è destinatario della buona notizia? Sono le rovine di Gerusalemme. In senso storico la Parola parla  della Gerusalemme distrutta, violata, ma possiamo attribuire a questa espressione anche un significato attuale.  In questo Natale i destinatari della buona notizia del Signore sono delle rovine che sono presidiate dalle sentinelle, ma chi sono le sentinelle? Sono quegli uomini e quelle donne di Dio che stanno aspettando, desiderando, anelando una Parola diversa per confortare la maggioranza della gente che è in rovina. Che cosa sono queste rovine? Sono gli uomini e le donne distrutti nel cuore, coloro che non hanno più speranza, che hanno visto cadere la sicurezza delle loro mura, sono la gente che vive angosciata per il proprio futuro economico, per un benessere che sta scricchiolando, per un futuro stesso della storia.
Le buone notizie vengono portate dalle sentinelle che, ascoltando i piedi del messaggero che annuncia la pace e che annuncia la salvezza, cominciano a cantare di gioia. Isaia non parla di messaggeri, ma di un messaggero e il messaggero per eccellenza che annuncia le buone notizie e la pace è Gesù, è lui l’inviato del Padre, è lui che ci sta raccontando e testimoniando la follia d’amore che Dio ha per ciascuno di noi.
Come si producono le rovine? Le rovine di Gerusalemme sono state prodotte da Nabucodonor che ha distrutto la città e ha portato gli ebrei in Babilonia; le rovine di oggi e le mura che cadono oggi sono prodotte dal non amore e dall’indifferenza verso i cuori. La lieta notizia, la buona parola, il canto di gioia del messaggero e delle sentinelle ha un unico scopo: non più riedificare e riscattare Gerusalemme, ma riedificare e riscattare ogni cuore, perché ogni cuore di uomo è la Gerusalemme di Dio. Il cuore deve essere restaurato, rigenerato, ricostruito solamente dalla potenza della Parola. Il messaggero e le sentinelle sono i collaboratori umili di Dio che, attraverso la grazia di Dio, ricostruiscono i cuori infranti e rovinati.
Il vero presepio in questo Natale non sarà quello che vedremo nelle chiese o nelle case, la vera Betlemme, il vero presepio, la vera povertà, magari, saranno nel cuore dei nostri cari che la grazia di Dio preparerà perché possiamo donare loro una Parola che viene dal monte, perché possiamo essere per loro la sentinella che canta di gioia. Qual è questa Parola che toccherà le rovine interiori che si nascondono dietro un sorriso di modalità e di festa? L’unica Parola è quella di Dio perché essa, portata da un cuore di sentinella, può far vibrare le corde più profonde del cuore di ognuno. La gente di oggi è corazzata a tutte le parole, a tutte le esortazioni, a tutte le prediche e tanta gente che si avvicina alle nostre comunità rimane delusa da tanta ripetitività senza anima di una Parola di Dio che è di per se stessa eternamente nuova. Pur essendo eterna, la Parola di Dio ha sposato la dinamica e il battito del cuore dell’uomo che è sempre diverso, perciò la grazia della Parola per Natale sarà, magari, toccare e raggiungere il cuore di un nostro caro e far emergere, attraverso una Parola di grazia, una consolazione e una rianimazione del suo profondo e del suo nascosto.
Non è di tutti essere messaggeri che annunciano liete notizie, non è di tutti essere sentinelle sulle rovine, ma è di alcuni che Dio sceglie non per meritocrazia, ma perché queste persone tengono inguaribilmente aperto il loro cuore per una Parola ulteriore che li deve raggiungere.
Qual è la tristezza più grande di una vita? Essere contenuti da una Parola usurata, stanca e piccola che non può contenere il battito della grandezza del sogno del nostro cuore. Il messaggero e le sentinelle sono quel piccolissimo resto di Israele che ha ricevuto da Dio una grazia particolare: di essere i banditori, gli annunciatori di una Parola fresca, nuova, rigenerante.
Tutte le vie per raggiungere le persone sono bloccate, ne rimane una ed è quell’unica via attraverso la quale passa la grazia di Dio, è la via del cuore, e in essa la Parola, la grazia e la nostra intelligenza che collabora con la Parola, troveranno dei credenti senza chiesa, ma dei credenti assetati. Credenti senza chiesa nel senso che magari rifiutano la mediazione, per il momento, ma ciò non vuol dire che la grazia si fermi; essi hanno una sete profonda di Dio e la loro bibbia non è il libro cartaceo, la loro bibbia è il loro desiderio, la loro sete di sentire una diversità di grazia e una profondità di accoglienza.
Non saranno le solite esortazioni natalizie che toccheranno il cuore dei nostri cari, ma sarà il fascino della Parola che ci renderà sentinelle che cantiamo di gioia. La sentinella che canta di gioia è quell’uomo e quella donna toccati da Dio perché possano diventare una voce di speranza e di vita nel panorama delle rovine.
            

Seconda lettura                  Eb 1,1-6

La seconda lettura ci annuncia che la Parola percorre diverse modalità: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi ha parlato, oggi sta parlando a noi per mezzo del Figlio”. La Parola viva di Gesù non è una Parola unica, nel senso che Gesù sia un’unicità di espressione e di missione, ma i molti modi, i diversi modi con i quali Dio parla sono stati tutti raccolti dalla Parola viva, eterna, vera di Gesù. Gesù è la Parola viva, la Parola vera, la Parola unica. Però Gesù, Parola viva, vera, unica è anche Parola molteplice, questo significa che la sua Parola viva deve percorrere la molteplicità dei figli (primogenito di molti fratelli), infatti Gesù ha dichiarato che chi ascolta la Parola e la mette in pratica è fratello, sorella madre. Perciò la Parola, unica nella verità, unica nella grazia, unica nella luce, diventa Parola itinerante e pellegrina nella molteplicità, perché la molteplicità dei cuori, dei fratelli, degli amici di Gesù obbliga la Parola a entrare a bussare e ad operare nei cuori in modalità, in tempi, in modi misteriosi e diversi.
Siamo portati a pensare che la Parola di Dio abbia un echeggio unico, ma Efrem il Siro dice che la Parola non viene mai esaurita e non può essere esaurita dalla nostra comprensione, ma quando la Parola viene proclamata, l’echeggio della Parola diventa molteplice perché la sua grazia diventa diversa modalità e molteplicità di volte. La Parola non ha un tentativo solo nel cuore dell’uomo, ma la Parola molte volte percorre in diverse modalità i cuori da salvare. Che Parola sarebbe se fosse un editto o un ultimatum uniforme per tutti? Certamente sarebbe una triste Parola, invece essa viene caratterizzata da quel molte volte e in diversi modi e i diversi tempi. Allora non possiamo diventare giudici di un altro, perché la Parola nella sua sapienza, nella sua intelligenza e nella sua grazia molte volte si maschera nel bisogno apparentemente umano interiore di una persona, ma dentro quell’involucro c’è tutto il fuoco di quella Parola che è data per la salvezza di ogni cuore. Il più grande insulto che noi facciamo alla Parola è ritenerla una Parola uniforme, il più grande insulto che facciamo ad un cuore è ritenerlo uguale a tutti gli altri. Quando non ci sentiamo raggiunti nella nostra molteplicità e nella nostra misteriosità molteplice, ci sentiamo per l’ennesima volta presi in giro, perché ci sentiamo agganciati da una Parola preconfezionata, uniforme e vuota. Quando invece, alla scuola dell’unica Parola che è il Figlio, impariamo l’arte spirituale della molteplicità e della scansione temporale, diventiamo alleati intelligenti di questa Parola che ha un unico scopo: guarire, sanare, salvare l’inquietudine di ogni cuore che, senza la Parola, diventa un cuore che urla e grida.
Le sofferenze dei cuori sono quelle più care a Dio, perché per queste sofferenze interiori c’è solo una grazia particolare che fa parte della misteriosità e della molteplicità della Parola che porta l’unità nella via difficile della molteplicità. Molte volte Dio parla in Gesù attraverso una pazienza infinita, anche questo è un parlare: il suo stare alla porta di un cuore senza forzare i tempi, perché  altrimenti sarebbe una forzatura al cuore. Dio, signore del tempo, dà alla Parola quel grembo e quelle viscere materne dell’attesa, dell’entrata modesta e silente e della operatività unica in una molteplicità dei cuori che questa grazia della Parola di carne, che è Gesù, vuole diventino gloria di Dio.          


Vangelo                   Gv 1,1-18

Noi abbiamo un principio, perché solo Dio è eterno. Dio è stato il principio che ha dato origine alla nostra vita, alla nostra storia, al nostro andare. Quando non siamo radicati nel principio, che è la Parola, non siamo radicati nemmeno in noi stessi, perché senza il principio della Parola non siamo capaci di comprendere la nostra vita e la nostra storia. Questo principio è il narratore e il trasmettitore di una nostra storia, di una nostra vita, di una nostra avventura. Non è la carne né il sangue che hanno generato la nostra vita, ma è la grazia e l’apertura alla paternità e alla maternità feconda di Dio. Ciò che conta nella nostra vita è l’essere ancorati a questo principio, quello che viene dopo è tutto di passaggio. Anche Giovanni, uomo mandato da Dio, annuncia, testimonia e poi, come tutti gli uomini di Dio, discreti e intelligenti, morirà sul monte Nebo, non tanto in senso geografico, ma spirituale, perché gli uomini veramente di Dio vedono di lontano ciò che Dio farà. Dio non li sazia di risultati tangibili, ma li ferisce di speranza e di certezza che verrà. Anche Giovanni lascia spazio a colui che sarebbe venuto dopo di lui, ed era prima di lui. Saremo di Gesù quando saremo ancorati al principio, perché sarà esso che ci porterà alla fine e al fine. È questo principio che ci porta la pienezza della grazia su grazia. In questo consiste la grazia che ci differenzia da Mosè. Con Gesù non siamo più discepoli del Mosè dell’Egitto, a cui  venne data la legge, con Gesù ci sono date la grazia e la verità e, mentre Mosè muore sul monte Nebo, Gesù  arriverà nella vera terra promessa che è il nostro cuore. Nel prologo di Giovanni anche Gesù è itinerante, è in esodo, è in cammino; lui, il nuovo Mosè, è in cammino nella terra promessa del nostro cuore dove mancano due cose affinché sia promessa: il latte della maternità di Dio e la dolcezza del miele della Parola.
Quando il nostro cuore si lascerà impregnare dal Verbo dell’esodo itinerante nella tenerezza materna di Dio e nel latte materno che nutrirà il nostro cuore inaridito, verrà accompagnato dal miele dolcissimo della sua Parola (salmo 118: “La tua Parola è più dolce di un favo di miele”).
Non è più la legge che convincerà, ma sarà il latte e il miele della grazia di cui godiamo quando accogliamo il Gesù itinerante ed esodico in cammino verso la vera terra promessa che è il nostro cuore.          


Vangelo     Gv 1,1-18

Il vangelo di Giovanni, che si differenzia dai sinottici, fu scritto nel 90 d.C. periodo in cui c’era già un pensiero teologico che si stava sistematizzando. È diviso in due sezioni principali: il libro dei segni o dei semeion (capp. 1-12) e il libro della gloria (capp. 13 al 20). Giovanni ci presenta un Gesù maestoso, trascendente, teologico, che compie sette segni principali, simbolici, parallelamente alle gradi feste ebraiche. Il quarto vangelo è un’opera complessa: imparentato alla forma più primitiva della predicazione cristiana, è anche il punto d’arrivo di uno sforzo, perseguito, sotto la guida dello Spirito santo, per un’intelligenza più profonda e luminosa del mistero di Cristo. Per san Giovanni Gesù è il Verbo fatto carne, che viene a dare la vita agli uomini. Il mistero dell’incarnazione guida tutto il suo pensiero e questa teologia si esprime nel linguaggio della missione e della testimonianza. Gesù è la parola, il Verbo, mandato da Dio sulla terra e che, una volta compiuta la sua missione, deve far ritorno a Dio; tale missione consiste nell’annunciare agli uomini i misteri divini: Gesù è il testimone di ciò che ha visto e udito presso il Padre. Per accreditare la sua missione Dio gli ha dato di compiere un certo numero di opere, di “segni” che superano le possibilità umane e provano che egli è realmente mandato da Dio: sono una manifestazione ancora discreta della sua gloria, nell’attesa della piena manifestazione nel giorno della risurrezione.  
Il vangelo di Giovanni è introdotto da questo celebre prologo che ne annuncia i motivi e le caratteristiche principali, celebrando l’opera salvifica di Dio. Questo prologo è abbastanza simile ad altri canti cristologici che troviamo nel Nuovo Testamento, ad esempio al canto dei Colossesi e dei Filippesi. Più che un vangelo in senso stretto è una speculazione sul mistero, infatti è un testo densamente teologico, un volo d’aquila dell’evangelista sul mistero di Gesù.
La Parola con cui comincia, “In principio”, costituisce un parallelismo con il primo verso del libro della Genesi. Giovanni ci vuole portare subito ad un principio di Dio, come manifestazione di gloria, manifestazione salvifica per noi, per questo la prima luce che ci dà sul Verbo è la sua preesistenza, cioè Gesù è da sempre, da sempre è presso Dio. Giovanni ha molto cara questa idea, tanto che ripete: “Dio nessuno l’ha mai visto, solo il Figlio l’ha visto e ne rende testimonianza”.
Questo Verbo, questa Parola, questo Logos da sempre era in Dio, in questa affermazione cogliamo forse le prime risposte di Giovanni all’eresia gnostica che serpeggiava ai suoi tempi o forse anche alle prime letture riduttive di Gesù come semplice uomo. Giovanni ci tiene a dire che Gesù è come Dio, è presso Dio ed è Dio. Il nostro vero principio è Dio, a lui abbiamo bisogno di tornare. Paolo usa un verbo teologico per affermare questo concetto: ricapitolare tutto in Cristo, la ricapitolazione, infatti, significa riportarci al principio, all’origine. Oggi tanta gente soffre un’inquietudine spirituale perché ha smarrito il principio originale e originante e si sta perdendo nei meandri di una storia con il fiato corto. Questo Verbo, invece, è il nostro principio e nella misura in cui accogliamo la Parola, il Logos, veniamo ricondotti al principio, che è Dio.
Gesù è Parola, Gesù è la Parola del Padre. Il libro della Genesi ci fa vedere come la Parola di Dio sia efficace e crei, quando Dio pensa, parla, crea, allora la Parola del Padre, il Logos, è veramente stato concreatore con il Padre perché tutto è stato fatto per mezzo di lui, “senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”. Allora la creazione ha una forte impronta cristica, perché Gesù è concreatore con il Padre. Per creazione in senso ampio si intende sia quella cosmica che quella di ogni persona. Dopo aver proclamato Cristo Parola creatrice, Giovanni contempla un altro aspetto del Verbo: “In lui era la vita”, un tema molto caro alla predicazione di Gesù: “Io sono la via, la verità, la vita”, “Io ho portato la vita e la vita in abbondanza”, “Se non venite in me non avrete la vita”. Cos’è questa vita che era in lui ed era la luce degli uomini? Innanzitutto in lui era la vita intratrinitaria, perché Gesù, collocato nel mistero trinitario, era collocato nel cuore della vita di Dio, era immerso nella danza trinitaria, in questa attrazione delle tre divine persone in un’osmosi d’amore. Il Verbo di Dio non era necessitato di nulla, nemmeno dell’uomo, ma Dio ha voluto crearci non per necessità, ma per amore. Creandoci per amore, siamo diventati i suoi partner, i suoi referenti, ecco perché la vita era la luce degli uomini. Non possiamo dare qualità alla nostra vita se essa non si inabissa in una qualità trinitaria, se la nostra vita è puramente biologica, istintiva, immediata, è una mera sopravvivenza, la vera vita è portare in noi la scintilla del dinamismo trinitario. La vita era la luce degli uomini, questa vita ci ha donato la luce che ci ha mostrato il vero Dio e questa luce “splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”. Inizia qui una seconda parte del prologo, l’incontro scontro tra Dio e la storia, comincia la missio di Gesù, in cui il Padre è il mandante, Gesù è il mandato, la storia è la destinataria. Il vangelo di Giovanni ci dice che quando Dio ha voluto far entrare il Verbo nella storia e la storia è diventata il grembo della luce di Dio, questa storia tenebrosa (potremmo riferirci ancora a Genesi quando c’era il caos, quando le acque ricoprivano tutto il globo terrestre) rifiuta la luce di Dio. Perciò Giovanni ci dice che ogni incarnazione, anche la nostra, è accolta molte volte con rifiuti e tenebre. In Giovanni è spesso presente il tema dualistico: luce-tenebre, vita-morte, accoglienza-non accoglienza, amore-odio, Dio-mondo. Allora Dio nel Verbo fa un’esperienza forte della storia, della possibilità che abbiamo tutti di rifiutare il passaggio dell’amore di Dio. La storia è un intreccio complicato che ci divora, ci mette alla prova, ci valuta, ci cambia, ci seduce, ci opprime, eppure la storia diventa il tentativo della missione di Dio. Ecco perché la storia, rappresentata dalle tenebre, non ha accolto la luce. Giovanni ci vuol ricordare due cose: Dio non si impone e l’accoglienza è sempre una risposta libera, ma allo stesso tempo graziata. Non è scontato accogliere Dio e quando accogliamo un Dio scontato accogliamo una nostra proiezione, non Dio.
Quindi Giovanni colloca nel suo prologo la figura di Giovanni Battista e ne opera una demitizzazione. Molti pensavano che il Messia fosse lui: “venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni”, Giovanni Battista fa parte di una didattica, di una preparazione di Dio: “Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui”.
Giovanni Battista, ultimo profeta dell’Antico Testamento e precursore del Verbo, viene mandato da Dio, un Dio che prepara e progetta la storia: “egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce”, così Giovanni opera la demitizzazione completa di un profeta, affermando che Dio non è il suo profeta, ma il profeta è semplicemente un partner fedele di Dio.
“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”, ecco la luce, che è il Verbo, l’Apocalisse afferma che gli eletti di Dio non hanno bisogno né di luce di lampade né di luce di sole, perché la gloria di Dio brilla sopra di loro. L’unica luce, che è Cristo, illumina ogni uomo, la luce unica illumina ogni mistero unico. Allora il cristiano è una persona che vive di luce riflessa. La luce illumina ogni uomo, perché Dio non ci violenta con la luce, ma in Cristo dosa la luce, dandoci quella che ci è necessaria: Dio non acceca, illumina. “Veniva nel mondo la luce vera”è la missionarietà di Gesù. La passione del Verbo inizia proprio in questo rifiuto, prima che lo rifiutassero gli Ebrei, Erode, Pilato, i sommi sacerdoti, l’hanno rifiutato i destinatari di questa luce.
“Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui eppure il mondo non lo riconobbe”, ritorna l’idea della concreazione; il mondo per Giovanni è la storia, l’insieme di persone che dovrebbero attendere la rivelazione di Dio. “Venne tra la sua gente”, il Gesù della storia, il Verbo, si fa Ebreo con gli Ebrei, il Verbo eterno, non legato a cultura, discende e sposa la mezzaluna fertile. Gesù si è incarnato in un determinato posto, perché completava la storia di luce che nacque dal roveto ardente. Dio che non è distonico, quindi il Figlio non fa un’operazione diversa dal Padre e quello che Iahvè iniziò senza rivelarsi come Trinità, lo porta a compimento il Figlio, che rispetta anche la geografia spirituale della Trinità.
“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”, questa gente erano gli Ebrei, oggi è la Chiesa. Giovanni ci parla di una spiritualità della sconfitta, della chiusura, di tanto nostro amore che viene ricambiato con dei rifiuti. La missione è sempre rischiosa, anche noi potremmo essere rifiutati e non accolti, anche Dio pagò questo scotto. È difficile incarnare, presentare, annunciare. “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” perché gli Ebrei l’avevano caricato di una eccezionalità pratica, politica, visibile ed immediata, pensavano che Dio fosse scontato. Quando, invece, vedono che Dio si manifesta nel povero Messia di Nazaret, non lo accolgono perché non gratifica la loro proiezione.
“A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”: l’accoglienza genera la figliolanza. Non ci si improvvisa figli. I figli di Dio sono tutti generati per amore ed il seme che li genera è l’accoglienza. Molte volte pensiamo che si diventi figli adottivi di Dio una volta per tutte  con il Battesimo, invece è una Figliolanza che si deve tutti i giorni, non è un titolo onorifico, è una figliolanza che si costruisce in una maturità di accoglienza e di umiltà. Diventano figli di Dio coloro che credono nel suo nome, “i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. Il verbo “genait”, generare, non richiama solo il partorire della madre, ma è l’atto procreativo del Padre, per cui Giovanni usa per noi lo stesso verbo che la teologia usa per parlare della generazione eterna del Figlio (“generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”), è questo inscindibile legame di figliolanza a costituire il tratto distintivo della nuova creazione spirituale operata da Dio. Da un generare di Dio nasce il nuovo mondo, il mondo dei figli, che presume un mondo di tenebra che non si è aperto al Verbo: quando nasce il mondo dei figli di Dio è ancora più evidente e virulento il mondo dei non figli. Molti, come Esaù, rifiutano la figliolanza di Dio data in dono e si riducono ad essere creature di Dio, non più figli. Allora siamo figli nel Figlio, i figli di Dio sono verbizzati, sono Parola, sono cristi. Dove c’è un Figlio di Dio generato è ancora più virulenta la lotta e sono ancora più spesse le tenebre, dove c’è un Figlio nasce un dualismo, perché un Figlio è un evento di grazia che disturba la lettura riduttiva di una storia fatta di volere di uomo, di carne e di sangue. Nascere da Dio è un dramma, perché si viene partoriti e gettati subito nella crudele storia che non sopporta la luce e non la accoglie. Molte volte, quando pretendiamo di essere accolti nell’identità e nel messaggio che portiamo, avanziamo una pretesa  fuori posto perché neppure il Verbo è stato accolto.
Il Natale è un tuffo nel principio, nell’origine, nell’identità, per questo san Leone Magno dice: “Riconosci, cristiano, la tua dignità”. Oggi abbiamo operato un riduzionismo di identità e i cristiani  vengono collocati tra la buona gente e non tra i figli.
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, ecco il movimento di discesa, “e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”, dovremmo contemplare il Verbo discendente durante la Messa quando Gesù pane viene innalzato, poi discende e si appoggia alla mensa della vita. Anche nella messa Gesù rimane glorificato e visibile per un solo istante, poi discende e scompare nel grembo dell’altare. Contempliamo il Gesù che ascende e che discende, il Gesù che pianta le tende in mezzo a noi. “Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”. La gloria di Dio non è un effetto strabiliante, è silenzio, presenza, intensità. La gloria di Dio è il silenzio sacramentale, è la permanenza misteriosa, feriale, ma fedele. La gloria di Dio è il passaggio di un Dio che è fuoco, che non ci ustiona, ma che ci riscalda. Vedere la gloria di Dio è vedere il nulla nell’invisibile del sacramento perché, se vedessimo qualcosa, la gloria di Dio si sarebbe ridotta ad una scheggia di forma e la forma è la mendicità umana che desidera vedere l’invisibile ridotto al formato. Dio ha assunto forma solo nell’incarnazione, allora vediamo la sua gloria nel mistero, nel passaggio dei sacramenti e nella Parola. La gloria di Dio passa nella sua affascinante nudità.
L’evangelista ripropone la figura del Battista, che viene ancora una volta demitizzato: “Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me”. Giovanni, vedendo passare Gesù, disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo”. Il peccato del mondo è il rifiutare il Cristo di Dio. Giovanni contempla un Gesù pasquale, già immolato e nell’Apocalisse questo agnello sta ritto in piedi. “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”, il Verbo è donatore di una grazia strepitosa, di una misura pigiata, scossa e traboccante, perché Dio dà grazia su grazia e dalla sua pienezza di rivelazione noi tutti abbiamo ricevuto senza nessun merito. Giovanni distingue, poi, le due alleanze (“Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”), i due monti, Sinai e Calvario, i due condottieri, Mosè e Cristo, le due alleanze, pietra e sangue.
Il brano si conclude con un pensiero caro a Giovanni che afferma l’inviolabilità del mistero di Dio: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”.
Questo è il Natale.
Dietrich Bonhoffer scriveva: “Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola. Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola. Facciamo silenzio prima di coricarci, perché l’ultima Parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola”.  
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