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30 giugno 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 30 giugno 2019
XIII Domenica Tempo Ordinario Anno C


Voi siete stati chiamati a libertà.

Prima Lettura        1 Re 19,16.19-21


Oggi leggiamo dal Libro dei Re la chiamata di Eliseo da parte del profeta Elia a seguirlo nel ministero profetico. Elia riceve dal Signore questo mandato infatti Dio gli ingiunge: “Ungerai Eliseo, figlio di Safat di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto”. Dio accompagna la storia con doni profetici di persone che continuano l’annuncio e la potenza di Dio nei tempi della storia. Elia è stato il padre del profetismo del suo tempo ed Eliseo seguirà la sua missione profetica e continuerà quello che Elia aveva cominciato. È molto bello anche il gesto con il quale Elia lo consacra profeta: gli passa vicino e gli getta addosso il suo mantello. Il mantello è il simbolo del carisma profetico e, gettato sulle spalle dell’eletto, era una specie di investitura. Eliseo, quando riceve il mantello, lascia i buoi, corre dietro ad Elia, va a congedarsi dai suoi, prende un paio di buoi e li uccide e quindi ne cuoce la carne, la dà al popolo ed entra al servizio di Elia.
È sempre Dio che chiama ognuno di noi attraverso le cause seconde umane che Egli stesso sceglie per la chiamata di ciascuno di noi ed anche Eliseo riceve questa chiamata nella mediazione di Elia che, a sua volta, la riceve dalla voce di Dio. Si parla oggi di crisi di vocazioni, di crisi dei chiamati, eppure anche oggi il Signore passa, il Signore indica gli eletti, i chiamati, ed Elia, profeta bruciante, simile ad una torcia che ardeva, ascoltando profondamente Dio, capisce e coglie la chiamata di Eliseo. Oggi la chiesa ha bisogno ancora di Elia, ha bisogno ancora del profetismo e del carisma profetico, perché senza i profeti la chiesa diventa un’istituzione senza respiro, senza il profetismo diventa una struttura di beneficenza e di socialità, ma se nella chiesa viene conservato, accolto e rispettato il carisma profetico la chiesa continua a camminare sulle strade del mondo al soffio potente del vento dello Spirito. In questi tempi, nei quali la chiesa ha vissuto anche parecchie sofferenze per lo scandalo di alcuni consacrati che hanno ceduto al peccato, ancora di più dovrebbe investire nel profetismo della vocazione e nel profetismo della chiamata. In alcuni seminari i vescovi italiani hanno voluto introdurre la figura degli psicologi per vagliare e scandagliare la personalità di ciascuno degli eventuali chiamati, per fare una griglia psicologico-umana, caratteriale-emotiva del soggetto. Speriamo che questo non basti, perché questo non è il metodo che vuole Dio, in quanto ogni chiamato e ogni chiamata è un dono che Dio dà e innerva in strutture umane molte volte fragili e povere. Certamente la scienza umana può aiutare, ma mai le conoscenze cognitive, psicologico-umane potranno sostituirsi a quel vento dirompente dello Spirito che sceglie i chiamati per l’annuncio e per la trasmissione del sogno di Dio nel mondo. La chiesa non ha bisogno di personalità equilibrate, solamente perché un eccessivo equilibrio conduce ad un funzionalismo e porta a generare funzionari ineccepibili nella psichè, ma magari assenti o carenti nel cuore e nello Spirito. Allo stesso modo non può bastare uno spiritualismo disincarnato che magari nasconde delle fragilità soggettive, ma entrambe le dimensioni devono essere considerate. La persona va  analizzata e capita, ma certamente sempre come voce penultima e non come verdetto esaustivo di una chiamata. La storia della chiesa è ricca di persone scartate dalla struttura perché non soddisfacevano le esigenze strutturali e che poi sono diventate grandi santi, grandi pastori e grandi cristiani.
Elia non si è informato delle attitudini psicologiche di Eliseo, ma ascoltando semplicemente la voce di Dio gli ha gettato addosso il suo mantello, fidandosi della grazia di Dio che opera nell’umano. Mi pare che questa Parola sia veramente una Parola che vuole lasciare libera iniziativa a Dio, lasciando poi alla chiesa quella verifica umile dei chiamati, senza soffocare lo Spirito nella griglia scientifica di conoscenze utili ma non esaustive del mistero di un’anima.
      Seconda lettura      Gal 5, 1.13-18

Paolo, rivolgendosi ai Galati che sentivano la nostalgia e la tentazione di ritornare sotto una duplice schiavitù, quella prodotta dal paganesimo della carne e quella generata dall’impero della legge giudaica, propone una terza via, la via dello Spirito. L’apostolo comincia con un’affermazione potente: “Cristo ci ha liberati  per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne”. Questa Parola è una grande sfida, ma contemporaneamente, di grande forza perché di fronte al paganesimo devastante dei nostri tempi e di fronte alla nostalgia di legalismo religioso di tanti, Paolo propone la terza via, la via dello Spirito, la via degli uomini e delle donne spirituali che sanno assaporare, gustare e bere la vera libertà che Gesù Cristo ci ha donato nel suo evento d’amore di morte e di risurrezione.
Chi sono gli uomini e le donne dello Spirito? Sono uomini e donne che, se autenticamente dello Spirito, non sono contro l’istituzione o l’autorità gerarchica della chiesa, che anzi accolgono, rispettano e per cui benedicono Dio, ma sono uomini e donne inquietati e inquieti dal dinamismo dello Spirito che li porta ad essere esploratori avanzati più che gregari e componenti di un esercito. Dio ha bisogno di questi esploratori, come ne ebbe bisogno il popolo eletto quando mandò gli esploratori ad esplorare la terra promessa. Gli uomini e le donne dello Spirito sono uomini e donne, anche nel nostro tempo, che non contestano per il gusto di contestare, che non si collocano a destra con i tradizionalisti o a sinistra con la Teologia della Liberazione, che non si fanno etichettare da qual linguaggio mondano che è entrato nella chiesa e che è fatto di conservatore, di progressista, di destra, di sinistra, di aperto, di chiuso, di conciliarista, di anticonciliarista, tutte immagini e tutti luoghi umani di un linguaggio impoverito dello Spirito, che trae dal linguaggio mondano della politica motivazioni inutili e insulse per poter capire la vita interna della chiesa che rimane un mistero. Allora chi sono questi uomini e queste donne dello Spirito? sono uomini e donne amanti della struttura spirituale che è la chiesa, stanno dentro la chiesa perché sanno che la chiesa è loro madre e maestra, la amano, ma nello stesso tempo la sognano senza macchia, ruga o alcunché di simile e la vogliono bella. Allora questi uomini e queste donne dello Spirito, che non si lasciano catturare dal paganesimo e dal legalismo religioso, sono uomini e donne umili, semplici, liberi e poveri che vanno avanti, ma che frequentemente si volgono indietro per non smarrire la maternità della chiesa, che garantisce loro che stanno cercando nello Spirito cieli nuovi e terra nuova. Gli uomini e le donne spirituali non sono uomini e donne che danno lezione agli altri, non sono uomini e donne che contestano i pastori della chiesa, ma sono uomini e donne che si sono lasciati contestare loro stessi dalla forza dello Spirito, che hanno seguito il soffio dello Spirito e sono diventati collaboratori dello Spirito nella ricerca di cieli nuovi, di terra nuova e di orizzonti nuovi.
La via dello Spirito è la via della fedeltà, della santità, dell’audacia e della libertà, ma sempre uniti e fortemente legati a Cristo che, donando la chiesa come dono d’amore, ci ha assicurato che la madre chiesa è colei che garantisce la fecondità di essere esploratori liberi e inquieti, ma sempre uniti  alla madre attraverso il cordone ombelicale dell’obbedienza, della santità e della preghiera.
     Vangelo    Lc 9, 51-62

Luca apre il lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme che si chiuderà soltanto nel capitolo 19. È una lunga marcia non solo geografica e spaziale, ma spirituale e teologica, perché il Messia va verso il suo destino e il suo progetto: morire per amore, morire per amare. Ecco perché, entrando in un villaggio di samaritani, dove i suoi discepoli non vengono accolti, alla richiesta di Giacomo e di Giovanni di ottenere che un fuoco dal cielo li consumasse, Gesù si voltò e li rimproverò. Giacomo e Giovanni sono l’icona delle nostre impazienze e delle nostre intolleranze, quando noi bruciamo con il nostro sdegno, il nostro giudizio, e la nostra autosufficienza non villaggi di samaritani, ma cuori di persone, perché magari non siamo stati capaci di entrare in quei cuori con la profezia dell’amore. Quante volte vorremmo essere incendiari e apocalittici con quelli diversi da noi, non avendo invece la pazienza e la sapienza di Gesù che sa aspettare e si dirige verso un altro villaggio. Che tristezza nelle nostre comunità quando anche i pastori bruciano e allontanano persone che non sono in sintonia di modalità con le loro modalità pastorali, dimenticando che le modalità fanno parte dell’opinabile e del relativo. Quante volte vorremmo bruciare la diversità da noi, quante volte vorremmo essere fondamentalisti e radicali, non avendo la pazienza di Dio, la pazienza di Gesù. Invece Gesù, pur non essendo accolto, si avvia verso un altro villaggio. Un tale gli dice: “Ti seguirò dovunque tu vada” e Gesù chiarisce subito: la sua sequela non è una sequela che tutela, seguendolo non si cercano il carrierismo ecclesiastico, rassicurazioni sociali o comunità dove fare il bello e il cattivo tempo ed  essere il numero uno della situazione a scapito, molte volte, di tanti cuori. Seguire Gesù è entrare nell’instabilità dell’amore, perché le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, perché Gesù non vuole nessuna assolutizzazione strutturale a danno del sogno e della potenza del cammino del Vangelo. Quando qualcuno chiede a Gesù di seguirlo, Egli vuole tutto, vuole radicalmente tutto. Gesù non chiama gente strutturata, non chiama gente preparata che si vanta della propria preparazione, non chiama persone che hanno un clan familiare di tutto rispetto, non chiama la gente indaffarata che prima deve fare tutte le sue cose e poi seguirlo, Gesù chiama le persone libere. In questa chiamata non c’è solamente la chiamata presbiterale, ma c’è la chiamata cristiana, la chiamata fondamentale della libertà, la chiamata ad essere di Gesù, con Gesù e per Gesù. Non si può mettere mano all’aratro e poi volgersi indietro, perché questo modo di fare non è adatto né per Dio né per Gesù, non si può seguire Gesù se non si è sconvolti dall’amore, se non si è liberi dalle rassicurazioni rassicuranti della propria mente. Gesù è radicale, esagerato, intollerante nell’amore, chiede tutto, chiede innamorati, chiede audaci, chiede destrutturati. Gesù non deve costruire un’azienda o una struttura.
Gesù sta camminando anche oggi non più verso Gerusalemme, ma verso il cuore della gente e ha bisogno di persone libere, innamorate, destrutturate, trasgressive nell’amore; solo queste arriveranno con Lui al cuore dell’uomo, dove Gesù vuole arrivare perché vuole salvare e regnare nell’uomo.    
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