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28 marzo 2021 Le Palme

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Commento spirituale della Parola di Domenica  28 marzo 2021
Domenica delle Palme Anno B

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro


Prima lettura         Is 50, 4-7


Oggi leggiamo uno dei canti del servo sofferente. Si tratta di un personaggio che storicamente rimane misterioso, alcuni dicono che sia un profeta, altri lo stesso Isaia, gli esegeti colgono un’eco di Geremia, qualcun altro sostiene che sia il re d’Israele o il popolo. In una rilettura cristiana appare chiara l’allusione a Gesù, ai suoi patimenti, alle sue sofferenze, alla sua passione e al suo amore per ciascuno di noi.
Innanzitutto questa Parola mette in evidenza l’identità viva di un servo del mistero grande di Dio e della sua Parola, ricordandoci che siamo servi, cioè intimi di Dio, perché siamo completamente rigenerati ed arricchiti dalla sua grazia. Il primo dono che Dio fa al suo servo è “una lingua da iniziati”. I riti di iniziazione sono riti attraverso i quali in certi etnie, tribù o gruppi religiosi avviene un passaggio di valore o un avvenimento divino. La lingua da iniziati di cuoi parla Isaia è il dono spirituale che lo Spirito fa a chi si apre a Lui e che potremmo racchiudere nel dono della sapienza, della scienza, dell’intelletto. Gesù stesso disse: “Non preoccupatevi di che cosa dovrete dire perché io vi darò lingua e sapienza di fronte alla quale i vostri nemici non potranno prevalere”, perciò il primo dono dello Spirito in un servo di Dio è il dono della lingua spirituale, cioè il dono di saper parlare come Dio, nella potenza di Dio, nella sapienza di Dio, nella luce di Dio, la lingua di chi è iniziato al mistero della Parola. Senza questo dono, un servo di Dio non è un mandato, perché questo dono non è per noi, ma è perché sappiamo “indirizzare allo sfiduciato una parola”. Secondo Isaia lo sfiduciato è colui che ha smarrito la Parola e il linguaggio di Dio, cioè il mistero e la chiave per penetrare nella profondità di Dio. Negli Atti degli Apostoli si racconta di un funzionario della regina Candace che, di ritorno da Gerusalemme, sta leggendo nel rotolo della legge proprio questo brano e gli viene mandato da Dio il diacono Filippo affinché gliene spieghi il significato. Alla domanda del diacono che gli chiede se capisce quello che sta leggendo, l’uomo risponde che non può capirlo se nessuno glielo spiega, allora Filippo gli svela tutto il significato di questa Parola e l’uomo chiede di poter essere battezzato in una pozza d’acqua lì vicino.
La lingua da iniziati non è solamente una competenza biblica, ma è un modo di raggiungere la gente sfiduciata di oggi con la tenerezza, la potenza, la sapienza e la profondità di Dio. San Paolo dice: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Dio di ogni consolazione il quale ci consola da ogni genere di tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni tribolazione”, oggi gli sfiduciati della vita sono le persone che sono estranee al mistero profondo della Parola che è aiuto e guida al mistero profondo di Dio.
Oggi il cattolicesimo sta vivendo una brutta stagione perché ci sono troppi cattolici che non sanno indirizzare allo sfiduciato una parola in quanto non si preoccupano di coltivare in loro la lingua da iniziati. Esistono credenti che dicono le stesse cose degli altri, che parlano un linguaggio laico; mancano persone graziate che hanno ricevuto da Dio la lingua da iniziati e che possono portare fiducia e fede agli sfiduciati. Oggi, infatti, il problema è far correre il messaggio, renderlo interessante, rendere scottante ed attraente questa Parola di Dio.
La lingua da iniziati si ottiene mediante una vita di preghiera, di umiltà, di familiarità con la Parola di Dio, ma si ottiene anche restando veramente uniti a Dio nel suo dono. La Parola aggiunge anche che non basta ricevere una lingua da iniziati, non basta essere testimoni per lo sfiduciato, c’è una terza grazia: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.”. I due doni che Dio vuol fare ad ogni credente sono la lingua e l’orecchio, perché la fede nasce dall’ascolto. L’orecchio spirituale è quella docilità, quella disponibilità, quella mitezza ad ascoltare profondamente Dio nel nostro profondo. La vera preghiera dovrebbe nascere da un profondo ascolto di Dio in noi, affinando l’udito profondo a quei sussurri d’amore che Lui ci rivolge, non da un ascolto di noi stessi, perché ascoltando noi stessi potremmo ascoltare il nostro dio, non il Dio che c’è in noi. Allora l’orecchio spirituale serve per ascoltare Dio che parla in noi, che parla a noi, che parla per noi, perché Lui è dentro di noi. Purtroppo molte volte non avvertiamo questi sussurri d’amore perché non abbiamo un orecchio spirituale e soprattutto perché non ci lasciamo lavorare dalla grazia, non abbiamo quella passività di cui parla la Parola: “Io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”.
Nella seconda parte della Parola Isaia parla della conseguenza logica di questa opera di Dio: la persecuzione, l’ostilità, l’aggressione, il rifiuto del mondo, cioè di coloro che rifiutano la signoria di Dio. Il nostro tempo è ammalato di una gravissima malattia: il relativismo, cioè l’incapacità di reggere la verità di Dio, che viene annacquata, dimezzata o ignorata da un generico buonismo disponibilista. Ad una verità che schiaccia e pesa si preferisce il compromesso. Oggi siamo esasperatamente attenti e rispettosi della differenza altrui da dimenticare la nostra identità, ma questo atteggiamento non nasce dal vangelo di Cristo, egli, infatti, non ha dato come metodo d’azione il dialogo: “Se in una città non vi accoglieranno, scuotete la polvere e andatevene, però in verità vi dico che Sodoma e Gomorra avranno un trattamento più favorevole di quella città”. Un altro esempio ci è fornito dal vangelo di Giovanni che ci propone in questi giorni la diatriba tra Gesù e i farisei: Gesù non ha ricavato nulla da questo dialogo, Egli va sulla croce ed essi rimangono nei loro peccati. Gesù ha proposto, promesso, donato una verità, quella di Dio, ma oggi proviamo timore di dire che umilmente possediamo la verità che non è nostra, ma è di Dio, quasi ci vergogniamo nel dire che noi abbiamo la tutela, la custodia e la gioia di possedere la verità che Dio ha dato.
Il servo sofferente viene perseguitato perché portatore della verità, di una verità che l’uomo rigetta, che il mondo non vuole, ma è l’unica verità che salva e che rende liberi. Per questo il servo della Parola riceve le flagellazioni, gli schiaffi, gli sputi, gli scherni, il mondo, infatti, vorrebbe ridicolizzare e fermare il frutto della Parola che si manifesta in una persona diversa.
Isaia dice: “Rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”, la faccia di pietra è la nostra vita, la nostra persona che, formate dalla roccia della Parola, diventano pietra contro la quale i nemici si sfracellano. Nel libro dell’Esodo leggiamo: “Ricordate da quale cava siete stati estratti” e Matteo: “è come colui che costruisce la casa sulla roccia, caddero le piogge vennero i venti ma quella casa non crollò”, la faccia di pietra è la faccia di chi non acconsente e di chi non è facilmente disponibile al compromesso. Isaia parla di faccia di pietra, Geremia di fronte di bronzo, cioè i cristiani devono avere una sicurezza interiore della loro verità tale che nulla li può turbare.
Una persona che sposa la grazia di Dio e ne riceve i tre doni diventa il vessillo profetico di Dio ed obbliga il mondo a scegliere, ad accettare o a rifiutare la verità. I cristiani che non hanno questa tempra non danno mai l’occasione di scegliere, di pensare e nemmeno di diventare contrari. È più terribile la persecuzione della freddezza che la persecuzione della lotta diretta, perché la freddezza vuol dire che il sale è andato a male da tanto tempo. Questa Parola parla dell’azione di Dio nella nostra anima per plasmarci servi, uomini e donne della Parola, per avere questa valenza profetica alla quale è legato un prezzo: la fedeltà nella persecuzione.


Seconda lettura    Fil. 2,6-11

Leggiamo oggi il famoso inno cristologico tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi. Si tratta di un frammento di una piccola forma di credo cristologico, forse cantato dalle prime comunità cristiane durante le celebrazioni del culto del Signore nelle case private, da cui Paolo ha dedotto lo sviluppo dottrinale del caso. In questo cantico notiamo due movimenti di Cristo: quello discendente, quando Cristo si incarna (“Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio”), spoglia se stesso, assume la condizione umana e muore sulla croce, e quello ascendente: “Per questo Dio gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome”.
In questa seconda lettura contempliamo l’uomo della Parola per eccellenza, cioè Gesù. Egli è un’icona di fedeltà e di concretezza nel diventare uomini e donne afferrati da Dio e dalla sua Parola, un’icona inquietante ed esigente che guida la nostra vita perché anch’essa è fatta di un discendere e di un ascendere ed ha come centro la croce. Allora la vita di Gesù diventa il paradigma della nostra vita: anche noi siamo discesi nella nostra storia, nell’ambito della nostra vita, abbiamo dovuto come Cristo spogliarci, annientarci, però anche noi, se saremo fedeli, avremo la ricompensa e la gloria.
Anche la nostra vita è fatta di un discendere e di un ascendere ed ha come centro la croce, Gesù, infatti, dice: “Chi vuol essere mio discepolo prenda la sua croce e mi segua”. Certamente questa frase è stata composta dopo la pasqua di Gesù, quando la croce assumerà un valore salvifico, prima era il patibolum infame. Perciò questa Parola ci mostra Gesù che, diventando la Parola viva di Dio, sperimenterà la discesa, l’umiliazione, la croce, la morte, la risurrezione e la glorificazione, ma vuole aiutarci a capire un’altra cosa: che cosa vuol dire prendere la propria croce? Qual è la nostra croce? La croce non sono le molteplici scarogne che uno ha nella vita, la croce che Gesù ci dà non è altro che una volontà d’amore di Gesù che vuole renderci compartecipi di quello che manca alla sua passione, la nostra partecipazione al mistero glorioso della croce. La croce personale che ciascuno ha è una, comune a tutti, ma diversa per tutti: noi stessi siamo la nostra croce quando non siamo capaci di pazientare, di tollerare e di accogliere con serenità i nostri numerosi lavori in corso, il nostro non essere fatti completamente, il nostro non essere completamente avvinti dalla grazia. La nostra croce è quell’insieme degli aspetti della nostra vita che non ci soddisfano, che non amiamo, che non accogliamo; la nostra croce è la nostra vita in itinere, la nostra vita che sta compiendo il suo cammino, il suo pellegrinaggio sostenuta dalla potenza della croce di Cristo.
La nostra vera croce è non accettare con serenità i tanti limiti che ci ricordano che noi non siamo campioni insuperabili, ma siamo creature amate, salvate, completate, graziate, riempite da Dio. La nostra croce è vivere con serenità la nostra creaturalità. Oggi le persone che non vivono con serenità la loro creaturalità sono stanche, insoddisfatte, vorrebbero la completezza, la perfezione, invece si scoprono, giorno dopo giorno, deboli, non completi, in attesa del completamento.
La nostra croce è vivere con intelligenza la nostalgia di pienezza, di realizzazione e di appartenenza. La nostra croce più profonda è anche la nostra disistima spirituale, la nostra stanchezza di sopportarci così come siamo quando vediamo affiorare in noi i limiti, le ferite, le incapacità. È proprio questa mostra croce, unita alla croce salvifica di Gesù, che diventa la manifestazione più forte della nostra vita e della nostra vittoria.
La lettura ci suggerisce anche che il nome di Gesù dovrebbe essere veramente la parola con la quale preghiamo. Paolo ci dice che nel nome di Gesù si piega ogni ginocchio in cielo, alludendo alla preghiera di lode degli angeli, in terra, alludendo alla preghiera di adorazione e di fede della chiesa pellegrina, e sotto terra, alludendo alla paura che ha l’inferno della signoria di Gesù, la paura che ha il regno del male della potenza di questo nome. Perciò la Parola ci invita ad usare la potenza e l’efficacia di questo nome nella nostra vita, a cristificare la nostra vita, le nostre vicende, le nostre angosce, il nostro lavoro. Il nome di Gesù è la preghiera più potente presso il Padre, infatti Gesù dirà: “Finora non avete chiesto nulla nel mio nome, chiedetelo e riceverete tutto”.
Allora questa seconda lettura completa la prima: la prima ci mostra l’idealità di un servo di Dio, la seconda l’operatività e la pienezza del primo servo di Dio, che è stato il figlio Gesù. Contemplando questa Parola possiamo avere la forza di vivere con serenità spirituale la nostra croce, il nostro essere creature, il nostro lasciarci aiutare, graziare, accogliere e benedire dalla potenza di Gesù.                       
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