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26 luglio 2020

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Commento spirituale della Parola di Domenica 26 Luglio 2020
XVII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio


Prima lettura       1 Re 3,5.7-12  
  

Per comprendere la lettura occorre ricordare la storia del popolo d’Israele che rimase schiavo del faraone per 450 anni, dopo i quali, dice il libro dell’Esodo, uscirono dall’Egitto in 600.000, esclusi le donne e i bambini. Il primo capo di Israele fu Mosè, che associò a sé nel governo 70 anziani, l’assemblea legislativa di Israele. Dopo la morte di Mosè sul monte Nebo, il governo venne assunto da Giosuè, un capo carismatico che condusse il popolo nella terra promessa e suddivise il territorio nelle dodici tribù. Dopo di lui cominciarono a governare delle figure sempre più carismatiche, i Giudici, tra i quali vi fu Samuele, figlio di Anna. Quindi Israele passò alla forma monarchica. Il primo re fu Saul, rigettato dal Signore perché, dopo la guerra contro gli Amaleciti, non aveva offerto a Dio il bottino di guerra. Allora il Signore mandò Samuele a cercare un altro re nella casa di Iesse, il Betlemita, dove venne unto Davide, il più piccolo di figli. Davide dovette subire delle angherie ad opera di Saul che era ancora vivo e non lo voleva re al suo posto; cominciò, quindi, a costruire l’unità nazionale, attraverso la designazione di una capitale e la costituzione di un esercito, ma anche Lui si comportò male per aver sottratto Betsabea ad Uria l’Ittita e per averlo fatto morire. Il Signore mandò Natan, il profeta, da Davide che, pentitosi per quanto aveva fatto, cominciò a pregare e a chiedere grazia a Dio, ma il bambino nato da Betsabea morì. Poi Davide si unì ancora a Betsabea e nacque Salomone, che divenne terzo re d’Israele. Egli costruì il tempio al Signore, aumentò ancora il potere politico e militare d’Israele e venne considerato un esempio di sapienza. Quando egli divenne re, dopo il padre Davide, rivolse a Dio questa preghiera chiedendogli il dono del discernimento.
Ecco il brano che leggiamo questa Domenica che, pur ricordandoci un fatto avvenuto migliaia di anni fa, ha a che fare con la nostra vita e può guarire qualcosa anche in noi.
Oggi l’aspetto più carente e difficile del nostro tempo è governare. Il servizio del governare e del dirigere è così antipatico perché oggi la gente rifiuta ogni servizio di autorità, ogni servizio di governabilità e ciò avviene perché oggi il cuore della gente è ingovernabile. Ciascuno di noi ha dentro di sé un cuore, che è la sede delle decisioni importanti della vita, che è lasciato allo sbando dell’istinto, del tutto e subito e della gratificazione dell’immediato. Oggi la gente sta male dentro ed è incapace di ricevere ogni servizio di autorità perché ogni persona è ingovernabile dentro se stessa e lo è perché non vuole percorrere la strada liberante e sapiente del discernimento tra bene e male. Siamo tutti abituati e rassegnati a subire l’immediato, a fare del fatalismo e a credere che quello che c’è dentro il nostro cuore non può essere cambiato o di riformato. Siamo rassegnati verso noi stessi, i nostri sentimenti e i nostri atteggiamenti perché governare noi stessi vuol dire permettere a Dio di entrare nel nostro cuore e lasciarglielo governare con la sua sapienza e con il suo amore. Oggi si dà da intendere alla gente che tutto ciò che viviamo, tutto ciò che siamo, tutto ciò che esperimentiamo è unico e non c’è alternativa, perciò la gente sta nuotando nel raggio del tutto e subito e del tutto è lecito, tutto è bene, il male non esiste più. Invece viviamo tra bene e male. Un cuore sapiente, una persona sapiente che sa governare se stessa, diventa una persona autorevole che può donare agli altri il dono prezioso di un’autorità d’amore. Tutto questo viene dato attraverso la logica della preghiera: non ci improvvisiamo noi equilibrati dentro, sapienti dentro, capaci di autorità dentro, perché interiormente siamo condannati all’istinto e all’immediato se non entra in noi lo Spirito santo di Dio che comincia a plasmare il nostro cuore e ne fa la dimora del suo amore.
Il regno più difficile per ciascuno di noi è il nostro cuore. Quando dentro di noi non c’è questa plasmazione continua ad opera della parola di Dio, della grazia di Dio, della sapienza di Dio, il nostro cuore diventa un mostro che divora tutto di noi, senza scampo. Il dono della sapienza per governare noi stessi è indispensabile oggi per essere persone mature e sapienti che sanno affascinare gli altri con la loro sapienza, diversità ed originalità.
La preghiera, allora, è l’ascolto profondo di Dio dentro di noi che ci dice che cosa è il bene e che cosa è il male; se invece lo decidiamo noi, cominciamo a produrre in noi una anarchia e un sovvertimento da dove non ne usciremo indenni. Il non governare se stessi, il non avere la sapienza interiore ci illude di libertà, ma è la più grande falsità che attacca la nostra vita, perché, non appena entrati in questa falsità, questo atteggiamento ci presenterà subito il prezzo da pagare, perché senza la sapienza di Dio, senza il discernimento, l’uomo è schiavo di quello che sente nel suo io immediato e questo produce disastri: si disfano le famiglie, ci si separa tra coniugi, tra amici, perché nell’uomo viene a prevalere l’io emotivo dell’immaturità. In questo io emotivo sguazza il nemico, in questo io emotivo, che è apparente libertà, ma in realtà è disperazione, la gente nuota convinta di essere finalmente felice, ma questa scelta poi ha delle conseguenze pesanti. Il salario del peccato è la morte. Oggi la gente è completamente smarrita e confusa perché non gli viene più donato il servizio della verità di Dio che governa la vita, ma le viene regalata la svendita stagionale dell’approvazione sempre e a tutti i costi.
Il cuore umano non viene guarito dalle vacanze o dalle mete esotiche, ma dall’entrare in un dialogo con il proprio Creatore e Principio che è Dio. Se non si entra in questo colloquio, il cuore rimane solo e presenta il conto di una solitudine insipiente attraverso la quale il nemico ci ha illuso di una libertà.
Il vero Salomone deve essere ciascuno di noi che chiede la sapienza allo Spirito perché il nemico, che ci conosce bene, sa che giocando nella nostra emotività, nella nostra passionalità gioca bene le sue carte perché la caramella è dolce all’inizio, ma poi ci sono delle conseguenze. Queste cose fatte passare per buone sono autentiche fregature dell’anima, della vita e del cuore. La gente ne esce frantumata e allora pensa di essere ferita nell’io emotivo-psicologico e invece il veleno è entrato nell’anima. Si vanno, perciò, a curare i sintomi psicologici che non si possono guarire completamente, allora si passa alla sedazione farmacologia.
Sarebbe molto bello che la Chiesa facesse scoprire la via terapeutica della Parola e della Preghiera che sono la terapia di Dio.


Seconda lettura    Rm 8,28-30

Paolo dice: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”ciò significa che Dio è il sommo Bene, l’unico Bene, il vero Bene, da Dio allora non può venire alcun male perché se da Lui venisse il male non sarebbe più Dio, ma sarebbe qualcosa di corruttibile e incompleto. Dio è Bene perciò noi discendiamo da Dio, siamo sua genealogia, siamo il campo di Dio, il seme di Dio. Essendo di Dio non possiamo che credere, sperare ed affermare che tutto ciò che capita nella nostra vita di aggrovigliato, di ingestibile, di oscuro porterà al bene, che è Dio, perché Egli è la nostra origine. Allora che cosa è il male? Ce lo dice Paolo: il male è lo smarrimento o la deturpazione dell’immagine primitiva che Dio ci ha dato: “ Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo”, noi siamo stati destinati prima ad essere l’immagine dell’immagine. Allora la predestinazione non è una duplice predestinazione che Dio ha scelto per noi: o dannati o salvati, perché quello dipende dalla nostra libertà. Dio ha un'unica predestinazione per noi: la salvezza, il bene e la felicità. La predestinazione è unica per tutti. La dannazione è il frutto amaro della nostra libertà. In noi c’è l’immagine di Dio ed essa viene deturpata dall’assalto del Nemico che cerca di sfigurare ciò che siamo. Il peccato è sfigurare l’immagine primitiva facendola sormontare da una maschera orribile che è frutto della storia, dell’egoismo, del peccato e della dipendenza dal Nemico. Un uomo, quando è peccatore e vive in prolungato stato di peccato, diventa brutto nell’anima e nel corpo perché è difforme all’immagine generante e quello che porta addosso a sé è una maschera che non è né vera, né santa né luminosa. Siamo chiamati allora a recuperare nella preghiera e nella grazia la bellezza primitiva. Quando noi dopo morti torneremo completamente a Dio? Quando la nostra immagine sarà perfettamente sovrapponibile alla sua, allora entreremo nella beatitudine eterna. Se l’immagine primitiva di Dio è deturpata ed è sormontata da ferite, da traumi, da peccati  Dio la deve purificare in modo misterioso con il suo amore perché quell’immagine non la riconosce, non è sua e non può prenderla con sé perché egli non può assorbire in sé il minimo limite.
La preghiera non è altro che la strada e il mezzo che ci riporta a riscoprire e a rigenerare in noi l’immagine originale. La preghiera dello sguardo, lo stare davanti al Santissimo Sacramento è ricevere le lampade abbronzanti dell’amore di Dio che ci riportano alla primitiva immagine. La Comunione è mangiare il Corpo e il Sangue di Dio perché ci riportino alla prima immagine.
I dannati sono gli zombi eterni della loro libertà insipiente e distruttiva.
Oggi è molto difficile rapportarsi con gli altri perché la quasi totalità delle persone è privata dell’immagine primitiva della gloria, per cui i rapporti tra persone mascherate e tra zombie sono impossibili.
Quando si è di Dio, si ha il volto di Dio, si ha un dono: si smaschera il volto dell’altro e quando l’altro non accetta la bellezza divina non può stare assieme a noi.


Vangelo          Mt 13,44-52

Il vangelo di questa Domenica conclude il discorso di Matteo sul regno che abbiamo ascoltato anche nelle ultime due Domeniche. Dopo le tre immagini di domenica scorsa ne abbiamo altre tre: il tesoro, la perla e la rete. Il regno di Dio non si può dire, non è una struttura, non è una dottrina o una strategia, ma è l’irruzione di Dio nelle anime dove Dio edifica il suo regno invisibile e interiore facendo gustare loro la sua pace e la sua gioia, perciò il regno di Dio, dirà Gesù, è dentro di noi. Dio deve regnare dentro di noi, solo allora saremo capaci di governare.
La prima immagine che ci propone Matteo, quella dell’uomo che scava nel campo e trova un tesoro, è un’immagine che richiama una situazione comune in Palestina ai tempi di Gesù, quando, con la dominazione romana, molta gente nascondeva i propri tesori sotto terra per salvarli da ruberie o sequestri. Per trovare il regno occorre scavare sotto, nell’apparente monotonia di un lavoro di bracciante. La seconda immagine del regno è quella della perla preziosa, il regno va cercato, perché il regno è bellezza. Quella perla che seduce questo uomo è simbolo della bellezza di chi accoglie dentro il suo cuore il regno di Dio, cioè l’irruzione, l’entrata di Dio. La terza immagine è la rete gettata nel mare, questo regno che cerca sotto quello che c’è da portare in superficie. In questa immagine cogliamo il Matteo ebreo, infatti poiché egli si rivolge agli ebrei, cita la presenza di pesci buoni e cattivi nella rete. La lettura spirituale più profonda ci dice che i pesci buoni e i pesci cattivi rappresentano l’umanità che dovrà scegliere. Viviamo in un tempo in cui non si sceglie mai, invece scegliere è l’atto manifestativo di un amore. Quando si sceglie significa che si ama, quando non si sceglie significa che si rimane sempre nella difensiva di una posizione egoistica e immatura. Alla fine della storia Dio dovrà dividere le scelte e allora coloro che hanno scelto Dio andranno nel regno eterno e coloro che non l’hanno scelto andranno nella fornace ardente.
Bisogna scavare dentro il campo della nostra vita, anche nella ferialità che ci uccide, perché dentro di noi c’è questo tesoro che è la lettura spirituale positiva che Dio fa della nostra vita. Dobbiamo lasciarci leggere da Gesù, perché quando Egli leggerà la nostra vita, essa sarà un tesoro. Se invece ci ostineremo a leggerla in una lettura psicoanalitica mentale sarà una dannazione. Dobbiamo scegliere il lettore, l’autolettura fa sbagliare sempre.
Il regno è la bellezza di Dio, perché sarà la bellezza che salverà il mondo, e il regno è la raccolta di Dio del sommerso dell’umanità che, portato alla superficie, dovrà essere separato e dovrà scegliere con chi stare.
“Avete compreso tutte queste cose? Gli risposero: sì. Ed egli disse loro: Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. Gesù ci vuol dire che chi accoglie il suo regno, chi accoglie la sua novità, passa da scriba della legge a padrone di casa della comunità gloriosa dei suoi discepoli. Chi trova il tesoro, la perla, la rete, da scriba della legge antica diventa guida della comunità nuova e questo padrone di casa sarà talmente sapiente perché estrarrà dal suo tesoro, che è la parola di Dio, cose nuove: il vino del vangelo e cose antiche: la legge precedente però ubriacata dal vino nuovo dello Spirito. Per cui un maestro della sapienza di Gesù è un maestro che raccoglie tutto il tesoro di Dio, ma lo purifica nella parte antica con il vino gagliardo della nuova alleanza.          
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