28 luglio 2019 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

28 luglio 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 28 Luglio 2019
XVII Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima Lettura        Gn 18,20-21.23-32


La prima lettura ci parla di Sodoma e Gomorra, le città peccatrici, le città in ribellione aperta verso Dio, e di un uomo, Abramo, che sta alla presenza del Signore, che desidera il Signore.
Anche nelle nostre città di oggi, secolarizzate, pagane, peccatrici, sole abbiamo uomini e donne di Dio, minoranze nascoste, apparentemente senza voce, senza potere, senza autorità, senza visibilità, eppure proprio in queste nostre città, che urlano dolore generato dal peccato e dall’assenza di Dio nei cuori, l’amore di Dio pone gli uomini e le donne del suo cuore, i suoi amici.
A Sodoma e a Gomorra Dio non ha trovato nemmeno 10 giusti, nelle nostre città non sappiamo se il Signore troverà dei giusti, però siamo certi che il Giusto si è già donato e si è già offerto, ed è Gesù, e le nostre città, le nostre storie, la nostra vita dopo Gesù possono sempre essere sicure che un giusto c’è, ed è Lui, e dal giusto Gesù, dal Gesù, vittima di espiazione, vengono generati nel grembo dell’amore uomini e donne di Dio che sono il respiro segreto delle nostre città.
Forse non li vedremo nelle nostre comunità, perché magari la frenesia della nostra pastoralità delle cose non li vede, forse non faranno parte di organismi decisionali, anche ecclesiali, perché gli uomini e le donne di Dio, come Gesù, nascono in periferia, nel nascondimento e nella dimenticanza degli uomini, ma per Dio è importante non tanto che essi vengano visti e amati, ma che essi ci siano. Sono uomini e donne nascosti, feriali, apparentemente uguali agli altri, ma che conservano un meraviglioso segreto nel cuore, ed è il segreto di Dio, del suo volto, della sua Parola, della sua fedeltà. Questi uomini e donne usano un linguaggio che sta scomparendo nella maggioranza ovvia e scontata ed è il linguaggio della preghiera, dell’intimità dell’amore. Essi non sono evangelizzatori nel senso di annunciatori stratosferici o rumorosi di una Parola, piuttosto parlano con Dio del nostro tempo e degli uomini e delle donne del nostro tempo. Le nostre Sodoma e Gomorra di oggi hanno bisogno di questi nuovi Abramo! Essi ci sono stati, ci sono e ci saranno perché il grembo di Dio è sempre fecondo e genera anime e persone che sanno riparare con l’amore l’amore non amato.  


Seconda Lettura        Col 2,12-14

Paolo apostolo parla ai Colossesi del mistero del Battesimo e lo descrive come una sepoltura, una risurrezione, come il passaggio da una morte, a causa delle colpe, alla vita che Dio ci ha dato nella potenza della sua grazia. Anche noi abbiamo fatto esperienza della morte del peccato e molte volte abbiamo preteso di salvarci dal peccato con rituali religiosi o rituali espiativi, invece il Battesimo non è un rituale, è l’irruzione dolcemente violenta della vita della Trinità nella nostra vita.
Il Battesimo ci dona quella diversità, quella profezia, quel fascino proprio delle persone abitate dal mistero trinitario di Dio. Il Battesimo non è un semplice documento di appartenenza ad una comunità, non è una marca da bollo o una domanda fatta per far parte di una aggregazione, ma il Battesimo è innanzitutto la presenza, la sovranità e la tenerezza di Dio che prendono abitazione nella vita delle persone per renderle testimoni di una risurrezione e di una vita e per aiutare le persone morte a causa del peccato, e il peccato è proprio la manifestazione della illogicità e della stupidità dell’uomo che rifiuta Dio e pretende di costruirsi da solo, i battezzati, generati dall’acqua del Battesimo e dal grembo dell’amore, sono mandati da Dio per guarire e per dare nuova vita a tanti corpi morti che piangono e chiedono la vita.
   Vangelo         Lc 11,1-13

Il vangelo di Luca ci parla della grandezza della preghiera e si può dividere in due quadri. Nella prima scena i discepoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare come anche Giovanni aveva fatto con i suoi discepoli e Gesù insegna loro la preghiera del Padre Nostro. Tutti abbiamo bisogno di imparare a pregare, ma chi volesse ridurre la preghiera ad un metodo spirituale o ad una scuola di apprendimento non vivrebbe lo spessore e l’intensità della preghiera. La preghiera, innanzitutto, si manifesta in una sete, in una nostalgia, in un desiderio forte di Dio, già lì inizia la preghiera. Non si può essere uomini e donne di preghiera se prima di tutto non ci accorgiamo della nostalgia bruciante che abbiamo di Dio e questa nostalgia bruciante di Dio la mette in noi lo Spirito. Chi è colui che prega? Chi è colui che può pregare? Colui che è assetato di Dio, colui che ha una nostalgia inguaribile del suo volto e della sua presenza, colui che ha bisogno quotidianamente di ricevere il respiro di Dio nel suo cuore e nella sua vita. Ecco Gesù, maestro di preghiera, maestro di essenzialità nella preghiera, maestro di sobrietà per togliere dalla preghiera la verbosità e l’ampollosità delle formule. La preghiera che ci insegna Gesù non ha nulla di rituale o di sacrale,  ma è un’esperienza della santità di Dio attraverso il libro di carne che è il nostro cuore.
Gli uomini e le donne di preghiera non sono uomini che ripetono formule stancanti, ma sono uomini e donne nostalgici e pieni della sete di Dio che vengono dissetati quotidianamente dalla presenza, dalla bellezza e dal volto di Dio. La preghiera è questa immersione nella paternità di Dio, è questa immersione nella provvidenza amorevole di Dio, è questa immersione nella grande intelligenza e nella grande amorevolezza di Dio. La preghiera porta sempre con sé l’audacia del chiedere e la tenacia nel chiedere insieme all’umiltà di lasciar fare a Dio l’ultimo discernimento di ciò che chiediamo. È lui che distingue la serpe dal pesce e l’uovo dallo scorpione, è lui che discerne quello che chiediamo per il bene e la maturità della nostra libertà e quello che magari chiediamo come capriccio della nostra emotività.
Signore, insegnaci a pregare! Che bella richiesta facciamo a Gesù. Mettiamoci ai piedi del Maestro ed egli non ci porterà in una scuola, ma ci coinvolgerà nella sua esperienza d’amore.   
stampa


 
Torna ai contenuti | Torna al menu