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29 marzo 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 29 marzo 2020
V Domenica di Quaresima. Anno A

Voi, però, non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi


Prima lettura       Ez 37,12-14


Ezechiele è il profeta che parla del cuore di pietra e del cuore di carne, è il profeta della nuova alleanza, ha la visione delle ossa aride e parla della promessa di Dio di aprire i sepolcri e di far uscire dalle tombe il suo popolo. Egli vive in un momento veramente difficile in cui il popolo è molto provato, però il Signore dà un segno a questa gente: “Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri”, cioè il Signore fa due promesse ed usa due verbi: aprire ed uscire. Dov’è la nostra tomba, dov’è il nostro sepolcro? La nostra tomba e il nostro sepolcro sono quelle dimensioni della nostra vita in cui noi stessi ci rinchiudiamo perché lasciamo la nostra vita in mano alla nostra ragione, alla nostra parola, ai nostri occhi. Quando noi lasciamo che la nostra vita venga guardata e pensata da noi, siamo già morti, siamo dentro il sepolcro della nostra disperazione perché noi, come creature di Dio, come figli di Dio, siamo stati creati e voluti da Dio per una relazione che ci dà la vita e questa relazione d’amore che ci dà la vita è l’irrompere della Parola dentro di noi.
Se non respiriamo attraverso il respiratore di Dio, in un battibaleno siamo morti, perché le nostre parole, le nostre amicizie, le nostre opere le nostre cose hanno un potere intossicante e velenoso che fa morire in noi la gioia, la speranza e il desiderio di vivere la vita; senza la Parola di Dio, siamo dei sopravvissuti dei campi di concentramento più tremendi, che non sono quelli nazisti, ma sono quelli di satana che lui struttura, organizza e crea staccando gli uomini dal respiro della Parola. Senza il respiro della Parola continuo su di noi, e la Parola di Dio è il respiro di Dio, senza lo Spirito santo non possiamo essere i collaboratori di Dio in questa missione: aprire le tombe e far uscire dai sepolcri il popolo del Signore. Per ben due volte il profeta mette in bocca a Dio questo messaggio.
I sepolcri più tremendi con i quali potremmo venire in contatto sono le persone che, essendo state massacrate ed uccise da se stesse o dalle parole degli altri uomini, hanno perso qualunque autostima e qualunque speranza, sono le persone uccise e sepolte dagli schemi, dalla morale senza cuore, dai fallimenti, dalla solitudine. Quanta gente, non avendo nella propria vita la Parola, apparentemente parla, ma parla al vento perché, senza la Parola, anche il nostro dire diventa inutile ed evanescente. Quanto vuoto c’è nella gente e quanto desiderio di profondità, perché il vuoto non si regge più! Che tristezza quando noi pensiamo di riempire il vuoto del cuore della gente con i nostri rumori liturgici della domenica, quando coinvolgiamo persone che facciano gesti e movimenti vuoti! La gente oggi ha sete, ha fame di una profondità che non nasce da una intelligenza umana, ma che nasce da una familiarità con la Parola di Dio.         
Allora le nostre tombe, i nostri sepolcri sono quegli aspetti della vita che non vengono accarezzati, amati, raccolti e custoditi dalla Parola che è quella interpretazione divina, incessante ed instancabile su di noi, perché non veniamo uccisi dagli slogan degli uomini.

Seconda lettura       Rm 8, 8-11


Permettere allo Spirito santo di abitare in noi è questione di vita o di morte. Lo Spirito santo vuole abitare in noi, vuole dimorare in noi, vuole restare in noi, perché se lo Spirito santo non abita in noi e non resta dentro di noi, il nostro cuore, la profondità della nostra vita e quello che sentiamo dentro il cuore rimangono senza un’accoglienza, senza una grazia e senza una luce.
La Parola dice: “Noi non siamo sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi”. Che cosa vuol dire essere sotto il dominio dello Spirito? Vuol dire semplicemente lasciare che lo Spirito santo sia Signore in noi e ci dia la vita.
Essere sotto il dominio dello Spirito vuol dire accogliere come grazia dello Spirito la distruzione degli schemi e delle pre comprensioni mentali che intristiscono la nostra vita e il nostro amore. Essere sotto il dominio dello Spirito santo significa essere disposti tutti i giorni a venire sabotati  nelle nostre sicurezze dallo Spirito santo, che è il sabotatore di Dio. Senza lo Spirito santo riduciamo tutto ad una griglia mentale, costruiamo i rapporti con gli altri, giudichiamo gli altri, massacriamo gli altri ed avveleniamo gli altri con questa griglia. Le persone che non hanno lo Spirito santo e che non si lasciano dominare dallo Spirito santo sono persone fondamentalmente insicure che pensano di rassicurarsi con le abitudini, con le schemature, con le severità, con le difese del proprio io, perché non lasciano soffiare in loro la destabilizzazione d’amore dello Spirito.
Quando si è dentro questo amore e questo soffio dello Spirito santo, nella vita tutto diventa relativo, anche le virtù e i meriti, perché delle virtù, dei meriti, della santità o della bravura non importa più nulla in quanto lo Spirito santo mette dentro di noi un unico assoluto che è l’amore di Dio per noi e con noi.
È lo Spirito santo che ci convince riguardo al peccato e il vero peccato, il peccato fondamentale, è il contristare e l’estinguere lo Spirito santo in noi. Quando lo facciamo per il nostro cuore indurito, lo Spirito viene zittito e in noi si rafforza l’uomo della carne. Gli uomini e le donne della carne non hanno la forza di amare, non hanno la capacità di donare amore, perché hanno inchiodato tutto alla loro schematura mentale e sono diventate persone capaci di produrre solamente luoghi comuni e pre comprensioni che uccidono.
I santi sono coloro che si sono lasciati sabotare dallo Spirito santo, sono coloro che hanno accettato che lo Spirito santo mettesse nella loro vita le mine esplosive d’amore; i santi sono coloro che, docili allo Spirito, hanno avuto anche la forza dello Spirito santo di andare contro alle strutture che volevano modellare il loro cuore nella logica strutturale e non nel respiro ampio dello Spirito.
Quando lasciamo operare lo Spirito santo, vedremo meraviglie nella nostra vita e in quella degli altri e quando non vedremo quello che pensavamo di vedere è perché lo Spirito santo ci ha preparato o ci sta preparando cose più grandi di queste.
Se non siamo uomini e donne del soffio, uomini e donne dello Spirito, diventiamo una società a delinquere di assassini di cuori umani. Quando non abbiamo lo Spirito, siamo come il Mar Glaciale Artico che va bene solo per gli orsi polari e per le foche, ma in cui non ci si può immergere e ristorare. Quando non abbiamo lo Spirito e non siamo nello Spirito, il nemico dello Spirito, l’antispirito, uccide in noi tutto il fiume dei sentimenti nati dall’irruzione dello Spirito e ci lascia solamente ringhiare la nostra rabbia di solitudine e di aggressività.
“Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi e se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene”. È solamente lo Spirito santo che ci donerà la vera creatività d’amore, non le creatività colorate prodotte da noi, ma la creatività vera dello Spirito, che continua a gettare bombe d’amore nella nostra vita, perché lo Spirito vuole generare persone diverse, che abbiano l’unico fascino che è il fascino del suo amore.          


Vangelo      Gv 11,3-7.17.20-27.33-45


Gesù, ricordiamocelo, è l’unico vero amico. Questa non è una frase fatta, una frase da manuale di pietà. Gli amici sono di due tipi: gli amici delle condoglianze e gli amici della vita, e Gesù è l’amico della vita, Gesù è l’amico che ci porta la vita. Quando non ci accorgiamo di Gesù e quando non crediamo all’amicizia della vita di Gesù, la nostra vita, la nostra casa, la nostra storia si riempiranno di gente che ci farà le condoglianze. La chiesa senza Gesù è come quei giudei che andarono a fare le condoglianze a Marta e a Maria e, naturalmente, insieme alle condoglianze ha mosso anche qualche critica verso Gesù, perché, quando non c’è più l’esperienza viva di Gesù,  quando non siamo più innamorati di Gesù, quando non siamo più capaci di attendere Gesù, di accoglierlo e di amarlo, come chiesa ci riduciamo ad essere la comunità delle condoglianze, la comunità delle critiche e la comunità che ci mette una pietra sopra al sogno di Dio.
Quando non c’è Gesù, quando non lasciamo entrare Gesù nella nostra vita, abbiamo in mano una potenza malefica che sono i sudari e le bende che ci servono per legare, per avvolgere e per far morire tanta gente che vorrebbe la vita, che vuole la vita e che magari viene nelle nostre comunità senza vita perché senza Gesù. Quando non c’è più Gesù in mezzo alla sua comunità, c’è solamente un grande funerale, delle grandi condoglianze, delle grandi critiche e soprattutto manca l’audacia di aprire e di rotolare via la pietra, perché diciamo come Marta: “Gesù, manda già cattivo odore”. Uccidiamo la gente perché non siamo con Gesù e di Gesù e facciamo emanare dalla gente il cattivo odore della decomposizione dell’anima e del cuore di persone che volevano la vita, ma noi, senza Gesù, diventiamo solo venditori di bende, di sudari e di tombe.
Gesù ci insegna una via per portare la vita, quella stessa via che Lui ha usato con Lazzaro quando è scoppiato a piangere. Giovanni dice: “Si commosse profondamente e Gesù scoppiò in pianto”, Gesù non era più capace di trattenere questa sua emozione. La nostra vera ricchezza è la nostra emotività che deve diventare simile a quella di Gesù. Quando scoppieremo a piangere, allora veramente saremo amici di qualcuno, perché mostreremo la nostra emotività, i nostri sentimenti, il nostro sentire e per il nostro pianto molti si salveranno.   
Il pianto è il tocco di Gesù per la vita. Quando moriamo? Quando ci legano e quando ci avvolgono per la morte, quando impediscono che noi siamo liberi secondo Gesù. Ecco perché Gesù ha detto loro: “Liberatelo e lasciatelo andare”. Liberiamo gli altri da quelle costrizioni che sono state messe da coloro che, non avendo incontrato Gesù, sono solo capaci di fare condoglianze e di andare ai funerali.         
 
Una goccia di luce...

Le buone abitudini, la ripetitività, le rassicurazioni sono tutti meccanismi della mente che costruisce paletti, mura e castelli per difendere quello che si è guadagnato...

Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete


Prima lettura       Ez 37,12-14


Il profeta Ezechiele, che vive con il suo popolo l’esilio di Babilonia nel VI secolo a.C., annuncia a questo popolo di morti la salvezza, una nuova creazione da parte di Dio. Questa Parola, letta in chiave spirituale, ci parla dell’agire di Dio e della sua potenza che si sintetizza in tre verbi: “Io apro, vi risuscito e vi riconduco”. L’agire di Dio è un agire pasquale, un agire della vittoria della vita sulla nostra storia personale, che molte volte è una storia di morte. Il profeta Ezechiele ripete nuovamente questi concetti nella seconda parte della lettura: “Aprirò le vostre tombe, vi risusciterò dai vostri sepolcri, farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete, vi farò riposare nel vostro paese”. Dio non si rassegna al cimitero, tanto che non ha voluto lasciare il Figlio nel sepolcro più di tre giorni.
Allora questa Parola parla di un Dio che prima di tutto apre i nostri sepolcri, i grembi innaturali che ci costruiamo nella vita per difenderci dalla vita stessa e per fuggire alle sue esigenze. Molta gente vuole restare nella tomba perché essa gli dà una falsa rassicurazione di sicurezza. Dio, essendo il Dio di Gesù Cristo, apre le nostre tombe, e questo è il suo primo passaggio nella nostra vita. Quanta gente oggi non si accorge di essere nella tomba e si fa aiutare dai becchini, che hanno interesse che noi rimaniamo nella nostra tomba. Invece Dio è dalla parte della vita, ecco perché, anche per il Figlio risorto, darà come primo segno il sepolcro vuoto. A questo riguardo il giorno di Pentecoste Pietro dice, citando un passo di Davide dell’Antico Testamento: “Tu non lascerai che un servo subisca la corruzione, non abbandonerai il tuo servo nel sepolcro”. Allora la tomba è la rassegnazione che vince la nostra vita. Quando siamo rassegnati, scoraggiati, quando pensiamo che tutto sia inutile, andiamo nella tomba e da lì non usciamo. Dio apre i sepolcri, ci risuscita, cioè ci ridona la vita, ma la risurrezione di Dio per noi non è una semplice rianimazione di un cadavere, perché, quando Dio ci fa risorgere, noi risorgiamo per una identità nuova, per un volto nuovo, una personalità nuova.
Questo non basta, perché per Dio c’è anche un ricondurre. Egli apre, risuscita e riconduce, perché il vero malessere degli uomini d’oggi è che vivono in un esilio forzato e voluto e che si sono rassegnati ad una terra d’esilio dove non c’è una vera patria. Dio, che è il Signore di un popolo nomade, non vuole lasciarci esiliati nell’esilio della sconfitta.
Il brano racchiude una Parola ancora più potente: possiamo proclamare il credo per la Parola quando nella nostra vita abbiamo visto Dio. Il credo non è un elenco di verità o conoscenze su Dio, non è un credo in un Dio metafisico, perché il Dio biblico non è un Dio metafisico. Il credo del popolo d’Israele, e così dovrebbe essere per noi, è la professione in un Dio storico che lo ha toccato, è intervenuto, è entrato nella sua vita, ha lottato per lui e ha vinto: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete;  vi farò risposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore”. Non è possibile credere in un Dio metafisico, Dio deve toccarci, deve diventare nostro alleato, perché se vogliamo credere dobbiamo sentire Dio sfacciatamente di parte per noi. Noi molte volte siamo persone che non possiamo celebrare e raccontare i prodigi del Signore perché o non li abbiamo visti o non ce ne siamo accorti. La bestemmia più grande che oggi facciamo verso il Signore è rendere il Dio biblico un Dio metafisico, un Dio che è un’opinione, una conoscenza.
Questa Parola si realizzerà nella nostra vita nei modi e nei tempi voluti da Dio (“L’ho detto e lo farò”).  L’uomo di oggi è esule e ramingo e rivive l’esperienza di Caino ( “troppo grande è stato per me il mio peccato”), è un uomo che si illude di mettere radici, ma non trova la terra, è un uomo che si illude che un abbraccio umano lo possa saziare. Dio ci vuole liberare nella nostra storia.
Allora la Parola è proprio per un Dio storico, un Dio che si sporca le mani nella storia, per un Dio che combatte per noi, perché Dio, amandoci, è sfacciatamente di parte. Dio ama tutti nel tutto che è  ciascuno.


Seconda lettura       Rm 8, 8-11


Questo nucleo della lettera ai Romani è il culmine del messaggio della lettera stessa, infatti, in poche righe compare più volte la parola Spirito (“Spirito di Dio, Spirito di Cristo, Spirito che è vita, Spirito di colui che è risuscitato dai morti”) e vicino ad essa ricorre l’espressione abita in voi, dimora in voi. Questa Parola di Paolo ci ricorda la logica dell’inabitazione dello Spirito in noi. Secondo la teologia di san Tommaso d’Aquino, la Trinità divina inibita in noi con questa logica: il Padre è sempre il mandante delle divine persone, (manda il Figlio e lo Spirito), in quelle che vengono definite le missioni trinitarie. Per cui la Trinità è in perenne esodo verso la nostra vita, è una Trinità dinamica, esodica, un mistero di Dio che vuole dimorare nelle creature.
Come cambierebbe la nostra vita se fossimo più attenti, aperti e convinti riguardo a questa inabitazione divina! L’inabitazione divina ci porta, come primo frutto, la divinizzazione della nostra persona, della nostra vita. L’unico ostacolo per la inabitazione divina è il peccato mortale perché Dio non può mescolarsi con il peccato per questione ontologica e deontologica. La Trinità, quando inibita in noi, ci dona la grazia santificante, cioè la compartecipazione della nostra vita umana al mistero trinitario. Se non viviamo questa inabitazione, viviamo secondo la carne, cioè secondo una logica solamente umana, senza Dio, senza  Trinità, senza speranza. È la logica di oggi. Quando c’è in problema nella persona si tenta subito di trovare una risposta e lo specialista umano che risponda a questo particolare problema, questo significa ridurre l’uomo ad una serie di bisogni oppure pensare che l’uomo possa essere saziato e placato da risposte umane competenti e specialistiche. Vivere secondo lo Spirito, lasciare che lo Spirito di Dio abiti in noi, significa vivere in tutta la dimensione salvifica la Pasqua di Gesù. La logica della Pasqua di Gesù consiste nel fatto che la persona, accolta dallo Spirito, abitata dallo Spirito, è una persona profondamente libera che vive una nuova identità, è una persona che si vede e non si vede, come il Gesù della Pasqua, una persona profondamente umana, che mangia il pesce arrostito, ma che sa anche attraversare i muri, cioè una persona inondata dalla grazia dello Spirito che la tutela da una lettura asfissiante, riduttiva e pagana del bisogno e del sintomo. Siamo mistero pasquale, siamo dentro il grembo della Pasqua, siamo persone che non si trovano più nella tomba (il sepolcro è vuoto), ma siamo anche persone che sfuggono a tutte le analisi umane e a tutti i tentativi di bloccare la nostra vita in un abbraccio solamente umano. Ecco perché l’uomo e la donna della Pasqua, l’uomo e la donna abitati dallo Spirito, sono persone che dicono con Gesù: “Non mi toccare”, cioè non vogliono essere bloccate da mani umane, perché la vita abitata dallo Spirito è una vita abitata dalla forza dello Spirito che ha risuscitato Gesù.
Che cos’è la risurrezione di Gesù? Intanto non possiamo chiederci come sia avvenuta, perché mancano i testimoni diretti dell’evento e ne conosciamo solo le conseguenze. Dio ha fatto rientrare Gesù nella vita biologico-divina libera di Dio, per cui Gesù ha avuto la riappropriazione della vita non da se stesso ma dallo Spirito e dal Padre. Ecco perché allora la Pasqua, la risurrezione, è un evento che Dio compie anche in noi senza testimoni. Molte volte, poi, quando Dio agisce dentro di noi facendoci risorgere tutti i momenti, i primi a stupirci siamo proprio noi, perché anche gli apostoli non erano preparati a questa verità della risurrezione, furono dubbiosi e sospettosi di fronte all’annuncio delle donne, al sepolcro vuoto, al corpo che non c’era più. Quando la gente ci dice che siamo cambiati, non sa che c’è un dinamismo trinitario che fa vedere il cambiamento, ma non svela la metodica del cambiamento, che fa parte del mistero di Dio. Questo è il dimorare dello Spirito in noi, il sottrarci ad una visione storica, umana, riduttiva. Quando lo Spirito dimora in noi ci rende illeggibili allo sguardo umano che è troppo miope, troppo cieco. Perciò Dio è il primo alleato anche di una nostra mutevolezza. Non bisogna mai sorprenderci e nemmeno perdere la fiducia nelle sorprese di Dio, perché Dio può cambiare una vita in mezzo secondo.            


Vangelo      Gv 11,3-7.17.20-27.33-45


Come il vangelo della samaritana e quello del cieco nato, anche questo veniva letto ai catecumeni in preparazione al Battesimo. Possiamo notare come Giovanni, che lo scrive nel 90 d.C., abbia già una buona teologia di Gesù, tanto che gli fa pronunciare: “Io sono la risurrezione e la vita”; anche le parole di Marta, sorella di Lazzaro, ci fanno capire che era già acquisita la fede nella risurrezione personale, una verità che in Israele arriverà molto tardi. Non dimentichiamo, inoltre, che Marta era una giudea, anzi si dice che assieme al fratello e alla sorella facesse parte della comunità degli Esseni.
Gesù era molto legato a questa famiglia perché era un’icona splendida della famiglia escatologica che doveva inaugurare, la famiglia dei credenti.
Innanzitutto Gesù ci insegna che non è un Dio tempista, infatti, quando gli vanno a dire che il suo amico Lazzaro è malato, egli non corre per impedirne la morte, ma arriva quando Lazzaro è già morto da quattro giorni. Perciò la Parola ci propone un Gesù che non è tempista, presenzialista, immediato, un Gesù che alle volte ci lascia soli nello scandalo del dolore e della sofferenza. Talvolta, anche nelle nostre sofferenze, Gesù non arriva, non fa miracoli, e ci costringe a vivere tutto l’evento, poi, come nel brano di questa Domenica, Egli arriva e fa la lezione teorica della risurrezione, però Marta richiama ancora il tempismo: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.
Anche noi siamo chiamati ad una grande sfida quando viviamo momenti di sofferenza e Gesù non c’è. Dov’è Gesù quando il nostro cuore muore? Quando la nostra fiducia nella persona amata è morta? Quando muore un’amicizia, un progetto, una stima? I mistici chiamano questo evento la morte dei sensi, la morte spirituale, l’aridità. Molte volte ci scandalizziamo di questa assenza di Gesù, egli non ci dà una risposta immediata e ci lascia bere tutto l’evento, perché la morte biologica non è la più tremenda, altre morti lo sono di più: quando si muore dentro, quando si viene uccisi dentro, quando si sente che la vita non ha più un senso. Perché Gesù ha lasciato morire Lazzaro che era suo amico? Giovanni lo spiega affermando che questa morte era per la gloria di Dio, ma è una lettura dopo l’evento. Inoltre l’evangelista ci propone un Gesù conflittuale, perché è assente e quando arriva è coinvolgente: piange. Gesù non si vergogna di piangere a dirotto davanti a tutta la gente, si denuda nei suoi sentimenti, questo particolare dovrebbe farci capire che la nostra emotività interiore non è un incidente della vita, ma forse è la strada che Dio ci ha messo dentro per permettere a lui di camminare sui nostri sentimenti. Gesù piange davanti a tutti, manifestando un amore grande per l’amico Lazzaro. Di fronte a questa emotività di Gesù Giovanni è impietoso e ci mostra due scuole di pensiero sul suo pianto, anche davanti ai nostri sentimenti gli altri si dividono e pretendono di interpretarli e di rispondere. La folla pretende sempre di essere l’ermeneuta della nostra vita, tutti si ritengono psicologi bravissimi che sanno interpretare il mistero degli altri. Alcuni osservano come lo amasse, altri dicono: “costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non morisse?”. Perché se Gesù amava Lazzaro, ha permesso che morisse? Gesù ha permesso che Lazzaro morisse perché ha voluto riconsegnare Lazzaro alla vita non più come l’amico di Gesù, ma come un segno. Anche nella nostra vita Dio permette molte volte delle morti perché ci vuole riconsegnare diversi alla vita.    
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