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29 novembre 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 29 novembre 2020
I Domenica di Avvento Anno B

Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani.


Prima lettura       Is 63,16-17.19; 64,1-7


Chi è il profeta? È colui che, in un tempo in cui la fede muore, crede e ripete: “Tu Signore sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore”. Il profeta rimane una diversità di presenza in un mondo che dimentica e ha dimenticato Dio, per questo Isaia comincia con un’affermazione di fede. Il profeta vede che la gente ha indurito il cuore, ha abbandonato le vie di Dio e quindi manifesta tutta la sua nostalgia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”. È profeta ogni credente, ogni nostalgico della presenza di Dio. Questa nostalgia è l’intercessione più forte per coloro che vagano lontano dalle sue vie e induriscono il cuore. Nelle nostre comunità, dove c’è Gesù, ci sono dei profeti; il Signore non ne ha pensati molti, ma poche persone credenti, nostalgiche di Dio, perché il profeta non opera molte volte con le parole, ma con la sua presenza abitata da Dio. L’essere diversi per Dio parla, provoca domande. Le persone, possono essere stizzite perché non sopportano la diversità, ma molte volte possono essere toccate da una domanda inquietante che mette lo Spirito dentro di loro. Le sentinelle profetiche sono gli uomini della fede, della nostalgia e della memoria. Isaia ricorda l’esodo e i grandi segni che Dio ha fatto con il suo popolo. La sua gente ha peccato contro Dio, è stata ribelle, è diventata una cosa impura, un panno immondo e tutti gli atti di giustizia sono avvizziti come foglie, nessuno invocava il nome di Dio, nessuno si risvegliava per stringersi a Lui perché Egli aveva nascosto il suo volto. Quello che Isaia tratteggia è un periodo buio della storia di Israele, era in atto un’apostasia di Dio, come oggi ed il motivo che il profeta ci propone è che Dio ha nascosto loro il suo volto. Il volto è la parola chiave del brano di Isaia. Nel libro dell’Esodo si legge che, quando Mosè entrava nella tenda del convegno e parlava con Dio, usciva talmente risplendente nel volto che doveva velarlo per non accecare gli ebrei.
Oggi la diagnosi è chiara: il mondo non crede più e il rimedio ci viene dato dalla Parola. La gente di oggi non legge la Bibbia, però Dio ci mette davanti un libro che è il volto di questa gente. Il volto parla e non si può nascondere, è il libro del nostro tempo. Oggi il Signore ci consegna una evangelizzazione del volto, ma non possiamo leggere il libro del volto dei figli di Dio dispersi se prima di tutto non facciamo esperienza del Suo volto, se non abbiamo un rapporto con il nostro Dio faccia a faccia. Il nostro volto illuminato, perché stiamo con Lui, sarà l’evangelizzazione di domani, attraverso il nostro volto, su cui il Signore ha impresso la Sua luce, potremo sfogliare il libro del volto degli altri.
La nuova evangelizzazione non è dare risposte a domande che non ci vengono fatte, ma è rispondere a domande che si nascondono dietro l’inquietudine di un volto. Non si parte da un’informazione biblica, ma si parte da quella inquietudine che oggi tocca tutti che è la grande infelicità di tanti volti.
La Parola inizia con un atto di fede e termina con un altro atto di fede: “Ma Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”, per iniziare con l’evangelizzazione del volto, occorre lasciarsi plasmare dalle mani di Dio. Quando Lui ci plasma, diventiamo duri come il marmo perché abbiamo paura del futuro, di quello che ci aspetterà o di quello che lui vorrà, ma il lasciarsi fare è proprio la proclamazione della sua paternità.
“Tutti noi siamo opera delle tue mani”, ogni volto che incontriamo ha l’impronta della mano di Dio, anche i non battezzati. Ecco il futuro dell’evangelizzazione. Quando guardiamo il volto degli altri, se il nostro volto è illuminato da Dio, esercitiamo la profezia della relazione benedetta consacrata e carismatica che si oppone a quella maledetta, idolatrica e demagogica orizzontale degli uomini.   


Seconda lettura            1 Cor 1,3-9

Paolo rende grazie per i cristiani di Corinto, anche se erano così complessi ed incoerenti, perché di loro fa una lettura di fede e afferma che lo Spirito santo li ha arricchiti di tutti i doni, quello della Parola e della conoscenza; poi aggiunge che a loro non manca nessun carisma come comunità.
Il dono della Parola significa che lo Spirito ci abilita, ci consacra e ci rende capaci di penetrare la Parola, senza fermarci ad un livello superficiale, letterale o esortativo, ma di scoprire il grembo materno della Parola perché è lì che si rinasce alla vita. Il dono della conoscenza è il dono che lo Spirito santo dà a coloro che, giungendo al grembo materno della Parola e ascoltandone le vibrazioni materne, vengono abilitati a leggere il cuore dei figli di Dio che non vi sono ancora arrivati; è la lettura profonda, interiore, spirituale del cuore degli altri, la lettura che sa entrare in quel difficile non detto, in quel difficile alfabeto dell’anima che ha bisogno della rugiada viva della grazia di Dio.
L’apostolo afferma una cosa potente: “Ricordatevi che non vi manca più nessun carisma”, allora perché nelle nostre comunità si parte sempre dall’orizzontale? Forse ci vergogniamo di Cristo? Forse non vogliamo partire dalla forza dello Spirito santo e ci ostiniamo all’orizzontale perché pensiamo di conquistare le persone a Gesù Cristo parlando loro delle cose del mondo? Ma la gente è satura di cose del mondo. La vera novità è partire dallo Spirito santo e Paolo, a questo proposito, è chiarissimo, tanto che rimproverando i Galati li apostrofa: “Stupidi Galati, chi vi ha ammaliati? Avete cominciato dallo Spirito e ora volete tornare alla carne e al sangue?”.
I carismi sono doni dati non per i meriti di una persona, ma per la gratuità di Dio. Finché non ripartiremo dallo Spirito santo, faremo solo discorsi orizzontali e  non succederà nulla.


Vangelo      Mc13,33-37

La Parola ci dice che il Signore tornerà all’improvviso. Il peccato più grave dei cristiani di oggi è che non lo aspettano più; il fatto che torni è un’ipotesi lontanissima e intanto si dorme. Quando non si aspetta più lo sposo, si rende la vita un’abitudine sbadigliante, perché manca la verve di attendere l’Amato. Il vangelo ci parla anche di una colpa del portiere, che dovrebbe essere la sentinella della casa di Israele, ma se il portiere non veglia, tutta la casa sarà addormentata. La Parola ci esorta a non farci trovare addormentati perché chi dorme non è più innamorato, si è rassegnato nell’attesa di uno che non viene. L’Avvento è il tempo del Cantico dei Cantici, dell’attesa dello sposo e, quando Lui tornerà, verrà a cercare gli innamorati.
Che il Signore ci doni per questo Avvento di ripetere l’invocazione “Maranathà: Vieni, Signore Gesù”, vibranti nell’attesa dello sposo.


Prima lettura       Is 63,16-17.19;64,1-7

Sembra quasi che Isaia in questo brano faccia un reportage dei nostri giorni: la Parola di Dio è sempre attuale, fresca, non è un’archeologia, è vita. Il profeta vorrebbe riportare nel popolo la nostalgia di Dio, anche l’uomo d’oggi, anche i non praticanti, i non credenti hanno dentro il loro cuore, in maniera inconsapevole, la nostalgia di Dio; magari non lo ammettono per l’arroganza della loro mente, che vorrebbe gestire tutto, eppure anche in loro c’è. Perché allora tanta gente non pratica più, non frequenta più un cammino di fede? Perché molte volte non trova più Dio nelle mediazioni che vengono strutturate in suo nome, non trova più il calore, la profondità, il desiderio, la radice, ma in questa gente c’è tanta sete di Dio. Quando siamo lontani da Lui, che il profeta chiama Signore, Padre, Redentore, quando non abbiamo più Dio e non lo sentiamo più dentro di noi, siamo persone vaganti e indurite. Quando Dio non è più nel cuore dell’uomo, egli vaga, perché la fame di felicità resta, ma non ha Dio che è la fonte della felicità. L’uomo di oggi si accontenta di esperienze piccole, fragili, brevi, che, invece di dargli felicità, lo opprimono e lo frantumano ancora di più nel suo cuore.
In questo Avvento dovremmo avere tanta pietà, tanta misericordia per la gente del nostro tempo che nega Dio, ma ne ha sete, desiderio e una profonda nostalgia. Siamo credenti perché una grazia arriva tutti i giorni nella nostra vita e noi rispondiamo a questa grazia, perciò dovremmo diventare veramente testimoni di Dio, non facendo i saccenti su di Lui, non passando notizie su di Lui, ma dovremmo avere quella capacità, per grazia, di fare centro nel cuore degli altri, che è la bibbia palpitante del nostro Signore. Il Signore ci manda ai cuori induriti e a quello spaesamento che oggi è nel cuore di tanti, ma non possiamo arrivare da loro dando informazioni di orari e di servizi religiosi, perché forse si aspettano qualcos’altro. Intanto si aspettano parole non preconfezionate, buonistiche, morali, ma vorrebbero da un credente una parola diversa, superiore, una parola che li fa vibrare. Gli uomini di oggi sono diventati una cosa impura, un panno immondo, sono avvizziti come foglie e, come ci ricorda Isaia,  anche oggi le nostre iniquità ci stanno sfiancando, “nessuno invoca il tuo nome, nessuno si risveglia per stringersi a te”.
Al credente della Parola gli uomini di oggi chiedono se sa interpretare la loro sofferenza, la loro tristezza, il loro star male, la loro solitudine: ecco la bibbia nella carne, la bibbia profonda che c’è nel cuore di ognuno, anche di quelli che si dichiarano  non credenti, ma sono vaganti ed induriti.
Da parte nostra occorre più preghiera, più adorazione, e su questo insiste anche il papa, perché dovremmo essere come Mosè, uomini e donne che escono dall’esperienza dell’adorazione luminosi in volto. Allora abbiamo bisogno di preghiera, di adorazione, di piegare le ginocchia e di  stare con Dio, avendo fiducia in una grazia che ci precede. La prima risposta che diamo a queste persone vaganti e dal cuore indurito, che sono i nostri destinatari, è voler bene a loro con il cuore di Dio, non con il nostro cuore, faremmo ancora una volta volontariato. Dovremmo dire loro che Dio è loro padre, che noi tutti siamo argilla e Lui è colui che ci plasma, perché tutti siamo opera delle sue mani. Che bello se in questo Avvento diventassimo uomini e donne di Dio per i vaganti e gli induriti!
 

Seconda lettura            1 Cor 1,3-9

Paolo, uomo di Dio, rende grazie per i Corinzi: gli uomini di Dio sanno rendere grazie per ogni persona che incontrano sul loro cammino. L’apostolo inoltre augura alla comunità grazia e pace da Dio, questo ci indica che lui rifuggiva i rapporto sociologici umani di convenienza, i suoi saluti erano sempre saluti d’amore, radicati nella teologia e nella fede di Dio.
Dovremmo costruire rapporti credenti, non rapporti sociologici; un rapporto credente si costruisce sulla grazia e sulla pace, la grazia è la gratuità che scende dall’alto e la grazia è il grembo della pace. Quando creiamo un ponte credente con le persone, cominciamo a rendere grazie a Dio continuamente per le persone che incontriamo, invece noi non rendiamo grazie a Lui nemmeno per noi stessi, per quello che siamo e per quello che non siamo, per quello che facciamo e per quello che non facciamo. Se facessimo così, la nostra vita sarebbe il prolungamento dell’Eucaristia, che è un rendere grazie. Paolo rende grazie a motivo della grazia che è stata data loro in Gesù Cristo, affermando così il primato della grazia. Oggi questa Parola è stata tolta dal vocabolario della comunità, tutto è azione, organizzazione, invece lo stile di Dio è una grazia gratuita, improvvisa, preveniente, sufficiente che dà la pace.
Quante volte come credenti prepariamo prima quello che dobbiamo dire, anche se Gesù ci ha detto di non farlo, perché ci sarà data lingua da iniziati, ma non ci fidiamo della grazia, vogliamo preparare tutto. Paolo dice ancora: “In lui (Gesù) siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza”, però noi non ci sentiamo arricchiti. Siamo arricchiti di una ricchezza che non abbiamo meritata, ma che ci viene continuamente donata per grazia. Allora ci chiediamo: viviamo in grazia di Dio? Siamo nella sua grazia? Sono in disgrazia di Dio quando mi oppongo a lui con il peccato della mia arroganza e della mia autosufficienza. Quando siamo nella sua grazia, tutto diventa grazia. In ogni debolezza c’è una grazia, in ogni fragilità c’è una grazia, la grazia è il gioco di Dio con noi. Quando noi veniamo stroncati dalle nostre debolezze, Egli ci risolleva per grazia, ma la grazia è talmente affascinante che non ha paura di essere sprecata, consumata, usurata, la grazia è un investimento a fondo perduto di Dio su ciascuno di noi. Egli sa prima di noi che non corrisponderemo, ma continua a darci la sua grazia. Dovremmo essere figli della grazia, non figli di noi stessi per lasciarci sorprendere sempre con le incursioni affascinanti della sua potenza e della sua presenza.
Uccidiamo un rapporto con un’altra persona quando lo riduciamo ad un rapporto orizzontale del mi piace, non mi piace, del simpatico o antipatico…
Tra noi c’è un rapporto di grazia, che è grembo della pace; grazia e pace sono la ricchezza di tutti i doni che abbiamo.    


Vangelo      Mc13,33-37

Il vangelo ci ricorda il verbo vegliare, ma per vegliare dobbiamo essere certi che sta arrivando qualcuno, che sta arrivando una presenza, invece oggi non si veglia più, anche nella chiesa. Ogni volta che partecipiamo alla Messa diciamo: “Nell’attesa della tua venuta”, ma come ipotesi lontanissima, perché fintanto che Lui non c’è, ci arrangiamo e facciamo tutto noi. Il Signore ci ha lasciato la casa in affitto e ne diventiamo proprietari. Quando siamo proprietari di una casa che non è nostra, diventiamo arroganti, autoritari perché che il padrone torni è un grosso punto di domanda. Quando non aspettiamo più il Signore, facciamo della sua casa la nostra proprietà con tutti i danni che comporta questa cosa: ci sentiamo padroni e gestori, ma Lui ci ha lasciati amministratori, non padroni. Oggi anche nei credenti c’è una stanchezza di Gesù e si vuol parlare di qualcos’altro e si vuole fare della sua casa uno showroom dove si vende di tutto e di più perché la sua casa è diventata nostra. Anche nella chiesa di Dio ci sono tanti arroganti che hanno fatto della sua casa la loro e non lo aspettano più, pensano, decidono e fanno, invece il Signore ha dato a ciascuno di noi la sua casa in affido e ci ha chiamato servi.
Il Signore dice: “Vegliate perché non sapete quando il padrone di casa tornerà”, non facciamo previsioni perché Dio potrebbe tornare la sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, ogni momento è suo, ogni momento è buono. Abbiamo fatto della casa sua una casa di orari, ma ci siamo dimenticati del suo orario misterioso e sorprendente. Se siamo in attesa, non dovremmo ficcarci nella sua casa e farne una roccaforte, ma dovremmo essere sempre sulla porta perché sappiamo che potrebbe arrivare. Egli, poi, ci chiederà conto di tutte quelle cose che abbiamo fatto in casa sua, violando la sua proprietà, perché siamo servi e non padroni. Di che cosa ci chiederà conto? Non tanto se abbiamo spostato il mobilio, ma come abbiamo trattato il suo tesoro che sono le anime. Il fine della chiesa è la salvezza delle anime. L’attesa e il vegliare sono azioni dinamiche perché non ci fanno fissare nelle nostre manie di protagonismo o di sicurezza, ma in attesa del Signore, dovremmo tenere la sua casa sempre fresca e rigenerata, perché non ci fermiamo al soprammobile, ma stiamo aspettando il suo ritorno per la nostra gioia.
Allora il tempo di Avvento è proprio questo: il tempo di un’attesa di lui, del padrone, perché la casa è sua e quando tornerà ne chiederà tutti i diritti e soprattutto ci chiederà conto di chi era servo e si è fatto padrone.     


Prima lettura       Is 63,16-17.19;64,1-7

Oggi leggiamo una supplica penitenziale del terzo Isaia, elaborata dopo il ritorno dall’esilio di Nabucodonosor. Gli ebrei, ritornati nella loro terra dopo 70 anni, rileggono la storia nella profondità della Parola.
Chi siamo? Le ultime righe di questo brano potrebbero essere la nostra preghiera per la prima settimana d’Avvento: “Ma, Signore, tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma e tutti noi siamo opera delle tue mani”. Dove  comincia la nostra conversione? La nostra conversione non inizia dal fare qualcosa, ma comincia dal lasciarci fare, dal lasciare che le mani di Dio plasmino, operino, nella nostra argilla morbida che è il frutto del nostro cuore convertito.
La conversione è lasciarci toccare, lasciarci plasmare, lasciarci cambiare. Ci lasceremo fare se crederemo veramente che Dio è nostro Padre in una paternità misteriosa che non ha nulla a che fare con la paternità umana. Quando non lasciamo fare alle mani di Dio, cominciamo ad indurire il cuore, perché il centro dell’esperienza di Dio è il cuore. Il centro dell’esperienza di Dio non è fare qualcosa, adempiere a qualcosa, essere moralmente ineccepibili, saremo ancora alla Torah, ai farisei, al Vecchio Testamento; il cuore si indurisce quando l’orecchio spirituale, collegato al cuore spirituale, non ascolta più il sussurro di Dio perché l’orecchio ammalato dal cuore indurito percepisce solamente le voci di noi stessi e le voci degli altri che non hanno per natura la tenerezza di Dio.
Siamo stati feriti e siamo feriti nella nostra vita da voci e da parole autoreferenziali, da parole umane che non sono generate dalla tenerezza di Dio, ma vengono generate da una logica mentale che non conosce l’amore. La nostra vita spirituale è riprenderci il cuore secondo Dio, riascoltando la tenerezza di Dio.
Aprire l’orecchio all’ascolto di Dio è l’unica medicina che ci può guarire dall’autoascolto perché l’autoascolto senza l’ascolto di Dio proviene da una coscienza razionale che è incosciente o crudele. L’esame di coscienza è ancora uno strumento psicologico, riflessivo, che genera colpevolezza, il vero esame di coscienza è l’incontro, lo stare, il lasciarsi baciare dalla Parola di Dio. La Parola non ci chiede le infrazioni, saremmo ancora alla Torah, la Parola ci dice perché soffriamo: soffriamo perché il nostro cuore e il nostro orecchio non sono sintonizzati con la tenerezza di Dio. Quando non ascoltiamo, quando non investiamo il nostro tempo nell’ascolto che rende docile il cuore, quando non ci lasciamo fare dalle mani di Dio, che arrivano dopo la docilità e l’ascolto, perché Dio non può violentare la nostra libertà, allora siamo ciò che di noi dice impietosamente la Parola: cosa impura, panno immondo, foglie avvizzite.
Senza l’ascolto non possiamo vivere, non possiamo vedere, non possiamo godere, non possiamo camminare. Dovremmo essere tutti monaci che, dentro la nostra camera, cioè dentro il nostro cuore, ci mettiamo profondamente in ascolto. Non si tratta di un ascolto effettuale che ci dice che cosa fare, che cosa siamo o non siamo, saremmo ancora alla Torah, ma il vero ascolto, quello che ci dà la vita, è l’ascolto che fa piovere su di noi l’amore di Dio. L’ascolto individuale nella camera del nostro cuore fa piovere su di noi la pioggia della grazia. Quando noi non ascoltiamo, stiamo vagando lontano dalle sue vie, come dice la Parola. Viviamo in mezzo a uomini e donne vaganti e quando siamo vaganti, perché l’orecchio spirituale e il cuore sono induriti, abbiamo già avuto la nostra condanna: dobbiamo cercare continuamente alibi per riempire il vuoto che abbiamo dentro. I vaganti si riempiono di impegni e, quando la punta del disagio aumenta, organizzano una crociera o un viaggio che aumentano ancora la solitudine. L’uomo non può rimanere senza la Parola, senza l’ascolto, senza il suo cuore.
Dio è il grande plasmatore, ma lui non vuole plasmare il nostro cuore se noi non lo permettiamo nella nostra libertà. Quando abbiamo il cuore docile, l’orecchio aperto e ci lasciamo toccare dalle sue mani, cioè restiamo nella preghiera profonda, allora possiamo riscoprire il suo volto; se non lo faremo non potremo invocare il suo nome e non potremo abbracciare Dio.
Isaia ci dà queste programma nell’Avvento perché in noi c’è un grande desiderio: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”, abbiamo sete di Dio, abbiamo sette dello squarcio del cielo. Siamo tutti intossicati di socialità, di sociologia, di crisi economica, pensando che la soluzione sia nell’uomo, mentre la vita diventa sempre più senza senso. Dio, diceva un padre, è una passione del cuore irrisolta.
Inizia un nuovo anno liturgico, sarebbe una grande cosa se in questo nuovo anno ciascuno di noi facesse un proposito tutti i giorni: rimanere faccia a faccia con il Signore nell’ascolto profondo, perché è nel profondo del cuore di Dio che sentiamo il suo amore. Così avanzeremo molto nella vita spirituale e saremo difesi dalle banalizzazioni dei non udenti.
      

Seconda lettura            1 Cor 1,3-9

In poche righe Paolo ripete ai Corinzi che rende grazie a Dio per loro a motivo della grazia che è stata data loro in Cristo Gesù, essi hanno tutti i doni della Parola e della conoscenza, non manca loro più alcun carisma e Dio, dal quale sono stati chiamati, è degno di fede. Così anche noi abbiamo ogni grazia, ogni carisma, il dono della Parola e della conoscenza. Che cosa significa questa Parola? La Parola vuole dirci che nella nostra vita il primato va alla grazia non alle opere, non che esse si contrappongano alla fede o alla grazia, ma le opere sono generate, partorite dalla grazia. Le opere senza grazia sono un prodotto nostro e sono agitazione, interventi, strutturazione, eventi, disponibilità, ma in esse manca il respiro; le opere senza la grazia sono minerali freddi.
Sono la grazia, il carisma, la Parola e la conoscenza che hanno la priorità sulla nostra vita. Che cosa ci chiama ad essere oggi la Parola? Collaboratori intelligenti ed umili della grazia di Dio. Molte volte siamo oppositori della grazia perché vediamo gli eventi e le persone alla luce di un fatto, di una visibilità, di una struttura, allora concludiamo che i nostri figli, i nostri coniugi, i nostri amici sono una delusione. Quando guardiamo la realtà senza la grazia stiamo vedendo uno sfalsamento di panorama. Vedere la nostra vita e quella degli altri senza la conoscenza della Parola è illudersi di vedere. Quando non amiamo la grazia, siamo impazienti con noi stessi perché detestiamo le nostre zone d’ombra in quanto ci pesano, ci urtano e le portiamo in analisi. Noi, figli dell’analisi, rinneghiamo quello che ci è stato dato: siamo figli di una grazia. Quando lo si è, si sa che quello che vediamo è un intravvedere, non vediamo il profondo, non vediamo ciò che la grazia opera in noi con il suo fascino silenzioso e discreto. Quando la grazia opera in noi, quando il carisma di Dio opera in noi, non apre un cantiere, non fa rumore, opera, ma noi molte volte non lo percepiamo, preoccupati come siamo di essere il capocantiere di noi stessi.
Noi pensiamo che la vita spirituale, la vita santa, sia una vita organizzata, strutturata, chiarita, vittoriosa; la vita di un santo che crede alla supremazia della grazia è la vita di un mendicante di Dio, e davanti all’amore di Dio, quando si è mendicanti umili della sua grazia, Lui compie le sue meraviglie di santità. I nostri chiaroscuro non impediscono l’offuscamento della sua luce, se fossimo troppa luce oscureremmo la sua luce e saremmo una luce prodotta da noi, se invece siamo un chiaroscuro, la sua luce brilla.
Degli altri vediamo la loro carne e il loro sangue, ma non ciò che Dio opera nel fascino misterioso del loro cuore; siamo ispettori della loro vita perché vorremmo vedere subito in loro realizzate alcune cose che ci piacciono molto, invece molte volte esse non ci sono e noi disperiamo perché abbiamo messo la supremazia di un’appartenenza istituzionale al fascino di Dio che lavora nelle anime con il silenzio della grazia.
Noi ci ostiniamo ad essere lettori in proprio di noi stessi e della nostra realtà e che cosa leggiamo di noi? Le cose rumorose, evidenti, le cose a lustrini. Entriamo nel mistero della grazia se viviamo profondamente il parto gemellare di una grazia: la Parola e la conoscenza (intesa non in senso cognitivo, ma la profondità d’amore nella Parola).
Dovremmo essere figli della grazia e Paolo è chiaro: “Non vi manca più la grazia”. Quando le persone smarriscono la supremazia della grazia, la priorità della grazia, diventano rumorose, organizzative e vuote, perché senza la grazia di Dio non c’è vita.
Che cosa vuol dire contristare lo Spirito santo? Vuol dire non riconoscere ciò che Lui fa per noi, non nel rumore di un cantiere, ma nel silenzio discreto di un amore.              


Vangelo      Mc13,33-37

Qual è l’atteggiamo più corretto per vivere questo vangelo? Sentirsi in prestito. Di nostro non abbiamo niente: il padrone di casa ci ha lasciato la sua casa. ci ha dato un potere. ci ha dato ordine di vigilare. ma non ci ha dato la casa in proprio, siamo sempre in prestito. Quando dimentichiamo questo ci addormentiamo. La cosa più brutta che può capitare nella vita spirituale è diventare padroni di ciò che non è nostro. Siamo veramente in prestito. Non c’è nulla di sicuro, di assoluto, perché il Signore ci ha dato la libertà di non possedere nulla.
La vera povertà, il vero atteggiamento vigilante, è comprendere che di nostro non abbiamo niente, se non il peccato, ma il peccato consegnato a Lui, diventa un investimento di ricchezza, perché un peccato consegnato diventa un peccato misericordiato e quando la misericordia tocca il nostro peccato ciò che era fango e ombra diventa luce splendida per contatto divino.
Quando siamo veramente libero da qualunque possesso anche i nostri peccati non saranno esasperati, come molte volte invece facciamo perché hanno umiliato la nostra superbia più che offeso il Suo amore. Serve L’indifferenza spirituale perché Dio non è creatore di eventi ad orario, Dio non è scontato, Dio non ci ha detto che arriverà alla tal ora. Marco cita quattro ore: alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino. Dio non si fa preannunciare perché ritorna nella sua proprietà. Egli non ci dirà quando viene perché non creiamo un evento finto di cordiale accoglienza, ma non di amore. La morte ci coglierà come siamo, perché l’amore non organizza, non programma, non attende la nostra preparazione. Quando amiamo sappiamo benissimo che lui può tornare a qualsiasi ora e ci troverà aperti all’amore.
Chi è il portiere? Molti pensano che rappresenti il papa, i vescovi, i sacerdoti, ed è vero, ma in una comunità, in un ambiente, il portiere dovrebbe essere colui che ricorda continuamente con la sua vita che siamo in prestito.
In questo Avvento, il Signore non ci domanda di costruire cemento o pietra, egli ci chiede di sentirci in prestito, di sentirci non nel nostro, ma nel suo e perciò di non mettere soprammobili alla sua casa, che sono la nostra proiezione su di Lui, di non arredare la Sua casa con i nostri gusti, perché siamo ospiti. Se siamo ospiti, non abituiamoci all’ospitalità perché è sempre grazia.      


Prima lettura       Is 63,16-17.19;64,1-7

Il brano, tratto dal terzo Isaia, è una bellissima preghiera composta dagli esuli che, tornando nella terra promessa dopo l’editto del re Ciro, vedono la decadenza dovuta all’assenza di un popolo e si rivolgono a Dio. È una grandissima lirica in perfetto stile biblico che invoca Dio e ne ricorda le opere, primo tra tutti l’esodo, che Israele, allontanandosi sempre più dal dato storico, caricherà di enfasi epica (“Davanti a te tremavano i popoli, quando tu compivi cose terribili che non attendevamo”).
È una supplica penitenziale in cui gli Ebrei confessano le loro colpe, manifestano la loro povertà e proclamano il loro desiderio di Dio.
In questa supplica abbiamo dei bellissimi titoli riferiti al Signore, di cui uno piuttosto innovativo per il Nuovo testamento: “Tu, Signore, sei nostro padre e da sempre ti chiami nostro redentore”.
In questa Parola del profeta Isaia c’è un’espressione molto significativa: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”, dovrebbe essere la nostra lampada dell’Avvento. Essa ci parla del mistero della preghiera, del desiderio e della nostalgia di Dio. Se fossimo capaci di arrivare, attraverso lo Spirito, a questo desiderio, veramente saremmo in una grande intimità con il nostro Dio.
La preghiera di Isaia ci aiuta a prendere coscienza di quello che siamo, ma ci dà anche una risposta per quello che non siamo: “Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; siamo tutti avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”, espressioni profonde che descrivono un malessere interiore dell’uomo attraverso immagini poetiche. “Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te perché tu tenevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balia della nostra iniquità”. Qual è il dolore più forte di questo nostro tempo così decadente e strafottente? Non facciamo più esperienza di una diversità celeste, abbiamo la noia per un livellamento e per un piattismo proprio delle anime morte.
Oggi i nostri cuori e le nostre comunità sono così perché non fanno più un’esperienza viva di Dio, perché la preghiera non è più: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”, ma è diventata forse un pasticcio e un intruglio di buoni sentimenti etici orizzontali. Al nostro tempo manca la verticalità, manca il brivido dell’alto, manca l’audacia di conoscere e di restare in un mistero che dà senso, luce e pace al nostro cuore. La malattia di oggi è che siamo ormai rimpinzati, stanchi, esauriti, intossicati di parole umane e lì dove dovremmo sentire una parola diversa, il nemico butta il veleno della banalità e della mediocrità. L’uomo senza Dio non è capace e non è gravido di novità e di cambiamento.
Al termine di questo brano c’è una grande professione di fede: “Ma tu, Signore, tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”, quando le mani di Dio non ci stanno plasmando, siamo diventati delle statue di marmo. Dio con noi usa la tenerezza, la duttilità di un’argilla; più siamo di Dio, più siamo in un’evoluzione spirituale perché Dio plasma, riplasma, rinnova, rigenera nel nostro cuore la novità divina dell’amore.
Questa prima lettura dell’Avvento legge nella verità, senza pietà, il nostro tempo. Castiga, percuote: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore così che non ti si tema?”. Ecco la nostalgia del terzo Isaia: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù” Dio vuole ritornare nel cuore di ciascuno di noi in questo Avvento perché siamo tutti avvelenati, stanchi, intossicati di una ripetitività senza creatività, al punto tale che ovunque già splendono le luminarie, ma è l’ennesima presa in giro perché il Natale non c’è più, in quanto l’uomo festeggia se stesso e non Dio.
È una Parola gravida di nostalgia e di desiderio: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”. L’avvento è il tempo di Dio. ci auguriamo tre doni per l’Avvento: la nostalgia, la preghiera che squarcia i cieli e il sentire su di noi le mani forti di Dio, per lasciarci plasmare, riplasmare, toccare. In questo tempo di Avvento, usciamo dalla massa, siamo profeti di una Parola diversa, di un punto di vista diverso, di una valutazione diversa della vita. Quando cominceremo ad essere diversi, cominceremo ad assomigliare al nostro Dio, che è stato veramente diverso e, se saremo diversi, saremo profeti del ritorno: “Ritorna per amore del tuo nome. Davanti a te sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti”.
Sono i monti dell’orgoglio, dell’arroganza, della superbia, e chi li fa sussultare è l’anima contemplativa, l’anima di Dio, l’anima che è dentro il cuore di Dio. Dove arriva un profeta di Dio, si squarciano i cieli e scende la diversità divina.


Seconda lettura            1 Cor 1,3-9

Leggiamo questa domenica una parte della lettera che Paolo rivolge ai Corinzi, una comunità non molto numerosa che egli amava molto e per la quale ha sofferto arrivando a scrivere anche la famosa lettera delle lacrime. Alla comunità, di cui Paolo è il presbitero, augura grazia e pace che vengono da Dio Padre e da Gesù. La seconda Parola di fuoco che potremmo tenere nel nostro cuore per l’avvento è: “Degno di fede è Dio”. Egli ci dona la grazia e la pace ed, essendo Paolo un uomo di Dio, si rivolge ai Corinzi chiamandoli fratelli e augurando loro la grazia e la pace di Dio padre e di Gesù. Quando un cristiano non porta più questa grazia e questa pace può dire solo buongiorno, perché è diventato un operatore ecologico di anime morte. Il credente, il discepolo è già nel mondo di Dio e non si adegua al linguaggio secolare dell’uomo, ma le sue categorie sono quelle di Dio, ecco perché Paolo, innamorato di Gesù, augura ai Corinzi la grazia e la pace.
La grazia precede la pace, perché la pace è grazia di Dio e la pace di Dio non è tanto un equilibrio mentale, ma è la certezza e la vibrazione interiore che l’amore di Dio sorpassa ogni desiderio. Se non abbiamo la grazia e la pace non possiamo vedere la grazia di Dio che ci è stata data in Cristo Gesù; e qual è la grazia di Dio? Gesù è la grazia di Dio, è Lui la grazia primaria che ci porta i doni secondari o di seconda battuta che sono i carismi, i doni particolari per la nostra vita. Senza la grazia la nostra vita diventa una matematica umana dove tutto deve comporsi e scomporsi e rispondere a dati prestabiliti dall’uomo. Senza la grazia e la pace di Dio noi non siamo arricchiti, ma poveri perché non siamo discepoli della vibrazione dell’amore di Cristo.
Paolo, allora, dice ai Corinzi che sono stati arricchiti del dono della Parola e della conoscenza perché hanno nella loro comunità la testimonianza della vita di Gesù, dell’amore di Gesù, del vangelo di Gesù ed essa è talmente salda in mezzo a loro che non manca più alcun carisma. Quando siamo di Gesù, siamo in attesa della sua manifestazione, saldi fino alla fine.
Quando si ha la certezza di essere di Gesù? Quando non si drammatizza, non si assolutizza, non si divinizza le realtà temporali, quando non si perdono la pace e la testa se qualcosa della propria vita terrena non va. Si è di Gesù, si è pieni di grazia e di pace, quando si resta liberi dentro, quando non ci si fa schiacciare o angosciare dalle cose del mondo.
Paolo dice ancora che i Corinzi sono chiamati alla comunione, alla vita intima con Gesù. Che cos’è la vita del discepolo se non uno stare con Gesù, un amare Gesù, un essere con Gesù e per Gesù? Se non abbiamo Gesù, subito il mondo ci accoglierà, perché ci renderà compartecipi della sua sapienza e della sua genealogia, ma quando non si ha Gesù nel cuore si è cristiani taroccati e non prodotti dello Spirito santo. Allora non si cambia più nessuno perché dentro non si ha Gesù, perché non si è innamorati di Gesù. Temiamo la diversità di Gesù che, rendendoci diversi, ci fa diventare argomento di pettegolezzi. Eppure un discepolo follemente innamorato di Gesù paga il prezzo anche di una incapacità ad interpretarlo da parte del proprio paese d’origine e delle proprie amicizie benpensanti ed equilibrate.
Se non siamo innamorati di Gesù, non abbiamo nulla, non diamo nulla, non possiamo nulla. Quanto farebbe per noi Gesù se usassimo con fede il suo nome, invece siamo rassegnati e abbiamo sostituito l’espressione: degno di fede è Dio con quella: degno di fede è l’uomo. All’uomo, alle sue cose e ai suoi pronunciamenti diamo una fede teologale, a Dio diamo solamente il sospetto, l’incredulità e la non fede. Questo accade forse perché ci hanno convinto che Gesù c’è, ma che per adesso non farà niente, non potrà fare mai niente, perché tutti i miracoli sono dell’uomo. Gesù non può restare con chi non lo ama perché Lui non ci impone l’amore, ce lo propone. Forse senza Gesù abbiamo generato una genealogia di zombie, che si dicono cristiani, ma che non lo sono per niente.


Vangelo      Mc13,33-37

Questa domenica, prima di Avvento, iniziamo a leggere il vangelo di Marco, che è il più antico ed il più breve e non narra l’infanzia di Gesù, ma propone subito l’annuncio del regno.
Marco ci parla della vigilanza e mette una condizione a cui spesso passiamo sopra: “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli” la Parola di Gesù può essere ascoltata da tutti, ma accolta e conservata solo da chi è discepolo. Chi è discepolo? Chi è innamorato di Gesù, chi sente che Gesù è l’amore della sua vita. Gesù dice ai suoi discepoli: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”. Il vero male di oggi è questo: il mondo non sta più aspettando Gesù. Non sappiamo quando sarà la fine, ma noi la pensiamo sempre lontana. Da dopo il concilio vaticano II la chiesa è in grossa crisi perché una certa teologia ha rubato a lei e ai cristiani l’escatologia e il desiderio del ritorno di Gesù, riducendo il cristianesimo ad un puro impegno umano, morale e orizzontale. Perché oggi non va bene? Perché quando il padrone di casa è partito e ha lasciato la sua casa, ha dato il potere ai suoi servi e a ciascuno il suo compito (ecco il mistero della chiesa), ma al portiere ha ordinato di vegliare. Chi è il portiere? Il papa, i vescovi e i pastori. Essi dovrebbero stare sulla porta per percepire il ritorno dell’Amato. Gesù ha detto: “Voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino. Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”. È il male delle nostre comunità. Perché si dorme oggi? Perché c’è un atteggiamento di accidia, cioè tutto ci dà noia, tutto ci va stretto, tutto ci è di peso. Tutti dormono beatamente come ai tempi di Noè, ma poi arrivò il diluvio. Eppure lui ritornerà.
Il portiere dovrebbe trasmettere il brivido, il desiderio e la gioia della nostalgia del suo ritorno.
Se sono innamorato non posso essere felice se lui non ritornerà con me, se sono innamorato, sento una vedovanza della sua presenza e io voglio che Gesù torni, ecco perché l’ultima parola della Scrittura è: “Vieni, Signore Gesù!”. Lui tornerà e, se ci troverà addormentati, forse sarà la nostra esclusione dal suo ritorno. Non restiamo addormentati e preghiamo per i portieri perché loro hanno ricevuto il compito di vegliare. Come si veglia? Quando si fa una lettura profetica del presente, della vita e di quello che capita nella vita, quando il portiere dice alla gente, gridando come Giovanni Battista, che il presente non è né eterno né durevole e né sicuro. Il portiere che attende lo Sposo è colui che ci dice che questo tempo cronologico non ci salverà, ma ci misurerà perché Dio sta rubando il tempo cronologico alla nostra vita perché non ci appartiene, per donarci il kairos, il tempo della salvezza.
“Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”. Dobbiamo leggere con sapienza questo presente traditore, non è Il Sole 24 Ore che analizza questo tempo, è la Parola che ci fa analizzare il tempo in cui viviamo. È la Parola che non ha paura di deluderci, perché la Parola smaschera e denuda un presente che si è mascherato di eterno.  
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