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25 ottobre 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 25 Ottobre 2020
XXX Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la Parola con la gioia dello Spirito santo


Prima Lettura      Es 22,20-26


Gli Ebrei vengono fatti uscire dall’Egitto e vengono educati da Dio a diventare popolo. Questa Parola sembrerebbe molto concreta: “Non fare l’usuraio, non maltrattare…”, ma amare gli altri non è così semplice, perché c’è un amore antropologico ateo, un’attenzione puramente orizzontale, che molti attuano, ma questo non basta, perché Dio affida alla nostra tenerezza e al nostro amore le sue anime. È facile riempire uno stomaco, provvedere ad un vestito (e a questo proposito c’è ancora tanta generosità), ma come si fa ad amare questo prossimo, che è il sacramento più difficile che Dio ci ha consegnato, l’ottavo sacramento perché Lui è presente nella sua persona? Se vogliamo veramente amare i figli di Dio dispersi dobbiamo prima di tutto amare per noi e in noi l’ascolto della Sua Parola. Non possiamo amare, se non siamo persone di profondo ascolto. Amare non è una dinamica interventistica, è anche assistenzialismo, ma siccome Dio ci manda ad amare non l’esterno di una persona, ma la sua anima, il nostro amore deve essere preparato, fecondato da tanto ascolto di Dio e della Sua Parola.
Il brano oggi inizia in questo modo: “Così dice il Signore” cioè Dio parla, se noi non lo ascoltiamo profondamente, non avremo la profondità per amare quelle anime, quei bisogni nascosti, che sono quelli più veri. Sentire un fratello o una sorella che si mette nel tuo cammino e accarezza quei bisogni che non si vedono perché viene illuminato dall’ascolto di una Parola che è diventata pane della sua vita, è autentica grazia: questa è la qualità dell’amore, la sacramentalità dell’amore.
Oggi la Parola ci manda alle anime del nostro tempo in cui ci sono tristezza, psicosi, ossessività, solitudine perché queste anime sono anime che hanno perduto la gioia, la felicità e la profondità dell’ascolto. La prima forma di amore è, con l’aiuto dello Spirito, rieducare le anime povere alla grazia dell’ascolto.   
Quando aiutiamo una persona nei bisogni primari, la trattiamo come un ente di bisogno, quando aiutiamo una persona nell’ascolto profondo della sua anima e nella grazia della Parola di Dio, le ridiamo la dignità che le compete come figlia di Dio.
I più grandi benefattori dell’umanità (san Giovanni Bosco, Santa Teresa di Calcutta…) si rivolsero ai bisogni immediati, ma erano persone profondamente dentro l’amore di Dio.
Un’assistenza senza la consacrazione dello Spirito è una prestazione d’opera, un volontariato, un servizio orizzontale. Oggi i figli di Dio dispersi non cominceranno a dirci che gli manca Dio, ma magari cominceranno a parlarci delle voragini di dolore che hanno dentro e queste voragini di dolore possono essere consacrate, risanate, riempite con questo ascolto e questo amore che nasce dalla nostra scelta della parte migliore che non ci sarà tolta. Quando ascoltiamo Dio, non facciamo il mistici a tempo perso o gli eremiti nascosti, ma ci prendiamo quella parte migliore che ci è dovuta per poter diventare carità di Dio per gli altri.
Essere carità di Dio non commiserazione umana, per far passare l’anima degli altri dai bisogni primari, che sono scontati, a quei bisogni inconsapevoli che la porteranno a scegliere come noi la parte migliore che non ci sarà tolta. La chiesa, che non facesse questo tipo di carità, fa del buon assistenzialismo, ma a Dio non basta questo.      


Seconda lettura            1Ts 1,5-10

La dinamica della diffusione della Parola è una dinamica misteriosa dello Spirito, infatti i cristiani di Tessalonica, una comunità piccola, povera, provata, sono diventati una comunità esemplare nell’accoglienza della Parola. Quando Paolo arrivò in quella comunità, non si vergognò della Parola, arrivò con la priorità della Parola e la seminò confidando pienamente nella Sua forza. Imbavagliamo la Parola quando la incerottiamo con tutte le nostre mediazioni antropologiche, quando temiamo che nella sua nudità gloriosa sia troppo esigente e non venga accolta. La feriamo quando la ideologizziamo, cioè la coloriamo di una ideologia di parte.  
La Parola ha una grazia in se stessa e una luce in se stessa e deve essere solo servita.
Nella chiesa di Tessalonica la Parola si è diffusa nella tribolazione con la gioia dello Spirito santo: quando una Parola diventa pesante e non arriva al nostro cuore, vuol dire che di Spirito santo ce n’è poco, ma quando lo Spirito santo soffia sulla Parola e su colui che l’annuncia, che la serve con umiltà, la Parola passa nel cuore attraverso il ponte dello Spirito santo.   
Il terzo attentato alla Parola è farne una “spocchiosità” culturale. Invece la Parola più bella che porta frutto, che si diffonde, è la Parola commentata dalle vite dei santi. Sono i santi che, come a Tessalonica, faranno abbandonare gli idoli per servire il Dio vivo e vero e per attendere dai cieli il suo Figlio.
La dinamica della Parola è misteriosa, la fecondità della Parola è misteriosa, appartiene allo Spirito santo, noi abbiamo il compito di annunciarla e di testimoniarla, ma non è compito nostro raccoglierne il frutto, che spetta a Dio.   


Vangelo          Mt 22,34-40

Il Signore, messo alla prova, risponde che di 613 precetti il primo è “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”, cioè con le tre dimensioni della persona. Gesù vuole la nostra totalità, il tutto che possiamo dargli, non la totalità perfetta, ma tutto quello che possiamo dargli per amore. A santa Faustina il Signore dice che delle anime non guarda il risultato, ma lo sforzo che un’anima mette per amarlo. Questo è quel tutto.
Molte volte il diavolo ci tenta in maniera subdola, svaluta la nostra preghiera, dicendo che è malfatta e inutile, poi svaluta la grazia efficiente di Dio in noi, tentando di convincerci che saremo sempre uguali, non ce la faremo mai a cambiare, in terzo luogo il diavolo lavora sulla nostra coscienza e, quando vede che continuiamo con la preghiera e amiamo il Signore, la riempie di scrupoli tossici, complica il nostro rapporto con Dio e ci fa credere che non siamo amati da Lui, che non ce l’abbiamo nel cuore.
Gesù ci dice di dargli anche i nostri difetti e i nostri limiti. Non teniamoci niente per noi, sa che non siamo santi, ma diamogli tutto ciò che siamo.
Il secondo comandamento dice: “Amerai il prossimo come te stesso”, allora dovremmo chiederci: quanto bene ci vogliamo? Non in chiave psicologica, ma spirituale. Quanto bene ci vogliamo sapendoci amati da Lui? Con noi stessi abbiamo sempre un confronto giustizialista, di verifica, di voto e di bocciatura, invece Dio ci ama così.
Santa Caterina da Siena scriveva: “Non chiedete mai alle anime ciò che non possono dare, chiedete all’anima ciò che può dare in quel momento. Il Signore si accontenta”  


Prima Lettura      Es 22,20-26

La prima lettura di questa domenica è tratta dal secondo libro del Pentateuco in cui abbiamo il famoso codice dell’alleanza del Sinai dove il Signore legifera e invita il suo popolo a vivere l’amore. In questo brano sfilano quattro categorie di persone: il forestiero, la vedova, l’orfano e l’indigente, sono quattro categorie del popolo del Signore, le più povere, perché non avevano nessuno che potesse prendersi cura della loro vita. Il Signore invita il suo popolo ad avere un amore particolare per queste persone indifese e Gesù lo confermerà dicendo che saremo giudicati alla fine della vita sul fatto di aver aiutato, capito, visitato i bisogni e le fragilità degli altri, come leggiamo nel vangelo di Matteo.
Anche oggi esistono queste quattro categorie di persone e sicuramente le più indifese sono quelle che non sanno il perché profondo della loro esistenza e della loro vita.  
Oggi quanti forestieri incontriamo! Forse aiutiamo i forestieri geografici e non aiutiamo i forestieri più numerosi e più silenziosi che sono coloro che sono spaesati dentro il loro cuore. Quanta gente, giovani e adulti, è spaesata dentro la propria vita, non sa chi è, dove è, dove va. È uno spaesamento che la rende estranea alla profondità della vita.
È triste vedere come tanto cristiani siano splendidi nell’organizzare gli interventi caritativi, giusti e doverosi, ma come ci sia l’assenza di uomini e di donne di Dio che sappiano raggiungere quelle povertà nascoste e silenziose, magari mascherate, che sono lo spaesamento interiore di ciascuno di noi. Oggi l’uomo non ha bisogno solo del medico, dello psicologo dello specialista, oggi la persona ha bisogno di uomini e di donne di Dio che sappiano aiutarlo a ritrovare quel senso e quella strada che ha smarrito. La categoria dei forestieri spirituali è molto nutrita e molte volte con loro facciamo discorsi preconfezionati, invece per aiutare in questo spaesamento occorre essere generati dalla Parola e vivere quella santa provvisorietà che la Parola ci dà per carpire e per capire lo star male della gente.
La seconda categoria, le vedove, sono quelle persone che sono prive di un grande amore, di un amore che dia significato a tutta la loro esistenza e a tutta la loro storia. Quanti vedovi e vedove nella vita, non per l’assenza di un coniuge, ma perché non hanno scoperto e non sentono quella grande appartenenza che è l’amore di Dio che dà senso anche a tutte le storie d’amore. Senza Dio le storie d’amore restano storie, se non c’è Dio che ci impregna  del suo amore, l’amore che doniamo all’altro è già un amore  vedovo, perché non ha la forza, la sostanza e la grazia per rimanere in piedi.
La terza categoria, gli orfani, sono tutte quelle persone che sono prive di una paternità. Oggi una forma squisita d’amore è diventare paternità e maternità spirituale per queste persone orfane. Questi orfani, che magari hanno i genitori, forse stanno cercando una maternità e una paternità spirituale. E la paternità e la maternità spirituale non si improvvisano, ma sono doni squisiti di Dio. Per esercitare una paternità e una maternità bisogna continuamente essere rigenerarti dalla paternità e dalla maternità di Dio.
La quarta categoria, gli indigenti, non sono solo quelle persone che non hanno denaro, ma quelle che non hanno più se stessi perché sono stati derubati da coloro che sono stati gli usurai della loro vita. Di queste quattro categorie indifese privilegiate da Dio, perché Dio è difesa e difensore, è bello vedere quando dice la Parola: “Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al calare del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle”. La povertà di oggi si sintetizza anche in questa insonnia profonda dell’anima che tanta gente ha perché non ha un calore che la copre e la riveste. Perciò le quattro categorie indifese vengono aiutate e amate se noi le avvolgiamo non con un mantello nostro, ma con il calore dell’amore di Dio. Dovremmo essere i cooperatori di un riposo profondo di questi poveri (“Solo in Dio riposa l’anima mia, da lui la mia salvezza”) cioè essere coloro che donano quella pace e indicano quel riposo che è il grembo di Dio. L’agape, la vera charitas è questa e proprio riguardo a questa il Signore ci domanderà che cosa siamo stati per questi poveri indifesi.   


Seconda lettura            1Ts 1,5-10

Paolo dice ai Tessalonicesi che, avendo accolto la Parola con la gioia dello spirito santo, la Parola riecheggia per mezzo loro in Macedonia, in Acaia e la fama della loro fede in Dio si è diffusa dappertutto. La Parola per riecheggiare ha bisogno della gioia dello Spirito santo. La gioia è uno dei frutti dello Spirito santo e perché la Parola per afferrare la nostra vita ha bisogno di questa gioia? La Parola non può riecheggiare se ci fermiamo solamente a studiarla e a conoscerla; se è frutto solo di un raziocinio dotto è intrasmissibile perché rinuncia alla sua fecondità, se il cuore che la accoglie non lo fa nella gioia dello Spirito santo. La gioia nello Spirito santo è la modalità interiore di un’anima che, accogliendo la Parola, accetta due doni perché la Parola riecheggi: il primo è il suo rivestimento di impopolarità. Se incontriamo la Parola, diventiamo impopolari perché diventiamo alternativa alle parole di questo mondo. Uno è impopolare per la Parola, perché la Parola accolta nella gioia dello Spirito santo fa fare discorsi diversi e, facendo discorsi diversi che contestano il buon senso e i luoghi comuni del parlare, non si fa coro con la tirannia delle parole, allora la Parola rende impopolari perché rende diversi e affascinanti come lei. Questa è la base per un matrimonio con la Parola.
Poi c’è un secondo dono per chi accoglie la Parola nella gioia dello Spirito santo, egli viene rivestito della castità della Parola in quanto la Parola, essendo pura emanazione dell’amore purissimo di Dio, è casta e pura. Castità e purezza che discendono da una Parola che non è nata e non si è donata per un’approvazione, ma si è data, discende  e si dona solamente per amore purissimo di Dio e per la sua gloria. Se non riceviamo la castità della Parola, passiamo subito ad abbruttirla e a renderla una tisana moralistica per portare avanti i valori, ma non la Parola stessa.
La Parola va in cerca di sposi. Quando riferiscono a Gesù che sua madre e i suoi fratello lo stanno cercando, Egli risponde: “Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Sono quelli che ascoltano la Parola e la custodiscono”. Perciò la Parola non riecheggia per i tromboni dotti di coloro che l’hanno ridotta ad una speculazione scientifica. Certamente lo studio della Parola è necessario e doveroso, questo studio arricchirà la conoscenza e la profondità, ma la Parola non si darà in sposa a loro. Ecco perché grazie ai Tessalonicesi, che hanno accolto la Parola del Signore con la gioia dello Spirito santo anche in mezzo alla tribolazione, la Parola è riecheggiata dappertutto.
La Parola è la sposa di Dio e la sposa si dona agli sposi che accettano di avere in dote l’impopolarità e la verginità casta della Parola. Qui si gioca tutto.
La Parola si diffonde se è accolta da queste persone innamorate che ricevono due doni: l’impopolarità e la castità verginale. La Parola è sempre perdente nella logica delle parole, ma è sempre vincente nella logica di Dio. Quando non riecheggia la Parola impopolare e casta riecheggia un brodo di varie cose, è un brodo che bevono tutti e mette a posto lo stomaco, ma non cambia la vita di nessuno. Il diavolo conosce benissimo la potenza della Parola, perciò ha una strategia finissima, la allunga con gli argomenti, con i valori, con la socialità, con le indagini, con tante cose fatte a fin di bene, ma la Parola non è donata a fin di bene, è donata perché è una spada che trafigge e dà la vita.
La Parola cerca un cuore che accetta l’impopolarità e la castità. Quando un uomo o una donna sono avvinti dalla Parola e diventano affascinanti perché rivestiti della diversità della Parola, comincia la guerra perché vengano svelati i pensieri di molti cuori.
     

Vangelo          Mt 22,34-40

Ancora una volta i farisei muovono una questione: uno di loro fa una domanda a Gesù per metterlo alla prova e lo interrogano per sapere qual è il più grande comandamento della legge. Gesù cita lo shemah: “Amerai il Signore Dio tuo” e aggiunge: “Il prossimo tuo come te stesso”.
Ci chiediamo: come si può amare il Signore? La prima condizione la dice Gesù stesso: il Signore è il Dio tuo. Per amare Dio con i tre centri: cuore, cioè la profondità, anima, la parte immortale e spirituale, la mente, cioè la forza nelle decisioni, dobbiamo dire che veramente il Signore è il nostro Dio.
Oggi ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di narrare una sponsalità esclusiva con Dio. La nostra vita d’amore con Dio è un’idea o nella preghiera, nella nostra solitudine, nella nostra vita interiore viviamo una sponsalità profonda con il Signore? La vita spirituale non è altro che rimanere con Lui perché affascinati e inguaribilmente innamorati. Si può restare con lui anche come affaccendati, come funzionari e come impegnati. Ma se siamo affaccendati, funzionari e impegnati siamo occupati nelle cose di Dio, ma non siamo in lui e allora non possiamo dire che il Signore è il nostro Dio. Dio sta cercando una storia d’amore con ciascuno di noi in una diversità e in una misteriosità che Dio lega al referente amoroso, al partner amoroso, che è ciascuno di noi.
Dio ama ciascuno di noi in maniera totalmente e splendidamente diversa. Se Dio non ci amasse in una maniera diversa, il suo amore non potrebbe diventare esclusività e se non diventa esclusività non è amore, perché Dio non è bigamo e nemmeno sponsorizza adulteri.
Amerai il tuo Dio in un coinvolgimento totale d’amore. Dio non vuole il nostro fare, non è lì che Dio si compiace di noi, se volesse il nostro fare sarebbe un imprenditore che si accontenta della nostra opera. Dio non vuole il nostro fare perché, se lo volesse, sarebbe una presenza che si gratifica con il nostro operare. Che cosa vuole Dio? Dio vuole noi, ciascuno di noi, e perché ciò avvenga dobbiamo fermarci per sentirlo. Anche la preghiera può diventare un alibi per non trovare Dio, anche le messe possono essere un alibi. Dio ci vuole perché possiamo toccare, sentire, gustare il suo amore. Dio ci vuole se siamo disponibili a fermarci e a vivere quell’intimità ubriacante d’amore che la nostra anima attende da una vita e di cui ha bisogno.
L’amore per Dio è un evento traumatico di un fascino.
Per sentirci amati bisogna entrare nell’intimità di Dio e se nella nostra giornata non ci fermiamo, non possiamo sentire la sua tenerezza. Perché Dio non vuole le nostre cose, il nostro fare come primariamente necessario? Perché Dio vuole amarci e diventare il nostro Dio perché sa benissimo che ci manca l’eden che ci ha rubato il nemico, sa benissimo che dove siamo, che quello che facciamo, che dove viviamo non è il massimo nella nostra vita; lui sa benissimo che siamo sotto un faraone che ci impone di costruire qualcosa o di fare qualcosa, allora vuole amarci, vuole che noi entriamo in lui, vuole essere il nostro Dio e noi il suo amore.
Vuole visitare le tre dimensioni che fanno la persona: anima, mente e cuore.
L’amore del prossimo è un amore con la barba e la beneficienza e le buone opere sono la barba ispida di un amore che non c’è ancora, perché non possiamo amare il prossimo come noi stessi se non siamo dentro il suo amore. Cosa portiamo? I pacchi dono? Non possiamo amare l’altro come noi se non siamo dentro di lui, se lui non è il nostro Dio.  
Dio non vuole rappresentanti di commercio che facciano proposte, Dio si trasmette con una fascino che ferisce alle anime che decideranno di abitare in lui perché Marco dice che, quando Gesù decise di chiamare i suoi apostoli, li chiamò perché stessero con lui.
Se non abbiamo una vita interiore con Gesù, una vera vita sponsale, diventiamo brave persone che fanno tante cose belle e buone, ma le cose che facciamo sono quelle evasioni e quegli alibi perché non abbiamo il coraggio di entrare in lui.
Il fare è diventato il nuovo dio, ma non porterà a nulla.
Che cambia un’anima è il fascino di un innamorato che può dire all’altro: “Il mio Dio”.      


Prima Lettura      Es 22,20-26

Sarebbe riduttivo leggere questo brano come un codice etico plasmato da Mosè per gli Israeliti quando, usciti dall’Egitto, stavano vivendo l’avventura di essere il popolo del Signore. Perciò il brano non è un codice comportamentale, ma è uno stimolo potente a diventare imitatori di Dio, perché colui che lo imita porta nel rapporto con gli altri fecondità, bene, pace.
La pietra angolare di questo  brano è nella prima espressione: “Così dice il Signore”. Per un credente il comportamento etico non nasce da suggerimenti umani, ma dalla Parola, che è la fonte di un comportamento morale che supera la strettoia e la riduzione di comportamento morale per diventare un comportamento che manifesta un’imitazione ed una seduzione del mistero di Dio. Solamente se faremo esperienza di Dio, se ci metteremo alla sua scuola mediante l’ascolto fedele della Parola, potremo imparare lo stile di Dio e potremo coniugare nella nostra vita i verbi di Dio: non molesterai, non opprimerai, non maltratterai, presterai, donerai, renderai, cioè i verbi di un amore, di un dono, di una generosità che Dio in primo luogo riversa su ciascuno di noi. Se non facciamo questa esperienza di Dio, se non siamo discepoli della scuola di Dio, non possiamo vivere un rapporto divino con gli altri e le nostre relazioni sono di pura funzionalità o di pura cortesia o di puro buonismo, ma non saranno relazioni che hanno in sé i sussulti del divino. Per questo motivo molte volte la nostra presenza e la nostra relazione con gli altri sono ininfluenti, la relazione con le altre persone è mediocre, opaca, è una presenza che non toglie l’oppressione, che non cancella i maltrattamenti, che non ascolta il grido degli altri, è una relazione che non sa diventare dono gratuito, che non sa coprire, non sa scaldare, non sa essere collaboratrice del sonno e del sogno degli altri. Spesso le nostre relazioni sono povere, funzionali, finalizzate, frettolose e di maniera perché non nascono alla scuola di Dio e quando non si è alla sua scuola, quando non si è segno profetico di una relazione, in breve tempo si diventa tiranni e nemici degli altri e allora si molesta, si opprime, si maltratta, si ruba, non si ascolta. Se non siamo avvinti dalla mano potente e dal fuoco di Dio passiamo in mezzo agli altri non lasciando nulla, eccetto la nostra fretta, il nostro egoismo, il nostro funzionalismo, la nostra superbia e la nostra oppressione.
Allora un credente manifesta la sua esperienza di Dio in primo luogo nella dimensione relazionale con gli altri perché porta veramente pace, sollievo, benessere a chi lo incontra. Il vero credente è un’oasi nell’aridità e nell’immaturità di tante relazioni umane, egli sa compromettersi in  una relazione che non è funzionale, efficientista, interessata, ma è una relazione che bagna il fratello con il fiume della grazia di Dio, con la sua tenerezza, con la sua delicatezza. È una relazione che sa coprire il freddo della pelle nuda di un fratello o di una sorella che non sono mai stati raccolti e conquistati da una relazione spirituale, ed hanno vissuto la più grande delle povertà: la relazione falsa, interessata, tirannica che lascia sempre più poveri perché non fa fare esperienza dell’amore di Dio.          


Seconda lettura            1Ts 1,5-10

Paolo in questo brano della lettera ai Tessalonicesi parla del dinamismo potente che la Parola contiene in se stessa e del frutto che essa porta in un cuore che la accoglie con la gioia dello Spirito santo. Il primo frutto che essa porta in una persona che la accoglie con la gioia dello Spirito santo è il diventare modelli da imitare da parte di altri, ecco perché Paolo dice a questa chiesa: “E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la Parola con la gioia dello Spirito”. La Parola non entra in noi per un adempimento morale, legale, ma la forza, il dinamismo, la potenza della Parola entrano in noi per conformarci a Dio. La Parola prende dimora in noi perché noi possiamo diventare conformi all’unico modello: il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Se una persona non viene deificata dalla Parola è una persona inespressiva, opaca, mediocre che non scava solchi nella storia dell’uomo. Perciò, quando la Parola prende possesso di una persona, la conforma con l’origine, con l’autore della Parola, che è Dio, e la fa diventare una persona interessante e da imitare perché modello della potenza di questa Parola. Infatti Paolo dice che la Parola del Signore riecheggia, cioè essa parla a ciascun uomo e a ciascuna donna, portando come secondo frutto la fede in Dio, perché la fede nasce dall’ascolto. Allora la Parola nella sua potenza, nella sua dinamicità, nella sua instancabile ed affascinante missionarietà genera persone che sono imitatori di Dio, credenti che danno gloria alla Parola riecheggiata, e questo stile di una persona avvinta, afferrata dalla Parola è diffusivo per la potenza della Parola. Perciò un credente non ha un fascino umano, ma un fascino divino, un’attrazione divina, un credente vive in se stesso la signoria della Parola, il fascino della Parola, la sponsalità della Parola, che converte a Dio allontanando dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero.
Questa Parola produce in noi la nostalgia del compimento: “Attendere dai cieli il suo Figlio che egli ha risuscitato dai morti, Gesù” ed essa, che è scudo, ci libera dall’ira ventura. Perciò questa potente Parola dei Tessalonicesi ci ha svelato la spiritualità di una persona che si lascia afferrare e conquistare dalla potenza della Parola, perché è la Parola la forza propulsiva della conversione. Cos’è la conversione? Non dobbiamo ridurre la conversione al mercoledì delle ceneri o ad alcuni gesti che compiamo durante la quaresima, come la via crucis o il mangiare di magro il venerdì, questi non sono atti di conversione, sono atti ascetici, atti di preghiera. Paolo ai Tessalonicesi dice: “Voi vi siete convertiti a Dio allontanandovi dagli idoli”. La conversione è un continuo lasciarsi afferrare da Dio, un continuo entrare in un evento di incontro personale con Gesù, il Signore, è una santa ostinazione prodotta dallo Spirito di rimanere nell’evento sponsale con Gesù. Allora la conversione non consiste in atti ascetici, atti penitenziali, ma è il nostro cuore che continuamente, quotidianamente deve incontrarsi con il cuore di Dio, lasciandosi modellare dalla potenza del suo amore. La conversione nasce, si rafforza e si sviluppa in un incontro. La conversione è incontrare tutti i giorni la presenza di Dio, restare tutti i giorni nell’evento di Dio, lasciarsi plasmare tutti i giorni dalla seduzione di Dio. Allora nascerà il frutto della Parola: rendere tutti gli uomini convertiti, cioè radicati nell’unico amore che salva.         


Vangelo          Mt 22,34-40

Anche questo vangelo, a prima vista, si potrebbe leggere come un codice etico, come un invito ad un buonismo, allora si potrebbero citare i due tipi di amore: l’amore verticale e quello orizzontale, rappresentati dai due pali della croce di Gesù, oppure si potrebbe citare la lettera di Paolo ai Corinti: “La carità è paziente, benigna”. Il brano ci propone due comandamenti, ma i referenti sono tre: Dio, il prossimo e noi stessi; ed è proprio dalla terza dimensione, l’ultima nell’ordine del discorso, che parte l’amore (“Amerai il prossimo tuo come te stesso”). Amare se stessi è il più grande problema della nostra vita, dal quale dipende l’essere grembo o no di un amore per Dio e per gli altri. Il nostro noi stessi è così complicato, enigmatico, irrisolto, tanto che lo definiamo il clandestino nella nave della nostra vita. Il nostro noi stessi che molte volte non conosciamo, non cerchiamo, non amiamo, non comprendiamo perché ci hanno sempre insegnato che pensare troppo a se stessi è diventare narcisisti ed egoisti, eppure è il mio me stesso il primo passaggio dell’amore. Quando il mio me stesso giace cadavere decomposto nella mia interiorità, io potrò amare solamente con il fetore di un me stesso decomposto. Non posso amare gli altri se prima non amo me stesso nel palpito di Dio e non amo me stesso quando mi ostino ad un raziocinio crudele, ad una lettura ispettiva, ad una disistima continua della mia interiorità, del mio essere, della mia caratterialità. Quando non amiamo noi stessi, amiamo Dio per dovere ed il prossimo per disperazione. Quando il mio me stesso non è visitato e rivisitato dalla grazia di Dio, che lo trasforma nell’eden di Dio, esso sarà sempre un problema e noi cercheremo le facili spiagge dell’analisi psicologico-comportamentale, perché incapaci di coglierci nel mistero del passaggio di Dio, che vuole iniziare l’avventura dell’amore proprio da noi. Perciò è necessario recuperare il mio me stesso per amare gli altri con la mia misura ed il primo passo è l’abbandono totale, la passività totale verso una grazia superiore, verso un passaggio divino che sa riscattare e rigenerare il mistero del mio me stesso, non rendendolo più fango opaco della strada, ma cuore, grembo palpitante d’amore.
Allora tre sono i referenti per amare: me stesso, Dio, gli altri, ma tutto parte da me stesso, che esige di essere raccolto in una vita spirituale, in una vita interiore che ha un solo nome: grazia. Se il mio me stesso non diventa grembo di grazia, diventerà l’ostacolo più potente per amare. Perciò l’amore è evento di grazia, di passaggio della tenerezza di Dio. Se il mio me stesso non è continuamente graziato, è continuamente maledetto e allora non potrò amare né Dio né gli altri.
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