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26 settembre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 26 settembre 2021
Domenica XXVI Tempo ordinario


Prima Lettura    Nm 11,25-29


I Settanta di cui parla il libro dei Numeri erano la struttura che collaborava con Mosè per governare il popolo che era ancora in itinere, in cammino, verso la terra promessa. La Parola ci dice che il Signore scese nella nube e parlò a Mosè, tolse parte dello Spirito che era su di lui e lo effuse sugli altri. Lo Spirito santo si lascia spezzare, condividere, donare, trasmettere e l’unico Spirito diventa condivisione sulla struttura di governo, così tutti i Settanta profetizzarono, però non lo fecero più in seguito, ci dice la Scrittura con una nota amara. Perché? Perché molte volte, senza che ce ne accorgiamo, quando facciamo parte di una struttura, anche ecclesiale, corriamo il rischio che la struttura diventi prevalenza anche sullo Spirito e allora la profezia va a farsi friggere. Rimane la struttura che deve organizzare e preparare, ma senza lo Spirito non è più una struttura feconda. Poi la Parola stessa contrappone due uomini, Eldad e Medad, che erano iscritti per andare alla tenda e far parte della struttura, ma non vi andarono, anche su di loro si posò lo Spirito e profetizzarono nell’accampamento, fuori dai Settanta. Subito un cattolico integrista corse da Mosè a riferire che Eldad e Medad profetizzavano fuori senza essere iscritti: perché lo Spirito santo è questo mistero di libertà e di operatività che agisce anche dove non si pensa.
Lo Spirito santo molte volte viene strutturato, ma lo Spirito non accetta la prigionia della strutturazione. San Benedetto abate, nella regola scrive che, quando l’abate deve prendere una decisione importante per la comunità, deve consultare il monaco più anziano ed il più giovane, perché anche in quest’ultimo c’è lo Spirito. Quando facciamo dello Spirito una struttura, siamo fuori, perché lo Spirito è ovunque ed opera ovunque. Il vero Spirito santo molte volte è sorpresa, improvvisazione, non lo aspettiamo, ma arriva e molte volte provoca un segno che viene preso come negativo dagli strutturati perché, quando difende la verità sovrana di Dio, la Sua Parola e l’assoluta sovranità di Dio, che non può essere strumentalizzata, usata e fatta nostra per sorreggere i nostri punti di vista e le nostre scelte, allora lo Spirito santo divide, come divise quando si presentò san Francesco d’Assisi, perché molti non lo capivano.
Lo Spirito santo è libertà sovrana. La tenda dei Settanta non può ritenersi l’unica entità che detiene lo Spirito. La Parola ci propone la sapienza di Mosè, infatti egli dice: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”. Molte volte Dio ci parla anche attraverso persone che non pensiamo possano essere suoi strumenti. Serve docilità allo Spirito. Non esistono lobby che detengono l’esclusività dello Spirito, che sono le uniche depositarie dello Spirito, crederlo fa fare brutta figura allo Spirito santo stesso.
Lo Spirito santo parla anche a noi, siamo noi che non lo prendiamo sul serio, perché pensiamo che sia frutto di una nostra idea, invece lo Spirito santo ci parla, e non occorre la laurea in Teologia per ascoltarlo, dobbiamo avere la docilità. Lo Spirito ci parla anche fuori di qualunque strutturazione, perché ha una missione di cui ha parlato lo stesso Gesù nell’incontro con Nicodemo: “Il vento ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va. Così è di chiunque nasce dallo Spirito”.      
Seconda Lettura      Gc 5,1-6
“Ora a voi ricchi: piangete e gridate”, sarebbe fare un torto a san Giacomo pensare che i ricchi siano solo i benestanti o coloro che hanno mezzi economici. C’è un ricco che fa paura ed è colui che si ritiene autosufficiente e bastante a se stesso. Questa è la ricchezza che porta ad una sciagura infinita. Quanta gente oggi, anche se povera di mezzi economici, è arrogante, siamo arrivati a quei tempi in cui l’uomo, come diceva papa Benedetto, non cerca più giustificazione da Dio, ma condanna e discute su Dio. Quando ci sentiamo autosufficienti e facciamo della nostra testa e del nostro modo di vedere la ricchezza della nostra vita, dobbiamo sapere che questo non durerà, si consumerà. Quando capita che qualche disgrazia bussa alla porta delle persone, perché la vita è precaria, allora si cerca Dio, ma anche questa ricerca è sbagliata, perché si cerca un Dio assicuratore contro le disgrazie della vita, ma questo non è il vero Dio. La vera ricchezza è solo il Signore e saremo ricchi in maniera positiva quando permetteremo a Dio di far sentire sempre precaria e penultima la nostra opinione. Molte volte non ascoltiamo gli altri perché siamo certi di essere infallibili e giusti, invece, ascoltando con umiltà, forse ci renderemmo conto che qualche luce viene anche dagli altri.
La ricchezza di cui parla Giacomo, allora, è sentirci autosufficienti e bastanti ed investire tutta la nostra vita su quello che sarà arrugginito e polverizzato, che passerà. Questa è la vera ricchezza che ci allontana da Dio.
Giacomo proclama: “Le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente”, Dio ascolta tutto di noi, ma quando ci sentiamo arroganti, onnipotenti e bastanti, allora senza che lo diciamo e senza che ce ne accorgiamo ci riteniamo dei santi civici che pagano le tasse, sono onesti e fanno la raccolta differenziata, ma un vecchio monaco direbbe: “meglio un sincero peccatore che un falso santo”.
Oggi siamo tutti tentati di sentirci assoluti, sovrani e bastanti: il peccato dei progenitori. La gente di oggi non ha più bisogno di Dio e questo è il vero dramma.


Vangelo         Mc 9,38-43.45.47-48

Dio non ha concorrenza e non teme la concorrenza, infatti Gesù dice: “Chi non è contro di me è per me”. Se uno agisce rettamente nel nome di Dio, per la gloria di Dio, non importa se non è della struttura.
Il vangelo, poi, parla dei piccoli scandalizzati, che potrebbero essere le vittime della pedofilia, ma anche i piccoli nella fede che possono essere scandalizzati dagli arroganti, i quali si ritengono superiori anche a Dio.
Gesù parla, ancora, di mutilazione, di tagliarsi la mano, il piede, di cavarsi l’occhio, significa che, se vogliamo veramente arrivare ad una vita di respiro con Lui, dobbiamo essere radicali. Dobbiamo prendere le distanze da chi ci fa zoppicare, vedere male, agire male. I compromessi non servono, bisogna tagliare, bisogna arrivare ad una soluzione radicale che non è odiare, ma distanziarci, per camminare con il Signore.  


Prima Lettura    Nm 11,25-29

Mosè stava l’intera giornata ad ascoltare le questioni degli Israeliti, allora il suocero lo consigliò di smettere e Mosè si fece aiutare da 70 anziani. Essi si riunirono nella tenda del convegno, in quanto non c’era ancora il tempio, e furono riempiti dello Spirito di Iavhè. Profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. È bello vedere come Dio, come lo Spirito santo, siano veramente destrutturati. Dio è affascinante perché ama e vuole conosce una sola struttura, quella che ha fatto lui, l’uomo. Il resto, capitoli generali, concistori, sono tutte cose fatte dagli uomini, buone ma occorre ricordare che l’unica struttura siamo noi, i suoi figli. Per questa unica struttura che Lui ha fatto è arrivato a morire per amore, perché l’amore è sempre qualcosa di ingestibile, è sempre un’esagerazione. Eldad e Medad erano iscritti per andare alla tenda, ma non andarono, profetizzarono fuori dell’accampamento perché lo Spirito santo non è contenuto da nessuna struttura, nemmeno dalla chiesa cattolica. Lo Spirito santo è di dio e si dona in maniera imprevedibile a tutti gli uomini perché anche i non battezzati, i non cristiani sono creature, figli del suo amore.
Prima di arrivare alla tenda Eldad e Medad cominciarono a profetizzare: molte volte lo Spirito pone i suoi santi a metà strada, non li fa arrivare alla tenda, e magari da coloro che stanno nella tenda sono giudicati anomali, non collocabili, incomprensibili o ingestibili, eppure su queste due persone lo Spirito si posa ed esse si mettono a profetizzare nell’accampamento, cioè nella vita, in mezzo alla gente, in mezzo ai veri bisogni della vita. La Parola ci dice inoltre che lo Spirito si effuse sui 70, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito, perché quando si è figli della struttura non si è più liberi figli del soffio. È il soffio, lo Spirito santo, che ci permette di profetizzare.
Che cosa vuol dire profetizzare? Vuol dire portare l’amore diverso di Dio alla gente che si incontra, diventando servi di quelli che si incontrano. Come è possibile diventare servi? Lo si diventa quando non si fa solo il volontariato, ma si è veramente servi di un atro, servi dello Spirito, quando accoglieremo senza discutere la misura dell’altro. Amare e cominciare dalla misura dell’altro, misura che non è la nostra.
In questo brano fa una brutta figura Giosuè, successore di Mosè, che vuole impedire ad Eldad e a Medad di profetizzare. Giosuè è l’esempio di tutti gli uomini strutturati, gli uomini antisoffio, gli uomini che impediscono. Egli era strutturato nella rassicurazione normativa, era l’uomo del vederci chiaro che molte volte contrasta lo Spirito santo.
San Giovanni della Croce scrive che molti padri spirituali andranno all’inferno perché non hanno favorito e riconosciuto lo Spirito santo nelle anime loro affidate. Mosè risponde a Giosuè: “Sei tu geloso per me?”Gli uomini di Dio non sono gelosi, chi ha veramente i doni di Dio gode nel vedere la fecondità dei figli. “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito”. Viviamo tempi così difficili perché non ci fidiamo dello Spirito santo, non lo lasciamo fare. E quando qualcuno in suo nome fa qualcosa di diverso, glielo impediamo. Giosuè è ancora vivo, forte, è vivo ogni volta che chiediamo di bloccare queste azioni dello Spirito santo, egli invece è libertà. E lo Spirito santo, se ci lasceremo fare, si effonde continuamente su di noi e la prima profezia che ci dona è quella di leggerci non secondo la carne e il sangue, ma attraverso la sua lettura, perché noi non siamo quello che vediamo, quello che tocchiamo, noi non siamo l’involucro, noi siamo dentro e nel profondo c’è lo Spirito.
Ci auguriamo di essere uomini e donne spirituali, saremo diversi, saremo contestati, avremo qualche Giosuè che dirà: “Impediscili”, ma potremo andare avanti e Gesù, il nuovo Mosè, non è geloso.        


Seconda Lettura      Gc 5,1-6

La lettera di san Giacomo è un’invettiva contro i ricchi del suo tempo, che defraudavano la giusta mercede agli operai. Ma di questo brano c’è anche una lettura più profonda: quante volte noi investiamo nelle ricchezze e non nella vera ricchezza. Investiamo innanzitutto in una prima ricchezza che è l’apparire, l’essere appariscente, ma san Giacomo ci dice: “I vostri vestiti sono mangiati dalle tarme”. Il nostro apparire non conta nulla, le nostre ricchezze sono marce perché abbiamo fatto delle cose le nostre ricchezze, i nostri valori, e il nostro oro ed argento, cioè la nostra onnipotenza è coperta dalla ruggine.
Oggi la gente è triste, è preoccupata per il lavoro a causa della crisi economica; questo è giusto, però potremmo anche pensare che il Signore l’ha permessa, l’ha voluta, non certo per castigarci, ma per portarci nella vera ricchezza, che è il nostro cuore, la nostra vita, la nostra famiglia. Tutto passa, la vera ricchezza e unica ricchezza per Dio siamo noi, il nostro cuore, la nostra presenza, il nostro esserci. Abbiamo defraudato il salario dei lavoratori quando non abbiamo amato le persone, non abbiamo dato la priorità alle persone. Quanto tempo abbiamo dato per i nostri figli, per i nostri mariti, per le nostre mogli che sono la nostra ricchezza?  
I mietitori, cioè coloro che stanno cercando di raccogliere il frutto della vita, sono stati veramente defraudati dalle nostre incapacità di donare la vera ricchezza, che è il cuore di Dio, è l’amore. Se leggiamo questa crisi economica fuori dagli schemi di Monti e della Merkel vediamo che Dio intanto ci riporta ad una vita di essenzialità, forse vorrà farci riscoprire la gioia di essere ancora insieme, di rigenerare quei rapporti e quel tempo che si dà alle persone, perché le ricchezze sono tutte marce ed arrugginite. La vera ricchezza è amare. La vera ricchezza nella quale Dio investe sono io e questa è una ricchezza che non conoscerà mai ruggine e marciume.
Ci auguriamo di far scoprire anche agli altri, collaborando con il Signore, le ricchezze che hanno dentro.


Vangelo         Mc 9,38-43.45.47-48

“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo perché non ti seguiva, ma Gesù disse: - Non glielo impedite”. Una persona è autorevole nel nome di Gesù non per l’appartenenza ad un gruppo, in questo caso i dodici, ma uno può essere anche fuori del gruppo, può essere anche da solo, fuori dei confini, ma se dimora nel cuore e nell’amore di Gesù, quell’uomo riceve tutta l’autorità di Gesù. Oggi Gesù ci chiede: “Tu, dove abiti? Dove sei? Dove dimori?” In questi nostri anni in cui si enfatizza la comunità e la si porta quasi a livello di dio, Gesù ci dice che anche fuori di questa struttura visibile c’è qualcuno che può fare qualcosa per Lui, perché la condizione per essere operatori della vittoria di Gesù sul demonio è abitare nel suo cuore e credere nel suo amore. L’Apocalisse dice: “Verranno giorni in cui chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. L’invocazione del nome di Gesù salva.
Quest’uomo non faceva parte degli apostoli, era un battitore libero, ma cacciava i demoni anche lui. “Non c’è nessuno che possa compiere un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me”, perché è nel cuore di Gesù. A Gesù non interessa l’appartenenza canonica, non gli interessa se è approvato dalla curia, gli interessa una sola cosa: che sia nel suo cuore, che sia dentro di lui, che dimori in lui, che abiti in lui. Il demonio che dobbiamo  cacciare è quello dell’arroganza della struttura nei confronti di Gesù. Gesù non è la struttura e la struttura non può prendere il posto di Gesù, ecco perché c’è da dare un bicchiere di acqua fresca. Questo bicchiere di acqua fresca è quello che possiamo porgere alla persona disidratata dallo strutturalismo, l’acqua fresca della libertà di Gesù, acqua che possiamo andare a prendere dal costato aperto di Gesù. Basta un bicchiere e non perderemo la nostra ricompensa perché abbiamo scoperto che uno era disidratato dalla struttura che l’uccideva e gli abbiamo fatto bere l’acqua della libertà di Gesù.
Chi sono queste persone? Sono i piccoli (anche nel senso anagrafico). I piccoli che credono in Gesù e non devono essere scandalizzati sono quelle anime che riconoscono, che sentono, che afferrano la maternità e la paternità di Dio. Per essere bambini bisogna aver un padre e una madre, quando le anime sentono dentro di loro Dio padre e Dio madre sono scandalizzate da coloro che presentano Dio con la durezza di un macigno, come giudice normativo, ispettivo, cattivo. Gesù allora dice a costoro che sono di impedimento e di scandalo a questi piccoli: “Prendete il vostro macigno e buttatevi in mare perché là è il vostro posto”. Dio non è un macigno, non è una macina da mulino, non è un peso, Dio non schiaccia, non uccide, non soffoca. Quanta gente ha scandalizzato i bambini di Dio e ha tolto a costoro la gioia della maternità e della paternità di Dio! Costoro sono individuabili per tre segni che ci indica Gesù: hanno la mano a pugno e la mano giudicante, hanno un piede che dà calci agli altri per farsi spazio, hanno un occhio che va a scovare gli scheletri negli armadi degli altri. Questa mano, questo piede e questo occhio sono destinati alla Geenna. Anche noi possiamo avere questo piede, questa mano e questo occhio e l’unica terapia è tagliarli ogni mattina. Come? Con la Parola di Dio che è una spada a doppio taglio.
Notiamo la finezza di Gesù, Egli non dice gli occhi, le mani e i piedi, perché un elemento è di Dio e l’altro è della carne, dobbiamo tagliare quello della carne. Chi ha gli occhi di Dio vede il bene e quando vede il male, tace. Chi ha la mano di Dio accarezza, benedice, accompagna, sostiene, chi ha il piede di Dio diventa piede per chi non cammina. Il resto non serve. La mano, il piede e l’occhio che non sono di Dio vanno tagliati perché è meglio entrare nella vita con un occhio solo che con due essere gettati nella Geenna.
La Parola di Dio è la terapia quotidiana per fare su di noi questo intervento chirurgico e tagliare ciò che è della carne e del sangue per avere solo in dono quello che è di Dio. Allora la nuova evangelizzazione si farà con piedi diversi, con mani diverse e con occhi diversi.
   

Prima Lettura    Nm 11,25-29

Questa parola ci ricorda innanzitutto una grande esigenza di un credente, uno è tale se ha incontrato Dio, se fa esperienza di Dio, se non lo incontra non è un  credente, ma un utente di un’agenzia religiosa. Questa parola ci dice che Dio non è strutturato e che nessuna struttura, nemmeno quella della chiesa cattolica, lo può imprigionare e nemmeno gestire perché Dio è infinitamente grande. La chiesa è la sposa dell’agnello ed è la comunità che lui ha voluto perché si ricordasse alle generazioni che venivano l’evento del figlio, ma l’azione di Dio non è imprigionata nella tenda. Eldad e Medad erano iscritti per andare alla tenda, erano membri di diritto, ma non ci andarono. Questo spaccato apre la questione dei non praticanti, ma la parola è ancora più esplosiva perché ci dice che Dio li insegue, li cerca, perché Eldad e Medad cominciano a profetizzare nell’accampamento e fuori della tenda perché la pienezza del mistero di Dio non può essere contenuta da nessuna istituzione, Dio trabocca. E Dio tocca, usa, fa profeti anche coloro che sono lontani dalla tenda. Ma noi quanto siamo miopi quando siamo convinti  che Dio abbia i confini della parrocchia? Dio non ha confini, per cui la chiesa si innerva, si riverbera e si sviluppa anche in una invisibilità strutturale. Una chiesa invisibile, la chiesa dell’oltretenda.
I settanta non profetizzarono più in seguito perché erano convinti che il dono dello spirito di Iahvè fosse un diritto del pacchetto d’azione della tenda, come sono convinti molti di noi. Lo spirito non è un diritto acquisito, non c’è l’abbonamento a vita e molte volte il dramma è che molti che si ritengono di Dio e raccontano un Dio alla naftalina, ma la vitalità interiore, la familiarità non c’è più. Dio è vita.
Dio non si mette in frigorifero, è come la manna, non si possono fare scorte, Dio deve essere conquistato, frequentato, amato tutti i giorni. Il Dio di ieri non esiste più. Nel brano abbiamo due anime: quella di Mosè che in altri brani è molto duro, molto israelita, qui invece è molto aperto, Giosuè invece è molto bigotto: “Signor mio, impediscili” non sono sotto il controllo della tenda, della istituzione, ma Mosè risponde: “Sei tu forse geloso per me? fossero tutti profeti nel popolo d’Israele e volesse il Signore dare a tutti il suo spirito”, ecco il cuore grande di un uomo che ha fatto esperienza di Dio.
Questa parola di Dio ci fa sparrochizzare perché la vera chiesa non è più in parrocchia, ma nelle palestre, nei bar, nelle discoteche, nei posti di lavoro. È là che bisogna andare per portare lo spirito. Una chiesa che è toccata dallo spirito fuori della struttura. I profeti non sono strutturati neanche nel diritto canonico, eppure il profetismo è l’anima della chiesa.


Seconda Lettura      Gc 5,1-6

Quella di Giacomo non è una lettura sindacale perché tutti abbiano la loro parte. È una parola che ci pone una domanda: qual è la vera ricchezza? che cosa consideriamo ricchezza? La ricchezza non sono solo i beni, la ricchezza da gestire, alla luce della parola di Dio, siamo ciascuno di noi. Pensiamo al giovane ricco. Quando Gesù gli disse di vendere tutto e di seguirlo, poiché aveva molte ricchezze e il vangelo non intende tanto la ricchezza di cose, ma era attaccato a se stesso e se stesso era diventata una dipendenza. Allora la vera ricchezza che dobbiamo superare è proprio il nostro noi stessi quando diventa il centro di tutta la nostra esistenza.
Oggi è molto faticoso avere delle relazioni vere, feconde. Quante relazioni stupide, insignificanti viviamo perché non abbiamo una libertà interiore da farci capire che noi non siamo assoluti, ma siamo relativi. L’essere defraudati degli stipendi è quando una relazione diventa aggressiva nei nostri riguardi, uccidendo in noi la nostra originalità, irripetibilità, la nostra unicità, e il nostro travaglio di crescita. Molte volte siamo autocentranti e diventiamo noi stessi impedimento per Dio di cambiarci la vita e di avere relazioni intelligenti con gli altri perché diventiamo la cifra assoluta di una relazione, in questo caso siamo rigorosamente monogamici e questo impedisce la crescita, il confronto, la relazione, la verità, lo spessore. Quando questa ricchezza esasperata del nostro noi stessi diventa legge, si troncano le relazioni, infatti viviamo in un mondo dove la fatica più grande è relazionare, stare insieme, condividere le ricchezze di ciascuno, cioè le proprie persone, la propria vita, la propria storia.
Quando diventiamo ricchi di noi stessi e non arriviamo alla santa indifferenza di vendere noi stessi tutti i giorni, cioè di relativizzare quelle sicurezze stupide che ci siamo costruiti, quando siamo autocentranti, monogamici, unici, diventa difficilissimo che facciamo un’esperienza di Dio perché ci basiamo su due sensori di noi stessi: la nuda coscienza e il nudo sentimento. Quando nel nostro noi stessi, che diventa il centro dell’universo e dell’esistenza, la nostra coscienza cioè il nostro definire il bene e il male e il nostro sentire sono solo prodotti nostri che escludono la visita e l’alterità della grazia di Dio, per cui il nostro pensare, il nostro dire, la nostra esperienza, le nostre parole diventano il tutto, inconsapevolmente escludiamo Dio come partner che potrebbe arricchire la nostra ricchezza spirituale, esistenziale e storica mediante la presenza della diversità divina con la sua grazia. Invece noi siamo solamente noi stessi. E poco alla volta la nostra vita diventa un museo di pezzi rari e di disperazione da custodire. La grazia di Dio ci fa gustare la sua diversità, Egli parla una lingua diversa dalla nostra. Noi siamo solamente sensorialità, non siamo sensitività spirituale, allora diventiamo ingiusti, aggressivi, opprimiamo perché l’altro, che diventa il nostro dipendente, lo vorremmo uccidere in quanto perturba il nostro noi stessi.
La santa indifferenza spirituale consiste nel liberarci dal nostro noi stessi, nel saper fare una santa ironia di noi stessi, capendo che la nostra ricchezza è questa relazione tra Dio e noi, che poi diventa ossigeno e vita per le persone che incontreremo.


Vangelo         Mc 9,38-43.45.47-48

Gesù supera lo stesso Mosè perché alla frase: “Abbiamo visto un tale” che Marco riporta e che indica una chiesa che già al tempo dell’evangelista sentiva il bisogno dei confini delle rassicurazioni canoniche, legali, regolari, legislative, Gesù afferma: “Non glielo proibite perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me”, Cioè il Signore invita i suoi discepoli a superare lo schematismo e la rigidità del giuridismo. La presenza di Dio e la sua azione non sono legati alle sovrastrutture che la chiesa ha dovuto darsi lungo la sua storia quando si è storicizzata attraverso il diritto, la legge. Noi non siamo discepoli di Gesù perché abbiamo il certificato di battesimo, ma perché anche oggi crediamo che egli sia il Messia di Dio, il santo di Dio. Non è il giuridismo che ci garantisce, ma il cuore dilatato nel seguire il Signore, nell’amarlo. Perciò Egli opera oltre i confini visibili della chiesa.
Il vangelo ci parla di uno scandalo. C’è uno scandalo quotidiano che Gesù non tollera ed è quello di coloro che impediscono un’esperienza di Dio ai piccoli, che non sono i bambini, ma quelle persone che hanno un contatto immediato con Dio senza costruzioni mentali e sono i prediletti di Gesù. I piccoli esperimentano Dio perché su Dio non ragionano, ma ne sentono la presenza. Perciò gli scandalosi sono coloro che caricano Dio di un intollerante ragionamento mentale, che rendono Dio un argomento da biblioteca.
Lo scandalo è rendere Dio una struttura, un ragionamento, una morale perché si ruba Dio dal cuore degli altri, in quanto Egli è la vita. Se siamo uomini mentali, Gesù ci invita a tagliare il braccio, l’occhio, il piede, ossia ci invita a riprendere in mano la parola di Dio, spada a doppio taglio. La parola accolta, amata, seguita è una spada che taglia e chi è familiare della Parola subisce quotidianamente quella che Paolo chiama la circoncisione del cuore. La mutilazione che Gesù esige dai suoi amici è l’accoglienza della spada della Parola ed essa, tagliandoci la sensorialità, ci dona la sensitività spirituale. La parola ci mutila il tutto umano, il solo umano, l’immediato e ci fa penetrare invece nella sensibilità spirituale. Se non ci lasciamo mutilare dalla spada della Parola, saremo bruciati dal fuoco della Geenna. Il nostro noi stessi assoluto ci distruggerà.
Il bicchiere d’acqua dato in nome di Gesù perché si è di Cristo è una sfumatura di Gesù per dire che l’amore non è legato ad una grandezza, ma si manifesta anche in un piccolissimo atto, un bicchiere d’acqua, e l’atto d’amore rimane per sempre perché compiuto per Dio è una emanazione della natura stessa di Dio. Il bene, l’amore, essendo di Dio, non passano mai, sono eterni


Prima Lettura    Nm 11,25-29


Il brano di questa Domenica è tratto dal libro dei Numeri, che narra le vicende dell’uscita di Israele dall’Egitto. In esso leggiamo che Dio si manifesta attraverso il segno della nube durante il culto che avviene nella tenda del convegno, prende lo spirito che era su Mosè e lo infonde sui settanta anziani. Lo spirito citato in questo brano non è lo Spirito santo, che doveva ancora essere rivelato, ma è la potenza, la forza, la luce di Dio, che scende attraverso il segno della nube e parla a Mosè, il grande condottiero. Lo spirito si posa anche su Eldad e Medad, che non sono andati nella tenda a partecipare al culto, ed entrambi cominciano a profetizzare nell’accampamento. Un giovane, scandalizzato, corre e riferire la cosa a Mosè e Giosuè, figlio di Nun, lo invita ad impedirglielo, ma Mosè gli chiede se è geloso ed esce in quella grande Parola di luce: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”.
È una Parola profonda che ha veramente delle suggestioni spirituali molto forti. Innanzitutto ci propone la grandezza di Dio o meglio l’incatturabilità di Dio, la libertà di Dio, la misteriosità dell’azione di Dio, la sorprendente sorpresa dell’evento di Dio. Su questo aspetto dovremmo più spesso soffermarci noi discepoli della Parola, perché molte volte nelle nostre comunità, anche a fin di bene, ma di un bene apparente, si enfatizza l’assemblea e la struttura e ci si dimentica o si passa in secondo piano la libertà di Dio. Siamo uomini occidentali, dalla forma mentis strutturata, che molte volte ci impedisce di captare, di gustare e di stupirci di questa sorprendente libertà di Dio. Sbaglieremmo se ci fermassimo solamente a questo aspetto. Allora Dio è libero da ogni struttura, non si lascia imprigionare da nessuna struttura sebbene nella chiesa, il sacramento di salvezza, la comunità dei credenti, sposa di Gesù sposo, Dio sia presente in maniera particolare, fedele e continua, ma neppure la chiesa può imprigionare o ingabbiare la grande libertà di Dio. Però questa Parola non ci invita a relativizzare le strutture o a renderle insignificanti, ma ci dà una luce: l’unica struttura che Dio insegue e ama è la persona, ognuno di noi; non è la struttura che ci rende cari a Dio, ma è Dio che, con una grazia preveniente, ci rende cari al suo cuore. La vera struttura è ogni persona, nella sua libertà, nella sua enigmaticità, nella sua logistica e nel suo cammino di maturazione. Dio raggiunge anche coloro che sono fuori dell’accampamento, Dio raggiunge anche quelli che non sono entrati nella tenda della struttura ufficiale giuridica. È una pagina viva che presenta anche ai nostri occhi il problema dei cristiani non praticanti, delle persone che non si riconoscono nella struttura della chiesa, di persone che magari diffidano della nostra strutturalità e mediazione. Questa Parola ci ricorda che Dio raggiunge anche loro, e che, forse, Dio opera e agisce nella struttura della mia persona nei confini e negli estremi che magari io non prendo in considerazione e non amo.
Allora questa Parola è una stupenda icona dell’onnipotenza, della libertà, della sorpresa divina di questo Dio che continua ad avere il fascino per la struttura essenziale che lui ha creato e voluto, il nostro cuore.
     

Seconda Lettura      Gc 5,1-6

San Giacono apostolo reagisce contro le ingiustizie da parte dei ricchi sui poveri e scaglia invettive pesanti contro i ricchi (c’è quasi un’eco del vangelo di Luca quando Giacomo ci fa l’elenco  delle beatitudini e delle maledizioni). Giacomo mette in evidenza la ricchezza mostrata e simboleggiata nei vestiti, nell’oro e nell’argento, ma soprattutto la violenza e la defraudazione dei diritti dei lavoratori e dei poveri. Questa Parola, cavalcando l’onda dell’emotività dell’ascolto, sembrerebbe una Parola sindacale in cui si rivendica una giustizia e un’equità, anche questo c’è, ma non è tutto. Essa ci invita a contemplare e ci domanda chi sono i ricchi. Sono coloro solamente attorniati da tante cose? I ricchi sono coloro che si sono lasciare rubare il cuore dalle certezze immediate e luccicanti delle cose e hanno fatto di queste l’assoluto, l’unico e il dio della vita per soffocare un vuoto immenso che dentro di loro li morde e li distrugge. Chi sono i ricchi? Sono i veri poveri, i poveri di Dio, i poveri di interiorità, i poveri di certezze, di ideali, di preghiera, abbandonati all’avidità delle cose che irrimediabilmente saranno consumate, mangiate.
E chi sono i lavoratori che hanno mietuto le vostre terre? Quali sono le grida e le proteste dei mietitori? Oggi questi mietitori che gridano e manifestano un disagio sono tutte quelle persone che avendo investito la loro vita nella logica del mondo e nella logica orizzontale del dare e dell’avere si sentono privati di un salario che spetta ad ogni uomo e questo salario è la speranza. È proprio questa speranza che è stata derubata all’uomo occidentale, al quale abbiamo insegnato solamente a lavorare, a produrre, a comprare, a godere e a divertirsi, ma questa logica non ha retto e anche l’attuale crisi, che non è solo economica, ma è crisi di una società e soprattutto crisi delle anime, questa crisi ci ricorda senza mezzi termini che ci hanno derubato il salario della fede, della speranza, dell’amore per Dio e del gusto della vita. Quando ti hanno rubato questo, entrano i piaceri, le delizie; ci ingrassiamo in tutti i sensi per il giorno della strage. Abbiamo l’oro, l’argento, i vestiti, ma sotto questo il nulla.
Questa Parola ci ricorda che forse proprio noi, che ci riteniamo ricchi di una fede, di una Parola e di una interiorità stiamo imbrogliando i lavoratori, “i poveri di Dio”, perché non diamo a loro il salario della speranza, della Parola, della gioia che viene da Dio, ma pensiamo di esser approvati, applauditi e all’altezza dei tempi combattendo e lavorando solo per le cose che mancano e non per il cuore vuoto.    


Vangelo         Mc 9,38-43.45.47-48

Il brano riferisce che, come Gesù liberava dallo spirito del male attraverso la sua azione, anche la Chiesa del tempo di Marco aveva instaurato un ministero esorcistico, tanto che Giovanni accusava qualcuno estraneo alla comunità di aver usato il nome di Gesù per liberare una persona dalla presenza del maligno. Gesù gli risponde che nessuno può usare il suo nome con efficacia se prima di tutto non è suo, perché la potenza di questo nome non può essere usata se non si ha fede.
Marco ci presenta il grande cuore, la grande apertura di Gesù e queste parole dovrebbero essere raccolte specialmente da coloro che nella chiesa esercitano l’autorità: Gesù afferma e accetta anche discepoli e credenti che non hanno una formalità pubblica di adesione, ma che usano con fede il suo nome e credono nella sua potenza. Ecco perché Gesù ci dice che la potenza del suo nome, della sua grazia non è monopolio di nessuno, Gesù, infatti, l’ha detto in Marco che chiunque avrà fede e crederà farà cose grandi.
Nella seconda parte Marco mette in bocca a Gesù delle parole estreme, radicali. “Chi scandalizza una di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare”, per piccoli non si intende solo i bambini, ma tutte le persone indifese che non possono alle volte reggere lo scandalo di chi le percuote e le scandalizza con la sua sapienza senza l’amore. Gesù dice chiaramente che è meglio perdere una mano, un occhio, che andare nella Geenna. Strano questo Gesù che parla di un argomento tabù nella chiesa di oggi: l’inferno, strano questo Gesù che mette tra le possibili destinazioni dopo la vita terrena anche il fuoco della Geenna. Abbiamo imbarazzo a parlare dell’inferno, tanto che qualche teologo, raccogliendo l’applauso facile dell’assemblea, ha affermato che l’inferno c’è ma potrebbe essere anche vuoto. Ma come si può scherzare con l’amore: l’amore chiede amore e l’amore non tollera il non amore, l’amore è totalizzante, fedele, irruente, o entri nel fuoco di questo amore di Gesù oppure ci sarà un altro fuoco che ti brucerà e sarà il fuoco del tuo egoismo, del tuo relativismo, del tuo egocentrismo, della tua sufficienza, della tua superbia, quando vuoi diventare dio di te stesso, non volendo perdere nulla di te.
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