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27 ottobre 2019

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Commento spirituale della Parola di Domenica 27 Ottobre 2019
XXX Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima Lettura      Sir 35,12-14.16-18

Questo piccolo brano, tratto dal Siracide, è un trattato meraviglioso sulla preghiera. È stupenda questa Parola perché ci rivela che la preghiera dei poveri arriva a Dio. qui il termine poveri non allude ai bisognosi, a coloro che sono privi dei mezzi, ma agli anauim, cioè ai poveri di Dio, quei  poveri che nella Bibbia il Signore ha riempito di beni e ha ricolmato di favori. Le due categorie di poveri esemplari sono l’orfano e la vedova a cui si aggiunge l’oppresso.
La Parola ci sottopone una questione spinosa: è facile parlare della povertà, è bello aiutare i poveri, anche perché è gratificante, ma quando dobbiamo affrontare le nostre povertà, e tutti ne abbiamo almeno una, ci sentiamo infastiditi, perché in noi prevale l’uomo psicologico, mentale, l’uomo della riuscita. Le povertà che più ci fanno sanguinare sono quelle situazioni, quelle dimensioni irrisolvibili che vorremmo rimuovere perché, rimuovendole, pensiamo di recuperare una tempra e uno spessore. Le nostre povertà sono generalmente di 5 tipi: caratteriali, esistenziali, storiche, affettive, relazionali. La Parola di Dio oggi ci dice che la preghiera di un povero di Dio è fortissima, perché attraversa le nubi, non si quieta finché non sia arrivata, non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto. La preghiera del povero è così cara a Dio perché Egli ci guarda in maniera diversa da come noi ci guardiamo o guardiamo gli altri. Il Signore, quando vede la nostra povertà, ci ama ancora di più perché la nostra povertà è la nostra verità. Molte volte noi cerchiamo di nascondere questa povertà, ma la povertà interiore rimane e per noi è un impiccio, come fu per san Paolo, mentre per Dio è un valore, perché negli aspetti della nostra povertà c’è la nostra verità, la nostra dipendenza da Lui. Noi vorremmo risolvere le nostre povertà con le misture psicologiche, mentali, razionali, interventistiche, mediche, terapeutiche, ma queste strade risolvono poco; vorremmo rimuovere quello che in noi esiste e non ci dà serenità, non dà lustro al nostro nome e allora ci illudiamo nascondendo le nostre povertà, le mascheriamo, ma esse restano. Di fronte al Signore le nostre personali povertà sono la nostra potenza: “Quando sono debole, è allora che sono forte” dice Paolo.
La preghiera dei poveri del Signore è la preghiera più forte perché non è una preghiera confezionata, non è una preghiera fatta di preghiere, non è leggere delle parole, ma è un grido che sale al Signore pieno della verità e pieno della richiesta di un amore e di una grazia che rispondano alla povertà personali. Perché il Signore ci lascia le povertà, perché non ci toglie queste dimensioni oscure cosicché noi possiamo vivere serenamente? Perché sotto questa richiesta della rimozione si nascondono tre tentazioni: l’autosufficienza, la perfezione umana e la superbia, invece il Signore ci ama e ci vuole bene nella nostra verità costellata dalle nostre povertà. Proprio le povertà personali sono così amate da Dio perché sono la voce più vera della nostra vita. Tutte le povertà sono generate da un’insufficienza d’amore, da una richiesta d’amore insoddisfatta, sono grida insolute di un amore non ricevuto. Quando non facciamo l’esperienza dell’amore di Dio immergendoci nella preghiera, saremo sempre persone occupate nella costruzione di noi stessi per diventare uomini e donne d’immagine, invece Dio cerca la nostra povertà e la preghiera che nasce dalla povertà arriva certamente a Lui perché è una preghiera talmente vera e talmente potente che non conosce ostacoli.
Quali sono le povertà più fastidiose? Le povertà spirituali o le povertà segrete che ciascuno tiene nascoste e che ci schiaffeggiano tutti i giorni. Di fronte a questa presa di coscienza della povertà, c’è un duplice lavoro: uno del nemico che ci vorrebbe portare alla disperazione, infatti l’accusatore vede le nostre povertà e, come dice sant’Ignazio, ci studia proprio lì, perché è lì che può entrare e rovinare la nostra anima. Dio, invece, non si scandalizza delle nostre povertà e ama la vedova di un amore sponsale divino, l’orfano di una paternità divina e l’oppresso da una tirannia umana.
La Parola ci invita a fare una scelta molto difficile, ma estremamente liberante: amare le nostre povertà, amarle e consegnarle, amarle e donarle, amarle e consacrarle con amore, perché una povertà letta dall’uomo diventa un dato sociologico interventista, invece la povertà letta con l’occhio di Dio diventa un grido d’amore che deve essere riempito solo di cielo, perché solamente la grazia di Dio, nel silenzio intelligente di un rispetto che non discute la storia di una povertà, può riempirla di senso e renderla potente verso il suo cuore.
       

Seconda lettura      2 Tim. 4,6-8,16-18

La vita di Paolo si conclude a Roma nel 67 d.C.. L’apostolo, al termine della sua vita, scrive questo testamento a Timoteo e non dice che cosa ha fatto, ma si serve di due esempi, uno tratto dal mondo sportivo (la corsa) e uno tratto dal mondo militare (la battaglia). Paolo non fa la relazione di quanto ha fatto nel suo apostolato, ma mette al centro del suo testamento Gesù, perché egli a Damasco ha vissuto un evento di grazia talmente forte che la potenza di Dio lo ha atterrato, è crollato di fronte a questa esperienza di Dio e quel Paolo, che era esasperatamente un uomo di legge, di religione, di formalismo, di osservanza diventa un uomo innamorato.
Dov’è oggi lo sbaglio di tanta pastorale, anche catechistica? Forse è che mettiamo al centro tante esperienze di comunità invece che un aiuto perché i bambini, i ragazzi e i giovani si innamorino di Gesù. Facciamo tante cose, ma Paolo in questa Parola ci dice una sola cosa: io sono stato innamorato di Gesù, Gesù mi ha rubato il cuore. Paolo sostiene con decisione una centralità e una essenzialità. I santi, che erano innamorati di Gesù, non si servivano di tante metodologie, ma catechizzavano con il solo contatto. È l’amore che determina tutto. Paolo, innamorato di Gesù, ha avuto parecchi problemi con la struttura primitiva della comunità: con Pietro, con Giacomo, con i fratelli, con i primi cristiani che non si fidavano di lui, perché la persona innamorata non è gestibile da una struttura, in quanto, quando sei innamorato per grazia, non puoi starci dentro, perché l’amore non si può spegnere con i fiumi della modalità.
Paolo dice ancora a Timoteo che in tribunale tutti gli avevano voltato le spalle, ma non vuole che se ne tenga conto contro di loro: la persona innamorata dà fastidio perché tiene viva una passione e non si rassegna ad una modalità. Tutta la vita cristiana consiste in questo: o si è innamorati di Gesù oppure si fanno tante cose.
Paolo era un pessimo liturgo, era piuttosto un evangelizzatore, però ribadisce a Timoteo che è stato innamorato e sa che la sua vita terminerà con la vera liturgia: “Sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che lasci questa vita”, con il martirio, la testimonianza. Se non siamo innamorati non passa nulla, anzi diamo spazio a persone esasperate in un impegno di autorealizzazione che offusca l’amore per Gesù.
La grazia punisce questa idolatria delle metodologie perché vorremmo che tutti fossero ammaliati da una comunità, ma in realtà la lasciano quasi tutti. L’essenziale invece è essere innamorati di Gesù, essere con Gesù, essere per Gesù.
Al centro di un’esperienza cristiana c’è Gesù, non la struttura di qualsiasi tipo essa sia.
Un innamorato fa la differenza dal funzionario e dal disponibile strutturale e lì si innesta una battaglia perché l’amore non conosce mezze misure, perché le grandi acque delle metodologie non possono spegnere l’amore né i fiumi dei soliti disponibili possono travolgerlo.   
 
 
Vangelo        Lc 18,9-14

La differenza tra il pubblicano e il fariseo non è solo nel fatto che uno fosse umile e l’altro superbo, perché il fariseo di se stesso dice cose vere: digiunava due volte alla settimana, pagava le decime. Dov’è, allora, il problema? Lo riconosciamo nel modo in cui i due entrano nel tempio del Signore. Il fariseo è fondamentalmente un ateo mascherato da credente e da religioso, egli celebra se stesso: va davanti, resta in piedi e comincia a parlare di sé, disprezzando gli altri. Questo è ciò che si verifica anche in tante celebrazioni liturgiche delle nostre comunità: per tanti la casa di Dio, il tempio di Dio, non è più il luogo del mistero, ma è diventato un salone sociale dove necessitano persone che organizzino e parlino di se stesse, allora la liturgia si è ridotta da mistero a intrattenimento sociologico e il tempio da casa del mistero a casa della socialità, della cordialità o della convivialità ammantata di sacro. Invece Luca, che è un evangelista finissimo, ci mostra l’atteggiamento del pubblicano. Il pubblicano sta cercando Dio, come tanta gente che oggi noi riteniamo fuori dai ranghi; il pubblicano si è fermato a distanza, ha percepito il mistero di Dio, la santità di Dio, la trascendenza di Dio e ha detto una cosa sola: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Egli ha sentito tutta la diversità tra l’infinita santità di Dio e la sua povertà. Questo uomo ha fatto un’autentica esperienza di Dio, lo ha incontrato, fuori da qualunque celebrazione, rango, sicurezza. Che cos’é che manca nelle nostre celebrazioni e nella nostra preghiera liturgica e comunitaria? Manca il senso della trascendenza, il senso della sacralità, del rispetto, dell’adorazione, della prostrazione, del silenzio per ascoltare il Mistero. Oggi le celebrazioni e la preghiera pubblica sono inficiate di autocelebrazione, di autoincensazione, di autoesaltazione, di un verbalismo a fiumi che impedisce alla voce di Dio di risuonare nei cuori. Le celebrazioni pubbliche della preghiera non sono intrattenimenti, ma dovrebbero essere eventi di grazia dove i cuori fanno un’esperienza profonda di Dio, della sua trascendenza, della sua santità, della sua presenza.
Il fariseo, oltre che essere superbo e fondamentalmente ateo, era diventato talmente di casa nel tempio che aveva smarrito il senso di una presenza, di una grazia e di una gratuità. Quando si smarrisce il senso di Dio, anche lo spazio sacro diventa spazio proprio dove, essendo di casa ed assodati in una frequentazione, si è smarrito il senso di una presenza divina e si è riempito quel luogo della propria presenza che si parla addosso e che contrasta la potenza della Parola.  
Quanto bisogno hanno la chiesa e le nostre comunità di celebrazioni silenziose, sobrie, dove ci siano spazio per il silenzio, per l’adorazione, per la trascendenza e per la santità di Dio!
Al pubblicano, pur essendo un peccatore, era rimasto in cuore il senso di Dio. Egli aveva percepito la sua distanza da Dio e si era fermato, prostrandosi; non portava nulla, era un povero di Dio. Così sono tutte le persone che non consideriamo nelle comunità perché non servono, non fanno, non parlano, non operano, ma sono proprio queste persone che tornano a casa giustificate perché hanno incontrato il mistero dell’amore di Dio.
Chiediamo allo Spirito santo che guarisca la preghiera della chiesa cattolica e ridia a questa preghiera quel senso del santo, del mistero, del silenzio e del trascendente.      

In linea di massima il peccatore non è da preferirsi a chi non ha peccato. Nondimeno accade che un peccatore, cosciente della propria colpa, intraprenda un cammino di conversione umiliandosi per i suoi peccati. Questi è da preferirsi a colui che si considera meno colpevole di lui e che, lungi dal considerarsi peccatore e pieno di orgoglio, si esalta a causa di qualche qualità che presume di possedere... Gesù infatti conclude la parabolae con le parole “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” Origene, Contro Celso 3,64.


Prima Lettura      Sir 35,12-14.16-18

Ben Sirac, l’autore del libro, visse a Gerusalemme verso il 180 a.C., era un uomo importante, appassionato studioso della legge di Dio. Egli scrisse il libro in ebraico e, dopo circa 50 anni, un suo nipote tradusse l’opera in greco. Dal libro non si può ricavare uno schema vero e proprio, si tratta di una meditazione sulla sapienza, che prende in considerazione numerosi aspetti della vita, attraverso i quali si coglie una fede nel Dio unico ed eterno, il quale ha scelto un popolo in particolare e gli ha dato in dono la legge , fonte di sapienza.     
Ben sirac ci tiene innanzitutto a tutelare Dio ed esordisce dicendo che il Signore è giudice e non v’è presso di Lui preferenza di persone, ricordandoci così che non dobbiamo rimpicciolire Dio attribuendogli caratteristiche umane. Inoltre, presso di Lui non vi è preferenza di persone, non perché davanti al Signore siamo tutti uguali, ma perché il nostro Dio è il Dio dell’originalità, dell’unicità, dell’irripetibilità e della misteriosità di ciascuno di noi. Lui solo è il giudice perché Lui solo è capace di leggere la nostra misteriosità. Ciascuno di noi è analfabeta di se stesso, perché tutte le letture che facciamo su di noi sono stentate ed incomplete e, quando vogliamo rubare a Dio il compito di giudice, ci creiamo infiniti sensi di colpa. L’autore prosegue dicendo: “Dio non è parziale con nessuno contro il povero”, cioè Egli non dà giudizi interessati, ma davanti a sé ha quattro categorie: povero, oppresso, orfano e vedova, le quattro categorie dei poveri del regno, tra le quali ci siamo anche noi.
È difficile ammettere che siamo oppressi, orfani, vedove e poveri, molte volte è difficile ammettere la nostra povertà spirituale, eppure tutti noi siamo portati ad avere incoerenze, tenebre, buio, freddezza, stanchezza, instabilità. Il vero povero di Dio è colui che non risolve nulla con il suo volontarismo, e Dio ama questa povertà, la povertà di chi non ha virtù sufficienti e deve sfogarsi nella preghiera: “non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento”.
La vera povertà è la nostra poca virtuosità, la nostra precarietà, la nostra instabilità, che ci fanno sperimentare una volta di più che il vero orante è la persona debole, è colui che è ostinato nella preghiera, non tanto nella preghiera delle formule, ma in quella del cuore. Molte volte non consideriamo preghiera le cose più preziose della nostra vita, catalogandole nei sentimenti, nei risentimenti oppure nei prodotti caratteriali. Le preghiere più vere non sono quelle che nascono da una formula, ma da sfoghi di amarezza, in questa prospettiva anche la rabbia e la delusione sono preghiera. La vera preghiera è quando ci sentiamo presi in giro anche da Dio perché la risposta tarda a venire, perché la preghiera, come dice il libro del Siracide, ha raggiunto le nubi, è entrata, ma non ci dà alcun riscontro e ci porta a chiedere: “Fino a quando Signore?”. È superficiale da parte nostra non convertire le nostre rabbie, le nostre delusioni, le nostre gioie, i nostri sogni, i nostri sentimenti, la nostra affettività in preghiera, tutto quello che esce dal cuore può diventare preghiera, anzi è la preghiera più vera perché nasce da un’anima nuda e delusa che non è più capace di attendere il ritorno del frutto. La preghiera dell’umile penetra le nubi, e la nube è segno della presenza di Dio. Dobbiamo rivalutare, rigenerare e riconoscere la nostra preghiera nuda, la preghiera più profonda del nostro cuore che sono i nostri sentimenti, anche i più opposti, la preghiera nuda dell’anima che non gioca più con le formule, ma che nasce dal nostro cuore.
Teresa d’Avila dice: “Quando ti accorgi di pregare non preghi”, allora la vera preghiera dovrebbe essere il silenzio profondo di restare davanti a un mistero che non fa rumore, che non si vede, che molte volte non si percepisce e non si verifica. Abbiamo bisogno di essere rigenerati dalla nube di Dio, perché anche la preghiera è intossicata di formule, di canti, di rumori, ma la vera preghiera siamo noi. Ecco perché Tommaso Celano disse di san Francesco d’Assisi: “Era uomo fatto preghiera”.    


 Seconda lettura      2 Tim. 4,6-8,16-18

Termina, con quello che viene considerato il testamento spirituale di Paolo, la lettura domenicale della seconda lettera di Paolo a Timoteo. Si tratta del testamento di un uomo che sente vicina la fine, infatti morirà a Roma nel 67 d.C., nel quale l’apostolo non fa un bilancio della sua vita, ma la consegna ad un Dio profondamente amato, al Dio rivelato da Gesù. Nel brano troviamo un linguaggio tipico paolino, ricco di immagini: “Carissimo, il mio sangue sta per essere sparso in libagione”, un’immagine cruenta, sacrificale che ci ricorda la mistica del sacrificio martiriale, “è giunto il momento di sciogliere le vele”, un’immagine marinara, “ho combattuto la buona battaglia” un’immagine militare, “ho terminato la mia corsa” un’immagine sportiva, “ho conservato la fede” un’immagine teologico-spirituale. Da queste immagini Paolo trae una conclusione: “ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno”, era la corona d’alloro con la quale venivano incoronati i vincitori delle gare sportive. Paolo, che sintetizza la sua vita con alcuni verbi (spargere, sciogliere, combattere, terminare, conservare), fa una lettura sapienziale, spirituale della sua vita, egli non ricorda i suoi viaggi missionari, non dice di aver visitato tante comunità e di aver convertito tanta gente, ma fa una lettura interiore, spirituale del dono della sua vita e descrive l’indescrivibile, che è la vita di ciascuno di noi, attraverso delle immagini.
Anche noi non sappiamo quanti anni di vita biologica ci resteranno, ma siamo sempre tentati di fare un bilancio della nostra vita prendendo in considerazione le azioni, gli obiettivi raggiunti e le cose che abbiamo costruito, dimenticando che la lettura sapienziale è la più giusta e la più profonda da fare in noi. La nostra vita non deve essere concepita come un investimento sicuro, non dobbiamo sentirci come colui che ha trafficato i suoi talenti per fare grandi realizzazioni; la nostra vita non deve essere stata per qualcosa, ma deve essere stata donata e consumata per qualcuno.
Sarebbe veramente una povera vita quella nella quale ci fossimo gratificati con imprese e con realizzazioni tangibili. La vita di Paolo fu una vita molto travagliata, infatti, basta leggere tutte le sue traversie e quante volte dovette comparire davanti ai tribunali per dire che certamente non è stata una bella vita, umanamente parlando, però è stata una vita appassionata e tormentata nella quale il vero parto è stato Damasco, dove è iniziata una vita di appassionato amore per Gesù Cristo. Paolo ha voluto a tutti i costi seguire Gesù per tutta la vita e per farlo ha dovuto cristificare la sua vita fino all’estremo. L’apostolo dice che nella sua prima difesa in tribunale nessuno l’ha assistito, tutti l’hanno abbandonato, ma chiede che non se ne tenga conto contro di loro, ecco qui l’icona cristica di Paolo. Anche Gesù, abbandonato da tutti nel Getsemani, mentre si trova sulla croce chiede al Padre di perdonarli.
Chi ha abbandonato Paolo? L’apostolo dice a Timoteo: “Cerca di venire presto da me perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica, Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia, solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tichico ad Efeso e venendo porta il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo, e anche i libri, soprattutto le pergamene”(questo sembra un indizio che conferma lo smarrimento della lettera di Paolo ai Laodicesi, per alcuni esegeti confluita nella lettera ai Corinzi). Paolo prosegue: “Alessandro il ramaio mi ha procurato molti mali, il Signore gli renderà secondo le sue opere, guardatene anche tu perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione”. Paolo si sente solo ed invita Timoteo ad affrettarsi ad andare da lui prima dell’inverno. Paolo vive una solitudine profonda, la solitudine degli amici di Dio. Essi devono vivere questa purificazione della solitudine umana, perché l’abbandono da parte delle persone care o degli amici è una grande sofferenza, ma è anche un evento del passaggio di Dio, che purifica e si fa ancora più posto in noi. Quando tutti ci abbandonano, Dio sarà per noi il tutto, ci sentiremo veramente solo di Dio. Il nostro destino nella vita eterna sarà quello di essere persone uniche con Dio, lì tutti i legami cesseranno perché l’appartenenza primogenita e originaria è quella che darà pienezza alla nostra vita. Gli uomini che amano e seguono Dio sono dei solitari, tanto che molte volte vengono considerate persone dal carattere difficile, invece è questione di due inchiostri, la persona di Dio scrive con l’inchiostro dello Spirito, e le altre persone scrivono con l’inchiostro umano. Più si è di Dio, meno si è del mondo. Oggi tanta gente è addomesticata dal mondo e non regge se non ha supporti affettivi di compagnia, ma mai come oggi la gente è sola e quando vuole aprire il proprio cuore non trova un referente.
Tutti gli uomini e le donne che camminano speditamente in Dio sono soli, perché il Signore vuole liberarli dall’asfissia dell’alitosi umana, per far loro capire che sono solamente suoi. Paolo a questo proposito: “Cristo è di Dio, noi siamo di Cristo”.
Allora l’apostolo non fa un bilancio pastorale della sua vita, descrive una vita in cui è stato affascinato da un volto, Gesù Cristo. Egli è stato l’uomo più libero tra i discepoli di Gesù, infatti non dimentichiamo che ha annunciato il vangelo da solo per quattordici anni prima di andare a Gerusalemme e che ha litigato con Pietro a viso aperto, cioè ha litigato con la Chiesa per la questione dei circoncisi. Inoltre Paolo ha subito numerosi processi, come leggiamo negli Atti degli apostoli, ad esempio nel capitolo 18 si racconta che, quando fondò la chiesa di Corinto, venne tradotto in tribunale dai Giudei, davanti a Gallione, ma costui lo lasciò libero, quindi al capitolo 21 leggiamo l’arresto di Paolo quando i Giudei della provincia di Asia, vistolo nel tempio, aizzarono la folla perché andava contro la legge e lo condussero alla fortezza dove venne imprigionato, poi al capitolo 22 Paolo compare davanti al sinedrio, al capitolo 24 viene trasferito a Cesarea e va davanti a Felice, al capitolo 25 Paolo si appella a Cesare e compare davanti al re Agrippa, infine a Roma viene decapitato.
Quando Paolo dice che tutti l’hanno abbandonato aggiunge: “il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”. In questa apparente nullità e fallimento, Paolo ha sentito fortemente nell’interiorità la presenza di Dio, nella notte oscura di cui Paolo parla, la notte purificante dell’anima, in cui veramente il Signore ci spoglia e ci toglie tutte le certezze, Paolo ha sentito questa vicinanza interiore percependo che Dio era tutto per lui. La notte oscura è un momento di grazia in cui Dio vuol essere la sola gioia della nostra vita.
Oggi la gente ha bisogno di questi uomini e di queste donne accecate ed ustionate da Dio, che non vivono per un’idea, ma per una presenza e la trasmettono, che fanno vedere veramente una vita che si è consumata per una presenza, per un volto, per un nome, per un amore.
La Parola ci insegna a non valutare la nostra vita in senso efficientista, a non darle un prezzo, perché è inestimabile, e nemmeno a descrivere la nostra vita, perché non è oggetto da quotidiano. Ricordiamo che ciascuno di noi ha in sé l’inchiostro misterioso dello Spirito.
     

Vangelo        Lc 18,9-14

I farisei erano animati da una forte spiritualità, da una forte religiosità che però basavano solo sull’osservanza formale della legge. Questo fariseo era una persona impegnata ed ineccepibile, che andava oltre la legge, infatti digiunava due volte alla settimana, anche se la legge prescriveva il digiuno una volta all’anno, pagava le decime di quanto possedeva, anche se il Deuteronomio  (14, 22-23) comandava il pagamento della decima sui principali prodotti. Era un uomo ammirevole, un uomo giusto.
Una preghiera della tradizione farisaica, che si recitava nella scuola della formazione religiosa, riportata dal Trattato delle Benedizioni del Cavalletti, dice: “Io ti ringrazio, Signore Dio mio, di aver posto la mia sorte tra coloro che siedono nella scuola religiosa della legge e di non aver posto la mia sorte tra coloro che stanno nei carri per le corse, poiché io mi alzo presto e anch’essi si alzano presto, ma io mi alzo per lo studio della legge, mentre essi si alzano per cose fatue. Io corro, anch’essi corrono, ma io corro verso la vita futura, mentre essi corrono verso la fossa della corruzione”.
Nel suo vangelo Luca ci presenta spesso delle coppie oppositive: i due figli del padre misericordioso, Marta e Maria, Epulone e Lazzaro, il pubblicano e il fariseo. Qui Luca non fa l’elogio dell’umiltà del pubblicano, ma, poiché è l’evangelista della preghiera, ci vuole insegnare il giusto rapporto con Dio. Il fariseo prega in piedi, il pubblicano, invece, si ferma a distanza, (l’espressione ci ricorda l’invito di Dio a Mosè presso il roveto ardente). Il fariseo aveva distrutto il mistero di Dio, ne aveva fatto un rapporto alla pari, era un dio a e stesso, ma soprattutto aveva fatto di Dio una proiezione banale di una scuola religiosa, invece il pubblicano rimane a distanza, perché per un buon rapporto con Dio ci vuole la distanza. Il fariseo non si stupiva più di Dio, perché per lui Dio era la legge e la legge è umana, dice Paolo, e nel rispetto della legge egli era ineccepibile e quindi non aveva bisogno di essere giustificato, non entrava nel regime di grazia, come leggiamo nella Lettera ai Romani. Per il fariseo, il mistero di Dio era diventato una logica risposta alle sue vittorie, perché egli stava celebrando le sue vittorie, non le meraviglie di Dio. Nella lettera ai Romani Paolo dice che per le opere della legge non verrà mai giustificato nessuno. Un buon rapporto con Dio deve essere un rapporto nel quale permane la distanza che ci fa stupire del mistero. Oggi anche la messa è stata aggredita nel suo mistero, e non viene più intesa come il passaggio di Dio nel mistero, perché quando si aggredisce il mistero, non c’è più Dio. Quando Dio non ci stupisce più, quando Dio ci annoia o è diventato banale, non stiamo cercando Lui, ma  stiamo cercando un nostro prodotto, perché abbiamo bruciato le distanze.
Il sacramento deve tener viva la fame del mistero, perché se ci sazia non è più sacramento, ma è un’alchimia umana con la quale ci hanno dimostrato che la nostra fame è poca.
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