28 giugno 2020 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

28 giugno 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 28 giugno 2020

XIII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù


Prima lettura      2 Re 4,8-11.14-16    

Il brano della prima lettura di questa Domenica richiama alla nostra memoria quello della Genesi che narra l’episodio di Abramo alle querce di Mamre.
La Parola afferma che l’ospitalità ha una gradualità nella sua dinamica: il profeta Eliseo, figlio spirituale di Elia, dal quale aveva ricevuto mezzo mantello e il carisma profetico, passava sempre da Sunem e veniva invitato con insistenza a tavola da una donna facoltosa. In seguito tutte le volte che passava si fermava a mangiare da lei perché l’ospitalità genera amicizia, intimità, familiarità e continuità e la vera amicizia spirituale è un grande dono di Dio. La prima cosa bella di questa donna sunamita è che ha accolto il profeta Eliseo, rimanendo comunque discreta, non l’ha accolto per un interesse spirituale, tanto che non gli chiede niente, anzi dice al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra”. Dall’ospitalità della mensa si passa all’ospitalità della residenza: si vuole poter coabitare con un uomo di Dio, perché egli ci dà il fremito dello Spirito, la gioia di tuffarci nel mistero di Dio.
Vale la pena soffermarsi anche sui particolari: “Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”: l’uomo di Dio viene accolto in questa casa nelle sue quattro dimensioni: la dimensione umana del riposo, il letto, quella della preghiera e della riflessione, la sedia, quella dello scrivere, il tavolo, e quella dell’illuminare, la lampada. Questa donna accoglie Eliseo come uomo di Dio, ma anche come uomo totalmente uomo, preparandogli un arredamento essenziale, ma completo. È molto bella questa amicizia tra Eliseo e la donna, entrambi sono discreti e si parlano sempre per interposta persona, la donna con il marito e il profeta con il servo Giezi. Quando un uomo di Dio passa in una vita porta sempre la fecondità dello Spirito (“Che cosa si può fare per questa donna?” “Purtroppo essa non ha figli e il marito è vecchio”). Anche noi oggi viviamo una sterilità spirituale e nelle nostre case molte volte non c’è più la gioia della vita, perché ci sentiamo soli e siamo incapaci di prendere in braccio noi stessi. Il profeta ci fa rigenerare a noi stessi in Dio, egli non parla tanto, ma è presenza, discrezione, segno. L’uomo di Dio ci dà anche delle scadenze: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”ed il senso della pazienza, dell’attesa di un dono di Dio, ma soprattutto un profeta ci dà la gioia di prendere in braccio la nostra vita, la nostra speranza, il nostro cuore. Perché una donna che tiene in braccio un bimbo è il frutto del passaggio di un profeta? Perché l’essere tenuti in braccio è proprio di Dio, come dicono il Salmo 13 ed il profeta Osea. Un uomo di Dio ci dà la capacità di riprendere in braccio la nostra vita che troppe volte abbiamo tenuto nella mente, ricadendo così nella memoria negativa e nell’analisi dei fatti. Dobbiamo riappropriarci della nostra dimensione di amore, di sentimento, dobbiamo provare la gioia di esser presi in braccio da noi stessi, allora proveremo il fremito dell’amore di Dio. Il compito di un uomo di Dio è farci uscire dalla mente e ricollocarci in una dimensione di amore, perché un profeta è un figlio di Dio che Egli ci concede facendolo scendere dalle sue bracca e donandolo per la nostra vita.             


Seconda lettura        Rm 6,3-4.8-11

La Parola di san Paolo ci propone una teologia battesimale legata anche alla liturgia battesimale del suo tempo, che prevedeva l’immersione e la riemersione del battezzato in una vasca per tre volte. Il Battesimo è veramente la ricchezza che lo Spirito ha riversato su ciascuno di noi, esso è quel sigillo eterno di Dio attraverso il quale non siamo più semplici creature, ma entriamo nella dinamica della figliolanza di Dio nell’unico Figlio. Molte volte facciamo poca memoria di questo evento sacramentale, eccetto la notte del Sabato santo o quando partecipiamo al Battesimo di qualche bambino, soprattutto perché lo consideriamo un evento sacramentale avvenuto in maniera inconsapevole in noi, forse non siamo mai penetrati nella profondità del Battesimo che è veramente una nuova alleanza perenne di Dio con noi e può essere paragonato all’anello nuziale, alla corona di gloria che il Signore ha posto sulla nostra vita e su di noi. Questa Parola ci propone il Battesimo come una dinamica, un esodo, perché parla di una sepoltura, di una risurrezione, di un cammino, di una morte, di una morte sconfitta definitivamente e di una vita in Cristo.
La dinamica battesimale dovrebbe veramente illuminare e toccare tutti i nostri sensi fisici e spirituali, perché continua a portare frutti nella nostra vita, infatti, innanzitutto ci inserisce in una intimità e in una solidarietà tra noi e Cristo, tra noi e Dio, tra noi e lo Spirito. Il Battesimo è quasi la molla dell’evento trinitario di Dio in noi, è l’evento sacramentale che ha permesso alla potenza della Trinità, in nome della quale siamo stati battezzati, di entrare in noi. Dobbiamo vivere soprattutto il frutto del Battesimo, che è riscoprire quotidianamente sempre di più, attraverso la grazia di Dio, la memoria battesimale spirituale, una memoria terapeutica nella nostra vita, che molte volte è provata nella memoria spirituale. Infatti spesso esasperiamo eventi di morte, di dolore, di prova e la nostra memoria sembra incidersi solamente della morte e della negatività presenti nelle nostre esperienze, invece di stabilirci nella memoria di Dio. Un battezzato non è colui che si lascia uccidere, perché è nato da un grembo di Dio che si è manifestato nel mistero pasquale di Gesù di morte e di vita, un battezzato non si può lasciare vincere dagli eventi della vita, non può vivere un’esperienza prolungata e rinnovata di morte perché è morto al peccato una volta per sempre ed è vivente per Dio in Cristo Gesù. Allora per essere dei viventi è necessario trasformare la nostra facoltà della memoria nel grembo di Dio, che, con la potenza della grazia battesimale, non permette mai che le memorie negative della morte siano superiori al dono della vita. Invece tutti i giorni facciamo esperienza di essere persone che, senza volerlo, esasperano le situazioni, le prolungano, ci muoiono dentro, non trovando una logica plausibile di un evento di morte perché sono ancora estranee alla mentalità di Dio. Invece il Battesimo, che è questa esperienza di sepoltura e di vita, di morte e di risurrezione, è l’evento sacramentale attraverso il quale noi troviamo sempre una nuova strada d’uscita nelle numerose strade che noi sbarriamo con la nostra memoria esasperata, ferita e solamente umana. Per questo san Giovanni della Croce, quando parla dell’esperienza mistica, dice che la memoria, attraverso l’azione dello Spirito, deve essere svuotata da quelle esasperazioni umane che si incidono dentro di noi e pretendono di essere parola perenne, invincibile e totalizzante. Perciò un uomo di Dio e una donna di Dio devono trovare nella grazia e nella potenza di Dio una memoria nuova, un nome nuovo. Il nome nuovo ci è stato dato nel Battesimo e ci verrà dato nella vita eterna, dice l’Apocalisse, ma abbiamo bisogno di una memoria nuova che si genera e si rigenera nella grazia di Dio.
Il settenario sacramentale è un settenario di memoria nuova: il Battesimo cancella il peccato originale, la Penitenza cancella i peccati attuali, l’Eucaristia ci fa commensali di una mensa nuova, la Cresima ci fa entrare nello Spirito santo e nella vita nuova, il Matrimonio ci fa entrare nel patto nuziale di Dio, l’Ordine ci fa entrare nella sollecitudine pastorale di Dio e l’Unzione degli infermi ci fa esperimentare che la forza di Dio è più forte di qualunque malattia.
La memoria nuova è solo frutto della grazia e ne diventiamo possessori se entriamo nella logica di Dio e diventiamo ermeneuti, annunciatori delle grandi opere di Dio. I Salmi sono ricchi di questo aspetto: “Ricorderò ciò che per me ha fatto il Signore; narrerò le sue opere; il Signore ha fatto grandi cose nella mia vita” per cui la memoria nuova è il libro in cui noi siamo  scribi delle grandi cose di Dio in noi. Noi siamo spesso trafitti dalla memoria umana, che non dimentica mai ciò che di negativo è avvenuto e lo fa rivivere, ricordare, travalicare di generazione in generazione, invece la memoria nuova è la memoria di Dio in noi, la memoria che dimentica la morte (il profeta dice: “Ho calpestato sotto i miei piedi i vostri peccati, li ho gettati in fondo al mare”). Dio ha una memoria di salvezza perché i nostri peccati non diventino ossessione, unicità. Il perdono che Dio ci dà non è altro che ricevere la memoria nuova in noi. Un battezzato vive in Cristo e diventa narratore delle opere che Dio fa in lui. Quando per grazia acquisiremo una memoria nuova, diventeremo capaci anche di una sensibilità spirituale nuova e avremo il sentire di Dio, per cui la memoria nuova è sempre unita ad una preveggenza e ad un sentire oltre anche nelle vicende umane. Quando si ha una memoria nuova si sente il passaggio di Dio e si riesce a sentire e ad elaborare anche le sofferenze e le gioie delle persone. Lo Spirito santo è incaricato di ricordarci tutto quello che Gesù ha detto e ha fatto, egli ci darà la memoria nuova per essere viventi in Cristo.


Vangelo       Mt 10,37-42

Il brano del vangelo di questa Domenica fa parte del discorso missionario e ripropone il tema dell’accoglienza, presente anche nella prima lettura: “Chi accoglie un profeta come profeta avrà la ricompensa del profeta”. Gesù parla di una priorità di amore: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me, chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”. Molte volte il limite più grosso della nostra vita è il non essere stati iniziati all’amore di Dio, ci hanno sempre parlato di un Dio idea, di un Dio morale, ma non abbiamo fatto esperienza dell’amore di Dio riversato in noi. Quando non sentiamo l’amore di Dio, quando non siamo stati iniziati a comprendere l’amore di Dio, cioè quando non diventiamo uomini e donne sempre più interiori, non possiamo percepire l’amore di Dio che ci parla, con le locuzioni, ci abbraccia, ci consola, che ci guarisce con i tocchi spirituali.
Per troppi cattolici la fede è esaurita perché è solo mentale, invece la fede è percepire questo amore che supera tutti. Quando non percepiamo questo amore, quando non lo viviamo, per forza dobbiamo cercare l’amore nelle compensazioni umane, anche le più legittime, allora padre, madre, figlio, figlia, diventano il tutto e il solo della nostra vita, cioè investiamo tutto in un amore importante, ma che non è esaustivo, infinito, e che non può salvarci. Quanta gente cerca le compensazioni nell’amore e quanta gente è mendicante. Oggi l’uomo non fa più nessuna esperienza dell’amore di Dio e diventa sempre più triste, più solo, più abbandonato e rincorre le brocche screpolate che non tengono l’acqua. È impossibile amare se prima non siamo stati toccati e non sentiamo interiormente l’amore di Dio. Tutti ci facciamo degli idoli: figli, marito, genitori, amici, eppure se abbiamo questa forma di idolatria non siamo degni di lui perché non abbiamo trovato l’amore.
Il vangelo parla inoltre del perdere la propria vita per lui, cioè perderla nell’amore: chi avrà consegnato la propria vita a Gesù, la troverà, invece chi penserà di averla realizzata in questa idolatria, la perderà. Non facendo questa esperienza d’amore, tutta la vita diventa insignificante, ma Gesù dice che chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca ad uno dei piccoli perché è suo discepolo, non perderà la sua ricompensa. Oggi siamo chiamati a dare alla gente anche solo un bicchiere di acqua fresca, cioè iniziarla all’amore.
Tanti talami nuziali non vibrano più d’amore perché, quando non si è ricercatori di Dio, tutto diventa abitudine, quasi stanchezza. Molte coppie si dividono perché c’è un’unione di corpi, ma non una trasfusione di anime, se invece due sposi sono entrambi protesi nell’essere amati da Dio, quando celebrano il loro amore, oltre che due corpi si trasfondono due anime, e questo crea il cielo in terra. Dobbiamo fare esperienza dell’amore di Dio, ecco perché dobbiamo accogliere il profeta e il giusto, il primo perché ci parla di questo amore e il secondo perché lo mostra realizzato, intendendo per giusto colui che è teso verso Dio.
stampa


 
Torna ai contenuti | Torna al menu