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25 novembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 25 Novembre 2018
XXXIV Domenica T.O. Anno B
SOLENNITÁ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO


Prima Lettura     Dn 7,13-14


San Giovanni della Croce nelle sue opere mistiche dice che, quando siamo nelle nostre tenebre, siamo nella luce di Dio, e che, quando diciamo di non vederci, cominciamo a vederci.
È impressionante la prima riga di questo oracolo profetico di Daniele: “Guardando le visioni notturne”, nella notte egli ha visto chiaramente il mistero. Noi siamo troppo abituati alle luci umane artificiali, ma la luce dell’uomo ci fa vedere l’evidente, lo scontato, quello che appare, il visibile e noi molte volte costruiamo la nostra vita su questa percezione visiva luminosa di noi. Questa luminosità ci porta l’evidente, ma non ci introduce al mistero. Cominciamo a percepire il mistero quando siamo nell’apparente notte. Dio non si concede quando c’è troppo inquinamento luminoso, quando c’è troppa luce umana di opinioni, di intelligenza, di prese di posizione. La differenza sta proprio qua: il profeta vede nella notte, il non profeta vede solo l’evidente; il profeta vede il mistero e ciò che il mistero di Dio porta all’uomo, colui che vive di evidenza, vede solo eventi senza radice,  senza grembo e senza futuro.
Quando siamo in Dio, quando siamo dentro l’amore e la profezia di Dio, vediamo nella notte la sua luminosità. Anche verso noi stessi cogliamo solo l’evidente, cogliamo quello che tocchiamo, che sentiamo, che percepiamo di pelle, anche di noi ci raccontiamo stancamente quello che siamo stanchi di vedere con la luce umana, ma il nostro tesoro è proprio nella sua luce ( “Nella tua luce vediamo la luce” recita un salmo). Quando pretendiamo di vedere, siamo ciechi e non sappiamo di esserlo. Quando non vediamo il mistero di Dio, quando non siamo dentro il mistero di Dio (mediato dalle immagini del vegliardo e del figlio dell’uomo) siamo lontani da noi stessi e dagli altri. Quando non abbiamo Dio nel cuore, non siamo capaci né di amarci né di amare. Quando non abbiamo Dio che regna dentro di noi nella luminosità profonda del suo amore, la nostra vita non è più regno, ma diventa pista carovaniera di mercenari e di assassini. Quando non abbiamo Dio nel cuore, diventiamo una preda, una vittima di noi stessi e degli altri.
Quando non ci ostiniamo a guardare Dio con la sua luce, veniamo condannati dalla luce evidente degli altri che ci misurano, ci valutano, ci scartano e ci condannano. Invece bisogna penetrare nelle visioni notturne e vedere il mistero di questo Dio, che, dice Daniele, ogni tribù, lingua, popolo adorerà.
Il mistero di Dio viene visto solamente dagli sguardi profetici di coloro che sanno guardare nelle notti la luce eterna di Dio. Essa coglie coloro che lo cercano e Dio li accoglie nella loro unicità, nel loro groviglio, nella loro non evidenza, perché Dio con ciascuno di noi non ha un rapporto evidente e misurato dall’uomo. Il nostro rapporto con Dio è un rapporto misterioso nel quale noi non dettiamo le norme del dialogo, ma dobbiamo essere passivamente aperti nell’accogliere la sua grazia. Dio con noi non ha un rapporto umano di dare ed avere, Dio parla in noi nel profondo del nostro cuore in quello che molte volte nelle tenebre esteriori noi non vediamo. Allora i profeti sono quelli che guardano nelle visioni notturne per essere rivestiti della luce interiore e gentile di Dio. Chi sono i veri profeti oggi? Sono coloro che, mossi dalla grazia di Dio, sanno cogliere il disagio di un cuore, nascosto dietro un sorriso tirato. Coloro che hanno la luce di Dio sanno cogliere vibrazioni, sofferenze, solitudini, senso di frustrazione nascosti nelle anime che hanno una sete infinita di Dio.
Daniele ha intravisto il mistero di Dio e lo ha raccontato; oggi i veri profeti sono quelli che non sono catturati dall’evidenza, perché l’evidenza crea la modalità, la modalità crea la tirannia, la tirannia crea i tiranni e le vittime. Coloro che sono pieni della luce di Dio e che hanno nel loro cuore il regno di Dio, sono quelli che sanno sforare le tenebre che sono in molti cuori, portando una luce, la luce di Dio, che non è una luce ispettiva, perché Dio non fa luce per vederci chiaro, ma Dio fa luce per dirci che ci ama. Quando Dio illumina gli scenari decadenti del nostro cuore, non lo fa per imbarazzarci, ma essi sono per Lui motivo doppio per amarci ancora di più. Dio non guarda quello che abbiamo fatto né in bene né in male, perché non cerca operatori, Dio cerca persone che si lascino amare da Lui.
Chi sono coloro che hanno il regno di Dio nel cuore? Sono persone che non cercano le approvazioni degli uomini, le quali sono infide, evidenti, di parte, miopi, che distruggono nel cuore.
Guarda nelle tue notti e là troverai il Suo giorno.
  
          
Seconda Lettura     Ap 1,5-8

In questo brano a Gesù vengono dati quattro titoli: Cristo, cioè consacrato, unto, testimone fedele, preannunciatore fedele di Dio, primogenito dei morti e dei risorti e il sovrano dei re della terra. Si tratta di Titoli altisonanti che descrivono il suo mistero e che  vengono poi soppiantati da un’azione di Cristo: a colui che ci ama. L’amore è una attività che l’anima deve accogliere in una totale passività, perché colui che ci ama, dice san Giovanni, ci ha amati per primo. L’amore non è solamente l’attività di Dio è l’identità di Dio, è la forza di Dio, è la malattia inguaribile di Dio. Noi siamo destinatari del suo amore, che non è una cosa, non è un premio, ma è la sua identità, la sua presenza in noi misteriosa ed efficace.
L’amore di Dio non si può descrivere perché lo rimpiccioliremmo. Santa Faustina attribuisce alla misericordia di Dio delle caratteristiche: mistero incomprensibile, meraviglia degli angeli, stupore dei santi. Quando Dio ci ama, e ci ama anche adesso, noi non ce ne accorgiamo perché il suo amore non deve essere vidimato da noi. Per troppi anni ci hanno spiegato che l’attività amatoria di Dio verso le anime esige risposte, consapevolezze, ringraziamenti, comportamenti giusti perché ad amore si deve rispondere con l’amore, invece in questa Parola di oggi, Colui che ci ama, cioè Gesù, ci ama e l’amore è l’eterno presente. Ma l’amore è anche capacità di liberazione. “Colui che ci ama (presente) ci ha liberati (passato) dai nostri peccati”. Il vero peccato è essere paralizzati, radicati, incollati in una storia passata che non c’è più, perché non cogliamo il presente del passaggio dell’amore di Dio. I peccati da cui ci libera Gesù sono le nostre paure, i nostri non perdoni verso noi stessi, i nostri sensi di colpa, le nostre ossessioni, tutti regali dal nemico che vuole che noi ignoriamo che Dio ci ama. I nostri peccati sono visibilizzazioni di disagi, di ferite interiori, di esperienze della vita senza Dio. E quando viviamo senza Dio? Quando il nemico ci sfalsa ciò che Dio è e Dio è solo amore. Dio non è giudice, legislatore poliziotto, verificatore, Dio è solo amore. E amandoci, ci libera dai nostri peccati e i nostri peccati sono il nostro dirci su noi stessi e sulla vita senza il suo amore.
Oggi le nostre comunità sono aride e desertiche perché non c’è più l’amore teologale, non ci si sente più amati, siamo troppo preoccupati di essere utenti di servizi ed eventi comunitari fatti da noi. Abbiamo tolto la parola a Dio, diciamo tutto noi. Quando percepiamo l’amore, che è dono purissimo e non merito, quando scopriamo di essere amati, cominciamo a diventare sacerdoti che celebrano l’amore; quando invece non siamo dentro a questo amore, chiamiamo celebrazione noi stessi e i nostri desideri di protagonismo inguaribile. Non possiamo diventare sacerdoti e celebrare il suo amore, se non lo percepiamo. Questo amore di Dio è scandaloso, audace e da fuori di testa come deve essere l’amore. Nella seconda parte della lettura, infatti, lo scrittore, ispirato dallo Spirito santo, dice: “Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero (gli ebrei). Per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì amen!”.
L’amore diventa tentativo estremo perché tutti si battano il petto per ritrovare nel cuore indurito il suo amore.        
Vangelo     Gv 18,33-37


Gesù non ha potuto sposare nessuna struttura del suo tempo: né tempio né sinedrio né pretorio di Pilato né sommi sacerdoti né prefetto di Roma. Gesù ci insegna una cosa: un rapporto muore quando si struttura tra superiore e inferiore. Gesù va davanti a Pilato e quest’ultimo si sente superiore a Gesù, ha in potere la sua vita. Pilato fa una domanda scontata, funzionale: “Sei tu il re dei giudei? e Gesù gli domanda: “Dici questo da te stesso oppure altri ti hanno parlato di me?”. Gesù oggi fa la stessa domanda anche a noi: “Quello che dici degli altri, della vita, del tuo paese, dell’attività lo dici da te o lo dici per sentito dire? Parli con il tuo cuore o parli con il cuore degli altri?” Pilato ha avuto una grazia: ha incontrato Gesù, l’ha avuto di fronte, ci ha parlato, la grazia era lì, ma lui non l’ha colta. E non l’ha colta perché faceva il funzionario e il superiore, ritenendo inferiore chi era di fronte a lui e in quella relazione non è nato nulla.
Quando non ci sentiamo amati e quando veniamo chiamati nel sinedrio o nel pretorio della vita, sappiamo benissimo che veniamo chiamati per essere inquisiti, per essere giudicati e per essere condannati. Quando le persone si sentono inquisite, giudicate e condannate, fuggono. Oggi la nostra umanità è fatta da puledri in fuga, nessuno ne vuole più sapere di Dio né di chiesa né di sacramenti perché è tutto un essere chiamati in giudizio e il rapporto a scalino non produce niente. Quando Pilato si sente punto da Gesù, gli risponde da funzionario: “Sono forse io giudeo?” un giudizio per quanto giusto possa essere, produce sempre morte e fuga, un non giudizio produce sempre ancora una possibilità di amare.
Quanta gente arriva in qualche ambiente preceduta dal sentito dire, l’hanno già uccisa.
Gesù dice: “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” cioè chiunque è dentro la verità di Dio può percepire i sussurri di Dio.
Qual è il fallimento totale della Parola di Dio nelle nostre comunità? Il dopo messa, quando terminata la proclamazione di una Parola nella verità, si fa il ringraziamento con le piccole parole appuntite e senza misericordia degli uditori della Parola che non l’hanno udita e che non l’hanno nel cuore, perché la Parola non è automatismo uditivo, la Parola si lascia dire da tutti, si fa ascoltare in senso fonico da tutti, ma abita dove vuole lei.


Prima Lettura     Dn 7,13-14

La prima lettura, tratta dal libro di Daniele, ci presenta una celebre visione: al profeta appare una figura celeste, il Figlio dell’uomo. Questo titolo, che Gesù applicherà molte volte a se stesso, non indica semplicemente l’essere umano, come appare nel secondo e terzo capitolo di Ezechiele, ma lo stesso contesto grandioso di Daniele impone una interpretazione più profonda. Il Figlio dell’uomo è una figura simbolica e forse rappresenta nella mente dell’autore non un individuo, ma l’intera collettività dei giusti che ricevono da Dio il potere definitivo per le loro fatiche e la loro vita virtuosa. Già nella letteratura giudaica la profezia era stata riferita al futuro Messia, perciò il Figlio dell’uomo, che appare sulle nubi, proviene dalla sfera celeste, la dimora di Dio. La misteriosa figura giunge fino al vegliardo cioè alla presenza di Dio, l’antico dei giorni, come viene chiamato molte volte e riceve il potere regale dal Padre celeste. Daniele ci indica poi le caratteristiche del Suo regno: sarà un regno universale ed eterno perché collocato sotto la protezione di Dio.
Questa Parola, che leggiamo alla conclusione dell’anno liturgico, ci dice che chi ama guarda, chi ama vede anche l’invisibile, vede anche di notte (visioni notturne) e chi ama vede perché ha aperti gli occhi del cuore. Daniele vede nelle visioni notturne questa scena perché “alla tua luce vediamo la luce”, perché la notte non è impedimento per poter gustare e vedere quanto è buono il Signore. In questa festa di Cristo Re la Parola ci suggerisce di vedere e di guardare chi amiamo, perché la differenza sta proprio qui: quando una relazione viene guardata con amore diventa un evento di grazia, quando, invece, una relazione, una persona, un evento lo si pensa o lo si ragiona diventa un evento statistico. Guardare con gli occhi del cuore illuminati da Dio è vedere veramente il mistero di Dio nella nostra vita e in quella degli altri.
Questo figlio d’uomo riceve dal vegliardo, cioè dal Padre, “potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto”. È molto difficile oggi parlare della categoria regno di Dio, infatti questa categoria evangelica fa fatica a passare nella gente perché quando si parla di regno automaticamente si pensa a qualcosa di visibile e strutturato, invece Dio vuole costruire il suo regno, lo vuole edificare nell’unica dimensione che lui ha creato e che ama: il cuore di ciascuno di noi. Per questo Gesù dice: “Il regno è dentro di voi, è in mezzo a voi”.
Il cuore è il terreno, il fico morbido, docile, dove l’azione dello Spirito e l’azione di Dio edificano il suo regno. Prima di tutto il regno di Dio non è un’entità organizzata o comunitaria o strutturata, ma è prima di tutto presente nell’anima che sa guardare nella notte e sa amare con il cuore. Il regno di Dio si edifica nelle anime di coloro che si aprono a questo dono e a questo amore di Dio. Quando nel nostro cuore non si edifica il regno di Dio, il nostro cuore viene cementificato dall’uso e dall’abuso degli uomini o di noi stessi. Senza il regno di Dio, il nostro cuore diventa una discarica o una bagarre di sentimenti contraddittori o di emozionalità, di sogni strampalati perché il nostro cuore, cioè il centro interiore della nostra vita, è stato destinato a essere il terreno, la dimensione nella quale Dio edifica il suo regno. Perciò un cristiano, un discepolo, che ha il regno di Dio interiore, lo rende esteriore non tanto nella strutturazione organizzativa, ma nella qualità e nello spessore dell’amore. Se abbiamo dentro di noi il regno, quello che doniamo è di alta qualità, perché l’architetto è Dio stesso. La gente di oggi ha fame e sete di una relazione d’amore significativa e di un’attenzione profonda per la propria vita e le persone di Dio, quelle che hanno il regno di Dio dentro, sono persone capaci di uno spessore qualitativo di amore, di carità e di disponibilità che sono l’unico vangelo che ancora oggi passa nel cuore della gente del nostro tempo. Una persona ha il regno di Dio dentro quando ha tre caratteristiche: ha una sapienza dall’alto, ha una misericordia intelligente e ha una tenerezza materna propria di Dio.
La vita spirituale, la vita interiore, non è un hobby per persone che non hanno nulla da fare, ma è quella dimensione nella quale Dio edifica dentro di noi il suo regno, perché lui sa che veniamo mandati a uomini e donne che stanno male dentro, non fuori. E per entrare dentro il cuore dell’uomo ci vogliono una consacrazione e una missione di Dio, altrimenti si fa solamente attivismo o disastri. Il cuore che diventa regno di Dio è un cuore dove dimora la Trinità, è un cuore del mistero di Dio. San Tommaso d’Aquino diceva che il Padre è il mandante del Figlio e dello Spirito che incessantemente vengono a noi per dimorare in noi, ma anche per divinizzare tutta la nostra vita. Perciò tutto quello che parte da un cuore abitato dalla Trinità, da un cuore che diventa regno di Dio, tutto ciò che viene generato da questo cuore, viene generato con uno spessore divino e di grazia. Gli uomini e le donne di Dio hanno dentro di loro un evento di grazia che è il regno.
Oggi abbiamo la tendenza a pensare che Dio debba regnare in una progettualità nostra, per cui c’è attenzione per tutto e per tutti meno che per i cuori dove Dio abita. Dio usa la strategia inversa e parte dal cuore ed è proprio nel cuore che noi possiamo raggiungere e salvare l’uomo però dobbiamo raggiungerlo e salvarlo se questo amore ci rende capaci di vedere nella notte con gli occhi dell’amore, il grande amore di Dio. Il vangelo di Gesù oggi passa se facciamo sentire a chi ci sta vicino che è amato da Dio, ed è  un io amato perché è un io creato, perciò l’io creato diventa io amato e l’io amato diventerà l’io beato.
Chi ama? Colui che accoglie e vuole bene per quello che ognuno è, sapendo che quello che diventerà lo potrà esserlo se il Signore metterà la sua grazia.
   

Seconda Lettura     Ap 1,5-8

La seconda lettura, tratta dall’Apocalisse di san Giovanni apostolo, ci presenta Gesù attraverso degli splendidi titoli. Egli innanzitutto è presentato come Cristo, unto, consacrato, Messia, poi è chiamato testimone fedele, perché è morto sulla croce, primogenito dei morti, perché è risorto, e sovrano dei re della terra. Questi sono i titoli di Gesù, poi c’è la sua missione per noi: è colui che ci ama. È bellissimo il tempo presente del verbo, perché ci ricorda che Gesù ci ama sempre, è l’eterno presente, è colui che ci ama nelle diverse stagioni della vita.
Il suo amore è l’eterno presente e questo amore ci guarisce da tutte le contorsioni e le ferite che la storia e il tempo ci infliggono. Se non avessimo questo amore fedele e presente, che cosa sarebbe la nostra vita? Occorre notare come nel brano il primato viene dato all’amore ( a colui che ci ama) poi come secondo passaggio viene la redenzione: ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue. Prima c’è l’amore. Che cos’è il peccato dell’uomo, il peccato più grave? Il non sentirsi amato da Dio,  di cui non ha mai fatto esperienza perché gliel’hanno sempre “commerciato” come ragionamento. Quanta gente vorrebbe fare esperienza di Dio!
“E ha fatto di noi un regno (torna la prima lettura), sacerdoti per il suo Dio e Padre” i quattro passaggi: l’amore, la liberazione, il regno e la sacerdotalità. Quando andiamo alla santa messa,  dopo una quarantina di minuti si viene congedati, ma è un peccato che tanti di noi non si ricordano che la liturgia di Gesù continua dentro di noi; Gesù non smette di celebrare perché la sua sacerdotalità e la sua celebrazione sono ininterrotte dentro di noi, in quanto siamo il tempio di Dio. Celebrando dentro di noi, Egli non fa cadere nemmeno un sospiro senza che venga consacrato e offerto al Padre. È il suo ministero. Continua ad offrire tutto, i famosi sacrifici spirituali, perché la sua celebrazione, silenziosa ma reale, continua dentro di noi e lui non solo celebra, ma ci invita a concelebrare con Lui. Siamo sacerdoti con il grande sacerdote e questa concelebrazione della sacerdotalità è veramente rendere la nostra vita una celebrazione, una lode, un’offerta, un rendimento di grazie. Solamente quello che viene offerto viene consacrato, quello che non viene offerto viene sofferto.
Che bello pensare a Gesù sommo sacerdote pieno di luce e attorno a lui una fila sterminata: siamo noi che concelebriamo l’unica lode a Dio in una liturgia interiore e spirituale.
Quando lui tornerà, ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero perché tutti vedremo Dio alla fine dei tempi, ma non tutti lo possederanno. Il vederlo e il non possederlo è l’inferno.
E per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto, il dono del pentimento dei peccati non è legato all’esame di coscienza che facciamo o a quel dispiacere generico che abbiamo o a quel senso di pesantezza, di colpa o di rimorso, ma il dolore interiore dei peccati è la percezione della propria infinita miseria. Di fronte all’infinito amore di Dio tutto è miseria, ma l’amore è misericordia e l’amore sovrasta la miseria e la chiama misericordia.
Se noi capissimo fino in fondo quanto Dio ci ama, scoppieremmo di gioia.
La preghiera è lasciarsi amare da Gesù, da Dio. Allora la preghiera più bella è tacere e sentirsi ricoperti d’amore.
Essere amati da Dio è il nostro riposo.


Vangelo     Gv 18,33-37

Il vangelo di Giovanni ci presenta il processo di Gesù davanti a Pilato. Ci soffermiamo proprio su questa figura. Pilato era un prefetto della provincia giudea, un funzionario in carriera. Egli rappresenta tutti quelli che cercano qualcosa nella vita, certamente, quindi, anche noi. Ma Pilato, pur cercando qualcosa nella vita, non ha capito che lì accanto aveva Qualcuno che era la Vita.
È bellissima questa scena tra Pilato, lo strutturato per eccellenza, e Gesù, re destrutturato e solo, senza esercito, senza ministri nè cortigiani. Gesù rappresenta la totale libertà di Dio, che è il  destrutturato per eccellenza.
Gesù è profondissimo perché chiede a Pilato se la domanda che gli fa viene da lui o gliel’ha suggerita qualcuno, se stava cercando per sua iniziativa oppure ascoltava quello che gli arrivava. Gesù risponde che il suo regno non è di questo mondo e rifiuta subito l’idea politica, messianica, zelotica che si erano fatti su di lui. Pilato non ha capito nulla di questo Gesù libero, ascetico, non ha capito che passava accanto a lui la grazia di Dio.
Poi emerge la cosa più bella di questo passo: la missione di Gesù è l’amore, poi Egli dice che è venuto nel mondo per dare la testimonianza alla Verità, al vero volto, alla vera identità di Dio. Chiunque è dalla verità, cioè è da Dio, ascolta la mia voce: chi è di Dio e ha scelto Dio è una persona che dà priorità all’ascolto, non è una persona di piazza, non è un polemista; chi è dalla verità è un ascoltatore profondo di una voce diversa. Ascoltatore profondo di una voce, non di una parola, di una voce che rende viva la parola, perché Gesù dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce”. La voce è indicatrice di una persona, di una identità, di una singolarità, di una bellezza e di un’appartenenza che rende la parola fascino di Dio. Per essere capaci di ascoltare questa voce bisogna entrare nel grembo di Dio e mettersi in un atteggiamento umile e aperto a quella voce che ha affascinato il mondo.

San Giovanni Maria Vianney disse: “Se foste ben convinti della presenza reale del nostro Signore nel Santissimo Sacramento e lo pregaste con fervore, otterreste certamente la vostra conversione”.
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