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31 maggio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 31 maggio 2020
Pentecoste Anno A
Messa della vigilia

Lo Spirito stesso intercede per noi


Prima Lettura     Ezechiele  37,1-14 


Ezechiele vive in un periodo difficile: il popolo d’Israele è sfiduciato e non vede davanti a sé un futuro, è quello che sta succedendo a noi, popolo europeo ed italiano, che non vediamo un grande futuro. Il popolo era senza speranza, inaridito e allora Dio manda un profeta, Ezechiele. Dio manda anche a noi, oggi, dei profeti. Tutti siamo profeti con il Battesimo. Il profeta non è solo colui che preannuncia le cose future, ma anche colui che vede il presente con l’occhio di Dio e, vedendo il presente, lo porta nel futuro di Dio. Chi è il profeta? È colui sul quale si posa la mano del Signore, lo prende e lo manda nella valle delle ossa inaridite, cioè in mezzo alla gente del nostro tempo. Questa Parola è un’analisi perfetta di oggi, sembra l’articolo di fondo di qualche quotidiano, perché la gente del nostro tempo è inaridita, è frantumata, è stesa e senza speranza. Quando il profeta viene portato in questa valle, Dio non gli dice di fare un’analisi sociale o di cercare le cause politiche di questo disastro, nemmeno di darsi da fare per rimuoverle, ma dice: “Profetizza su queste ossa e annuncia loro”. Quando nella nostra vita incontriamo un profeta, non incontriamo una persona buona, ma molto di più, incontriamo un uomo o una donna afferrati dalla mano di Dio, che non dicono le solite cose o parole buoniste per rincuorare, ma nella potenza dello Spirito santo di Dio entrano nelle sofferenze della vita, non trattano gli altri come un caso pietoso, ma il profeta incontra e tratta gli altri come un futuro pieno di vittoria e di grazia. Abbiamo bisogno di profeti! Siamo stanchi i ideologie, di demagogie, di analisi. Il profeta sa che la sua forza è profetizzare.
Il termine profeta indica uno che parla in nome di un altro, cioè porta parole non sue. Quando il profeta comincia a profetizzare e a portare la Parola del Signore, vede la prima parte: in queste ossa sono tornati i nervi, cioè la sensibilità profonda della vita, la carne, cioè la solidità della nostra persona, la pelle, cioè la relazione esterna con gli altri. Qui comincia la ricostruzione profetica di Ezechiele, ma non basta questo, quando profetizza, egli sente un rumore e le ossa si ricompongono: prima erano disarmonia, caos, cimitero, alla Parola profetica si ricompongono e diventano un insieme di persone alle quali tornano i nervi, la carne e la pelle e tutto diventa armonia. Al primo segno ne segue un altro: il profeta vede che in loro non c’era Spirito e questa è l’urgenza profetica del nostro tempo. I profeti di oggi dovrebbero chiedere: “Come sta la tua anima?” In ogni anima c’è lo Spirito immortale, perché l’anima ce la infonde Dio e tutti gli uomini del mondo hanno l’anima. Vicina all’anima tutti hanno la coscienza e la libertà e tutti gli uomini hanno un’altra cosa in comune: tutti saremo sottoposti al giudizio di Dio, perciò l’Apocalisse dice: “Sii fedele sino alla morte e ti darò la corona della vita”.
La gente del nostro tempo ha i nervi, la carne, la pelle, ma ha un’anima dimenticata, maltrattata e denutrita. Quando lo Spirito viene dimenticato, si fa sentire con i sintomi indiretti del corpo: depressione, psichismo, ossessione sono mali dell’anima, dipendenze dalle droghe e dall’alcool sono visibilità che qualcosa non va a livello dell’anima. Possiamo fare mille analisi, possiamo andare in analisi tutta una vita, possiamo fare tutte le terapie che vogliamo, ma dentro l’anima solo la mano di Dio può toccare e guarire.
Alle ossa mancava lo Spirito e allora il profeta profetizza: “Vieni, Spirito, dai quattro venti,  e soffia su questi morti, perché rivivano”. E lo Spirito soffiò ed essi divennero persone vive, partner di Dio. quindi il profeta Ezechiele pronunciò una Parola di Dio: ”Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d'Israele”. Il sepolcro e la tomba sono tutte quelle nicchie di disperazione nelle quali ci rifugiamo pensando di essere preservati dai drammi della vita. La Parola ci dice che quando Dio ci tirerà fuori dai sepolcri, ci farà riposare e allora sapremo che è il Signore. Noi ritorneremo a Dio se Egli ci toccherà e sentiremo che ci ha toccato. Oggi manca molto il senso della tattilità di Dio su di noi. Nelle nostre celebrazioni belle e curate la mano di Dio spesso non tocca, perché stiamo celebrando noi stessi, non Lui. Quando Dio ci tocca, sapremo che Lui l’ha detto e lo farà, perché la Parola attua sempre quello che dice.


Seconda Lettura     Rm 8,22-27

Siamo tutti dentro una creazione che geme e soffre le doglie del parto. Tutto ciò che Dio ha creato sta gemendo e soffrendo perché desidera insistentemente la pienezza del tutto. Anche noi stiamo gemendo nelle doglie di un parto. Attendiamo con perseveranza ciò che non vediamo, siamo tutti in attesa del parto di Dio, cioè di passare dalla precarietà alla pienezza, dalle paure alla gioia. La seconda parte di questa Parola è stupenda perché ci dice che quando gemiamo, quando abbiamo le doglie del parto, quando speriamo e quando siamo nostalgici della speranza, entra in campo lo Spirito santo che viene in aiuto alla nostra debolezza. Lo Spirito santo non ci fa prediche sulla nostra debolezza, di qualunque tipo sia, ma vedendo la nostra debolezza, ci viene in aiuto. Siamo deboli perché non sappiamo pregare in modo conveniente: questa è la nostra debolezza, la nostra malattia. Occorre pregare sempre nello Spirito santo: Egli sa che la nostra preghiera è sempre debole, ma non ci fa un corso di preghiera, si sostituisce a noi, perché non essendo noi capaci di pregare in maniera conveniente, lo Spirito intercede nella sua lingua misteriosa: gemiti inesprimibili, perché ciascuno di noi è una persona misteriosa, complessa, inesprimibile.
La nostra preghiera è debole perché chiediamo sempre il sensoriale, non che questo sia sbagliato, ma molte volte non preghiamo nella sensorialità profonda dell’anima dove c’è la nostra verità, perché facciamo fatica a raccontarci, a raccontare l’inesprimibile. Lo Spirito arriva all’inesprimibile di ciascuno di noi, a quel punto di divisione dell’anima, delle giuntura e delle midolla dove c’è il nostro mistero e la nostra verità. Lo Spirito, affondando la sua luce in questa miniera della profondità del cuore, raccoglie il nostro inesprimibile e lo fa diventare la sua lingua, così il suo linguaggio arriva a Dio, ma non solo, Egli ci garantisce anche che tutte le preghiere che Lui farà per noi saranno vincenti perché Dio, che scruta il nostro cuore, lo scruta perché  vuole entrare nella nostra profondità, sa che cosa desidera lo Spirito e lo Spirito, che è in piena alleanza con il Padre, gli porta ciò che il Padre vede per noi. Paolo dice che lo Spirito intercede per i santi, cioè per i battezzati, per ciascuno di noi, secondo i disegni di Dio, egli intercede per noi per tutto quello che non chiediamo.
Gesù dice a santa Faustina Kowalska: “Come sono triste, perché le anime mi chiedono molto, ma non moltissimo”.
Chiedi l’impossibile nella tua preghiera?


Vangelo      Gv 7,37-39

Gesù ritto in piedi grida: “Se hai sete, vieni a me e bevi, dal grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Avere sete di Gesù. È lo Spirito che ci fa avere questa sete. Quando abbiamo sete di Gesù, la preghiera diventa la nostra gioia, la nostra camera di preghiera diventa il nostro paradiso perché quando abbiamo sete di Gesù, Gesù ci riempirà della sua acqua, che per Giovanni è il simbolo dello Spirito santo. L’espressione “Fiumi di acqua viva” indica lo Spirito in tutta la sua pienezza.  
Giovanni parla di glorificazione intendendo la morte in croce di Gesù, una grande liturgia ed oblazione, infatti Gesù dalla croce ricevette la gloria del Padre, ecco perché dovremmo chiamare la croce gloriosa. Quando Gesù sulla croce ha celebrato la sua messa, lo Spirito è entrato nel cuore dei credenti quando Lui è spirato. La vera Pentecoste, la Pentecoste mistica nasce sulla croce quando Gesù espira lo Spirito santo. Ecco perché sotto la croce era rappresentato il cranio di Adamo, bagnato dal sangue e insufflato dal soffio dello Spirito.

Ricevete lo Spirito santo


Prima Lettura     At 2,1,11

Questo brano degli Atti ci presenta il mistero della Pentecoste con dei tratti comuni all’alleanza del Sinai (anche nel libro dell’Esodo c’è il fuoco, il vento, il rombo) ma quello che è interessante è che Luca dice: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste” che era una festa ebraica, la festa dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, non era una festa dello Spirito santo, ma una festa della Pasqua celebrata. In quel giorno di Pentecoste a Gerusalemme capita un evento a cui erano impreparati anche gli apostoli. Gesù aveva detto loro di rimanere a Gerusalemme finché non fosse venuto lo Spirito ed erano tutti riuniti nello stesso luogo, compresa Maria, e questo cenacolo di preghiera riceve il dono dello Spirito e da questo dono, che Luca descrive come un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso e riempie la casa, durante questo evento tutto di Dio viene generata la chiesa che rimane un mistero. A torto non riteniamo la chiesa un mistero, invece lo è perché innanzitutto sopravvive nonostante tutto quello che ha passato nei secoli; è una comunità che continua ad andare avanti con il soffio dello Spirito, perché la chiesa non è nata da se stessa ma è stata generata da questo vento.
Lo Spirito, quando ha generato la chiesa, non l’ha storicizzata, non l’ha disciplinata, non ha dato normative, ma è sceso, si è fatto presente e 11 uomini con la Madonna vengono catapultati nella pubblica piazza di Gerusalemme, in quella città dove la gente si era riunita perché aveva sentito questo rumore. La gente si mette insieme e guarda questa cosa che non capisce:  dal cenacolo essi vengono catapultati con forza nell’agorà e la prima manifestazione della chiesa è il parlare. Questo vento, questo fuoco suddiviso, perché lo Spirito santo è uno, ma ha effetti molteplici (su ciascuno di noi con il battesimo e con la cresima c’è questa lingua di fuoco) portano gli apostoli fuori a parlare di Dio. Circa il miracolo delle lingue ci sono due interpretazioni degli esegeti: la prima dice che gli apostoli, estatici e rapiti nello Spirito, cominciano a parlare negli idiomi dei presenti, la seconda dice che essi parlano la loro lingua galilea e gli altri li sentono parlare nella propria.
Lo Spirito santo fa due miracoli alla chiesa: innanzitutto l’audacia, il coraggio, il profetismo di parlare e il secondo è l’unità dell’annuncio che viene compreso dalla molteplicità degli idiomi umani. Perciò la chiesa dello Spirito e nello Spirito non ha bisogno di una metodica per essere efficace, non ha bisogno di manager o di strateghi pastorali che inventano cose nuove, ha bisogno di uomini e di donne sottomessi allo Spirito, allora c’è la chiesa.
Lo Spirito santo, quando ci dà l’immagine di chiesa, ci dà un’immagine completamente destrutturata e carismatica, questo è l’inizio.
Luca descrive tutte le diversità presenti a Gerusalemme perché la chiesa nasce e si rafforza nel crocevia delle diversità, mantenendo l’unità e la forza di questo annuncio. Oggi la chiesa è un po’ intristita, perché deve vivere sempre e in buona salute un matrimonio al suo interno: deve essere struttura e carisma, se questi due aspetti non stanno insieme e ne prevale uno o l’altro è un danno. Se prevale la struttura, lo Spirito viene contristato e mortificato, se invece trionfa solo lo Spirito a danno della struttura, tutto diventa un’effervescenza del momento, un’emotività, ma non c’è la continuità, la serietà. Allora il mistero della chiesa è un mistero grande perché tocca ciascuno di noi in quanto, quando uno incontra noi, incontra un volto di chiesa.
Nella chiesa deve allora sussistere la molteplicità delle espressioni di un unico volto. Anche la chiesa ha molte facce, le nostre. È un mistero che viene mostrato attraverso la particolarità di ciascuno di noi e la chiesa ha bisogno di tutti i nostri volti. C’è un testimone che darà priorità alla preghiera, egli testimonierà il volto luminoso della sposa attratta dal suo sposo, chi darà priorità ad un servizio della parola, mostrerà il Cristo maestro che insegna, un altro curerà le povertà, ecco l’amore di Gesù per i poveri, un altro che si prenderà cura dell’eucaristia…
Quando capita che, per salvare una faccia, ne uccidiamo dieci, allora la chiesa comincia a star male e si impoverisce perché quel giorno lo Spirito, l’unico Spirito si è suddiviso. La chiesa è un mistero di comunione di misericordia, perciò quello che più rende triste il volto della chiesa sono le nostre baruffe, i nostri litigi interni, i nostri microscismi, il nostro allontanare le persone perché un volto vuole prevalere sull’altro, allora non si fa più la chiesa dello Spirito ma la chiesa settoriale. Le nostre comunità dovrebbero valorizzare ed accogliere tutti i volti che lo Spirito suscita nella chiesa, l’unico volto che non si può accogliere è quello che attenta all’unità. Quello non viene dallo Spirito. Ciascuno ha un suo volto, una sua lingua di fuoco e ciascuno una modalità di annuncio.
Tutti hanno diritto di ricevere l’annuncio. Ecco perché lo Spirito santo ha affidato il tesoro della Parola di Dio e la potenza della Parola di Dio alla personalità di ciascuno perché egli sa benissimo che nel meccanismo umano della simbiosi, del transfert e dell’unità, la stessa Parola portata da un volto non ha l’efficacia di quella portata da un altro volto, perché nella chiesa c’è l’umano e il divino che si intersecano. Allora molte volte certi blocchi psicologico umani vengono vinti dallo Spirito proponendo altri volti, altri cuori, altre sensibilità che annunciano l’unica Parola, perché la chiesa ha come compito di salvare ogni anima, di volere il bene di ogni persona. Ecco perché la chiesa voluta dallo Spirito è meravigliosa perché è una, santa, cattolica, apostolica.
Ciascuno nella chiesa dovrebbe sentirsi libero di poter respirare e di poter portare il suo dono, tutti dovrebbero sentirsi a casa, perché ogni percorso viene dallo Spirito. Non si possono suddividere i cristiani in intelligenti e non intelligenti, aperti e chiusi. Le nostre chiese spesso sono assolutizzazioni di un gusto pastorale, di un aspetto pastorale, di una scelta pastorale: se sei nella scelta della maggioranza, sei a posto, ma se dissenti, perché fai un’altra strada, allora sei cacciato o tollerato. Questa è politica umana, ma non può entrare nella chiesa, perché la chiesa non è un partito è la sposa del Signore.
Nella Pentecoste la chiesa ha dato alcuni doni: innanzitutto non è la chiesa che si fa da se stessa, è per l’annuncio delle grandi opere di Dio nella molteplicità delle lingue, deve essere spinta dallo Spirito a far questo e deve proclamare dinanzi al mondo la grandezza di Dio.
Lo Spirito ci ha regalato il fuoco, ma se non c’è il fuoco le nostre comunità, senza accorgersi, vengono svalutate a club di buone opere.
Le persone pentecostali, i testimoni di uno Spirito santo sono persone incandescenti e molte volte incomprese. Gli uomini e le donne dello Spirito sono confermati dallo Spirito. Lo Spirito santo conferma ciò che viene detto in suo nome e non conferma quello che è frutto della nostra testa.
Lo Spirito fa pagare i testimoni nella prova, ma conferma o dissente. Lo Spirito ha confermato la chiesa apostolica perché parlava in suo nome.


Seconda Lettura      1Cor 12,3-13

Paolo ci dice che nessuno può fare un atto di fede se non è mosso dallo Spirito. È lo Spirito l’autore della nostra vita spirituale e ci porta a riconoscere Gesù il Signore. Paolo fa, quindi, uno spaccato di chiesa, ci mostra la chiesa che lui ha ricevuto in rivelazione da Dio e questa chiesa ha diversi carismi, diversi ministeri e diverse attività. Abbiamo tre esperienze di servizio: carismi, ministeri e attività, ma uno solo è lo Spirito.
La frase che ci fa più riflettere è questa: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”. Mentre i sette doni dello Spirito sono per noi, per la nostra vita e per la nostra santificazione, i carismi, che sono infiniti, sono per la chiesa.
La cosa triste è che quasi tutti i cristiani sono inconsapevoli di avere un carisma o più di uno perché nessuno mai ha fatto discernimento su di loro per far scoprire che cosa lo Spirito santo ha dato a loro. Non si può abortire il carisma con il termine generico di servizio. Il mistero della chiesa è fatto di carismi che sono manifestazioni particolari dello Spirito e il Concilio Vaticano II nella Lumen gentium afferma che lo Spirito dona alla chiesa i carismi per abbellirla e devono essere accolti con animo riconoscente sia quelli umili che quelli straordinari.
Paolo fa un elenco esemplificativo di carismi, ma dov’è questo tesoro carismatico nelle nostre chiese?  
La chiesa è corpo che ha molte membra, un solo capo che è Cristo e noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito e lo Spirito annulla le differenze: non ci sono più giudei o greci, schiavi o liberi.
La chiesa è un corpo che deve essere insufflato dallo Spirito, con i carismi che sono manifestazioni particolari dello Spirito, allora la chiesa dovrebbe avere il carisma di consolazione, di insegnamento, di intercessione, di evangelizzazione, di liberazione, di guarigione, di profezia, di discernimento degli spiriti.… perché questa è la chiesa che sogna la Parola di Dio, non è l’asfissia del bollettino parrocchiale.
Paolo apostolo lancia un allarme: “Non estinguete lo Spirito non contristate lo Spirito, non spegnete le profezie, non spegnete i profeti”. Non possiamo avere invidia dei carismi degli altri perché è una molteplicità di doni. Finché nelle nostre chiese locali qualcuno è additato o calunniato o cacciato, non c’è la pace dello Spirito, finché c’è un fratello fuori, puoi fare tutto quello che vuoi ma lo Spirito non ti benedice, perché un suo dono è stato buttato, in quanto tutti i doni servono. Allora le nostre comunità soffrono sterilità e povertà, perché finché si manda via qualcuno o si uccide un profeta non si avrà la benedizione dello Spirito, lo Spirito non si compiacerà.
 

 Vangelo       Gv 20,19-31

 La sera di Pasqua Gesù completa i sacramenti. Il giovedì santo aveva istituito l’Eucaristia, il Presbiterato (e il diaconato), la sera di Pasqua istituisce la Cresima e il sacramento della Penitenza. Gesù soffia lo Spirito perché solo esso può darci la certezza certa che siamo stati perdonati. Il sacramento della confessione è al culmine quando il sacerdote effonde su di noi lo Spirito, per cui in ogni confessione riceviamo un’effusione. Siccome Gesù non voleva che il peccato fosse l’ultima parola della vita di un credente, dà alla chiesa il potere di rimettere o di ritenere. Il sacramento della confessione è quello che ha una “potenza potente” che disturba il diavolo. Il diavolo, diceva san Giovanni Bosco, non ci manderà mai a confessarci, ma ci spingerà sempre a fare il fai da te diretto con Dio e ci convincerà così di essere a posto. Ma non potremo mai sapere se abbiamo ricevuto il perdono, perché il perdono nel sacramento ci viene donato, proclamato e assicurato. Questo sacramento Gesù lo dà la sera di Pasqua perché da quel momento nel mondo non ci sarà più sera e più notte, perché dove c’è un perdono donato la notte non scenderà più. La Confessione è un sacramento fondamentale per la nostra anima e la perfezione cristiana, ma è il più trascurato in questi anni. Esso ha un’efficacia particolare perché, quando si va a confessarsi, se non si sono fatti peccati mortali, aumenta la nostra grazia, se li abbiamo fatti veniamo ristabiliti nella grazia di prima, poi in questo sacramento veniamo ribattezzati nello Spirito santo, effusi nello Spirito santo, veniamo protetti e amati come figli prediletti del Padre dal quale abbiamo ottenuto il perdono.
Il sacramento della Riconciliazione non dovrebbe essere una gratificazione psicologica di un dialogo che fa parte di un accompagnamento spirituale, ma dovrebbe essere una sobria richiesta di perdono che viene donata se siamo dispiaciuti di aver offeso l’amore.
La Riconciliazione è con l’unzione dei malati un sacramento della guarigione, invece noi abbiamo sottolineato in questi anni l’aspetto comunitario e lo stiamo celebrando a Natale e a Pasqua. Se non viene ripetuto, non può portare quella potenza che lo Spirito ha concesso a questo sacramento.
Quando vado a confessarmi non solo sono certo di un perdono, ma sono causa di una festa tra gli angeli in cielo e, se fanno festa, pregheranno per me.    

Una perla di luce ...
Lo Spirito è l’ermeneuta, è l’accompagnatore di una dinamica continua di cambiamento perché nel cambiamento lo Spirito tutela la libertà. Ti accompagna, ma non ti cattura...
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