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29 settembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 29 Settembre 2019
XXVI Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima Lettura            Am 6,1.4-7


Il profeta Amos, uomo rude che lavorava i campi, viene chiamato improvvisamente da Dio ad esercitare la profezia. Egli vive un momento nel quale Israele conosce un grande benessere, nel suo libro infatti descrive nei particolari le mode e la ricchezza del tempo, parla di pendagli, di orecchini, di pellicce di tasso, di feste.
Il profeta, guardando il suo tempo e la sua gente, grida e per amore lancia un allarme, che non viene colto e nel 722 arrivano in Israele le truppe assire, l’invadono e deportano il popolo. I dissoluti che Amos aveva descritto andranno in esilio in testa ai deportati, perché la parola di un profeta si realizza sempre, è questo il criterio con il quale nella bibbia si distingue un vero profeta da uno falso.
Essendo la parola un battito, un palpito continuo, essa è anche per noi. Siamo immersi in questo segmento di tempo nel quale tutto è in crisi: le istituzioni, la scuola, la famiglia, la chiesa, i governi, l’economia, è un momento da basso impero, da decadenza e i segni della decadenza di un popolo sono lo sdraiarsi, l’inseguire il karaoke, l’ubriacarsi e il fare del corpo un culto, usando gli unguenti naturali che il centro benessere di turno ci propina. La parola di Dio è davvero sempre attuale.
Di fronte a questo stato di cose, di fronte a questa cultura che cosa possiamo fare noi, discepoli della parola? Possiamo sbacchettare e rimproverare, richiamandoci ad una morale che non esiste più? L’uomo di oggi non ha etica e morale, segue solente la morale del relativismo e del soggettivismo. Allora come è possibile accostarsi a questa gente per far sentire la nostra voce profetica leggendo un tempo in cui sembra che tutto vada a gonfie vele, invece è un tempo che precede una decadenza e una scomparsa? Prima di tutto la parola ci invita a guardare con amore queste cose e quando un popolo, quando le persone non hanno più la forza di camminare perché hanno subìto il furto di Dio nel loro cuore, quelle persone si possono solo sdraiare o sul lettino dello psicologo o sul divano di un locale perché quando non si ha più il motivo profondo per camminare ci si può solo sdraiare e si può canterellare, cioè evitare le domande, le urgenze bevendo in larghe coppe il vino e ungendosi con gli unguenti più raffinati.
Allora noi cosa portiamo a questa gente? Portiamo la gioia di camminare, il non aver paura della vita, il non aver paura di andare avanti e il fatto che non camminiamo per tenacia, ma perché sappiamo dove andiamo, chi ci precede e che cosa ci aspetta, in quanto possediamo ancora la mappa e la bussola della vita perché abbiamo la parola.
Allora non si va con la forca, cercando di far alzare le persone dai divani d’avorio, ma il nostro cammino sereno, felice, umile potrà istillare in loro una nostalgia di riprendere un cammino e di andare avanti. E quando essi  mangiano gli agnelli del gregge e bevono il vino nelle coppe, noi stiamo mangiando e bevendo l’Eucaristia che è il cibo dei forti, il pane degli angeli e il sapore del cammino, la manna eterna con la quale Dio sostenta il nostro cammino. Mangiamo veramente Dio, mangiamo veramente la forza di Dio e la grazia di Dio, perché Dio, quando ci ama, andando contro se stesso e  i suoi interessi diventa cibo per noi. Questo pane, questo agnello, questo vino a larghe coppe, è veramente il cibo che ci garantisce il cammino. Il canterellare del karaoke moderno viene sostituito dal canto della nostra anima, dal canto della nostra lode, dal canto della nostra preghiera, perché un uomo di Dio, una persona che cammina è naturalmente piena di armonia.
Se camminiamo, se mangiamo il cibo del Signore, se cantiamo la sua lode e soprattutto se siamo unti con l’unzione celeste, con l’unguento della paternità e della sapienza di Dio, allora abbiamo tutte le carte in regola non per intervenire o per bacchettare, ma per essere un’alternativa viva al divano d’avorio.
Quando i nostri figli, i nostri giovani vedranno che una persona credente non è bigotta, non è moralista, non è disperata ed è arrivata alla fede non come estrema ratio, ma come pieno senso di vita, allora la nostra testimonianza li potrà fare alzare dal divano.
Perché la gente è sdraiata sui divani e sui letti d’avorio? Perché la gente canterella? Perché esternano, visibilizzano un grande vuoto. Se andiamo da loro sbanchettandoli e facendo un rigorismo morale, non conquistiamo nessuno, se invece andiamo come alternativa di vita realizzata e vissuta, allora ci sarà la scelta: o andranno in esilio come i deportati o troveranno la via della gioia e della pace. Il primo esilio è quando, non conoscendo il significato profondo della vita, si smarrisce se stessi e si sopravvive nell’esistenza con il folclorismo dell’unguento raffinato che nasconde l’odore di morte che si ha dentro al cuore.                       


Seconda Lettura          1Tm 6,11-16

San Paolo al suo compagno e vescovo Timoteo fa una grande lode: “ Tu, uomo di Dio, evita queste cose”. Rileggendo i versetti precedenti capiamo che deve evitare le chiacchiere inutili, i cavilli e l’attaccamento al denaro.
Chi è l’uomo di Dio, la donna di Dio? l’uomo di Dio è la persona che riceve dallo Spirito un grande carisma, quello dell’accoglienza e dell’ospitalità dell’altro. L’uomo di Dio non fa della relazione un bancone di prestazioni, cioè non incontra la persona per un problema, sebbene il problema potrebbe essere il gancio per l’incontro, ma prima di tutto un uomo di Dio incontra la persona, ama la persona nella sua essenza, i problemi verranno dopo, altrimenti le nostre relazioni sono sempre utilitaristiche ed efficientistiche. Oggi, invece, la prima povertà che c’è nelle nostre relazioni interpersonali è che ci incontriamo per qualcosa e non per noi stessi.
L’uomo di Dio, prima di tutto, incontra la persona per l’incontro, perché l’uomo di Dio diventa nello Spirito oasi di accoglienza e di ospitalità. L’uomo di Dio è un uomo mite che tende alla giustizia di Dio, alla fede, alla pietà, alla carità, alla pazienza. Ospitare le persone nella propria vita è un’arte divina, è l’arte dello Spirito. Un uomo di Dio diventa autenticamente testimone come è stato Gesù quando ha testimoniato davanti a Ponzio Pilato e un uomo di Dio che diventa testimone diventa un grande segno dove si trova, perché in quell’uomo c’è qualcosa che non c’è negli altri. Che cosa c’è? C’è questo fascino, questa radicazione, questo essere inabitato, questo stare, questo scegliere il mistero di Dio (di cui dice Paolo: “Nessuno fra gli uomini l’ha mai visto o può vederlo”). Un uomo di Dio ha il fascino del mistero, non è un’agenda o una enciclopedia che dà informazioni, ma un uomo di Dio vive un’esperienza di Dio, una inabitazione in Dio che non è fatta di visione, ma di amore. Questo atteggiamento guarisce in noi il desiderio di vederci chiaro sempre in noi e negli altri, cosa che spesso è piuttosto difficile, per cui l’amore diventa puro amore di un uomo di Dio e di un testimone quando, pur non vedendo quello che si vorrebbe vedere negli altri o in se stessi, per essere rassicurati da un fatturato spirituale tangibile, visibile, gratificante, l’uomo di Dio vive ed è attratto non dal fascino di un vedere, ma dal fascino di un amore talmente grande che non può essere visto perché non abbiamo la capacità di vederlo. Se potessimo vederlo ed esaurirlo con il nostro sguardo, non sarebbe più né Dio né fascino né mistero, allora l’uomo di Dio è sempre più convinto che di se stesso e degli altri vede ben poco. Il nemico da uomini di Dio ci trasforma in ispettori quando ci fa credere di vedere, di capire e di vederci chiaro e ci radica in una esasperazione visiva di un tratto in cui pensiamo di vedere tutto, di capire tutto e di giudicare tutto. Questi sono gli uomini plasmati dall’informazione, dalla carta, dalle prevenzioni, dai criteri comprensivi della vita, dalle precomprensioni che pensano di vedere tutto.
Oggi la nostra relazione è frettolosa, epidermica, sentenziosa, fatta da uomini indaffarati che hanno creato l’alibi di essere indaffarati per non compiere la fatica di radicarsi nel mistero di Dio di se stesso e degli altri. Eppure oggi la gente cerca uomini e donne di Dio. Un grande dono dello Spirito è che la vita eremita nella chiesa sta crescendo e gode di ottima salute.
L’uomo di Dio non va in cerca di una patologia o di una carenza affettiva, come fa la psicologia, ma è come un minatore che scende nella miniera del cuore umano perché sa che il tesoro non è accessibile, ma è nel profondo del fascino di ognuno.
Signore, facci incontrare uomini e donne di Dio!
     

Vangelo        Lc 16,19-31

Nella mentalità giudaica l’avere tanti beni era un segno della benevolenza divina, ma in questo vangelo Luca mette in evidenza che il vero povero non è Lazzaro, ma il ricco, al punto tale che di questo individuo l’evangelista non segnala nemmeno il nome. È un ricco  che non ha neppure un nome e sopravvive nella vita con i vestiti di firma e con l’evasione dei banchetti; è un uomo svuotato dentro, un uomo che ha smarrito se stesso e non sa chi è, perciò è incapace di vedere chi c’è alla sua porta. Quando non si è pieni di amore e di verità su se stessi, oltre la porta non si vede nulla. Lazzaro, che rappresenta l’uomo fragile, bisognoso, piagato, l’uomo che non aveva beni ed era ignorato da tutti al punto tale che solo i cani leccavano le sue ferite, è il vero ricco perché la povertà viene valorizzata ed arricchita dall’amore del Signore e premiata nella vita vera che è quella eterna. Ciò non vuol dire che Dio ama la povertà, la miseria e l’indigenza, ma dà un senso a quella povertà più profonda, a quel bisogno più profondo, a quella fragilità più profonda che tocca la nostra vita. Il ricco va nei tormenti perché era la conseguenza logica di una vita senza relazioni. L’inferno, infatti, è la dimensione spirituale della solitudine eterna perché con i demoni non si relaziona in quanto tormentano solo e si rimane incapaci di qualunque relazione perché si è scelto liberamente e si è voluto che Dio rendesse eterna quella scelta fatta nella temporalità.
La relazione, il vedere oltre la porta chi c’è, non è una strategia umana o da beneficenza perché nelle persone i bisogni non si colgono così facilmente in quanto sono molto profondi. La relazione è un grande dono che solo Dio può dare alla nostra vita, perché una relazione che si fonda in Dio è una relazione che ha veramente il sigillo trinitario, e ricrea sempre in colui che entra nell’intimità di questa relazione la sua originalità, il suo principio, la sua libertà. Una vera relazione che nasce da Dio nella preghiera e nell’intimità con Lui prima ricrea in ciascuno ciò che è perché poi possa ricreare in coloro che lo incontreranno quello che sono.
Dio Padre, Creatore nell’intimità di un amore, ci fa il dono di ricreare attraverso la grazia la vita, la dignità di ogni persona. Una relazione che nasce in Dio ha una seconda caratteristica: è sempre un evento di salvezza, di misericordia, di tenerezza ed è l’intimità con Gesù il Salvatore che ci fa compartecipe della sua salvezza. La salvezza di una relazione è quando, avvicinandomi ad una persona, con lei faccio memoria di quello che già è: salvata dall’amore di Dio. Il terzo colore della relazione che nasce in Dio è l’amore, lo Spirito, una relazione che nasce da un’intimità dello Spirito è una relazione che porta l’amore dello Spirito dentro un cuore, perché nell’amore possa vivere la ricreazione e la salvezza.
Il ricco anonimo, vivendo solamente di se stesso e non avendo nessuna intimità con Dio, non poteva vedere chi era davanti alla porta perché non vedeva nemmeno se stesso.
Il vangelo ci propone un altro punto su cui riflettere: in Dio il bene e il male, il beato e il dannato sono nettamente separati, perché l’amore vero separa, perché l’amore vero non può convivere nel compromesso di una scelta. Perciò il ricco è nel tormento della fiamma perenne e Lazzaro nella beatitudine, che non sono un castigo e un premio, ma sono una conseguenza logica di quello che uno ha scelto nella vita dove poteva esercitare la sua libertà. Questo ricco, che soffre la solitudine di una non relazione, supplica Abramo di mandare a casa dei suoi fratelli qualcuno dai morti perché si convertano: quando non viviamo una sana vita con Dio cadiamo subito nelle sedute spiritiche e facciamo dell’eternità uno spettacolino da luna park dove un’emozione forte e coinvolgente pretende di farci credere nella vita oltre la morte. Non sono i morti che ritornano che convinceranno, ma è la Parola e la legge d’amore di Dio. Dio non si fa trovare nello straordinario, sebbene usi lo straordinario nelle vite dei santi; Dio nell’ordinario si trova nella parola, nella legge d’amore nella vita intima con Lui. Non saranno gli zombie che tornano a convincere sulla vita eterna e sulla retribuzione eterna.
Il vangelo ci ricorda che i nostri atti sono sempre una scelta di libertà o di non libertà ed hanno una ricaduta nell’eterno, perché Dio non ci ha creati per scherzo e noi sappiamo che cosa facciamo e che cosa vogliamo.
La relazione è proprio la cartina al tornasole di ogni autentica esperienza di Dio: se non sei un uomo di Dio, non vedi alla porta chi c’è, perché non vedi te stesso, avendo smarrito il tuo nome (occorre ricordare che nella teologia biblica Dio ci conosce per nome, siamo un’essenza unica e irripetibile che Egli ama). Ecco, la vera povertà era di questo ricco che nel nulla aveva cercato di sopravvivere con l’inutilità delle cose umane.       


Prima Lettura            Am 6,1.4-7

Amos è abilissimo nel descrivere con alcune pennellate la situazione di benessere diffusa in Samaria, che viveva un periodo di particolare prosperità. In mezzo a questa atmosfera euforica, Amos annuncia la prossima distruzione della dinastia regnante e la deportazione in terra straniera del popolo d’Israele, infatti nel 722 a.C. le armate assire di Sargon distrussero Samaria.  
La Parola di questa settimana è molto impegnativa perché ci domanda se abbiamo il senso spirituale di lettura della storia, infatti, un discepolo della Parola osserva la storia e quello che capita nel mondo perché è parte del mondo, e sa leggere le vicende secondo il cuore di Dio. Allora, la Parola ci lancia una sfida, chiedendoci se stiamo leggendo la nostra storia oltre il banale. La storia dell’uomo del nostro tempo è complessa perché, interpretandola, possiamo cogliere che l’uomo e la donna di oggi non hanno la forza di reggere la vita, di fronte ad essa siamo tutti fragili, deboli e siamo tutti alla ricerca di sistemarci, di trovare un posticino nella società. Non abbiamo la forza di reggere la vita perché l’abbiamo staccata da Dio, sua origine e suo ideatore. Quando non si ha la forza di reggere la vita, la porta di sicurezza da cui si scappa è il divertimento, il disimpegno, allora ci tornano alla mente le parole cariche di ironia del profeta Amos, che dice degli uomini del suo tempo: “canterellano al suono dell’arpa, si pareggiano a Davide negli strumenti musicali […] si ungono con gli unguenti più raffinati”. Questa gente che canterella, che suona, che balla, continua a lanciare messaggi, perché è alla ricerca di persone spirituali, di uomini e donne di Dio che diano una lettura alternativa a quella puramente cronachistica della vita. I cristiani di oggi dovrebbero saper diagnosticare quel malessere che viene nascosto con pudore, ma c’è. Oggi non abbiamo più voglia di rischiare, di impegnarci, perché siamo tutti stanchi; abbiamo una società di servizi che ci vuole tutelare nei bisogni primari, ma dove non è ancora stato inventato il servizio per i mali dell’anima. Oggi gli uomini e le donne di Dio sono gli unici che possono interpretare in profondità il disagio di una storia, di un paese, di una società, perché battono in sincronia con il cuore di Dio, che si appassiona per l’uomo, la storia, il mondo. Il mondo di oggi ha bisogno di persone come Amos che sanno capire, non in senso analitico, ma spirituale, il malessere di una generazione e la sua ricerca. Amos ci insegna a diventare scrutatori della storia, perché l’arte difficile di leggere la vita di ciascuno e la storia del mondo compete agli uomini e alle donne di Dio che sanno annunciare un Dio che ci ama e che ha un’infinita pazienza con noi.


Seconda Lettura          1Tm 6,11-16

Il brano sembra una lettura esortativa di Paolo al suo collaboratore Timoteo, invece questa Parola, che storicamente è stata per questo pastore della Chiesa, è anche per tutti noi. Il cuore della Parola è il concetto di testimonianza, arricchito da una serie di imperativi che Paolo usa per caratterizzare la tensione testimoniale. L’apostolo chiama Timoteo uomo di Dio, perciò testimone, e lo esorta a combattere la buona battaglia della fede, a fuggire alcuni atteggiamenti, a tendere alla giustizia e a cercare di raggiungere la vita eterna. Paolo dà a Timoteo due fondamenti per la sua testimonianza, innanzitutto il Battesimo (“ la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni”), che nei primissimi anni apostolici era veramente una rigenerazione della persona, una rinascita, un cambiamento nella mente, nella vita, nel cuore, nei desideri e nelle scelte. Allora Paolo dice a Timoteo che la radice della sua testimonianza è innanzitutto nel suo Battesimo.  Spesso dimentichiamo la ricchezza inestimabile dell’essere dei battezzati, tanto che la maggioranza dei cristiani non ha la coscienza di essere persone consacrate, cioè dedicate a Dio per l’unzione con il sacro Crisma. Per Paolo, Timoteo non è prima di tutto un vescovo o un prete, ma un battezzato. Perciò la comunità della Chiesa è una comunità battesimale e il Battesimo è la fondamentale uguaglianza che vige nel popolo di Dio. La Chiesa non ha dislivelli gerarchici, ma in essa ci sono ministeri di servizio, tra i quali vi è l’autorità in senso evangelico, che richiede di essere all’ultimo posto, ai piedi degli altri, amando i fratelli, “non spadroneggiando sul gregge a voi affidato”, come dice Pietro, o come dice Paolo, grande pastore: “non intendiamo far da padroni sulla vostra fede, ma essere i collaboratori della vostra gioia”.
Timoteo, prima di tutto, viene richiamato alla sua testimonianza battesimale fatta davanti a molti testimoni, una comunità di testimoni, per cui la Chiesa, per Paolo, è una comunità testimoniale, sapendo però che i testimoni testimoniano il testimone per eccellenza, Gesù, che è definito nell’Apocalisse  il Testimone primogenito del Padre, il Testimone fedele e verace. C’è, poi, una seconda testimonianza, quella storica, cioè Gesù: “Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato”. Paolo evidenzia la testimonianza data da Cristo davanti a Ponzio Pilato, innanzitutto perché egli è stato quello che ha deciso della sua  morte, (“Non sai che ho il potere di farti morire e di farti tornare libero?”), cioè è stata l’autorità ultima che ha sigillato la sua testimonianza e poi perché Pilato era un pagano e Cristo si pone davanti ai pagani come evento di grazia e del Padre.
Allora la Parola ci domanda se siamo testimoni. Che cosa vuol dire essere testimoni? Spesso abbiamo degli alibi per evitare di testimoniare, il primo è quello di giustificarci dicendo che testimoniamo con la vita, ma questo non basta, perché sappiamo che la fede nasce dall’ascolto e il vangelo viene portato con un annuncio. Chi testimonia con la vita, fa una testimonianza silenziosa, bella, ma incompleta perché mancano le parti propositiva, annunciativa e compromissoria. In secondo luogo non ci riteniamo testimoni perché ci sentiamo incoerenti, infedeli e peccatori, pensiamo che per essere testimoni sia necessario essere persone integre e credibili, come se l’adesione ad un messaggio di Dio fosse basata sulla coerenza del testimone. Gesù non la pensava così, infatti diceva ai suoi apostoli che se non fossero stati accolti in una città, avrebbero dovuto scuotere la polvere dai loro calzari e andarsene. Perciò il testimone non fa sempre centro, egli propone, non si impone. Il testimone non è neppure colui che dà informazioni su una fede, su una morale, ma prima di tutto è uno che si è scontrato con Gesù Cristo. Il testimone è uno che, prima di diventare tale è stato un uomo squilibrato ed appassionato di altre testimonianze, non si può essere testimoni convinti, credibili ed entusiasti se non si è veramente appassionati della ricerca, della verità e della vita, infatti il vero testimone è colui che ha trovato in Cristo il compimento di ricerche, di seti, di aneliti, di errori. Dio di solito sceglie come testimoni persone non molto dotate, umanamente squilibrate, pensiamo ad esempio a Pietro, a Giovanni, a Paolo, a Maddalena, tutte persone che prima di testimoniare Cristo hanno avuto grandi passioni nella vita, così alcuni tra i più grandi testimoni sono state spesso persone che prima hanno peccato molto, pensiamo ad Agostino e a san Francesco d’Assisi.
Allora la Parola ci chiede se Gesù Cristo è il nostro amore, il nostro pathos, la nostra ricerca, il nostro anelito. Il testimone è colui che respira la persona di Gesù Cristo, ma è anche colui che rimane affascinato da una inaccessibilità del mistero di Dio, infatti un testimone non ha risposte per tutto e per tutti.
Paolo conclude il brano con una preghiera che si usava ai suoi tempi nelle comunità: “ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico Sovrano, il Re dei regnanti e signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno tra gli uomini ha mai visto né può vedere”. Il testimone non è colui che informa, ma innanzitutto colui che osserva, comprende, penetra le pieghe del cuore di una persona. Un testimone non convince, ma appassiona, egli lavora molto su quello che c’è già nel cuore della persona e sa penetrare con la luce di Dio i sogni, i desideri, le utopie, il respiro della vita di una persona. Il testimone è colui che sa vedere se il no che viene detto a Gesù Cristo è un vero no oppure un no ad una modalità storico-spirituale proposta. Il testimone è colui che, prima di tutto, diventa l’alleato fedele del cuore dell’uomo, cominciando dalla sete che ognuno ha dentro di sé e che lo Spirito ha deposto in noi, sete che molte volte viene estinta da acque che non dissetano. Il testimone non è solo competente di nozioni scritturistiche e teologiche necessarie, ma ha la competenza spirituale dell’inquietudine dell’uomo. Un testimone sa essere solidale con le sconfitte, le delusioni, i dolori, delle persone, perché lì si nasconde Dio. Un testimone non pretende di portare una persona ad una pratica religiosa, che verrà per grazia di Dio, ma spera di accompagnare una storia, un cuore, una vicenda all’incontro con il Testimone primogenito, per poi ritirarsi e lasciare che sia il Testimone primogenito ad affascinare quel cuore.    


Vangelo        Lc 16,19-31

Questa Domenica il vangelo ci propone la parabola conosciuta anche come parabola del ricco Epulone, anche se il ricco citato in essa non ha nome. Invece il povero che sta alla porta del ricco si chiama Lazzaro, che etimologicamente significa “Dio ha aiutato”. In Luca questa parabola vorrebbe essere la risposta e la definitiva conclusione al discorso della pianura, che è il discorso delle beatitudini, a cui l’evangelista associa dei guai (“Guai a voi ricchi perché avete già la vostra consolazione, guai a voi che ora siete sazi perché avrete fame, guai a voi che ora ridete perché sarete afflitti e piangerete”). I cani che leccavano le piaghe di Lazzaro rappresentavano l’abiezione più completa per un Israelita, perché i cani erano considerati dal Levitico animali impuri (essi vengono citati in molti punti dell’Antico Testamento, ad esempio nel salmo 22: “un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi”). Il ricco vestiva di porpora e di bisso, simbolo sociale della sua ricchezza, e banchettava lautamente, mentre il povero non aveva beni. Luca attua in questo riferimento un rivolgimento rispetto alla spiritualità vetero-testamentaria, per cui la ricchezza e l’abbondanza di beni erano segni della benedizione di Dio. Lazzaro viene messo tra gli anauim, i poveri di Dio, a cui il Signore dava aiuto e che dovevano essere aiutati nel suo nome.
L’inferno è un termine lucano, infatti non esisteva nell’Antico Testamento, in quanto per tutti la sorte era lo Sheol, solo con alcuni profeti, tra cui Geremia, comincerà il tema della retribuzione personale. In Luca è già evidente l’idea che chi opera il male avrà male. Il seno di Abramo è il simbolo della beatitudine, è un’immagine per descrivere il paradiso o la casa di Dio, infatti  sul seno di Abramo, patriarca, padre nella fede e fondatore del popolo di Dio, riposano tutti i giusti.
Sarebbe dare torto alla Parola di Dio se noi leggessimo la parabola solamente come un elogio al povero che viene arricchito da Dio o come una condanna al ricco cattivo e chiuso verso il povero. Questa Parola ci dice che la più grande disgrazia per una persona è rinchiudere la vita nella scatola delle proprie certezze, il più grande inferno è lasciare alla porta della propria vita le persone inquietanti o i sacramenti di Dio, che sono le persone povere, bisognose, che bussano alla vita di ciascuno. Il ricco si era fatto una scatola di sicurezze: ricchezza, vestito e cibo, si era tutelato la vita, aveva voluto assicurarsi tutto, non voleva un’esistenza in cui si ponevano domande o in cui ci potevano essere incontri spiacevoli, ma aveva previsto per sé una vita dove tutto era tutelato, attutito e rinchiuso in un benessere. Non è solo il benessere materiale che ci può far rinchiudere nella scatoletta della nostra vita, ma potrebbe essere anche la paura di aprire la nostra vita alle vicende, al passaggio, al dono delle visite di Dio, che vengono molte volte a perturbare la nostra falsa pace. Allora, questo vangelo ci parla di una distinzione che Dio opera nel bene e nel male, per cui Egli non è indifferente alle sofferenze e all’impegno dei suoi figli e ratifica nella vita eterna le scelte fatte nella vita terrena. Dio fa la differenza completa, “tra noi e voi c’è un grande abisso”, cioè Dio differenzia la qualità della nostra vita. Il ricco si era fatto la scatoletta nella vita ed era fuggito dalla porta di sicurezza del divertimento, della ricchezza, della superficialità, come dice Amos, perché non aveva accolto la Parola. Perciò questo brano evangelico non inquieta per la povertà o la ricchezza, temi cari a Luca, ma perché questo ricco ha altri fratelli a casa e li vuole salvare affinché non vadano in quel luogo di tormenti e chiede ad Abramo di usare con loro la via del sensazionalismo religioso, mandandogli un morto che gli dica di cambiare vita, ma Luca ci dice che occorre innanzitutto ascoltare Mosè e i profeti. Lo straordinario di Dio, i miracoli che Egli può fare in una vita diventano vera conversione solo quando si accoglie la via ordinaria, prima occorre entrare nella via ordinaria di Dio, Mosè e i profeti, cioè la Parola, solo allora Egli potrà darci anche lo straordinario, che sarà compreso, amato, capito, custodito e benedetto se sarà stato innervato nella via prima, la Parola.        
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